Quella sera cenammo tutti e tre insieme.251Please respect copyright.PENANAtGzj8jnfNu
Come la famiglia che avevamo composto ritrovandoci a Bergen, dopo essere stati divisi in Islanda dall'inferno di Esjufjoll, dopo aver perso tutto, dopo aver ricominciato da zero in una casa che non ci apparteneva in una città che non ci voleva, solo che stavolta non eravamo a Bergen. Stavamo in un paese nuovo dell'Europa centrale del quale non sapevamo assolutamente nulla. Non ne conoscevamo le strade, non ne conoscevamo i suoni, non ne conoscevamo l'odore dell'aria la mattina presto, non ne sapevamo niente.
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Eppure in qualche modo, seduti attorno a quel tavolo di cucina che non era il nostro, con quel cibo che non era il nostro, in quella luce che non era la nostra, c'era qualcosa che assomigliava alla normalità. O perlomeno a ciò che ricordavamo essere la normalità, che ormai era diventata un ricordo sfocato, come una fotografia lasciata troppo tempo al sole.
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— Certo che nel corso dell'ultimo anno ne abbiamo passate tante e di ogni tipo, — constatò Hannah con un amaro sarcasmo che non era davvero sarcasmo, perché il sarcasmo richiede una certa leggerezza che in quel momento nessuno di noi possedeva.
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— Forse anche troppe, — disse Iya. — Vorrei un po' di normalità.—
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La disse guardando il piatto, girando il cibo con la forchetta senza mangiarlo, e in quella frase, vorrei un po' di normalità, c'era tutto il peso di una ragazza che aveva smesso di essere una ragazza molto prima di quanto avrebbe dovuto.
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— Forse qui per un po' staremo bene. — dissi.
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— Non facciamoci troppe illusioni. — rispose Hannah. — Ho l'impressione che per un po' l'instabilità sarà la nuova normalità.—
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— Quello che a me interessa al momento è che per un po' non ci siano nuove novità all'orizzonte.— dissi.
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— Da quando è successo quel disastro in Islanda sembra che neanche nel resto del mondo vada più bene, soprattutto quest'inverno. — disse Iya.
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— Ormai tanto vale abituarci alla nuova realtà. Non si sa se quest'anno ci saranno alcuni tipi di raccolti a causa di quello che la nebbia secca ha depositato al suolo attraverso le piogge.— disse Hannah. — Da quanto ho sentito.—
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Scossi la testa. Non perché non ci credessi, ci credevo fin troppo, ma perché avevo bisogno di un momento prima di dire quello che stavo pensando da settimane, da mesi forse, da quando avevo visto il primo cumulo di neve coprire una strada a Bergen e avevo capito che non sarebbe stata l'ultima.
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— Ho il sospetto che arriverà la guerra. — dissi.
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Le parole uscirono dalla mia bocca come pietre che cadono in un pozzo. Pesanti. Definitive. Senza eco.
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Hannah mi guardò e in quello sguardo lessi qualcosa che mi gelò, non sorpresa, non incredulità, ma conferma. Trovò conferma ai suoi peggiori dubbi, a quelli di cui si era rifiutata di parlare finora, a quelli che aveva tenuto chiusi in un cassetto della mente perché aprire quel cassetto significava ammettere che il mondo stava andando esattamente dove temeva.
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— Ne sono convinta anche io, — disse piano. — Ecco perché temo che stiamo per entrare in tempi oscuri.—
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— Non stiamo un po' esagerando? — chiese Iya. — Potrebbe anche essere che per qualche anno avremmo prezzi più alti e un po' di crisi economica, ma prima o poi ne usciremo fuori.—
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— Magari fosse così semplice, — disse Hannah, e la sua voce era gentile ma ferma, come quella di qualcuno che sta spiegando a un bambino qualcosa che il bambino non vuole sentire. — Storicamente, in tempi di recessione o crisi alimentare, le nazioni più forti hanno sempre invaso quelle più deboli. Non credo che faremmo eccezione questa volta.—
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— Per il momento preferisco non pensarci.— dissi. — Ma se dovessi avere il sentore che qualcosa del genere dovesse arrivare, sarà meglio preparare dei piani di emergenza.—
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— Ma se arriverà la guerra, pure tu sorella sarai reclutata, vero? — chiese Iya.
