Il tempo si era schiarito rivelando un cielo terso, ma il vento freddo soffiava da nord-ovest, sottile ma tagliente, portando ancora con sé fiocchi di neve radi della perturbazione non lontana. Non una tempesta, niente di così rumoroso e drammatico. Solo un vento sottile, quasi elegante nella sua crudeltà, un alito di ghiaccio che ti entrava sotto i vestiti e ti si insinuava tra i capelli e ti mordeva le orecchie con una precisione chirurgica che nessun vento normale avrebbe mai potuto avere. La neve si posava sugli zaini, sulle ciglia, tra i capelli di Iya, e spariva al contatto con il calore dei loro corpi come piccole fantasmi che esistevano per un istante e poi dissolvevano, come ricordi che si formano e si sciolgono prima ancora di poterli afferrare.161Please respect copyright.PENANAUBrYGWMJUD
Il ghiaccio sotto i loro piedi non era solo ghiaccio.
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Era storia compressa. Era tempo cristallizzato. Era memoria. Ogni cristallo sotto i loro scarponi conteneva l'immagine di un mondo che era stato, di un ghiacciaio che aveva coperto quella montagna per millenni e che in una notte era stato cancellato, fuso, evaporato, trasformato in vapore e in acqua e in fango e in niente, e quel niente era diventato ghiaccio di nuovo.
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Stavano camminando in un paesaggio di ghiaccio frantumato e detriti, un paesaggio che non assomigliava a nessun altro luogo sulla terra, un paesaggio che era nato dalla collisione tra il fuoco e il ghiaccio e che portava ancora i segni di quella collisione, crepacci e fratture e massi spezzati e lastre di ghiaccio inclinate come pagine di un libro che nessuno avrebbe mai letto. Sasha avanzava per primo, alto, con le spalle larghe sotto un giaccone imbottito che portava i segni del gelo e della polvere nera, i segni di un viaggio che era stato più di un viaggio, che era stato un pellegrinaggio verso un luogo che non sapeva se lo avrebbe accettato o lo avrebbe respinto. Iya lo seguiva in silenzio, più minuta ma non meno decisa, con i passi sicuri nonostante la stanchezza e il freddo e il peso degli zaini e il peso di tutto ciò che avevano visto e che stavano per vedere. Le loro figure spezzavano il vuoto, l'orizzonte era una linea curva che sembrava volerli inghiottire, e in quel vuoto non c'era niente.
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Il sole era calato da poco. Non era stato un tramonto spettacolare. Non c'erano state le esplosioni di arancione e rosa che si vedono nei tramonti dei posti normali, nei tramonti dei mondi che funzionano ancora. Solo la luce che si ritraeva, lentamente, in una sfumatura d'ambra, ardesia e porpora. Ora il crepuscolo era una fascia violacea che cedeva lentamente al blu glaciale della notte, e si stendeva come un velo oscuro sopra l'Islanda, tingendo il cielo di sfumature violacee e grigie che non assomigliavano a nessun colore che avessi mai visto in nessun altro luogo, colori che sembravano appartenere solo a quel punto della terra, come se il cielo stesso avesse assorbito i colori della cenere e della lava e dello zolfo e li avesse risputati fuori in quella combinations impossibile di viola e grigio e blu che non era bella né brutta ma semplicemente aliena, estranea, non umana.
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Il vento gelido dell'altopiano glaciale del Vatnajökull soffiava impetuoso, un vento che non conosceva ostacoli, che era nato sul ghiaccio e che era tornato sul ghiaccio e che non avrebbe mai conosciuto altro che il ghiaccio, un vento che portava con sé la memoria del ghiacciaio che era stato e che forse sarebbe stato di nuovo, tra mille anni, tra diecimila anni, quando l'Esjufjoll si fosse finalmente spento e il ghiaccio avesse avuto il tempo di ricrescere sopra le sue cicatrici. Il sordo brontolio della caldera dell'Esjufjoll si faceva sentire, erano vicini. Non un suono acuto, non un boato, ma un brontolio, un rombo basso e continuo che non sentivi con le orecchie ma con il corpo intero, con le ossa, con i denti, con lo stomaco, come se la terra stessa stesse digerendo qualcosa di grande e di indigesto e il suono che sentivi era il suono della sua digestione.
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Camminavano in silenzio. Il passo attento e lento di chi sa che un passo falso potrebbe essere l'ultimo.
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E poi la caldera si spalancò davanti a loro.
