Il traghetto da Tórshavn a Hirtshals sembrava più lento di quanto non fosse all'andata. Forse era solo una mia impressione, forse era il peso di tutto ciò che avevamo visto e vissuto che rendeva ogni miglio nautico più lungo, più faticoso, più carico di aspettative. O forse era semplicemente che all'andata avevamo una meta chiara e condivisa, un fuoco che ci spingeva in avanti, mentre adesso stavamo tornando verso qualcosa che nessuno dei due sapeva più definire con precisione.
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La cabina era la stessa del viaggio precedente, o una molto simile: due cuccette, un oblò che inquadrava un rettangolo di mare grigio e cielo grigio, un tavolino pieghevole su cui avevamo appoggiato i nostri zaini ancora impregnati dell'odore di zolfo e di cenere che ci eravamo portati dietro dall'Islanda. Quell'odore non se ne andava. Era entrato nei vestiti, nei capelli, nelle fibre degli zaini, e ogni volta che aprivo la cerniera per prendere qualcosa mi investiva come un promemoria, come un fantasma che non voleva essere dimenticato.
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Eravamo partiti da poco. La costa delle Faroe si era già dissolta in una linea sottile all'orizzonte, e davanti a noi c'erano solo le acque grigie del Nord Atlantico che si stendevano fino a un punto invisibile dove, da qualche parte, l'Europa continentale ci aspettava con le sue fabbriche e i suoi affitti e le sue guerre incombenti. La normalità. Quella cosa che avevamo desiderato per due anni, quella cosa che avevamo rincorso attraverso tre nazioni e un continente, quella cosa che adesso, dopo aver visto l'Islanda, dopo aver camminato sul basalto tiepido e aver guardato negli occhi il fuoco che aveva distrutto le nostre vite, non sapevamo più se esisteva davvero.
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Iya era seduta sul bordo della cuccetta inferiore, le gambe incrociate, i capelli ancora umidi per la doccia che aveva fatto subito dopo la partenza. Indossava una maglia di lana troppo grande per lei, con le maniche che le coprivano metà delle dita. Sembrava più piccola del solito, più fragile, e per un istante rividi la ragazza che avevo conosciuto a Jökulsárlón due anni prima, quella che stava sul divano a leggere mentre io e Helena ci scambiavamo sguardi che pensavamo invisibili. Ma era un'illusione ottica, un trucco della memoria. Quella ragazza non esisteva più. Al suo posto c'era una ragazza che aveva camminato sul fondo di una caldera in fiamme, che aveva visto i corpi dei suoi concittadini fossili nel basalto, che aveva raccolto una pietra e l'aveva posata su una tomba che non era una tomba come unico gesto di sepoltura che il mondo le aveva concesso.
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— A cosa pensi? — le chiesi.
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Lei alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi verde-castano avevano quella luminosità particolare che avevano assunto dopo il viaggio, come se qualcosa dentro di lei si fosse acceso e non volesse più spegnersi. Non era felicità. Non era nemmeno serenità. Era qualcosa di più complesso, qualcosa che non avevo ancora imparato a decifrare.
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— Penso a Nettetal, — rispose, e il modo in cui lo disse, con una pausa leggera prima del nome, come se stesse assaggiando una parola che aveva perso il suo sapore, mi fece capire che qualcosa era cambiato. — Penso al nostro appartamento. Al mio lavoro alla fattoria. Alle passeggiate al lago.—
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— E cosa pensi? — insistetti, sedendomi sulla cuccetta di fronte a lei.
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Sospirò. Si passò una mano tra i capelli, un gesto che avevo imparato a riconoscere come il preludio di qualcosa di difficile, di qualcosa che stava cercando di formulare senza trovare le parole giuste.
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— Penso che non so se voglio tornarci. —
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La frase rimase sospesa nell'aria della cabina come il fumo di una sigaretta che non si decide a dissolversi. Non la guardai subito. Lasciai che quelle parole si depositassero, che trovassero il loro peso, che si ancorassero a qualcosa dentro di me prima di rispondere.
