Andai via dalla casa per l'ultima volta senza chiudere la porta.186Please respect copyright.PENANAPq3in7f0mf
Non la chiusi perché non c'era nulla da chiudere. Non c'era nulla da proteggere. Non c'era nulla che un muro potesse contenere che non fosse già stato contenuto dalla cenere e dal basalto e dal tempo. La porta della stanza di mia madre rimase chiusa, come l'avevo vista quando ero salito le scale, chiusa con quella chiusura definitiva e silenziosa che non è la chiusura di una porta ma la chiusura di un mondo, e qualunque cosa fosse rimasta dietro quella porta, o anche il solo vederla, non ero sicuro di come avrei reagito. Non allora. Non dopo tutto ciò che avevo visto. Non dopo quello che era successo su quelle scale. Certe cose è meglio lasciarle chiuse. Alcune stanze è meglio non aprirle. Non per vigliaccheria, ma perché alcune verità non hanno bisogno di essere viste per essere vere, e aprirle non le rende più reali ma solo più insopportabili.
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Non c'era più nulla da proteggere. Solo il guscio annerito di quella che era stata una vita. Un guscio vuoto, con le pareti spaccate e i vetri incrinati e la polvere che si era depositata su ogni superficie come una seconda pelle che aveva sostituito quella originale, e io me ne andai da quel guscio come si esce da un corpo che non respira più, senza drammi, senza cerimonie, senza voltarmi indietro, perché voltarsi indietro è un gesto che riserva a chi ha ancora qualcosa da vedere, e io non avevo più nulla da vedere in quella casa tranne ciò che avevo già visto e che mi portavo dentro come una ferita che non sanguina più ma che fa ancora male quando ci appoggi sopra il peso di un ricordo.
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Iya mi aspettava qualche metro più in avanti, il cappuccio alzato e con i capelli bagnati di neve e lo sguardo rivolto al nulla. Non al paesaggio. Non al cielo. Al nulla. A quel punto vuoto che c'è tra le cose quando le cose hanno smesso di avere un senso, e lo sguardo di Iya era posato lì, in quel vuoto, come se avesse trovato l'unico luogo in cui era possibile guardare senza vedere nulla di doloroso. La neve cadeva leggera, ma non riusciva a nascondere la desolazione. Era una neve sottile, quasi irriverente nella sua leggerezza, come se il cielo stesse cercando di coprire qualcosa di troppo grande per essere coperto, come se stesse gettando un velo di bianco su una ferita che richiedeva molto più di un velo per essere nascosta. Il paesaggio intorno a noi era nero. Nero come se il cielo avesse dimenticato la luce. Nero come se qualcuno avesse spento il sole e avesse dimenticato dove aveva messo l'interruttore. Nero come il basalto che copriva ogni cosa, e i ricordi e le vite, un nero che non era il nero della notte ma un nero più assoluto, più definitivo, più irreversibile, il nero della roccia che si è raffreddata dopo aver bruciato tutto ciò che poteva bruciare.
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Oltre la casa si estendeva di nuovo il campo lavico: una distesa di basalto contorto e fratturato, spesso decine di metri, che si spingeva fino all'orizzonte come un oceano pietrificato in un momento di furia eterna. Onde di roccia. Creste di pietra. Voragini nere da cui saliva un calore invisibile ma percepibile, un calore che non vedevi ma che sentivi sulla pelle come una mano aperta davanti a un fuoco, e che ti ricordava in ogni istante che sotto i tuoi piedi, sotto quella crosta nera che sembrava solida e morta, c'era qualcosa di vivo, qualcosa di furioso, qualcosa che non aveva finito di bruciare.
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Iniziammo a camminare.
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Ogni passo ci avvicinava a Esjujà, come avevamo deciso di chiamare la frattura. Esjujà. Il diminutivo di Esjufjoll che in islandese significa "la frattura di Esjufjoll" come se fosse un figlio del vulcano, e in un certo senso lo era, perché era da quella frattura che era nato tutto, era da quella spaccatura nella terra che era uscito il fuoco che aveva distrutto le nostre vite, ed era in quella frattura che stavamo andando a guardare in faccia la cosa che ci aveva preso tutto.