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Non gradualmente, non con un anticipo che ti prepara a ciò che stai per vedere, ma tutto in una volta, come un velo che viene strappato via da una mano invisibile, e quello che c'era sotto il velo era qualcosa che nessun occhio umano avrebbe dovuto vedere e che però era lì, reale, tangibile, irreale nella sua realtà, impossibile nella sua esistenza.
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La caldera, ora un'enorme cratere di otto chilometri di diametro, si spalancava a perdita d'occhio come una voragine profonda almeno più di un centinaio di metri. Otto chilometri. Provate a immaginare otto chilometri. Provate a immaginare un cerchio così grande che non puoi vederne il bordo opposto, un buco nella terra così vasto che una città intera ci starebbe dentro, e poi provate a immaginare che quel buco non sia vuoto ma pieno di fuoco, pieno di lava, pieno di una luce che non è luce ma è materia incandescente che brucia con un calore che viene dal centro della terra. Due anni prima quella colossale eruzione aveva cambiato per sempre il volto dell'isola, spopolandola e lasciando dietro di sé un paesaggio di desolazione e veleni. Le città, una dopo l'altra, erano state abbandonate. L'Islanda era diventata terra di silenzi, di venti e di voci perdute.
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Sasha sentiva il cuore battere forte, non solo per la fatica del cammino ma per l'emozione di trovarsi lì, in quel luogo sospeso tra la morte e la rinascita, in quel punto esatto in cui tutto aveva avuto inizio e in cui tutto, forse, avrebbe avuto un senso, se un senso esisteva, se un senso poteva esistere in un luogo che era nato dalla distruzione di tutto ciò che amava. Accanto a lui Iya avanzava con passo deciso, i suoi occhi verde-castano scrutavano la scena con meraviglia e timore, e in quegli occhi c'era qualcosa che non avevo mai visto prima, una luce che non veniva dal basso ma veniva da dentro, una luce che era più profonda del fuoco e più antica del ghiaccio e che aveva a che fare con il fatto che lei stava guardando in faccia la cosa che aveva ucciso la sua famiglia e non stava scappando.
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E poi videro i laghi.
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All'interno della caldera, due grandi laghi di lava brillavano come occhi incandescenti. Due occhi di fuoco che guardavano il cielo dall'abisso, due pupille di magma incandescente che pulsavano con un ritmo lento e irregolare che non apparteneva a nessun battito cardiaco umano ma che apparteneva a qualcosa di molto più antico.
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Il primo, a ovest, era più vasto: una distesa rossa e dorata, continuamente increspata da onde di magma che si muovevano con una lentezza ipnotica, come un oceano di fuoco che respira. Bolle enormi di gas salivano alla superficie e scoppiavano con un suono sordo, non il suono acuto e brillante delle bolle che scoppiano nell'acqua ma un suono più pesante, più denso, più viscerale, come il gemito di un animale enorme che sta sognando, e sprizzavano gocce incandescenti verso l'alto, gocce di roccia fusa che salivano come stelle cadenti inverse, che salivano verso il cielo invece di cadere verso la terra, e che poi ricadevano nella lava con uno schiocco sordo che si perdeva nel rombo generale del lago. I vapori si levavano in colonne tremolanti che salivano verso il cielo come braccia di fumo che cercavano di afferrare le nuvole, e l'aria sopra tremolava per il calore, una tremolatura che distorceva tutto ciò che c'era dietro, che faceva sembrare il mondo oltre la caldera un riflesso in uno specchio deformante, come se la realtà stessa si stesse sciogliendo sotto l'effetto di quel calore impossibile.
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Il secondo lago, più piccolo e a est, era diverso. Sembrava più denso, quasi solido, una crosta nera e ruvida lo copriva simile alla superficie di un budino nero, ma da sotto emergevano vene incandescenti, rosso vivo, che si ramificavano come se sotto quella crosta nera ci fosse un cuore che batteva e che mandava il suo sangue incandescente attraverso le vene della roccia. La superficie si muoveva appena, un movimento quasi impercettibile che potevi notare solo se guardavi abbastanza a lungo, ma ogni tanto, improvvisamente, un getto di lava saltava fuori, come un sussulto involontario e ricadeva pesantemente dentro.
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La luce incandescente dei laghi di lava illuminava il loro volto. Non una luce normale, ma una luce che veniva dal basso, che creava ombre impossibili sugli zigomi e sulle orbite e che trasformava i loro volti in maschere primitive, antiche, quasi tribali, come se camminassero in un luogo che non era più il presente ma che era tornato a essere ciò che era sempre stato prima che gli uomini arrivassero: un luogo di fuoco e di ombra e di forze che non avevano nome.
