I giorni successivi nuvole color acciaio si inseguivano lente nel cielo, basse, pesanti, come piastre di metallo che qualcuno avesse dimenticato sopra il mondo. Le temperature restavano sotto lo zero ma certamente erano più sopportabili rispetto a quelle che avevamo sperimentato in Norvegia, non era il freddo che ti tagliava il respiro, non era il freddo che ti uccideva in mezz'ora, era un freddo più civile, più tollerabile, il freddo di un inverno che almeno rispettava le regole.
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Hannah partì una mattina presto, con lo zaino in spalla e l'uniforme dell'Unione Nordica addosso. Si raccomandò di essere tenuta aggiornata sugli sviluppi. Mi abbracciò, un abbraccio breve, forte, che sapeva di addio anche se non lo era, non del tutto, poi guardò Iya, le carezzò una guancia con il dorso della mano, e se ne andò.
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Restammo solo io e Iya.
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E iniziai subito a cercarmi un lavoro.
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Iya nel frattempo veniva con me quando uscivo, non per necessità, ma per farsi un'idea di come era fatto il posto in cui vivevamo ora. Non se la sentiva ancora di andarsene in giro da sola per una città in un paese straniero di cui non sapevamo praticamente nulla, la lingua, le abitudini, i volti della gente, tutto era estraneo, tutto richiedeva una mappa che non avevamo. E così camminavamo insieme, io con le mie domande di lavoro e lei con i suoi occhi curiosi che guardavano tutto come se fosse la prima volta che vedeva il mondo.
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C'erano molti negozi chiusi da tempo, le vetrate coperte di cartone o compensato, le insegne sbiadite, i marciapiedi davanti vuoti come denti mancanti in una bocca. I centri commerciali avevano le inferriate anti-sommossa, chiara evidenza del periodo di disordini sociali che questa nazione, come molte altre, aveva attraversato nel recente passato. Ci furono momenti in cui, camminando lungo certe strade, mi sembrava di vedere l'ombra di ciò che era successo, le immagini che si formavano da sole nella mente: vetri rotti, macchine incendiate, corse disperate sotto la neve. Ma era tutto finito. O perlomeno, quello era quello che dicevano.
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Mi informai su quanto era successo nell'ultimo anno. Quello che appresi non fu bello.
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Pure qui era arrivata la nebbia, quella strana nebbia secca che aveva causato tanti disagi alla popolazione oltre che un crollo della resa agricola non solo in Germania ma su tutto il continente. Poi era seguito questo inverno rigido e nevoso, e le cose erano drasticamente peggiorate tra tremende ondate di freddo e nevicate eccezionali. Proteste, insurrezioni, drastico aumento dei prezzi. Centinaia di migliaia di morti in tutta la Germania, una cifra che mi fece fermare per un istante, perché centinaia di migliaia di morti in una sola nazione significava qualcosa che la mente fatica a contenere.
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Il Cancelliere aveva intrapreso misure drastiche e dispiegato l'esercito. Nel contempo erano drasticamente aumentate le importazioni commerciali dalle nazioni del sud del mondo, non colpite dalla calamità di Esjufjoll, e tutto ciò aveva contribuito provvisoriamente, almeno in parte, a stabilizzare la situazione.
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Guardandomi in giro mi resi conto di qualcosa che fino ad allora non avevo notato. Molti pali della luce mostravano strani segni di corrosione, non la ruggine normale, non l'usura del tempo, ma qualcosa di diverso, un'erosione irregolare che scavava il metallo lasciando striature sottili e profonde. Similmente a molti cartelli stradali, che presentavano le tipiche tracce delle gocce di pioggia che scorrono sul metallo quando cadono dal cielo, solo che quelle tracce erano troppo evidenti, troppo estese, troppo simili a cicatrici.
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Pioggia acida.
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Anche in Europa era arrivata l'ombra maledetta di Esjufjoll. Quando quella nebbia carica di sostanze acide aveva invaso il Vecchio Continente, aveva portato con sé qualcosa che non se n'era andato, si era depositata sul suolo, era entrata nelle piogge, aveva corroso i metalli e avvelenato la terra. Esjufjoll non aveva distrutto solo l'Islanda. Aveva infettato mezzo mondo.
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La settimana successiva al nostro arrivo, dopo aver portato domande di lavoro in diverse industrie della zona, ricevetti una notifica tramite cellulare di presentarmi per un colloquio.
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Ciò che mi sorprese fu la rapidità. Il giorno successivo al colloquio, con un tedesco che parlava un pesante accento inglese e che mi aveva guardato più volte come se volesse leggere qualcosa dietro i miei occhi, venni assunto.