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Camminammo per ore. Il tempo, in quel luogo, aveva perso la sua struttura, si era dissolto come lo zucchero nell'acqua bollente, e non sapevo più se erano passate due ore o quattro o sei, non sapevo più se era mattina o pomeriggio, non sapevo più niente che non fosse il suono dei nostri passi sulla roccia e il calore che saliva dal suolo e l'odore dello zolfo che riempiva le narici come un gas denso e pesante che non riuscivi a espellere.
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Il sole, pallido e basso, restava dietro le nuvole, diffondendo una luce grigia che non dava né calore né conforto, una luce che sembrava più un'assenza di buio che una presenza di luce, un grigio uniforme e piatto che appiattiva ogni cosa, che toglieva le ombre e i rilievi e la profondità al paesaggio e lo rendeva ancora più irreale di quanto già non fosse, come se camminassimo dentro una fotografia sbiadita di un mondo che non esisteva più.
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Le scarpe scivolavano sulla brina sulfurea che si raccoglieva in croste fragili tra le pieghe della lava, soprattutto in questa zona dove in prossimità della linea di frattura lo spessore del manto lavico era maggiore e il calore che saliva dal sottosuolo era più intenso, creando quel contrasto surreale tra il freddo dell'aria e il calore della roccia che produceva quella brina giallastra e untuosa che era né ghiaccio né sale ma qualcosa di ibrido e di innaturale che non apparteneva a nessun mondo conosciuto. L'aria era intrisa di un odore di zolfo, un odore che non sentivi solo con il naso ma con tutto il corpo, che ti entrava nei polmoni e ti si depositava sulla lingua e ti si incollava ai vestiti e ti rimaneva addosso come un secondo profumo che non avevi scelto di indossare ma che non potevi togliere.
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In un punto ci fermammo. Non per scelta, non perché avessimo deciso di fermarci, ma perché il terreno davanti a noi ci aveva costretti, perché c'era qualcosa lì che richiedeva di essere fermi, che richiedeva di essere guardato, che richiedeva l'attenzione che si riserva alle cose che non dovresti vedere ma che una volta viste non puoi più dimenticare.
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Un'apertura nella lava rivelava il bagliore arancione della lava ancora incandescente, nascosta sotto la crosta di basalto come un occhio infiammato che ti guarda dal fondo di una ferita. Non era grande, forse un metro di diametro, ma il bagliore che ne usciva era così intenso, così concentrato, così vivo, che sembrava uscire da un buco nello spazio e nel tempo, come se qualcuno avesse aperto una finestra su un altro mondo e quello che si vedeva dall'altra parte era il cuore stesso del pianeta.
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Il calore ci investì come un colpo. Asciugandoci gli occhi, la pelle, i pensieri. Un calore secco e opprimente che non ti bruciava la pelle ma ti bruciava qualcosa di più interno, qualcosa che non aveva un nome ma che aveva a che fare con la certezza che sotto di te, sotto quella crosta nera che sembrava solida, c'era un fuoco che non si era mai spento e che non si sarebbe mai spento, un fuoco che era più antico degli uomini e delle città e dei ricordi e che sarebbe rimasto lì, nascosto sotto la superficie, molto dopo che l'ultimo essere umano avrebbe dimenticato che esisteva.
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— Non è possibile. — disse Iya sorpresa, e la sua voce era più alta del normale, più acuta, come la voce di qualcuno che sta guardando qualcosa che la sua mente si rifiuta di accettare come reale.
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— Credimi è normale. — dissi, e il suono della mia voce era diverso, più ruvido, come se lo zolfo e il calore e i vapori mi avessero infiammato le corde vocali, o come se la parte di me che parlava fosse diversa dalla parte di me che camminava, come se ci fossero due Sasha in quel momento, uno che camminava e uno che parlava, e nessuno dei due era interamente presente.
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Poi, finalmente, la lava si aprì in un declivio e potemmo scorgere la frattura.
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Esjujà.