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I bordi della caldera, neri e sgretolati, erano disseminati di zone sulfuree in fiamme. Lo zolfo, acceso dal calore che si sprigionava da più punti dalle profondità della caldera, bruciava lento e costante, con fuochi bluastri e violacei che sembravano danzare sul terreno. Non fiamme normali, non le fiamme arancioni e gialle di un falò o di un incendio, ma fiamme di un blu così profondo e così puro che sembravano uscite da un altro mondo, fiamme che non scaldevano ma che terrorizzavano con la loro bellezza aliena, fiamme che danzavano sul terreno come anime dannate intrappolate in una prigione di fuoco che non le avrebbe mai lasciate andare. L'odore era pungente, metallico, quasi dolce ma nauseante, come uova marce e ferro caldo, un odore che si posava sulla lingua e non se ne andava, che ti riempiva le narici e la bocca e i polmoni e che diventava parte di te, che ti entrava nel sangue come un veleno lento.
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In alcuni tratti l'intera parete interna della caldera sembrava illuminata da dentro.
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Con la luce del crepuscolo che si andava dissolvendo nella notte, la luce dei laghi di lava e dei fuochi di zolfo illuminava la caldera e le sue pareti di una soffusa luce blu-rossastra, una luce che non apparteneva a nessun cielo conosciuto, che era troppo rossa per essere notte e troppo blu per essere giorno, che era qualcosa di intermedio, di ambiguo, di sospeso tra due mondi, come il colore dei sogni che fai quando stai per svegliarti ma non sei ancora del tutto sveglio. In alcune depressioni sul fondo laghi di zolfo liquido ribollivano lentamente, pozzanghere dense la cui superficie gialla ribolliva sprigionando vapori pungenti che si mescolavano all'aria fredda creando una nebbia gialla e denso che si posava sul terreno come un sudario chimico.
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Sasha afferrò la mano di Iya. Un gesto semplice ma carico di significato, un gesto che in un luogo normale sarebbe stato solo un gesto d'affetto ma che in quel luogo, in quel momento, era una dichiarazione di sopravvivenza, una prova che due esseri umani potevano stare lì, in mezzo a tutto quello, e ancora trovare il modo di toccarsi, di cercarsi, di tenersi per mano come se il fuoco e lo zolfo e la morte non esistessero.
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Le onde incandescenti si infrangevano contro le pareti di roccia, sprigionando scintille e fumo, e il calore era palpabile anche a distanza, un respiro ardente che contrastava con il gelo che li avvolgeva, come se l'aria stessa fosse divisa in due, con il freddo da una parte e il calore dall'altra, e loro due camminavano esattamente su quel confine, su quella linea sottile dove il gelo incontrava il fuoco e dove nessuno dei due riusciva a vincere.
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Iya si voltò verso di lui. I suoi occhi riflettevano la luce rossa e bluastra, profondi e intensi, e in quegli occhi c'era tutto ciò che avevano visto e tutto ciò che avevano perso e tutto ciò che avevano sopportato per arrivare fino a quel punto, e c'era anche qualcosa di più, qualcosa che non sapevano descrivere ma che riconoscevano come la cosa più bella che avessero mai visto due paia di occhi umani.
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— Mio Dio.. — esclamò.
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Sasha si voltò. Iya lo guardava, il volto segnato dalla luce delle fiamme e della lava, le iridi verde-castano che riflettevano il rosso della lava e in quel momento, con quella luce che le illuminava il viso dal basso e il vento che le scompigliava i capelli e la neve che si posava sulle sue spalle come un velo di sposa della morte, era la creatura più bella e più terribile che avesse mai visto.
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— Hai paura? — le chiese.
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— No. Solo rispetto. —
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— Per cosa? — chiese lui.
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— Per quello che siamo. Per quello che siamo diventati. —
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E in quelle parole, "quello che siamo diventati", c'era tutto il peso dei due anni che avevano attraversato, della morte di Helena, della morte dei genitori, della fuga da Bergen, del freddo, della fame, della solitudine, della rinascita, del viaggio, dei corpi nella lava, delle crepe che sbuffavano zolfo, di tutto ciò che li aveva trasformati da due ragazzi normali in due sopravvissuti plasmati da una catastrofe.
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Dopo qualche minuto trascorso a studiare quel paesaggio infernale, eredità di ciò che aveva distrutto le loro vite anni prima, i due ebbero lo stesso pensiero. Non lo dissero. Non ne ebbero bisogno. Si guardarono e capirono, con quella forma di comunicazione silenziosa che si sviluppa solo tra persone che hanno condiviso troppo per avere bisogno delle parole.
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— Credi che dovremmo scendere? — chiese Iya.