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La Corporation chiamata Rheinmetall mi fece firmare un contratto nella produzione industriale di stampi in metallo fuso. Mi venne insegnata la procedura, compresa una certa assistenza nei primi giorni, così come l'attrezzatura: casco protettivo, indumenti a prova di calore, occhiali protettivi. Fu così che iniziai a lavorare su due turni settimanali.
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C'era da riconoscere che si trattava di un lavoro estremamente pesante. Il calore dei forni era opprimente, il rumore delle macchine assordante anche con le protezioni auricolari, e alla fine di ogni turno il corpo mi doleva in punti che non sapevo nemmeno di avere. Tuttavia se volevo sopravvivere in questo paese in cui mi ero improvvisamente ritrovato non avevo molte alternative.
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Una settimana terminavo alle due del pomeriggio. Quella successiva alle dieci di sera. Era sempre meglio che non avere nulla in mano.
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Poco alla volta il morale di me e Iya iniziò a salire. Cominciammo a fare ipotetici progetti, come sarebbe potuto essere l'estate se le cose si fossero stabilizzate, cosa avremmo fatto, dove saremmo andati. Persino valutammo di ritornare in Islanda per vedere cosa restava di Jökulsárlón, ammesso che qualcosa fosse realmente rimasto.
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Restava il dubbio di cosa riservasse l'incerto futuro, nel quale l'attuale presente sembrava lasciare poco spazio all'ottimismo. Ma almeno, almeno per un po', avevamo smesso di avere solo paura.
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Finché, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, iniziai a comprendere ciò che veniva prodotto alla Rheinmetall.
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Non erano tanto beni civili quanto piuttosto stampi in metalli di pezzi per attrezzature militari.
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Non rimasi sorpreso. Saperlo era invece una conferma dei tempi attuali, la Germania si stava riarmando e l'industria funzionava a pieno regime. Ogni giorno, nei forni della Rheinmetall, si fondevano metalli che sarebbero diventati parti di qualcosa che non avevo alcuna voglia di nominare.
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Questo mi fece presagire ciò che Hannah aveva sospettato in precedenza. La Germania si stava preparando per la guerra. E con una certa inquietudine iniziai di nuovo ad aver paura per il futuro. Le uniche domande che restavano senza risposta erano dove e quando.
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Quella sera di metà marzo stavo dirigendomi verso il mio appartamento sotto una leggera nevicata, l'ultima, forse, prima che il freddo si arrendesse, quando aprii la porta e trovai Iya seduta scalza sul divano che guardava notizie sul cellulare.
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— Brutte notizie, — disse senza salutarmi. — Hannah aveva ragione. Ma almeno non qui.—
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— In che senso? Cosa intendi? — le chiesi con una strana sensazione addosso, quella sensazione che ti prende quando sai che quello che stai per sentire cambierà qualcosa, ma non sai ancora cosa.
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— La Repubblica Comunista Cinese ha avviato un'operazione militare su larga scala in Australia.—
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Questa sì che era una notizia senza precedenti.
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Sfogliai il mio cellulare e iniziai a leggere. In sintesi: nel corso della notte australe le infrastrutture militari australiane erano state attaccate da sciami di droni ipersonici, impossibili da intercettare. Dopo una serie di attacchi aerei era iniziata un'invasione militare su larga scala delle principali città costiere australiane da parte dei cinesi.
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— Che senso ha tutto questo? — pensai ad alta voce.
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— La risposta mi sembra ovvia. — rispose Iya.
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— Forse per te, ma non per me.—
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— La nebbia secca deve essere arrivata fin da loro. Di conseguenza è molto probabile che con il loro miliardo e mezzo di persone da sfamare… — non terminò la frase. Non ne aveva bisogno.
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— …hanno invaso uno dei territori più grandi e meno popolati dell'emisfero australe, dove l'impatto della nebbia secca non è quasi mai arrivato. — dedussi terminando la frase al posto suo.
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— Già. — osservò Iya.
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La notizia si diffuse a macchia d'olio. Tuttavia nessuno rimase sorpreso dal totale silenzio da parte delle altre nazioni. Il mondo stava affrontando problemi molto più grandi, e probabilmente la guerra Sino-Australiana era solo una pericolosa scintilla di quello che poteva già succedere in altre parti del globo.
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Io e Iya avevamo compreso da tempo quanto i tempi fossero diventati pericolosi. Anche Hannah l'aveva capito. Era possibile che fossimo entrati in un'epoca fatta di conflitti e disordini.
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Tuttavia, come di consueto, preferimmo continuare a mantenere il ritmo delle nostre vite costante, nonostante un continente dall'altra parte del globo stesse bruciando.