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La domanda rimase sospesa nell'aria come il fumo di una candela che si spegne. Hannah non rispose subito. Guardò Iya, poi guardò me, poi guardò il tavolo.
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— Purtroppo credo di sì. Non avevo pensato a questo aspetto quando ho deciso di arruolarmi.—
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— Puoi sempre disertare. — dissi.
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— Di questi tempi disertare equivale alla legge marziale. — disse Hannah senza alzare lo sguardo.
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— Non ci avevo pensato. Scusa.—
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— Per il momento tuttavia le cose potrebbero semplicemente andare come ha descritto Iya, — disse Hannah, e questa volta mi guardò con un'espressione che cercava di essere rassicurante ma che non lo era del tutto. — Tuttavia meglio non abbassare la guardia.—
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La discussione si protrasse per buona parte della sera, e poi per buona parte della notte. Era da un po' che non eravamo uniti, tutti e tre nella stessa stanza, nello stesso momento, a parlare delle stesse cose, e tanto valeva approfittarne. Perché nessuno di noi sapeva per quanto sarebbe durato.
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Ad un certo punto Hannah si alzò.
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— Faccio due passi fuori. — disse.
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— Vengo anch'io. — dissi.
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Iya preferì andare a dormire, si sentiva troppo stanca, disse, e dal modo in cui lo disse capii che non era solo stanchezza fisica. Era stanchezza di tutto, di viaggi, di cambiamenti, di notti passate in posti che non le appartenevano, di mattine in cui si svegliava e per un istante non sapeva dove fosse.
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Indossai la giacca che Hannah mi aveva procurato. Lei fece la stessa. Ci avviammo verso l'uscita.
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Chiusi silenziosamente la porta alle mie spalle, non volendo svegliare gli altri residenti nei loro appartamenti accanto al nostro, e scendemmo le scale. I gradini di pietra scivolavano sotto i nostri passi, e il suono sembrava amplificato nel silenzio del caseggiato, come se ogni passo fosse un evento.
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Uscimmo.
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Fuori c'era una fitta nebbia, non la nebbia secca che aveva devastato l'Europa continentale qualche mese prima, quella che uccideva i raccolti e avvelenava il suolo, ma una nebbia normale, invernale, fatta di umidità e freddo. Eppure vederla mi fece qualcosa allo stomaco, un'immagine che si era stampata nella mente e che non se ne voleva andare.
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Fortuna voleva che almeno qui l'illuminazione pubblica fosse ancora attiva, nonostante i razionamenti. I lampioni proiettavano coni di luce giallastra nella nebbia, creando pozze di visibilità in un mare di opacità.
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Mi guardai attorno.
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— Destra o sinistra? — mi chiese Hannah. — Questo posto lo conosco quanto te.—
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— Propongo la destra. Sembra che ci sia una piazza in quella direzione, — dissi guardando in lontananza, dove la nebbia si diradava appena abbastanza da lasciar intravedere uno spazio aperto.
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Arrivammo in una grande piazza, in parte adibita come area pedonale, in parte come area di sosta dove parcheggiavano gli autobus. Di notte era vuota. Non c'era nessuno, solo i sedili dei bus illuminati da luci interne, le fermate deserte, i marciapiani coperti di una sottile patina di ghiaccio che brillava sotto i lampioni come zucchero filato.
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Camminammo in silenzio per un po'. Poi Hannah si fermò.
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— Ti manca Helena? — mi chiese all'improvviso.
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Non era una domanda. Era un'affermazione pronunciata con il tono di chi già conosce la risposta ma ha bisogno di sentirlo detto, come se le parole potessero confermare qualcosa che il cuore già sa.
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— Sinceramente ci penso tutti i giorni a lei. — le risposi. — Tuttavia ormai questo non mi impedisce di andare avanti con la mia vita. Posso chiederti perché mi hai fatto questa domanda?—
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— Non abbiamo quasi mai parlato di lei. — disse Hannah. — Anche se è mia sorella. Devo dire che mi manca averla accanto quando mi dava consigli su problemi di vario tipo.—
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Si fermò vicino a una panchina. Non si sedette. Rimase in piedi con le mani in tasca e lo sguardo fisso sulla nebbia oltre i lampioni.