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— Bella domanda. A giudicare dal vento che soffia quasi costante, credo che la maggior parte dei gas sia costantemente dispersa, — osservò Sasha — Abbiamo fatto tutta questa strada per arrivare fin qui. Quindi perché non rischiare? —
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— E se succede qualcosa di violento? — fece lei.
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— A giudicare da quello che vedo questi laghi di lava sembrano stabili da molto tempo. Probabilmente dureranno per anni o decenni. Forse addirittura un secolo. —
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— Allora corriamo il rischio. — disse Iya.
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Non ne discussero più.
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Sasha e Iya si mossero con cautela lungo il bordo interno facendo attenzione a non scivolare. Le pareti della caldera erano a tratti alternate di terrazze di roccia formatesi nei momenti in cui aveva cominciato a cedere sprofondando due anni fa, quando nel bacino magmatico in profondità aveva cominciato a calare la pressione con l'eruzione della frattura che aveva generato il nuovo campo lavico che aveva distrutto Jökulsárlón ed espanso parte della costa orientale. Quelle terrazze erano come gradini giganteschi, irregolari e precari, creati non da un architetto ma dal caos stesso, dal cedimento sequenziale della roccia che aveva ceduto pezzo dopo pezzo, strato dopo strato, come i piani di un edificio che crolla piano invece che tutto in una volta, e camminare su quei gradini era come camminare sulle rovine di un mondo che non esisteva più.
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Passarono accanto a una parete con zolfo liquido in fiamme, che bruciava con una fiamma azzurra bluastra, quasi trasparente, come anime dannate intrappolate di chi non c'era più. Nessun crepitio. Nessun suono. Solo la danza lenta del fuoco elementare, un fuoco che non aveva niente a che fare con i fuochi che conosciuti, che non consumava, che non faceva rumore, che era semplicemente lì, che bruciava con una pazienza infinita e silenziosa che era più terrificante di qualsiasi incendio furioso, perché un fuoco furioso almeno ti mostra la sua rabbia, mentre questo fuoco silenzioso ti mostrava solo la sua indifferenza.
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Una volta sul fondo della caldera, ricoperto da un manto di lava solidificata formatosi in seguito al collasso con eruzioni successive, Iya si chinò a osservare un lago di zolfo ribollente. Bolle di gas esplodevano con piccoli scoppi sordi, sprigionando vapori pungenti che le pizzicavano le narici, e il contrasto tra il freddo tagliente dell'aria e il calore nauseante che saliva da quel liquido giallo e denso era quasi insopportabile, ma lei restò immobile, ipnotizzata da quel liquido infernale che sembrava vivo, bolle che nascevano e morivano in un ciclo eterno.
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— Impressionante. — mormorò.
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— Già. Non avevo mai sentito parlare di laghi di zolfo. — disse Sasha guardando quella depressione ribollente con i bordi color ocra, e mentre lo diceva pensò a quanto poco sapevamo del mondo, a quante cose esistevano che non avevano mai visto e che non avrebbero mai visto.
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Si addentrarono ancora, seguendo un terrazzamento di rocce nere e di zolfo. Fiamme bluastre si levavano dai depositi di zolfo riscaldati dal basso, danzando nel freddo, disegnando ombre tremolanti sulle pareti della caldera come fantasmi di presenze cancellate dall'esistenza, come ombre di persone e che non c'erano più, e che la luce dei fuochi di zolfo richiamava per un istante prima di lasciarle svanire di nuovo nel buio.
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Il crepuscolo si era ormai trasformato in una sera densa e silenziosa. Il cielo sopra di loro era ormai un manto di stelle, limpido e freddo, mentre la neve continuava a cadere leggera spinta da lontano dal vento gelido, e quel contrasto tra le stelle fredde sopra e i fuochi caldi sotto era così surreale che per un istante Sasha si chiese se non stesse sognando, se non fosse tutto un sogno da cui si sarebbe svegliato da un momento all'altro nel suo letto a Nettetal con il sudore sulla fronte e il cuore che batteva forte.
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Raggiunsero il primo lago di lava restando a distanza di sicurezza, più vasto e maestoso, una distesa incandescente che sembrava un mare di ferro liquido. Le onde di lava si infrangevano contro le rocce con un suono sordo e ritmico, un suono che non era il suono dell'acqua ma che gli assomigliava in modo inquietante, e il calore irradiato era intenso, un calore che sentivi sulla faccia come un forno aperto, ma che non riusciva a scaldare il gelo che si annidava dentro di loro, quel gelo che non aveva niente a che fare con la temperatura e tutto a che fare con ciò che avevano visto e con ciò che avevano perso.