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Lentamente il gelo di marzo iniziò ad attenuarsi. E vennero le piogge.
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Non piogge leggere. Piogge torrenziali, acquazzoni che si abbattevano sulla città con una violenza che sembrava voler lavare via qualcosa, come se il cielo volesse ripulirsi di tutto ciò che aveva accumulato nei mesi precedenti. Poco alla volta gli enormi banchi di neve con cui Nettetal aveva convissuto durante l'inverno iniziarono a ritirarsi, sciogliendosi in ruscelli fangosi che scorrevano lungo i marciapiedi e nelle strade.
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Passarono due settimane abbondanti. Il cielo era sempre coperto, ma gli alberi della piazza vicino al nostro appartamento iniziarono a spuntare le prime foglie, piccole, tenere, di un verde così chiaro da sembrare quasi giallo, e l'erba lungo i marciapiedi iniziò a crescere.
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Il paesaggio in poche settimane era completamente cambiato. Dove prima c'era solo il bianco della neve, ora il verde stava prendendo il sopravvento sui tetti, nei vasi sui balconi, lungo i bordi delle strade, ovunque. Era quasi irreale, come se qualcuno avesse cambiato il colore del mondo con un interruttore.
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La primavera stava entrando nel vivo. Ma assieme ad essa la mia inquietudine continuava a salire. Avevo davvero il timore che la Germania si stesse preparando per entrare in guerra, questo sommato al fatto che la guerra Sino-Australiana aveva esacerbato i prezzi delle materie prime esportate, aumentando le tensioni a livello economico in Europa.
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Mi capitò una volta di leggere per caso il titolo di un giornale: la Volkswagen stava progettando di convertire i suoi stabilimenti in disuso per la produzione di carri armati e altri tipi di veicoli blindati.
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Chiaramente ci trovavamo in un periodo pre-guerra. Ormai non avevo più dubbi. La vera domanda era verso quale destinazione.
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Aggiornai Hannah. I suoi dubbi sulla possibilità di una guerra stavano trovando la loro peggiore conferma, l'Europa era attraversata da venti di guerra. Per contro lei, dall'Estonia, quelle rare volte che mi scriveva, mi confermava che anche lì stavano girando strane voci, che le nazioni nordiche si stavano riarmando.
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Aprile si fece sempre più vicino. Le giornate si stavano allungando.
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Io e Iya avevamo preso l'abitudine di fare lunghe passeggiate serali lungo le vie di Nettetal, giusto per farci un'idea di come era strutturata questa città, per saperci orientare, per muoverci liberamente in un posto che ancora non sentivamo nostro.
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Le temperature erano rimaste miti e il paesaggio stava rapidamente rinverdendo, ogni giorno un po' di più, come se la natura stesse cercando di recuperare il tempo perduto, di coprire con il verde le cicatrici che l'inverno aveva lasciato.
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A un chilometro dal nostro appartamento c'era un piccolo lago naturale dal diametro di poco più di un chilometro e mezzo, circondato dai boschi. Come scoprimmo in seguito, Nettetal era stata costruita su una vasta pianura alternata da chilometri e chilometri di foreste, campi coltivati e cittadine. La maggior parte del territorio tedesco si trovava in pianura, un paesaggio che non aveva nulla a che vedere con le montagne e i fiordi della Norvegia, e ancora meno con i ghiacciai dell'Islanda. Era un mondo piatto, dolce, orizzontale, e in qualche modo questo mi disorientava più di quanto non avessi previsto.
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Appena dopo cena io e Iya ci facevamo una camminata sulle strade poco illuminate lungo le sponde del lago. Dopo aver attraversato una piccola porzione di bosco, alberi che non riconoscevo, odori che non mi appartenevano, uccelli il cui canto non sapevo identificare, ci sedevamo su una panca guardando le acque placide del lago e scambiandoci poche parole.
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Quella sera l'aria era umida ma uscimmo comunque con indosso il maglione. Il cielo era parzialmente nuvoloso ma si riusciva comunque a vedere le stelle nel cielo blu chiaro delle ultime luci dopo il tramonto, la stessa luce che avevo visto in Islanda, in Norvegia, ovunque, e che invece qui sembrava diversa, più dolce, meno cruda.
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Seduti sulla solita panca, l'uno accanto all'altra, nella semi-oscurità restammo per qualche lungo istante in silenzio a osservare le increspature sulla superficie del lago, piccole onde generate da un leggero venticello che soffiava senza preavviso e poi si fermava, come un respiro.
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— Secondo te c'è vita lassù da qualche parte? — mi chiese Iya.
