Settembre arrivò senza che me ne accorgessi.
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Non ci fu un giorno preciso in cui l'estate finì e l'autunno cominciò. Non ci furono foglie che cambiavano colore, non ci furono tramonti più precoci, non ci furono quei piccoli segnali che in una vita normale avrebbero scandito il passaggio da una stagione all'altra. C'era solo il lavoro, il ritmo della fabbrica, il calore dei forni che non si fermavano mai, e un senso diffuso e opprimente che qualcosa stava cambiando senza che nessuno lo dichiarasse ad alta voce.
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La Rheinmetall aveva subito una trasformazione nelle settimane in cui ero stato via. Non era più la fabbrica che avevo lasciato ad agosto, quella in cui la produzione civile si mescolava ancora a quella militare in un equilibrio che sembrava quasi rassicurante, come se l'azienda tenesse un piede in entrambi i mondi senza decidersi a quale appartenere. Ora non c'erano più dubbi. Ora la fabbrica apparteneva interamente alla guerra.
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Lo vidi appena varcai i cancelli il primo giorno di ritorno. C'erano più uomini in uniforme. Non operai, non tecnici, ma militari veri e propri, con i gradi sulle spalle e le pistole d'ordinanza alla cintura, che camminavano tra i reparti con l'aria di chi stava ispezionando qualcosa che gli apparteneva. C'erano nuovi controlli all'ingresso, metal detector più sensibili, guardie armate che ti chiedevano il documento due volte invece di una, e un codice a barre che mi avevano fatto stampare sul retro del tesserino e che dovevo passare sotto uno scanner prima di entrare in qualsiasi reparto.
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L'aria stessa era diversa. Non solo per il calore dei forni, che quello c'era sempre stato, ma per una tensione sotterranea che pervadeva ogni cosa, un ronzio nervoso che non sentivi con le orecchie ma con la pelle, come la vibrazione di un motore che gira al massimo dei giri e che da un momento all'altro potrebbe esplodere.
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Il mio turno era cambiato. Adesso facevo le otto ore pomeridiane, dalle quattordici alle ventidue, il turno peggiore per chi aveva una famiglia, ma il migliore per chi, come me, non aveva nulla da perdere se non il sonno. La paga era più alta del trenta per cento rispetto al turno diurno, e questo era già qualcosa. Questo era già una ragione sufficiente per accettare qualsiasi condizione.
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Il reparto in cui ero stato assegnato era quello delle fusioni pesanti. Non stampi per componenti di ricambio, non pezzi per attrezzature agricole o industriali, ma fusioni per artiglieria. Lo capii il secondo giorno, quando vidi i disegni tecnici appesi alla parete del caporeparto e riconobbi la sagoma inconfondibile di una culatta per obice. Non avrei dovuto vederli, probabilmente, quei disegni erano riservati, ma il caporeparto era un uomo sulla sessantina con la faccia scavata e gli occhi stanchi di chi aveva visto abbastanza guerre da non preoccuparsi più di nascondere nulla. Li aveva lasciati lì, appesi con del nastro adesivo, come se fossero stati gli schemi di un qualsiasi prodotto civile.
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Nessuno protestava. Nessuno faceva domande. I miei colleghi, quasi tutti stranieri come me, rifugiati dalla Scandinavia, dalla Finlandia, qualcuno persino dall'Islanda, tenevano la testa bassa e lavoravano. Non era paura, o almeno non solo paura. Era qualcosa di più pratico, di più terra terra. Era il bisogno. Il bisogno di uno stipendio, di un tetto, di un permesso di soggiorno che non venisse revocato. Era la consapevolezza che in un mondo che stava andando a pezzi, un lavoro in una fabbrica di armi era una delle poche cose che ti tenevano ancorato alla realtà.
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Il calore dei forni era la prima cosa che ti colpiva quando entravi nel reparto fusioni. Non era un calore graduale, non era il calore che senti quando ti avvicini a una stufa o a un camino. Era un muro. Una presenza fisica che ti investiva il viso e il petto come un pugno, che ti faceva sudare prima ancora che iniziassi a muoverti, che ti penetrava nei vestiti e nella pelle e nei polmoni e non se ne andava più nemmeno quando uscivi all'aria aperta.