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— Io spesso penso invece a quando siamo andati con la mia motoslitta tra le nevi di Vatnajökull, — dissi. — Sulla caldera di Grímsvötn. È stata una bella avventura, anche se ci siamo in parte fusi le scarpe sulle rocce camminando dentro la caldera. Infine siamo andati a vedere le grotte di ghiaccio.—
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Feci un sorriso ironico al ricordo, le scarpe mezze sciolte, il freddo che entrava dai buchi nella suola, Helena che rideva mentre io maledicevo la mia stupidità per aver scelto quel percorso. Un ricordo piccolo, insignificante, eppure, come tutti i ricordi di Helena, prezioso oltre ogni misura.
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Hannah mi ascoltò con attenzione mentre parlavo e descrivevo i dettagli di quella giornata, il colore della roccia vulcanica, il vapore che usciva dalle fumarole, il silenzio enorme della caldera, il modo in cui il ghiaccio delle grotte filtrava la luce creando riflessi turchesi che sembravano appartenere a un altro pianeta.
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Quindi sorrise.
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— Non mi sorprende che fosse così felice quando era con te.—
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Ci sedemmo su una panca. Il freddo del metallo attraversò il tessuto dei miei pantaloni come un ago, un freddo vivo, puntuale, che mi ricordava che eravamo seduti all'aperto in una città che non ci apparteneva, nel mezzo di una notte che non sapevamo cosa ci avrebbe portato.
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Hannah parlò.
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— Quando eravamo piccole — iniziò, e la sua voce era cambiata, era diventata più morbida, più lenta, come se stesse camminando su un terreno che conosceva ma che non calpestava da tanto tempo, andammo a pattinare su un lago ghiacciato poco fuori da Jökulsárlón. Tuttavia non avevamo tenuto conto dello spessore del ghiaccio in alcuni punti, ed Helena cadde sotto il ghiaccio che si ruppe sotto di lei.
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— Questo non me lo ha mai raccontato. — dissi.
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— Alla fine riuscimmo a tirarla fuori. Però per due settimane non uscì dall'ospedale. Mi sono sempre sentita in colpa per quello che era successo. Credevo di averla persa. Ero stata io a insistere per andarci.—
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Il freddo della panchina non era niente rispetto al freddo che sentii nel petto ascoltando queste parole. Non perché fossero scioccanti, erano il tipo di cose che succedono, che sono successe sempre, a milioni di fratelli e sorelle in tutto il mondo, ma perché le diceva Hannah, e perché le diceva a me, e perché mentre le diceva la sua voce tremava appena su alcune parole, come se dopo tutto quel tempo il ghiaccio sotto cui era caduta Helena fosse ancora lì, sotto la superficie, freddo e profondo come allora.
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— Eri solo una bambina, — le dissi. — Chiunque lo sarebbe stato. Ma non è colpa tua.—
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— Lo so. Ma è una cosa che mi è rimasta dentro per molto tempo.—
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— Quanti anni avevi?—
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— Nove.—
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Fece una pausa. Poi:
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— Quando pochi giorni fa siamo arrivati a Bergen e vi ho visto in quelle condizioni, privi di conoscenza, senza reagione, con il caminetto spento e il monossido che vi stava lentamente uccidendo, per un istante ho rivissuto quel momento. Il momento in cui ho visto Helena sparire sotto il ghiaccio. Solo che stavolta non riuscivo a tirarvi fuori. Stavo per perdervi anche voi.—
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Portai automaticamente un braccio attorno al suo collo e l'attirai a me. Lei colse quell'attimo di tranquillità per poggiare la testa sulla mia spalla. Sentii il suo peso, leggero, fragile, il peso di qualcuno che era stata forte per troppo tempo e che in quel momento ricordava a se stessa di non esserlo.
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La baciai sulla testa. I suoi capelli sapevano di freddo e di qualcosa di dolce che non riuscii a identificare, forse shampoo, forse solo il ricordo di qualcosa che un tempo era normale.
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— Vorrei tanto fare due passi indietro di due anni, — sussurrò Hannah fissando il vuoto davanti a sé. — Quando le cose erano tutte più semplici e non c'erano tutte queste preoccupazioni.—
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— In poco più di un anno siamo diventati tutti più adulti come a trenta. — osservai.
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— Abbiamo cambiato vita tre volte. — disse lei.