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Sasha raccolse un sasso e lo lanciò nella lava, osservando la piccola esplosione di scintille e vapore che si levò dal punto in cui era caduto, come un piccolo grido di fuoco che moriva subito dopo essere nato.
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— Qui, in mezzo a tutto questo, capisco quanto siamo piccoli in confronto a cose più grandi di noi. — disse.
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— Già.. — osservò Iya, ipnotizzata dal movimento di tutta quella roccia liquida — Ma anche quanto siamo stati fortunati noi, dopo tutto ciò che abbiamo passato e dove siamo stati, il tutto ci ha ricondotto a questo straordinario momento. —
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Sasha la guardò cogliendo il momento. Lei sorrise debolmente, un sorriso che in quel luogo, in quella luce, con quel paesaggio che bruciava alle sue spalle, era la cosa più coraggiosa e più dolce che avesse mai visto.
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I loro corpi si avvicinarono. Il calore della lava sembrava riflettersi in quel contatto, come se il fuoco del lago avesse trovato un eco nel calore dei loro corpi e avesse deciso di rifletterlo, di moltiplicarlo, di renderlo visibile. La lava illuminava i loro corpi, proiettando un'immagine distorta sulla roccia dietro di loro, ombre intrecciate che sembravano un'unica ombra.
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Si presero le mani.
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Un silenzio denso calò tra loro, interrotto solo dal respiro affannoso e dal rumore ruggente dei laghi di lava, un silenzio che non era vuoto ma che era pieno di tutto ciò che avevano vissuto, un silenzio che conteneva le parole che non avevano detto, i pianti che non avevano pianto, i pensieri che non avevano pensato, un silenzio che era più eloquente di qualsiasi discorso.
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Sasha guardò Iya.
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Il volto di Iya era umido. Non si capiva se fosse sudore o neve fusa o se piangesse in silenzio, e forse era tutte e tre le cose insieme, forse erano le lacrime che si mescolavano al sudore e alla neve e allo zolfo e diventavano qualcosa di nuovo, qualcosa che non aveva un nome ma che era il sale della loro storia, la materia prima di tutto ciò che avevano provato e che stavano provando in quel momento. I suoi occhi, di un verde-castano intenso, riflettevano la luce infernale della lava, il viso invece soffusamente illuminato dal bagliore bluastro dei fuochi di zolfo liquido, e in quella combinazione di colori, il rosso del magma e il blu dello zolfo, c'era qualcosa che assomigliava a un tramonto invertito, un tramonto che veniva dal basso invece che dall'alto, che nasceva dal cuore della terra invece che dal cielo.
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Il suo viso, delicato ma segnato da una determinazione che non era mai venuta meno, era illuminato dal bagliore rossastro, ogni curva, ogni sfumatura esaltata dalla luce primordiale, come se quella luce, nata nelle viscere della terra milioni di anni prima che nascessero i primi esseri umani, fosse stata creata apposta per illuminare quel viso in quel momento.
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Le labbra erano socchiuse, umide, immobili, il contorno definito da una linea sottile di mistero, e Sasha sentì qualcosa dentro di sé che si mise in movimento, qualcosa che non era un pensiero e non era un desiderio e non era una decisione ma che era tutte e tre le cose insieme, una forza che veniva da un luogo così profondo dentro di lui che non sapeva se appartenesse al cuore o allo stomaco o a qualcos'altro che non aveva un nome.
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Si avvicinò lentamente.
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Le sue labbra erano a pochi centimetri dalle sue. Poteva sentire il suo respiro caldo sulla sua pelle, l'odore di zolfo e di neve che la avvolgeva, e in quel respiro, in quell'odore, c'era tutto ciò che erano stati e tutto ciò che erano e tutto ciò che sarebbero stati.
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Si baciarono.
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Le loro bocche si cercarono, si aprirono, si riconobbero. Non fu un bacio come gli altri, non fu un bacio di passione o di desiderio o di conforto, fu qualcosa di più grande e più pesante e più definitivo, un bacio che conteneva in sé tutta la storia della loro relazione, dal primo momento in cui si erano guardati a Bergen fino a quel momento in cui si stavano baciando sul fondo della caldera che aveva distrutto le loro vite, e ogni secondo di quella storia era compresso in quel punto di contatto tra le loro labbra come una stella che collassa su se stessa, un punto così denso di significato che niente, nessuna luce, nessun pensiero, nessun dolore poteva sfuggire alla sua attrazione.