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La vidi come si vede una cicatrice nella superficie della terra. Non una cicatrice piccola, non un taglio netto e pulito come quelli che si fanno con un bisturi, ma una cicatrice enorme, brutale, irregolare, una spaccatura larga come una strada, lunga fino all'orizzonte, e profonda come il ventre del mondo. Le pareti, alte decine di metri, erano costituite da strati di lava solidificata e scorie vetrificate, e in quegli strati si poteva leggere la storia dell'eruzione.
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In fondo, là dove l'occhio si perdeva nella profondità di quell'abisso, pulsavano ancora luci incandescenti e vapori, un battito lento e irregolare che veniva dal fondo della terra e che saliva lungo le pareti della frattura come un respiro, come se qualcosa laggiù, stesse ancora aspettando.
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Iya si avvicinò al bordo.
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Il vento si placò per un attimo, come se anche il vento avesse paura di quello che stava per mostrare, e allora la vedemmo: la foschia bluastra che aleggiava dal fondo della frattura, come un respiro tossico che saliva dalla gola della terra. Non era un vapore normale, non era il bianco innocente del vapore che sale da un pentolone d'acqua, era qualcosa di diverso, qualcosa di più denso e più scuro e più carico di una minaccia che non sapevi definire ma che sentivi nelle ossa, una foschia che aveva il colore del veleno e il movimento di un essere vivente e l'odore della morte.
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— Guarda quei depositi chiari. — disse lei, indicando una zona dove la roccia era diventata quasi bianca, un bianco sporco e gessoso che sembrava una malattia della pietra.
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— È lì che escono i gas. — spiegai — Ci sono zolfo, ma anche altri minerali. —
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Non c'era bisogno di dirlo. Iya lo sapeva. Lo sapevamo entrambi.
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Mi avvicinai.
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Sentii un sibilo. Un respiro lontano, continuo, come il respiro di un animale enorme che dorme sotto la terra e che non sa che sei lì, o forse che sa che sei lì e non gli importa. Alcune delle crepe sul fondo sembravano emettere un rumore simile a un lamento, come se qualcosa vivesse ancora sotto la crosta, e quel lamento saliva lungo le pareti della frattura fino a raggiungere le nostre orecchie come un suono che non doveva essere sentito da esseri umani.
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Il calore era insopportabile, ma non riuscivamo a distogliere lo sguardo. Era come guardare un incidente, come guardare un incendio, come guardare qualsiasi cosa che la mente sa che non dovrebbe guardare ma che gli occhi non riescono a smettere di osservare, perché c'è qualcosa nella distruzione che affascina più della bellezza, qualcosa nel dolore del mondo che richiama più della sua gioia, e io stavo lì, con il viso che mi bruciava per il calore e gli occhi che mi lacrimavano per i vapori, e non riuscivo a smettere di guardare in quella frattura nella terra che aveva mangiato la mia vita.
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Esjujà non era solo una frattura nella terra: era la memoria viva di ciò che avevamo perso. Nostre famiglie. Amici. La città stessa. L'Islanda era stata evacuata tutta. Due anni prima, da quella ferita era uscito tutto: il fuoco, la cenere, il gas, la morte. E quella ferita era ancora aperta. Ancora viva. Ancora pulsante. Come se il tempo, in quel luogo, si fosse fermato il giorno dell'eruzione e non fosse mai ripartito.
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Scendemmo.
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Con cautela, passo dopo passo, seguimmo un sentiero naturale tra le pareti. Non era un sentiero vero e proprio, non era stato tracciato da nessun essere umano, era una serie di appoggi e di sporgenze e di superfici relativamente piane che il caso e la geologia avevano creato lungo le pareti della frattura, e che noi usavamo come se fossero gradini di una scala che nessuno aveva costruito ma che qualcuno, o qualcosa, aveva messo lì per permetterci di scendere. Il suolo si faceva più chiaro in certi tratti, segnato da minerali sublimati dal calore che si erano depositati sulla superficie della roccia come una vernice bianca e gialla e ocra, colori che in un altro contesto sarebbero stati belli, che in un museo sarebbero stati ammirati, ma che lì, in quella gola di fuoco e di zolfo, sembravano i colori della malattia, i colori che assume la roccia quando muore.