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— In che senso? — chiesi, anche se sapevo esattamente in che senso. Lo sapevo dal momento in cui avevamo lasciato la caldera, dal momento in cui avevamo iniziato la discesa verso la costa e lei aveva guardato indietro più volte del necessario, come se stesse lasciando qualcosa di importante, come se una parte di lei fosse rimasta lì, sul bordo di quel cratere, a fissare i laghi di lava che brillavano nella notte.
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— Nel senso che non so se ha senso, — disse, e la sua voce era calma, riflessiva, senza traccia di dramma o di isteria. Era la voce di qualcuno che aveva pensato a lungo a quella domanda e aveva solo ora trovato il coraggio di formularla ad alta voce. — Voglio dire, abbiamo passato due anni a cercare di tornare a una vita normale. A Bergen, poi a Nettetal. Lavoro, appartamento, spesa, cena, passeggiata al lago. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare per sopravvivere, per rimettere insieme i pezzi, per costruire qualcosa che assomigliasse a una vita. E ci siamo riusciti. Abbiamo costruito qualcosa.—
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— E allora? — la incalzai, sentendo una tensione che mi stringeva lo stomaco.
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— E allora dopo aver visto l'Islanda, dopo aver camminato su quello che resta di Jökulsárlón, dopo essere scesi nella frattura e aver guardato dentro la caldera... — fece una pausa, cercando le parole. — Dopo tutto questo, qualsiasi normalità mi sembra falsa. Mi sembra una bugia che ci raccontiamo per non impazzire. Come se stessimo fingendo che il mondo sia ancora quello di prima, quando invece non lo è. Non lo è più da due anni. E forse non lo sarà mai più.—
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Restai in silenzio per un lungo momento. Il rumore del motore della nave riempiva lo spazio tra di noi, un brontolio costante e ipnotico che faceva da sottofondo alle sue parole come una linea di basso in una canzone triste.
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— E cosa vorresti fare invece? — chiesi alla fine.
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Iya si strinse nelle spalle. — Non lo so. Non ho un piano, se è questo che mi stai chiedendo. Non so cosa voglio fare. So solo cosa non voglio fare. Non voglio tornare alla fattoria e fare finta che tutto sia normale. Non voglio svegliarmi ogni mattina e andare al lavoro e tornare a casa e cenare e andare a dormire come se l'Islanda non fosse un cimitero di lava. Come se Esjufjöll non avesse sputato fuoco anni e non stesse ancora bruciando sotto la superficie. Come se non avessimo visto quello che abbiamo visto.—
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Si fermò. Inspirò profondamente.
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— Quello che abbiamo visto... mi ha cambiata, Sasha. Lo sento. Non sono più quella che ero prima di partire. E non so se posso tornare a fare quella vita.—
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— E cosa vorresti fare? — ripetei, e questa volta la mia voce era più dura di quanto avessi voluto. Non era rabbia. Era paura. La paura di perdere l'unica cosa che avevo costruito in due anni di macerie, l'unica certezza in un mondo che aveva smesso di averne.
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— Te l'ho detto, non lo so. Forse viaggiare. Forse cercare un posto dove ricominciare, ma non in una città, non in una fabbrica. Qualcosa di diverso. Qualcosa che abbia un senso dopo quello che abbiamo passato.—
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— Come cosa? — insistetti. — Le Faroe? Ci avevi pensato, no? Durante il viaggio, quando abbiamo parlato di trasferirci lì.—
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Lei mi guardò con un'espressione che era insieme sorpresa e colpevole, come se l'avessi colta in flagrante a pensare qualcosa che non aveva ancora confessato nemmeno a se stessa.