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Sasha sentì la sua lingua sfiorarlo piano, in cerca di qualcosa che non sapeva neanche come chiamare, e in quel tocco c'era una tenerezza che fece male, una tenerezza che non aveva niente a che fare con il luogo in cui si trovavano, con il fuoco che brillava alle loro spalle, con lo zolfo che bruciava intorno a loro, ma che era pura, semplice, assoluta.
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Un bacio denso, intriso di tutto ciò che era successo. E nel farlo, tutto ciò che li aveva preceduti, l'eruzione, la fuga, la perdita dei genitori, la morte di Helena, i corpi nella lava, le notti a Bergen, il freddo, la fame, il viaggio, le Faroe, il Grad, i campi di basalto, Esjujà, tutto sembrò convergere in quel punto preciso: due bocche che si cercavano mentre il mondo si disfaceva.
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Quando si staccarono rimasero vicini. Fronti unite. Respiri lenti. Gli occhi chiusi. E in quel momento, con la fronte di Iya appoggiata alla sua e il suo respiro che si mescolava al suo in un unico soffio caldo e irregolare, Sasha sentì qualcosa che non aveva mai sentito prima, una pace che non veniva dall'assenza di problemi ma dalla presenza di qualcosa di più grande dei problemi stessi.
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— Ti amo. — disse, la voce un sussurro, un sussurro che veniva dal fondo di qualcosa che non sapeva di avere, e quelle due parole, "ti amo", pronunciate in quel luogo, in quel momento, con quella luce, assunsero un peso che non avevano mai avuto prima.
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— Anch'io. — rispose Iya, stringendosi a lui, e la sua voce era un sussurro anch'essa, un sussurro che si perse nel rombo della caldera ma che Sasha sentì con una chiarezza che non aveva mai sentito prima, perché non erano le orecchie che lo sentivano ma il cuore, e il cuore non ha bisogno di volume per sentire ciò che è vero.
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Si abbracciarono, stretti l'uno all'altra in quel paesaggio alieno, due figure minuscole abbracciate sul fondo di un cratere di otto chilometri pieno di fuoco, e quell'immagine, quelle due figure minuscole in mezzo a tutto quello, era forse l'immagine più umana che esistesse, l'immagine della specie che aveva osato nascere su un pianeta che poteva distruggerla in qualsiasi momento e che nonostante questo continuava ad amare, a cercare, a stringersi l'una all'altra.
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La notte si fece più profonda, e il suono della caldera divenne quasi palpabile, un suono che non sentivi più ma che sentivi addosso, che ti avvolgeva come un'onda, che ti entrava nel corpo e ti faceva vibrare le ossa con la stessa frequenza della terra. Il respiro di Sasha e Iya si condensava nell'aria gelida, mentre il bagliore dei laghi di lava dipingeva ombre danzanti sulle loro figure, ombre che si muovevano e si allungavano e si accorciavano come esseri viventi che danzavano una danza antica intorno al fuoco primordiale.
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Sasha si alzò lentamente, tendendo la mano a Iya. Insieme si avventurarono tra rocce instabili e crepe fumanti, con i passi che scricchiolavano sulla crosta di roccia e il calore che saliva dal basso che ti faceva sentire come se camminassi sulla superficie di una stella che si stava spegnendo ma che non aveva ancora finito di bruciare. Arrivarono a una sporgenza che dominava uno dei laghi di lava, un punto panoramico da cui potevano vedere l'intera distesa di magma incandescente che si stendeva davanti a loro come un mare di fuoco che non aveva una riva opposta, e Iya si appoggiò a Sasha, il corpo caldo contro il suo, cercando conforto in quel momento sospeso tra la bellezza e il pericolo.
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— È come se il mondo fosse finito e ricominciato tutto insieme. — sussurrò.
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Davanti a loro, non troppo lontano, il lago di lava continuava a ribollire. I riflessi rossi sui loro volti, e ogni tanto uno spruzzo di magma esplodeva verso l'alto come un lampo silenzioso, un lampo che non faceva rumore ma che illuminava la caldera con una luce che era troppo breve per essere vista e troppo intensa per essere dimenticata.
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— Ci pensi mai, — chiese lui — a com'era prima? —
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— Tutti i giorni, — rispose Iya, e in quelle due parole c'era un universo di ricordi, di mattine normali e di colazioni normali e di risate normali e di una vita normale che ora sembrava appartenere a un altro pianeta, a un'altra epoca, a un altro essere umano che non era più lei.
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— A volte non mi capacito ancora di tutto quello che ci è successo in questi due anni, di quanta strada abbiamo fatto da quella notte. — disse lui, e "quella notte" era una di quelle espressioni che non ha bisogno di specificazioni, perché entrambi sapevano quale notte era, la notte in cui tutto era cominciato, la notte in cui il cielo si era acceso di rosso e la terra aveva cominciato a tremare e il mondo che conoscevano aveva smesso di esistere.