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Dove mettevamo i piedi, la roccia a volte scricchiolava sotto la crosta salina, e il vapore ci lambiva le caviglie come una lingua calda e invisibile, e ogni volta che sentivo quel scricchiolio il mio cuore si fermava per un istante perché sapevo che sotto quella crosta c'era il calore, e che se la crosta si fosse spezzata sotto il mio peso non ci sarebbero stati soccorsi, non ci sarebbero stati ospedali, non ci sarebbero state bare, solo un corpo che spariva in un bagliore arancione e che non sarebbe mai più riemerso.
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Non sapevo se fossimo lì per capire o per soffrire ancora. Forse per entrambe le cose. Forse per nessuna delle due. Forse eravamo lì semplicemente perché era impossibile non esserci, perché una volta che hai visto una cosa del genere, una volta che hai saputo che esiste un posto nel mondo in cui la terra si è aperta e ha cancellato tutto ciò che amavi, non puoi fare a meno di tornarci, non puoi fare a meno di guardare di nuovo in quel buco, non puoi fare a meno di cercare di capire qualcosa che non è comprensibile.
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Scendemmo per un tempo che non saprei quantificare. Il tempo, lì dentro, non esisteva. C'era solo il calore che aumentava, i passi che scricchiolavano, il respiro che si faceva più corto, e le pareti che si stringevano e si allargavano come le pareti di una gola che respira, che si contrae e si dilata con un ritmo lento e impersonale che non aveva nulla a che fare con noi e che avrebbe continuato anche se non fossimo mai esistiti.
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Il calore aumentava in modo innaturale. Non il calore graduale e prevedibile di un giorno d'estate, non il calore uniforme di un forno, ma un calore che veniva da sotto, che saliva dalle crepe e dalle fenditure e dai pori della roccia come un sudore di pietra, un calore che cambiava intensità da un passo all'altro, che era tollerabile in un punto e insopportabile un metro più in là, come se la terra stessa stesse avendo delle febbri irregolari, dei brividi di calore che salivano dalla sua superficie senza preavviso e senza logica. Le pareti, sempre più strette in certi tratti, si facevano incandescenti al tocco, e l'aria tremolava come un miraggio tossico, quella stessa vibrazione che vedi sopra l'asfalto in una giornata calda ma moltiplicata per cento, per mille, fino a diventare una distorsione totale della realtà che ti faceva dubitare di ciò che vedevi.
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Ogni tanto Iya si fermava a osservare formazioni di minerali color ocra o bianco lattiginoso che spuntavano come croste malate dalla roccia. Bellezze postume. Le guardava con un'espressione che non riuscivo a decifrare, un misto di ammirazione e di disgusto, come chi guarda un fiore che è sbocciato su una tomba e non sa se è un segno di vita o una crudeltà della natura.
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A sinistra, un'apertura più larga conduceva a una terrazza di roccia sospesa a metà altezza della frattura. Una sporgenza naturale di basalto che si protendeva nel vuoto come un balcone scavato nella parete della gola, e da lì si scorgeva meglio il fondo. Ci dirigemmo verso la terrazza, e quando la raggiungemmo e guardammo giù il panorama fu irreale.
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Il fondo della spaccatura non era una superficie solida ma una distesa di lastre fratturate e convulse, incrostate di minerali che brillavano di riflessi innaturali sotto la luce che saliva dal basso. Da alcune crepe uscivano getti di gas incandescenti, piccoli soffioni di fuoco invisibile che si alzavano verso l'alto come dita di luce che cercavano di afferrare qualcosa che non riuscivano a raggiungere. Un vento blando, un vento che non sapevo da dove venisse perché non c'era aria abbastanza per fare vento in quel posto, sollevava la foschia bluastra che aleggiava sul fondo, facendola roteare in lenti vortici che si allargavano e si restringevano come esseri viventi che danzano una danza antica e senza musica.
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E in quei movimenti vidi figure.