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I forni erano quattro, allineati lungo la parete nord del capannone come altari di una religione dimenticata. Erano enormi, cilindrici, rivestiti di materiale refrattario che brillava di un arancione spento quando le porte si aprivano per caricare il metallo. La temperatura all'interno superava i milleseicento gradi, mi aveva detto il caporeparto il primo giorno, con la voce piatta di chi ripete un'informazione che ha già dato centinaia di volte. Abbastanza per fondere l'acciaio. Abbastanza per ridurre un uomo in cenere in pochi secondi.
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Il mio compito era relativamente semplice, almeno nella teoria. Dovevo controllare la temperatura delle colate, monitorare i tempi di raffreddamento degli stampi, segnalare qualsiasi anomalia al caposquadra. Nella pratica, significava passare otto ore in un inferno di calore e rumore, con il sudore che mi colava lungo la schiena e le braccia e le gambe, con la polvere di metallo che mi entrava nel naso e nella gola e mi faceva tossire anche ore dopo la fine del turno, con i muscoli che protestavano per lo sforzo continuo di sollevare e spostare e controllare e registrare.
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I dispositivi di protezione erano teoricamente obbligatori, ma nella pratica erano insufficienti. Il casco mi faceva sudare la testa fino a inzuppare l'imbottitura interna. Gli occhiali si appannavano dopo pochi minuti per il vapore che saliva dalle vasche di raffreddamento. I guanti termici erano spessi e rigidi e rendevano ogni movimento impreciso, ogni gesto più faticoso del necessario. Dopo due ore di turno avevo le mani gonfie e doloranti, la pelle arrossata dal calore anche attraverso il tessuto protettivo.
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Ma era il rumore la cosa peggiore. Il rumore dei forni che ruggivano senza sosta, il rumore delle presse che schiacciavano il metallo fuso negli stampi con una forza che faceva tremare il pavimento, il rumore dei carrelli elevatori che trasportavano le fusioni finite verso il reparto di raffreddamento, il rumore delle sirene che annunciavano l'inizio e la fine di ogni colata. Era un rumore così costante e così assordante che dopo un po' smettevi di sentirlo con le orecchie e iniziavi a sentirlo con il corpo intero, come una vibrazione che ti entrava nelle ossa e non se ne andava più nemmeno quando tornavi a casa e ti sdraiavi sul letto e cercavi di dormire.
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I miei colleghi erano per lo più silenziosi. Non per scortesia, ma perché parlare richiedeva uno sforzo che nessuno aveva voglia di fare. Durante le pause, che erano brevi e rigidamente scandite da un sistema di timbri e controlli, ci sedevamo su panche di metallo in una stanza attigua al reparto, una stanza che teoricamente era insonorizzata ma che in pratica lasciava filtrare il rombo dei forni come un ronzio di sottofondo, e mangiavamo in silenzio, bevevamo acqua tiepida dalle borracce, ci asciugavamo il sudore dalla fronte con stracci che una volta erano stati bianchi e che ora erano grigi di polvere metallica.
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C'era un finlandese, un uomo sulla quarantina con una cicatrice che gli attraversava la guancia sinistra e un'espressione perennemente assente, che una volta mi disse, senza che glielo avessi chiesto, che aveva lavorato in una fabbrica simile a Helsinki prima che l'inverno li costringesse a evacuare verso sud. Non risposi. Non c'era una risposta. Il freddo di Bergen e il caldo della Rheinmetall erano solo due facce della stessa medaglia, due modi diversi in cui il mondo ti ricordava che non eri al sicuro, che non lo saresti mai stato, che la sopravvivenza aveva un prezzo e che quel prezzo lo pagavi in sudore e in fatica e in silenzio.
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La cosa più strana, la cosa che mi colpiva ogni volta che uscivo dalla fabbrica e tornavo a casa attraverso le strade di Nettetal, era il contrasto tra quello che succedeva dentro i cancelli e quello che succedeva fuori. La fabbrica era un mondo a parte, un mondo di calore e rumore e fatica e tensione, ma fuori, fuori le cose stavano cambiando in modi che non avrei mai previsto.