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— Speriamo che Iya abbia ragione.—
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— Per tutti lo penso anche io. Ma è meglio prepararsi al peggio.—
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Ci alzammo. Era tardi. Il freddo stava diventando insopportabile anche per chi era abituato al freddo. Ora di tornare a casa, se casa era la parola giusta per quel monolocale al terzo piano di un caseggiato in una città che non sapevamo nominare.
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— Tu dove dormi? — le chiesi ricordandomi all'improvviso che nel mio appartamento c'erano solo due letti.
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— Ho affittato una stanza in un ostello qui vicino.—
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— Se vuoi questa sera posso dormire sul divano e tu sul mio letto. È tardi.—
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Hannah esitò. La vidi pesare la proposta, non per il divano, non per il letto, ma per cosa significava. Dormire lì significava restare. Restare un'altra notte. Restare un po' di più in quel frammento di famiglia che avevamo costruito con le mani sporche di neve e i cuori pieni di buchi.
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— Va bene.—
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Ci dirigemmo verso il mio appartamento. Camminando piano, con lo sguardo sul marciapiede, notai i cristalli di ghiaccio della neve che brillavano nella luce dei lampioni, piccoli punti di luce bianca, minuscoli diamanti effimeri che sarebbero scomparsi al primo raggio di sole, e che invece in quella notte senza stelle sembravano essere le uniche cose luminose al mondo.
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— Non ti ho ancora ringraziata per tutto ciò che hai fatto per noi. — dissi. — A quest'ora non saremmo qui.—
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— Non devi neanche farlo. In un modo o nell'altro siete la mia famiglia. Tu avresti fatto lo stesso.—
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Rimasi in silenzio per un lungo istante. Poi mi fermai appena prima della porta d'ingresso dell'appartamento.
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La guardai negli occhi. Quegli occhi di ghiaccio che avevo imparato a conoscere, che avevo visto piangere, che avevo visto ridere, che avevo visto brillare di determinazione e che ora mi guardavano con qualcosa di tenero che non mi aspettavo.
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— Ti voglio bene, Hannah.—
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Lei sorrise. Un sorriso breve, vero, che le illuminò il viso per un istante prima di sparire.
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— Su, entriamo. Sto gelando.—
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Quella notte mi ritrovai da solo nella mia vecchia camera da letto a Jökulsárlón.
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Nella mia casa. Quella in cui abitavo con mia madre.
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Fuori dalla finestra stava nevicando, fiocchi larghi e lenti che scendevano come piume, silenziosi, come se il tempo si fosse fermato. Sicuramente era pieno inverno, lo sentivo dall'aria che entrava dalla fessura della finestra, dal modo in cui la luce della stanza era di quel colore blu-grigio che ha solo l'inverno islandese quando il sole non si alza da settimane.
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Capii da solo di ritrovarmi in un sogno. Non perché ci fosse qualcosa di irreale, tutto era perfettamente reale, ogni dettaglio era al suo posto, il libro sulla scrivania, la coperta sul letto, il poster della costellazione di Orione sulla parete di fronte, ma perché sapevo che quella camera non esisteva più, che quella casa non esisteva più, che quella vita non esisteva più. Eppure ero lì.
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Mi voltai.
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E mi ritrovai faccia a faccia con Helena.
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Era seduta sulla sponda del mio letto. Stava sorridendo. Quello stesso sorriso che mi faceva ogni volta che mi guardava in un certo modo, non un sorriso grande, non un sorriso appariscente, ma un sorriso piccolo, leggero, che le si formava agli angoli della bocca e le illuminava gli occhi scuri come una candela accesa in una stanza buia.
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— Ehi. — disse.
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— Credevo di avere mille cose da dirti. — farfugliai. E era vero, in quel momento mi sembrava di avere un intero oceano di parole che volevano uscire tutte insieme, mille frasi incompiute, mille pensieri che non avevo mai pronunciato, mille volte in cui avevo voluto chiamarla e non l'avevo fatto, mille sogni in cui la vedevo e la raggiungevo e mi svegliavo con le mani vuote.
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— Lo so.— disse.
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Quindi si alzò, venendomi incontro, e mi abbracciò.