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Lei lo guardò. Il volto illuminato da sotto pareva scolpito nel rame, e in quello sguardo c'era una lucidità che lo colpì, una lucidità che non aveva niente a che fare con l'intelligenza ma che aveva a che fare con la verità, con quella capacità che alcune persone hanno di guardare le cose per quello che sono invece che per quello che vorrebbero che fossero.
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— Tutto quanto quello che ci è successo ci ha riportati a questo momento. Ormai non siamo più le stesse persone di prima. Non siamo nemmeno più quelli che vivevano a Nettetal. — osservò Iya — Siamo i figli di Esjufjoll. —
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E lì.
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In quel momento. In quelle parole.
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"Siamo i figli di Esjufjoll."
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Qualcosa si spostò. Qualcosa di immenso. Qualcosa che non aveva le parole per descrivere e che forse non le avrei mai avute. Perché era vero. Era la verità più vera che fosse mai stata pronunciata in quel luogo o in qualsiasi altro luogo, la verità che Sasha aveva portato dentro di sé per due anni senza averla mai formulata, senza averla mai nominata, senza averla mai riconosciuta fino a quel momento, in quel secondo, in quel punto esatto sul fondo di una caldera piena di fuoco con una donna che non era la donna che aveva amato prima ma che era la donna che amava adesso e che lo amava e che era lì, con lui, viva, nonostante tutto.
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Non erano più islandesi. Non erano più rifugiati. Non erano più sopravvissuti. Erano qualcosa di nuovo, qualcosa che non aveva un nome nella lingua di nessun popolo, qualcosa che era nato dalla distruzione e che portava dentro di sé il fuoco e la cenere e il dolore ma anche la capacità di amare e di camminare e di arrivare fin lì, sul fondo dell'inferno, e di guardare in faccia la cosa che aveva distrutto le loro vite e di non scappare. I figli di Esjufjoll. Nati non da una madre ma da un vulcano. Non da un amore ma da una catastrofe. Non da una scelta ma da una necessità. Eppure lì, vivi, amanti, testimoni.
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Il vento del Vatnajökull soffiò più forte, facendo turbinare la neve fine intorno a loro. I fiocchi, piccoli e quasi cristallini, danzavano nella luce dei fuochi come minuscole stelle che cadevano dal cielo per morire nel fuoco, e questa immagine, stelle che cadevano nel fuoco, era così bella e così terrificante che Sasha sentì gli occhi riempirsi di qualcosa che non era pianto ma che gli assomigliava, un'emozione così grande che non riusciva a stare dentro il corpo e doveva trovare una via d'uscita, anche se quella via d'uscita erano le lacrime, anche se le lacrime non bastavano.
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Ai bordi opposti della caldera le aree sulfuree in fiamme lanciavano bagliori improvvisi, e Iya indicò un punto lontano, dove il secondo lago di lava, più scuro, si muoveva lento, e non dissero nulla, perché non c'era nulla da dire, perché in quel momento le parole erano diventate la cosa meno importante del mondo, e l'unica cosa importante era essere lì, essere vivi, essere insieme, essere i figli di una cosa che li aveva distrutti e che li aveva ricreati e che li stava guardando con i suoi occhi di fuoco senza chiedere loro niente e senza dare loro niente se non la possibilità di esistere in quel momento, in quel punto, in quel modo.
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Non parlavano più. Solo respiri, pelle, calore. E il ruggito della caldera.
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Il tempo si era fermato. Non c'era più ore, né minuti. Solo il calore della pietra sotto il corpo, il fiato che si condensava a ogni respiro, la luce intermittente della lava che proiettava ombre danzanti contro i fumi, e il rombo profondo, quel rombo che veniva da sotto e che non si fermava mai, che era il battito cardiaco del pianeta, e che in quel momento, per la prima volta, non sembrava minaccioso ma rassicurante, come il battito del cuore di un genitore che guarda il figlio dormire, un suono che diceva "sono qui, sono ancora qui, non sono andato via, anche se tutto cambia io resto".