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I salari erano aumentati. Non solo i miei, non solo quelli dei miei colleghi, ma quelli di tutti i lavoratori della Rheinmetall e delle altre fabbriche della zona che erano state convertite alla produzione bellica. Era stato un aumento improvviso, quasi inaspettato, comunicato con una circolare affissa alla bacheca sindacale e accompagnato da un discorso del direttore che parlava di "sacrificio", di "impegno", di "contributo alla sicurezza nazionale". Parole che non significavano nulla, o che significavano tutto, a seconda di come le guardavi.
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Per la prima volta, da quando eravamo arrivati a Nettetal con nient'altro che i nostri zaini e i nostri traumi, avevamo soldi sufficienti per vivere senza l'ansia costante di non arrivare a fine mese. Non era ricchezza, non era lusso, ma era qualcosa che assomigliava alla stabilità. Potevamo permetterci di comprare cibo senza dover calcolare ogni centesimo. Potevamo permetterci di accendere il riscaldamento senza il terrore della bolletta. Potevamo persino permetterci di mettere da parte qualcosa, un piccolo fondo di emergenza che non sapevamo se avremmo mai usato ma che ci faceva sentire meno vulnerabili.
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E non eravamo solo noi. In tutta Nettetal, in tutta la regione, i rifugiati e i disoccupati stavano trovando lavoro. Le fabbriche assumevano a ritmi che non si vedevano da decenni, e non solo per i turni di produzione. Servivano autisti per i trasporti straordinari, cuochi per le mense aziendali, addetti alla manutenzione, guardiani notturni, personale di pulizia. La guerra non era ancora stata dichiarata, ma la macchina bellica aveva già iniziato a girare, e per girare aveva bisogno di carburante umano. Noi eravamo quel carburante.
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Si aprirono mense. Dormitori. Trasporti straordinari che collegavano i quartieri periferici alle zone industriali con autobus che partivano ogni mezz'ora invece che ogni due ore. I negozi che erano rimasti chiusi per mesi riaprivano uno dopo l'altro, le vetrine si riempivano di nuovo di merci, i prezzi, che erano saliti alle stelle durante l'inverno, cominciavano lentamente a scendere, o almeno a stabilizzarsi. C'era un'aria di prosperità apparente che contrastava in modo quasi grottesco con tutto ciò che sapevamo, con tutto ciò che avevamo visto, con tutto ciò che stava accadendo nel mondo oltre i confini della Germania.
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Era un paradosso amaro. La paura della guerra produceva lavoro. La minaccia della distruzione produceva stipendi. L'industria produceva vita, o almeno una parvenza di vita, una simulazione di normalità che era più fragile di quanto apparisse ma a cui tutti ci aggrappavamo con la disperazione di chi sa di non avere alternative.
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Iya aveva ripreso a lavorare alla fattoria. Non era più la stessa di prima, lo vedevo dal modo in cui si muoveva, dal modo in cui parlava del suo lavoro. Prima dell'Islanda, lavorare alla fattoria era stato un modo per tenersi occupata, per guadagnare qualcosa, per non sentirsi inutile. Adesso era diverso. Adesso c'era una determinazione nuova nei suoi gesti, una serietà che non le avevo mai visto, come se ogni pianta che coltivava, ogni recinto che riparava, ogni animale che accudiva fosse un atto di resistenza contro qualcosa di molto più grande di lei.
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La sera, quando tornavamo entrambi dal lavoro, ci sedevamo al tavolo della cucina e mangiavamo in silenzio, troppo stanchi per parlare, troppo pieni di cose da dire per trovare le parole giuste. Il nostro appartamento era sempre lo stesso: le pareti sottili, il riscaldamento che funzionava solo alcune ore al giorno, il rumore dei vicini che filtrava attraverso i muri come un promemoria che non eravamo soli, che c'erano altre vite intorno a noi, altre storie di sopravvivenza, altri destini sospesi nello stesso limbo.