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— Sì, — ammise. — Ci ho pensato. Le Faroe sono come l'Islanda senza il vulcano. Sono come casa, ma senza la minaccia costante di un'altra eruzione. Abbiamo visto com'è la vita lì. È dura, certo, ma è reale. È fatta di cose concrete: pescare, coltivare, costruire. Non di turni in fabbrica e affitti da pagare e guerre che si avvicinano.—
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— E il nostro appartamento? — chiesi, e sentii la mia voce salire di tono senza volerlo. — Il mio lavoro? Il tuo lavoro? Le nostre vite, Iya. Abbiamo costruito delle vite. Non possiamo buttare via tutto.—
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— Non è solo questo, — ribatté lei, e anche la sua voce si era fatta più tagliente. — È il motivo per cui siamo finiti in Germania. È il motivo per cui mia sorella è morta. È il motivo per cui tua madre è morta. È il motivo per cui abbiamo passato due anni a cercare di non impazzire. Non è solo questo, Sasha. È tutto. È la nostra storia. È chi siamo diventati.—
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— E chi siamo diventati? — chiesi, con una durezza che non avevo previsto.
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Lei mi guardò dritto negli occhi. — Non siamo più islandesi, non siamo più rifugiati, non siamo più sopravvissuti. Siamo qualcosa di diverso. E forse dobbiamo capire cosa significa prima di poterci accontentare di una vita normale.—
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— Io non voglio capire cosa significa, — dissi, e le parole mi uscirono dalla bocca con una violenza che mi sorprese. — Io voglio solo una stanza, un lavoro, del pane, del silenzio. Voglio svegliarmi la mattina e sapere cosa farò durante il giorno. Voglio cenare con te la sera e guardare il lago e parlare del tempo. Voglio la normalità, Iya. L'ho voluta per due anni. L'ho costruita mattone dopo mattone mentre tutto intorno a me crollava. E adesso tu vieni qui e mi dici che non ti basta? Che non è abbastanza?—
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Il silenzio che seguì fu il più pesante che avessimo mai condiviso. Non era il silenzio complice delle nostre passeggiate al lago, né il silenzio reverente della caldera. Era un silenzio carico di tensione, di cose non dette, di aspettative che si scontravano come due lastre tettoniche sotto la superficie di una terra che non era ancora pronta a tremare ma che stava già accumulando pressione.
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— Non ho detto che non mi basti, — rispose lei dopo un tempo che mi sembrò infinito. La sua voce era tornata calma, ma era una calma diversa, una calma che veniva da uno sforzo di volontà, non dalla mancanza di emozioni. — Ho detto che non so se ha senso. Non so se possiamo tornare a fare quella vita come se niente fosse successo. Perché non è vero che non è successo niente. È successo tutto. E far finta di niente... non so se ne sono capace.—
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— E cosa proponi? — chiesi, cercando di trattenere la frustrazione che mi montava dentro. — Molliamo tutto? Lasciamo il lavoro, l'appartamento, le nostre cose, e partiamo per chissà dove? E per fare cosa?—
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— Non lo so, — ripeté lei, e questa volta la sua voce era stanca, come se avesse esaurito le energie per difendere una posizione che nemmeno lei aveva ancora chiarito del tutto. — Non sto dicendo che dobbiamo decidere adesso. Non sto dicendo che dobbiamo mollare tutto domani. Sto solo dicendo... che ho dei dubbi. Che dopo quello che abbiamo visto, non sono sicura di poter tornare alla vita di prima come se niente fosse.—
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— E io invece sì, — dissi, e la mia voce era più bassa adesso, più controllata, ma non meno intensa. — Io voglio tornare alla vita di prima. O almeno a qualcosa che le assomigli. Ho passato due anni a desiderare esattamente questo: una stanza, un lavoro, del pane, del silenzio, te. Non voglio altre avventure. Non voglio altre fughe. Voglio solo... fermarmi.—
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Iya si alzò dalla cuccetta e venne verso di me. Si sedette accanto a me, così vicina che potevo sentire il calore del suo corpo attraverso i vestiti, l'odore della sua pelle mescolato a quello tenace dello zolfo che ancora indugiava nei suoi capelli.