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Non so quanto durò quell'abbraccio. Un istante. Un'eternità. Il tempo nei sogni non funziona come nel mondo reale, si allunga, si contrae, si piega su se stesso come un foglio di carta. Sentii il suo corpo contro il mio — caldo, reale, presente, e il profumo dei suoi capelli, e il battito del suo cuore attraverso il tessuto dei vestiti, e le sue mani sulla mia schiena, e tutto era così perfettamente, dolorosamente reale che per un istante dimenticai che stavo sognando.
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Non sapevo cosa dire. Sentii un groppo in gola, qualcosa di caldo e denso che saliva dallo stomaco e mi impediva di respirare.
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Quindi si staccò e mi guardò dritto negli occhi.
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Erano lacrime quelle che vedevo sulle sue ciglia? Piccole gocce che brillavano nella luce grigia della stanza come cristalli minuscoli, come la neve fuori dalla finestra, come tutto ciò che è bello e che non si può trattenere.
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— Ascolta, — disse, e la sua voce era calma, ferma, la voce di qualcuno che ha capito qualcosa di grande e che sta cercando di spiegarlo in poche parole — è andata così. È andata così per tutti. Bisogna andare avanti. Chi si guarda indietro è perduto.—
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— Non posso dimenticarti. — dissi.
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Lei sorrise.
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— Mica devi farlo. Io sono sempre parte di te, — ovunque sarai e andrai. Prenditi cura della nostra famiglia.—
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— E tu? — le chiesi istintivamente, incapace di staccarmi definitivamente da quell'abbraccio, incapace di accettare che quel momento stesse finendo, che lei stava per sparire di nuovo, che mi sarei svegliato e le mie mani sarebbero state di nuovo vuote.
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— Io, — lei rise, e quella risata fu la cosa più bella e più dolorosa che avessi mai sentito — qui c'è una bella vista da questa camera. E sai, ho sempre adorato i cristalli.—
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Disse riferendosi alla mia collezione di minerali, quella che tenevo sulla mensola sopra la scrivania, quella che avevo iniziato da bambino e che avevo portato con me in ogni casa in cui avevo vissuto, quella che probabilmente adesso era sepolta sotto due metri di neve a Bergen, o sotto la cenere a Jökulsárlón, o chissà dove.
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Mi svegliai all'improvviso sul divano.
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A tarda notte. Nel mio nuovo appartamento. A Nettetal. In Germania.
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Per un momento, un istante breve, confuso, doloroso, mi aspettai di essere sul divano di Bergen. Di sentire il freddo che entrava dalle finestre, di sentire il vento che ululava, di sentire Iya che respirava nel letto accanto. Invece sentii il silenzio di una città sconosciuta, e vidi il soffitto di un monolocale che non mi apparteneva, e mi resi conto che ero in un posto nuovo, ancora una volta, e che il sogno che avevo appena fatto era finito, e che Helena non c'era.
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Non me ne accorsi subito, ma avevo gli occhi umidi. Avevo pianto durante il sonno?
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Mi alzai in piedi scalzo, attento a non fare rumore, attento a non svegliare nessuno, Hannah dormiva nel mio letto, Iya nell'altro, e mi avvicinai alla finestra.
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Fuori era ancora buio. Nel cielo non c'erano stelle, la nebbia le nascondeva, come un lenzuolo steso sopra il mondo ma stava schiarendo. All'orizzonte, in lontananza, intravedevo la sagoma scura dei picchi della cattedrale che si stagliava su un debole rossore, il primo accenno dell'alba, la prima promessa che la notte sarebbe finita, che il sole sarebbe tornato, che qualcosa di nuovo sarebbe cominciato.
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Forse dopotutto, pensai, era il caso di dare ascolto a qualcuno.
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Alle parole di Helena. Alla voce di Hannah. Al silenzio di Iya che dormiva nell'altro letto.
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Forse era il caso di smettere di guardarsi indietro.
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Forse era il caso di andare avanti.
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I cristalli di ghiaccio sul marciapiede lì fuori stavano iniziando a brillare, debolmente, appena percettibilmente, sotto i primi raggi di luce che filtravano attraverso la nebbia. Piccoli punti di bianco. Minuscoli diamanti effimeri.
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Come quelli della mia collezione perduta.
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Come quelli degli occhi di Helena.
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Come tutto ciò che è bello e che non si può trattenere, ma che non per questo smette di brillare.
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