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Ma qualcosa era cambiato. Qualcosa di sottile e di profondo che nessuno dei due aveva ancora il coraggio di nominare ad alta voce. Non era solo la consapevolezza di ciò che avevamo visto in Islanda, di ciò che eravamo diventati. Era anche la sensazione crescente che il mondo stesse scivolando verso qualcosa di inevitabile, qualcosa che avrebbe reso irrilevanti tutte le nostre preoccupazioni sul futuro, tutti i nostri progetti, tutte le nostre speranze di normalità.
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La guerra bussava alle porte dell'Europa. Non era più una possibilità remota, una minaccia astratta, un'ipotesi che discutevamo la sera davanti al caminetto come si discute del tempo. Era una presenza concreta, tangibile, che sentivamo nell'aria come l'odore dello zolfo che ancora aleggiava nelle campagne dopo le piogge acide dell'anno scorso l. I telegiornali ne parlavano sempre più spesso, con quella retorica cauta e misurata che è il linguaggio di chi cerca di preparare la popolazione al peggio senza scatenare il panico. I movimenti di truppe al confine orientale erano "esercitazioni di routine". Le nuove commesse militari erano "investimenti nella difesa". I razionamenti energetici erano "misure precauzionali". Ogni parola era scelta con cura per non allarmare, ma l'effetto complessivo era allarmante proprio perché era così accuratamente costruito.
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Una notte, dopo un turno particolarmente duro, tornai a casa con le braccia che mi facevano male e la schiena bloccata nella posizione in cui avevo passato le ultime tre ore a controllare i manometri delle presse. Iya era già a casa, seduta sul divano con un libro in mano, ma non stava leggendo. Lo capii dal modo in cui teneva il libro, con le pagine aperte a metà e lo sguardo fisso oltre la finestra, verso il buio della notte.
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— Tutto bene? — le chiesi, togliendomi la giacca e appendendola al gancio vicino alla porta.
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Lei chiuse il libro e lo posò sul tavolino. — Sì. Solo stanca.—
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— Anch'io.—
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Ci guardammo per un momento, e in quello sguardo c'era tutto ciò che non avevamo detto nelle ultime settimane, tutte le preoccupazioni che avevamo accumulato senza condividerle, tutte le domande che avevamo evitato di farci per paura delle risposte.
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Lei si alzò dal divano e mi venne incontro. Mi mise le mani sulle spalle, poi le fece scivolare lungo le mie braccia, sentendo la tensione dei muscoli sotto la pelle, il calore residuo che ancora emanavo dopo ore passate vicino ai forni.
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— Sei caldissimo, — mormorò.
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— È la fabbrica. Mi ci vorranno ore per raffreddarmi.—
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— Vuoi fare una doccia?—
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— Dopo. Adesso voglio solo starti vicino.—
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Non so perché lo dissi. Forse era la stanchezza, forse era la consapevolezza che il mondo fuori stava diventando sempre più minaccioso e che l'unica cosa che avevo di veramente mio era quella donna davanti a me, con i suoi occhi verdi e i suoi capelli scuri e le sue mani che mi toccavano con una dolcezza che contrastava con tutto il resto della mia vita.
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Lei non rispose. Mi guardò per un lungo momento, poi si sollevò sulle punte e mi baciò. Fu un bacio diverso da quelli che ci eravamo scambiati nelle ultime settimane, un bacio che non era solo affetto o conforto o routine. Era un bacio che conteneva qualcosa di più urgente, qualcosa di più affamato, qualcosa che aveva a che fare con il bisogno di sentire che esistevamo ancora, che eravamo ancora vivi, che non eravamo solo ingranaggi di una macchina più grande di noi.
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La presi tra le braccia e la strinsi a me, sentendo il suo corpo premere contro il mio attraverso i vestiti. Il calore che emanavo sembrava contagiarla, scaldarla, accendere qualcosa dentro di lei che rispondeva al mio stesso bisogno. Le nostre bocche si cercarono di nuovo, e questa volta il bacio fu più profondo, più intenso, con le lingue che si toccavano e i respiri che si mescolavano in un unico suono affannoso.