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— Non sto parlando di fuga, — disse piano, appoggiando una mano sul mio ginocchio. — Non voglio scappare. Voglio solo... voglio che la nostra vita abbia un significato. Che non sia solo sopravvivenza. Che non sia solo un modo per passare il tempo prima di morire.—
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— La sopravvivenza è già un significato, — risposi, e mi sentii stupido mentre lo dicevo, perché sapevo che non era vero. Sopravvivere non è vivere. Lo avevo imparato a Bergen, durante i mesi bui dopo la morte di mia madre, quando mi alzavo, andavo al lavoro, tornavo a casa e mi addormentavo senza avere un solo pensiero che non fosse meccanico. Quella non era vita. Era una simulazione di vita. Ma era meglio del nulla. Era meglio del vuoto che avevo sentito quando avevo capito che Helena era morta e che non l'avrei più rivista.
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— Non per me, — disse lei. — Non più. Forse prima sì. Forse per due anni mi è bastato. Ma dopo aver visto l'Islanda... dopo aver camminato su quello che resta di tutto ciò che eravamo... voglio di più. Voglio una vita che abbia un senso, non solo una routine che mi impedisca di pensare.—
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Restammo in silenzio per un lungo momento. Il traghetto rollava leggermente sulle onde, e l'oblò mostrava un rettangolo di cielo che stava lentamente scurendo verso il tramonto. Da qualche parte, sul ponte superiore, sentimmo dei passi, voci lontane di altri passeggeri che parlavano in danese o in faroese, lingue che non capivamo ma che ci ricordavano che c'era un mondo là fuori, un mondo che continuava a esistere e a muoversi e a parlare mentre noi due eravamo sospesi in quella bolla di incertezza.
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— Ti amo, — dissi alla fine, e fu l'unica cosa che mi sembrò vera in quel momento. L'unica certezza a cui potevo aggrapparmi mentre tutto il resto vacillava.
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— Lo so, — rispose lei, e appoggiò la testa sulla mia spalla. — Ti amo anch'io. È per questo che ti sto dicendo queste cose. Perché non voglio svegliarmi tra dieci anni e rendermi conto che abbiamo sprecato la nostra vita a fare finta che tutto andasse bene.—
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— Non è fare finta, — protestai debolmente. — È... costruire qualcosa.—
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— Costruire cosa? — chiese lei, e la domanda era sincera, non retorica.
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— Non lo so, — ammisi. — Una casa. Una famiglia. Un futuro. Quelle cose che le persone normali costruiscono.—
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— Noi non siamo persone normali, Sasha. Non lo siamo più. Forse non lo siamo mai stati. Abbiamo perso tutto. Abbiamo attraversato un continente. Siamo tornati indietro a guardare in faccia la cosa che ci ha distrutto. Non possiamo pretendere di essere normali dopo tutto questo.—
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— E allora cosa siamo? — chiesi, e la domanda era vera, urgente, carica di un bisogno di definizione che non avevo mai sentito così forte.
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Lei sollevò la testa dalla mia spalla e mi guardò negli occhi. — Siamo quelli che sono sopravvissuti. Quelli che sono tornati. Quelli che hanno visto il fuoco e non sono scappati. Non so cosa significhi esattamente. Non so cosa dobbiamo fare con questa consapevolezza. Ma so che non possiamo ignorarla. Non possiamo far finta che quel viaggio non sia successo.—
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— Non voglio ignorarlo, — dissi. — Ma non voglio nemmeno che diventi l'unica cosa che definisce chi siamo. Abbiamo anche altro, Iya. Abbiamo i nostri lavori, le nostre abitudini, le nostre passeggiate al lago. Abbiamo costruito qualcosa insieme. Non voglio buttarlo via.—
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— Nemmeno io, — disse lei, e la sua voce era più dolce adesso, più morbida. — Non voglio buttare via niente. Voglio solo... non lo so. Forse voglio solo che ne parliamo. Che non diamo per scontato che la vita che abbiamo a Nettetal sia l'unica possibile. Che ci siano altre opzioni.—
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— Quali opzioni? — chiesi, e questa volta la mia voce era aperta, disponibile all'ascolto, non più sulla difensiva.