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La domanda mi colse alla sprovvista. E allo stesso tempo stimolò uno strano senso di déjà-vu che mi costrinse a voltarmi verso di lei, quasi per assicurarmi che fosse stata proprio lei a farmi quella domanda. La stessa domanda. Quasi le stesse identiche parole. Quella che Helena mi aveva fatto sdraiati tra le nevi in Islanda, quella sera in cui ci eravamo persi l'uno nell'altra guardando le stelle.
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Guardai Iya. I suoi occhi verdi erano fissi sul cielo, e in quella luce fioca sembravano più profondi del solito, pozzi che riflettevano le stelle e che al tempo stesso nascondevano qualcosa che non riuscivo a vedere.
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Risposi automaticamente.
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— Conta quante stelle ci sono e scoprirai quante possibilità ci sono. Sicuramente niente di simile a noi. Secondo te invece?—
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— Perché no, — scosse le spalle Iya. — Alla fine siamo un granello di sabbia in un oceano infinito.—
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— Lo credo anche io. Probabilmente in questa eternità stellata ci sarà più di una possibilità che qualcuno finisca in un incendio cosmico di qualche stella o nel gelo eterno. — mormorai.
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— Che pensiero tragico. — disse Iya. — Ma ci sta come ragionamento. Immagina come sarebbe vivere sulla Luna.—
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— Non credo che l'idea mi entusiasmerebbe. Certo, il cielo sarebbe sempre nitido e stellato, ma sarebbe terribile come vita.—
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— Perché?—
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— Perché lassù c'è il vuoto. La solitudine, quella vera, che non immagineresti nemmeno nel sogno più disperato.—
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— Sei un po' melodrammatico. — osservò Iya.—
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— Ammetto che il mio carattere è sempre stato un po' malinconico. — dissi.
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In lontananza, all'orizzonte, un fulmine illuminò per un istante le nuvole, una luce bianca, secca, che squarciò il cielo come una cicatrice e poi svanì. Qualche secondo dopo arrivò il tuono, attutito dalla distanza, come un brontolio lontano che sembrava venire da sotto la terra.
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Restammo in silenzio. Un silenzio complice, non il silenzio imbarazzato di chi non sa cosa dire, ma il silenzio di chi non ha bisogno di dire nulla, il silenzio in cui le parole sono sostituite da qualcosa di più sottile, di meno definibile.
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Ad un tratto sentii la mano di Iya cercare la mia.
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Le sue sottili dita scivolarono tra le mie nel buio, un gesto leggero, quasi casuale, eppure niente di quello che successe in quel momento fu casuale. La guardai, sorpreso, ma nella semi-oscurità vidi a malapena che era voltata nella mia direzione. I suoi occhi, quegli occhi verdi che Helena non aveva, che Hannah non aveva, che appartenevano solo a lei, mi cercavano nell'ombra.
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Poi si avvicinò.
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Non dissi nulla. Non riuscivo a pensare, o forse pensavo troppo, troppa roba tutta insieme, il ricordo di Helena che faceva la stessa domanda, il profumo dei capelli di Iya che si avvicinava, il lago che brillava sotto le stelle, il fulmine che aveva illuminato il cielo un istante prima come un presagio, e tutto si mescolava in un rumore bianco che mi impediva di distinguere una cosa dall'altra.
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Silenziosamente il suo viso si fece più vicino. Per un istante intravidi le sue labbra socchiuse venirmi incontro, non come era successo con Helena quella prima volta, non come era successo con Hannah, ma in un modo suo, diverso, più esitante e allo stesso tempo più determinato, come se avesse preso una decisione molto prima di quella sera e avesse solo aspettato il momento giusto.
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Poi un sospiro. E un lungo istante di silenzio, un istante che conteneva tutto ciò che eravamo stati e tutto ciò che saremmo potuti essere.
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Le dita di Iya si intrecciarono tra le mie.
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Nessuno vide nulla. Quel bacio rimase silenzioso nella sera di quella terra straniera mentre ragnatele di luce solcavano l'orizzonte, altri fulmini, lontani, che accendevano il cielo a frammenti e poi lo spegnevano, come qualcuno che accende e spegne una luce per chiamare qualcuno che non viene.
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Dopo un eterno istante in cui avevo respirato il profumo dei suoi capelli, un profumo diverso da quello di Helena, più dolce, più fresco, come erba bagnata, Iya con uno schiocco si staccò da me.
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Restammo lì. Le dita ancora intrecciate. Il lago immobile. Il cielo che tremolava.
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— Questo può restare qui, stasera, o venire con noi. — mi sussurrò vicina, con una voce che non le avevo mai sentito prima, più bassa, più vera, più nuda.
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Poi aggiunse:
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— Resta con me, Sasha.—
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