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Ci spostammo verso il letto senza staccarci, inciampando nei mobili, ridendo per la goffaggine del momento, e quella risata fu la prima cosa leggera che sentivo da settimane, la prima cosa che non avesse il sapore del metallo e del sudore e della paura.
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La feci sedere sul bordo del letto e mi inginocchiai davanti a lei. Le sfilai la maglietta lentamente, facendo scorrere le dita sulla sua pelle mentre la stoffa si sollevava, scoprendo l'addome, il torace, le spalle. La sua pelle era fresca al tatto, un contrasto netto con il calore delle mie mani, e quando la toccai lei rabbrividì leggermente, un brivido che non aveva niente a che fare con il freddo.
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Lei fece lo stesso con me, sbottonandomi la camicia con movimenti lenti e precisi, facendo scorrere le dita sul mio petto, sulle mie spalle, lungo le mie braccia, come se stesse tracciando una mappa del mio corpo che voleva memorizzare. Il tessuto scivolò via e rimanemmo a torso nudo, uno di fronte all'altra, con i respiri che si facevano più pesanti e il calore tra di noi che aumentava come se ci fossimo portati dietro una scintilla dei forni della Rheinmetall e quella scintilla stesse ora accendendo qualcosa di molto più potente.
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La sdraiai sul letto e mi distesi accanto a lei. Le nostre gambe si intrecciarono, i nostri petti si premevano l'uno contro l'altro, e potevo sentire il battito del suo cuore accelerare fino a sincronizzarsi con il mio. Le baciai il collo, la clavicola, la curva del seno, sentendo la sua pelle diventare sempre più calda sotto le mie labbra. Lei gemette piano, un suono basso e profondo che mi fece vibrare il petto, e le sue mani si strinsero sulla mia schiena, le unghie che mi graffiavano leggermente la pelle in un modo che era insieme dolore e piacere.
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Il resto dei vestiti venne via in fretta, con movimenti impazienti che non avevano più nulla della lentezza con cui avevamo cominciato. C'era un'urgenza diversa adesso, un bisogno che andava oltre il desiderio fisico, che aveva a che fare con la necessità di sentirsi vivi, di sentirsi umani, di ricordare a noi stessi che non eravamo solo lavoratori, solo rifugiati, solo sopravvissuti, ma due persone che si amavano e che volevano stare insieme nonostante tutto.
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Quando entrai in lei, sentii il suo corpo accogliermi con un calore che era completamente diverso da quello della fabbrica. Quello era un calore che non ti consumava, che non ti distruggeva, che non ti trasformava in qualcosa di più duro e di più spento. Quello era un calore che ti nutriva, che ti faceva sentire a casa, che ti ricordava perché valeva la pena sopravvivere.
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Ci muovemmo insieme con un ritmo lento all'inizio, poi più rapido, più intenso, seguendo un istinto che non aveva bisogno di parole. Le sue gambe mi strinsero i fianchi, le sue mani mi tenevano la schiena, e i suoi occhi erano aperti, fissi nei miei, con un'intensità che era quasi insostenibile, come se stesse cercando di vedere qualcosa dentro di me, qualcosa che andava oltre la superficie, qualcosa che nemmeno io sapevo di avere.
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Il mondo fuori scomparve. Non c'era più la fabbrica, non c'erano più i forni, non c'erano più le uniformi e i controlli e le sirene e la guerra che si avvicinava. C'era solo lei. Solo il suo corpo contro il mio, il suo respiro nel mio orecchio, il suo battito che pulsava contro il mio petto come un secondo cuore, più piccolo e più veloce, che batteva all'unisono con il mio.
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Quando venne, sentii il suo corpo contrarsi intorno al mio in una serie di onde che sembravano non finire mai, e il suo gemito si trasformò in un grido soffocato che mi fece tremare da capo a piedi. La strinsi più forte, la tenni stretta mentre il suo corpo si abbandonava al piacere, e poco dopo la seguii, con una scarica di sensazioni che mi lasciò senza fiato, con il cuore che batteva così forte che sembrava volesse uscire dal petto.