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— Non lo so ancora, — ammise lei. — Forse le Faroe, come abbiamo detto. Forse un'altra città, un altro lavoro, un'altra vita. Forse semplicemente restare a Nettetal ma vivere in modo diverso, con più consapevolezza, con più... non so come dirlo. Più verità.—
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— Più verità, — ripetei, assaporando la parola. — E quale sarebbe la verità?—
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— Che il mondo è finito e noi siamo ancora qui, — disse lei semplicemente. — Che tutto ciò che davamo per scontato può sparire in una notte. Che la normalità è un'illusione, ma forse possiamo costruire qualcosa di meglio. Qualcosa che non finga di ignorare la realtà.—
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— Non so se ne sono capace, — confessai. — Non so se voglio vivere con quella consapevolezza ogni giorno. A volte ho solo bisogno di dimenticare. Di fare finta che tutto vada bene. È l'unico modo che ho per andare avanti.—
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— Lo so, — disse lei, e mi strinse la mano. — E non ti sto chiedendo di cambiare. Non ti sto chiedendo di diventare qualcun altro. Ti sto solo chiedendo... di pensarci. Di non chiudere la porta a priori. Di lasciare aperta la possibilità che la nostra vita possa essere diversa da quella che abbiamo adesso.—
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— E se io volessi solo la vita che abbiamo adesso? — chiesi.
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Lei mi guardò a lungo prima di rispondere. — Allora ne parleremo ancora. E troveremo un compromesso. Perché io voglio stare con te, Sasha. Qualunque cosa succeda, qualunque strada prenderemo, voglio percorrerla con te. Ma ho bisogno di sapere che stiamo camminando nella stessa direzione. O almeno che stiamo guardando nella stessa direzione.—
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— E adesso non stiamo guardando nella stessa direzione? —
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Lei esitò. — Adesso stiamo guardando nella stessa direzione ma vediamo cose diverse. Tu vedi una stanza, un lavoro, del pane, del silenzio. Io vedo... qualcos'altro. Qualcosa che ancora non ha una forma precisa, ma che so che esiste.—
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— E non possono coesistere? — chiesi. — La tua ricerca di significato e il mio bisogno di normalità? Non possiamo avere entrambi?—
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— Forse sì, — disse lei, e per la prima volta da quando avevamo iniziato quella conversazione, vidi un barlume di speranza nei suoi occhi. — Forse è proprio questo il punto. Forse non dobbiamo scegliere tra una vita normale e una vita piena di significato. Forse possiamo trovare un modo per dare significato alla normalità. O per rendere normale la ricerca di significato. Non lo so. È per questo che dobbiamo parlarne. È per questo che dobbiamo pensarci insieme.—
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Mi alzai dalla cuccetta e andai all'oblò. Il mare era sempre lo stesso, grigio e increspato, con le onde che si infrangevano contro lo scafo della nave in un ritmo costante e ipnotico. In lontananza vidi una macchia più scura, forse un'isola, forse una nave, forse solo un'illusione ottica. Mi ricordai di quando ero bambino e guardavo il mare dalla finestra di casa mia a Jökulsárlón, cercando di immaginare cosa ci fosse oltre l'orizzonte. Non avevo ancora visto niente del mondo, allora. Non avevo ancora perso niente. Il mio orizzonte era ancora pieno di possibilità.