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Iya si era addormentata per un momento contro di lui, al sicuro, lontano da tutto. Gli occhi chiusi, il petto che si sollevava piano, mentre Sasha vegliava in silenzio, e in quel momento, con Iya che dormiva contro il suo petto e il fuoco che bruciava davanti a loro e le stelle che brillavano sopra di loro e la neve che cadeva intorno a loro come un battesimo inverso, Sasha sentì qualcosa che non aveva mai sentito prima, una pace che veniva non dall'assenza del dolore ma dalla sua accettazione, dalla consapevolezza che il dolore era lì e che sarebbe sempre stato lì ma che non era tutto, che accanto al dolore c'era anche questo, il calore di un corpo addormentato, la luce di un fuoco eterno, il suono di una terra che respirava, e che forse quello, quello insieme, era abbastanza.
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Il calore del magma arrivava fino a loro, sotto forma di sussurri termici, come una coperta invisibile e viva che li avvolgeva senza toccarli, e sopra di loro il cielo notturno era immenso, uno spazio puro in cui le stelle sembravano tremare non per il freddo ma per l'emozione, come se anche le stelle sapessero cosa stava succedendo laggiù, sul fondo di quella caldera, e tremavano per lo spettacolo di due esseri umani che avevano sfidato il fuoco e il ghiaccio e la morte per arrivare a quel punto e che ora, invece di fuggire, si erano addormentati.
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Le nuvole della perturbazione, spinte dal vento glaciale del nord, avanzavano a onde, disegnando forme mutevoli sul cielo stellato, forme che sembravano volti, mani, corpi, e che poi si dissolvevano in forme diverse, come se il cielo stesso stesse sognando i fantasmi di tutti quelli che erano morti lì sotto e che stessero cercando di prendere forma per un istante prima di tornare nel nulla.
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Fiocchi di neve continuavano a cadere, ma ora erano più grossi, lenti come pensieri stanchi, come ricordi che scendono lentamente verso il terreno per depositarsi sulla roccia e sulla cenere e sulla lava e sparire, come tutte le cose belle, come tutte le cose umane, come tutto ciò che è nato per morire.
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Il secondo lago di lava, quello più denso e scuro, ebbe un sussulto. Un getto più alto del solito eruppe verso l'alto e si richiuse su sé stesso con uno schiocco sordo che risuonò contro le pareti della caldera, e poi tornò quieto, come se niente fosse successo, come se quel gesto di violenza fosse stato solo un sospiro, un respiro, un battito in più in un cuore che ne aveva migliaia.
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All'alba il buio cominciò lentamente a cedere. Un blu gelido tornava nel cielo, lontano, oltre le nuvole, un blu che non era il blu del giorno ma il blu della possibilità, il blu di qualcosa che sta per cominciare, e in quel blu Sasha vide qualcosa che non aveva mai visto prima, non un colore ma una promessa, non una luce ma una direzione, e seppe, con una certezza che non veniva da niente di razionale ma che veniva da qualche luogo molto più profondo, che era tempo di andare.
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Iya si alzò per prima, svegliata da Sasha. Fece qualche passo, le gambe irrigidite dal freddo e dalla posizione in cui aveva dormito, e Sasha la seguì, e si presero per mano. Ancora. Non c'era bisogno di parole. Non c'era mai stato bisogno di parole, non tra loro, non in quel luogo, non dopo tutto quello che avevano visto e che avevano fatto e che avevano detto e che avevano sentito.
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Guardarono insieme l'interno della caldera. I due laghi di lava, uno rosso e dorato e vasto come un mare, l'altro scuro e denso e chiuso in se stesso come un segreto. Le fiamme sulfuree che danzavano sui bordi come anime che non hanno trovato la pace. La neve che continuava a cadere piano, implacabile, indifferente, come il tempo stesso. Le stelle che svanivano nel cielo chiaro, una per una, come ricordi che si dissolvono al risveglio.
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Era tempo di andare.
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Non perché avessero visto abbastanza. Non perché avessero capito abbastanza. Non perché avessero finito ciò che erano venuti a fare. Ma perché c'era un mondo fuori da quella caldera, un mondo che li aspettava, un mondo che aveva bisogno di loro anche se non lo sapeva, e perché essere i figli di Esjufjoll non significava stare per sempre nel ventre del padre ma significava nascere da lì e poi uscire, portando con sé il fuoco e il dolore e la forza di chi è nato da qualcosa di più grande di sé stesso e che non ha paura di guardarlo in faccia.
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Si voltarono. Si allontanarono dal bordo della caldera con i loro passi lenti e stanchi e sicuri, mano nella mano, con la neve che cadeva sui loro capelli e il calore della lava che si attenuava alle loro spalle e il vento del Vatnajökull che li spingeva avanti come una mano invisibile che diceva "andate, andate, il vostro posto non è qui, il vostro posto è da qualche altra parte, andate a vivere la vita che vi è stata data, andate a essere ciò che siete diventati, andate".
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E loro andarono.
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