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Restammo abbracciati per un tempo che non saprei quantificare, sudati e ansimanti, con i corpi che si raffreddavano lentamente nell'aria della stanza. Lei appoggiò la testa sul mio petto e io le accarezzai i capelli, sentendo il suo respiro farsi gradualmente più calmo, più regolare, fino a diventare il ritmo lento del sonno.
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Stavo per addormentarmi anch'io, cullato dal calore del suo corpo e dalla stanchezza che mi pesava sulle palpebre come un macigno, quando sentii il suono.
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Un suono lontano all'inizio, quasi impercettibile, che si confondeva con il ronzio del riscaldamento e con i rumori della notte. Poi più forte. Più insistente. Un ululato prolungato che saliva e scendeva come il verso di un animale ferito, e che non aveva niente di naturale, niente di organico, niente che appartenesse al mondo che conoscevo.
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Le sirene.
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Iya si svegliò di soprassalto, gli occhi spalancati nel buio.
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— Cosa diavolo... —
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— Sirene, — dissi, già in piedi, cercando i vestiti alla luce fioca che entrava dalla finestra. — Mettiti qualcosa.—
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— Sono solo esercitazioni, — disse lei, ma la sua voce era incerta, e mentre lo diceva si stava già alzando, cercando la maglietta che avevamo gettato a terra poco prima.
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— Lo so. Ma non si sa mai.—
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Ci vestimmo in fretta, senza parlare, con movimenti meccanici che tradivano l'ansia che entrambi cercavamo di nascondere. Le sirene continuavano a ululare, un suono intermittente e ipnotico che sembrava venire da ogni direzione contemporaneamente, come se la città stessa stesse gridando.
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Uscimmo sul balconcino dell'appartamento. L'aria della notte era fresca, quasi fredda per essere settembre, e il cielo era coperto di nuvole basse che riflettevano una luce arancione diffusa, probabilmente i lampioni della città o forse qualcos'altro, qualcosa che non volevo immaginare.
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In strada non c'era nessuno. Le finestre degli edifici vicini erano illuminate, e potevo vedere sagome di persone che si muovevano dietro le tende, probabilmente svegliate come noi dal suono delle sirene, ma nessuno usciva, nessuno correva, nessuno gridava. Era tutto stranamente calmo, stranamente ordinato, come se la gente avesse già interiorizzato quel suono, come se facesse già parte della normalità a cui tutti cercavamo di aggrapparci.
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— Sono solo esercitazioni, — ripeté Iya, ma questa volta lo disse con meno incertezza, come se ripeterlo la aiutasse a convincersene.
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— Lo so, — dissi. — Ma non è questo il punto.—
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Lei mi guardò, e nel buio vidi i suoi occhi brillare della luce riflessa dei lampioni.
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— Qual è il punto? —
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— Il punto è che stiamo facendo esercitazioni. — dissi. — Non è normale. Non dovrebbe essere normale. Dovremmo essere spaventati, dovremmo essere arrabbiati, dovremmo fare qualcosa. Invece stiamo qui, sul balcone, a guardare le sirene come se fosse una cosa qualunque.—
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— E cosa vorresti fare? — mi chiese, e non c'era sfida nella sua voce, solo curiosità, solo il desiderio di capire.
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— Non lo so, — ammisi. — Ma non voglio abituarmi a questo. Non voglio che le sirene diventino normali come il rumore dei forni o il calore delle presse. Non voglio dimenticare che tutto questo è sbagliato.—
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Lei mi prese la mano e la strinse forte.
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— Non lo dimenticheremo, — disse. — Ma non possiamo fare niente per fermarlo. L'unica cosa che possiamo fare è sopravvivere. E cercare di non perdere noi stessi mentre lo facciamo.—
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Le sirene smisero di suonare all'improvviso, così com'erano cominciate. Il silenzio che seguì fu quasi più inquietante del suono stesso, un silenzio denso e pesante che sembrava riempire ogni spazio vuoto, ogni crepa, ogni poro della realtà. Restammo sul balcone ancora per qualche minuto, mano nella mano, guardando la città che lentamente tornava alla sua quiete notturna, con le luci che si spegnevano una dopo l'altra e il buio che riconquistava il suo dominio.