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— Mi manca Helena, — dissi all'improvviso, senza sapere perché lo stavo dicendo proprio in quel momento.
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Iya non rispose subito. Quando lo fece, la sua voce era dolce, priva di gelosia o di risentimento.
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— Anche a me. Me la sono ricordata quando eravamo nella caldera. Mi sono chiesta cosa avrebbe pensato di tutto questo. Se sarebbe stata orgogliosa di noi. Se avrebbe approvato quello che stiamo facendo.—
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— Cosa credi che avrebbe pensato? —
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Iya rifletté per un momento. — Penso che avrebbe voluto che fossimo felici. Che trovassimo il nostro modo di vivere, qualunque esso sia. Non credo che le sarebbe importato se scegliamo la normalità o l'avventura, purché scegliamo qualcosa che ci renda vivi.—
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— Tu ti senti viva? — le chiesi, voltandomi verso di lei.
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Lei sostenne il mio sguardo. — Sì. Mi sento più viva adesso di quanto non mi sia sentita negli ultimi due anni. Il viaggio in Islanda, la caldera, tutto quello che abbiamo visto... mi ha fatto sentire viva in un modo che avevo dimenticato. È come se per due anni avessi cercato di intorpidirmi, di non sentire niente, e adesso all'improvviso sento tutto. Il dolore, la bellezza, la paura, l'amore. Tutto insieme. È spaventoso, ma è anche... reale.—
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— E la normalità non ti fa sentire reale? —
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— La normalità mi fa sentire al sicuro, — disse lei. — Ma non viva. Non allo stesso modo.—
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Annuii lentamente. Capivo quello che diceva. Lo capivo fin troppo bene. Anche io mi ero sentito vivo nella caldera, più vivo di quanto non mi fossi sentito negli ultimi due anni messi insieme. Ma quella sensazione mi aveva anche terrorizzato. Mi aveva ricordato che la vita non era solo sopravvivenza, che c'era qualcosa di più grande e di più pericoloso là fuori, qualcosa che poteva distruggerti o renderti completo. E non sapevo se ero pronto ad affrontarlo.
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— Non dobbiamo decidere adesso, — dissi alla fine, tornando a sedermi accanto a lei. — Abbiamo ancora alcune ore di viaggio prima di arrivare in Danimarca. E poi il treno per la Germania. E poi Nettetal. Abbiamo tempo per pensarci.—
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— Sì, — convenne lei. — Abbiamo tempo.—
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— E qualsiasi cosa decideremo, — aggiunsi, prendendole la mano, — la decideremo insieme. Come abbiamo sempre fatto. Come abbiamo fatto finora.—
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Lei mi strinse la mano. — Insieme. — ripeté.
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Restammo così per un tempo che non saprei quantificare, mano nella mano, con il rumore del motore che faceva da sottofondo e l'oblò che lentamente si oscurava mentre il sole tramontava da qualche parte oltre le nuvole. Non avevamo risolto niente. Non avevamo preso decisioni. Ma avevamo parlato, e questo era già qualcosa. Era più di quanto avessi mai fatto con qualsiasi altra persona nella mia vita.
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Pensai a Helena, alla sua lettera, alle sue ultime parole. "Non avere fretta di avere un obiettivo, forse i tempi non sono ancora maturi. Costruisci la tua vita giorno per giorno." Forse era quello che stavamo facendo. Forse non dovevamo sapere esattamente dove stavamo andando. Forse era sufficiente sapere che ci stavamo andando insieme.
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Fuori dall'oblò, le prime stelle iniziavano a comparire nel cielo che si oscurava. Erano le stesse stelle che avevamo visto dall'Islanda, dalla Norvegia, dalla Germania, dalle Faroe. Stava a noi decidere sotto quale di quei cieli volevamo vivere. E forse, in fondo, non aveva nemmeno molta importanza. Perché ovunque fossimo andati, saremmo stati insieme. E questo, per adesso, era abbastanza.
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