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— Torno a letto, — disse Iya. — Domani devo alzarmi presto.—
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— Anch'io.—
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Prima di rientrare, mi voltai un'ultima volta verso la strada deserta. In lontananza, oltre i tetti degli edifici, oltre le ciminiere della zona industriale, oltre i confini della città, il cielo aveva una sfumatura più chiara, come se da qualche parte, molto lontano, ci fosse una luce che non riuscivo a identificare. Forse era solo l'alba che si avvicinava. Forse era qualcos'altro. Qualcosa che non volevo vedere.
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Rientrammo in casa e chiudemmo la porta alle nostre spalle. Il letto era ancora caldo dei nostri corpi, e quando ci infilammo sotto le lenzuola il contrasto tra il calore del momento appena passato e il gelo della realtà fuori era così netto che per un istante mi sembrò di essere due persone diverse, un uomo che aveva appena fatto l'amore con la donna che amava e un uomo che aveva appena sentito le sirene di una guerra che non era ancora stata dichiarata ma che era già lì, nascosta nelle pieghe della notte, in attesa del momento giusto per uscire allo scoperto.
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Iya si addormentò quasi subito, il respiro regolare e il corpo rilassato contro il mio. Io rimasi sveglio ancora a lungo, con gli occhi fissi sul soffitto, ascoltando i rumori della notte e cercando di non pensare a niente.
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Non ci riuscii.
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Pensai alla fabbrica. Ai forni. Alle fusioni per obici che uscivano dalle presse con la superficie ancora incandescente. Pensai ai miei colleghi silenziosi, alle loro facce sudate, alle loro mani callose, alle loro storie di evacuazione e di sopravvivenza che non avevo mai chiesto e che loro non avevano mai offerto. Pensai ai salari che aumentavano e ai negozi che riaprivano e alla prosperità apparente che si diffondeva in città come una malattia che ti faceva sentire bene mentre ti uccideva lentamente.
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Era tutto così assurdo. Era come se il mondo avesse imparato a nutrirsi della propria distruzione, come se la minaccia della fine fosse diventata l'unico motore in grado di far girare l'economia. E noi, i rifugiati, i sopravvissuti, quelli che avevano perso tutto, eravamo i primi a beneficiarne. I primi a essere assorbiti dalla macchina. I primi a essere trasformati in ingranaggi.
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Mi chiesi cosa avrebbe pensato Helena di tutto questo. Lei che aveva sempre creduto nella possibilità di un mondo migliore, che aveva sognato di viaggiare nello spazio e di vedere la Terra dall'alto, che mi aveva detto quella notte di Natale che le cose giuste accadono quando devono accadere. Cosa avrebbe detto se avesse visto quello che stava succedendo adesso? Se avesse saputo che la sua morte, e la morte di migliaia di altri islandesi, e la distruzione di intere città, e l'inverno che aveva ucciso un milione di persone in tutto l'emisfero nord, avevano portato a questo? A una fabbrica di armi piena di rifugiati che lavoravano per una guerra che non era la loro?
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Forse avrebbe pianto. Forse si sarebbe arrabbiata. Forse avrebbe semplicemente scosso la testa e detto qualcosa di così semplice e di così vero da farmi sentire stupido per non averci pensato prima.
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O forse no. Forse anche lei sarebbe stata in trappola come noi, incapace di fare altro che sopravvivere, giorno dopo giorno, turno dopo turno, sirena dopo sirena.
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Chiusi gli occhi e cercai di dormire. Fuori, la notte era silenziosa. Le sirene erano spente. La città dormiva. E da qualche parte, molto lontano, la guerra continuava ad avvicinarsi, inesorabile come le stagioni, inevitabile come il calore che ancora saliva dalle profondità dell'Esjufjöll.
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Domani sarebbe stato un altro giorno. Un altro turno. Un'altra colata. Un altro stipendio.
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Ma per adesso eravamo qui. A Nettetal. In questo appartamento. In questo letto. Insieme.
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