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Ombre. Sagome che danzavano appena sotto la superficie della nebbia. Forme umane, o quasi umane, che si muovevano con una lentezza impossibile, che si allungavano e si accorciavano come riflessi distorti in uno specchio deformato, e per un istante, per un istante che durò forse un secondo ma che mi sembrò un'ora, il mio cervello si convinse che fossero reali, che fossero persone, che fossero i fantasmi di quelli che erano morti lì due anni prima e che stavano ancora danzando nel fondo della frattura.
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— Hai visto? — dissi, con la gola secca, e la mia voce uscì come un raschio, come il suono di una pietra che gratta su un'altra pietra.
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Iya annuì lentamente.
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— Non sono reali. È il gas. La mente ci gioca brutti scherzi... —
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Ma la sua voce non aveva convinzione. Era una frase che aveva detto perché sentiva di doverla dire, non perché la credesse, e io la sentii, sentii quella mancanza di convinzione come si sente una nota falsa in una melodia, e sapevo che anche lei aveva visto qualcosa, che anche lei aveva sentito quel freddo lungo la schiena che non aveva niente a che fare con la temperatura e tutto a che fare con qualcosa di molto più antico e molto più profondo.
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Ci sedemmo per un attimo, anche se il calore ci faceva sudare e le rocce sotto di noi emanavano ancora calore radiante come stufe invisibili. Il nostro respiro era corto, come se l'aria fosse più densa, più vecchia, come se l'ossigeno in quel punto fosse stato sostituito da qualcosa di più pesante e più antico che riempiva i polmoni senza saziarli.
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Iya parlò, improvvisamente, con una voce che veniva da molto lontano, da un luogo dentro di lei che non aveva aperto spesso.
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— Da qui ha avuto inizio ogni cosa che ci ha riportato fin qui. Tu ed Helena quella notte avete visto nascere questo inferno. —
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Abbassai lo sguardo. Non avevo parole. Non perché non sapessi cosa dire ma perché qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata insufficiente, sarebbe stata una minuscola goccia d'acqua gettata in un oceano di fuoco, e in quel momento, seduto su quella terrazza di roccia a metà della frattura che aveva distrutto la mia vita, sentii con una chiarezza brutale che certe cose non hanno parole, che certi luoghi non hanno descrizioni, che certi dolori non hanno nomi, e che tutto ciò che potevo fare era sedermi lì e guardare e tacere e portare dentro di me il peso di ciò che vedevo senza cercare di alleggerirlo con parole che non sarebbero state abbastanza.
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Ci incamminammo di nuovo.
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Superammo una strettoia dove il vapore saliva dritto da una frattura, una colonna di gas caldo e denso che ci costrinse a passare di lato con i corpi premuti contro la parete di roccia, e passandoci sopra sentii le suole delle scarpe quasi ammorbidirsi, come se il calore stesse sciogliendo la gomma sotto i miei piedi. Il terreno era ancora a centinaia di gradi, ma sopra la superficie c'era solo un velo di crosta fragile, un sottile strato di roccia che si era raffreddata a contatto con l'aria ma che nascondeva sotto di sé un calore che poteva fondere il metallo e incenerire la carne in frazioni di secondo. Bastava un errore. Una leggerezza. Un momento di distrazione. E saremmo caduti dentro quel calore cieco, e nessuno ci avrebbe trovati, nessuno ci avrebbe cercati, nessuno avrebbe saputo che eravamo spariti in quel buco nella terra che aveva già ingoiato così tante vite.
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Raggiungemmo un punto in cui le pareti si aprivano su un pianoro di scorie scure, come vetro spezzato, un ampio spazio relativamente piatto che sembrava il fondo di una cattedrale naturale, e da lì la vista si spalancava su tutta la lunghezza di Esjujà: un canyon di fuoco morto e fumo tossico che si perdeva nella distanza, una ferita aperta nel corpo della terra che non si era mai richiusa e che probabilmente non si sarebbe mai richiusa, non in una vita umana, non in mille vite umane.
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Sessanta metri di larghezza. Sei chilometri di lunghezza. Cento di profondità. E ogni singolo metro raccontava una storia di distruzione, ogni strato di lava era un capitolo, ogni crepa era una frase, ogni getto di gas era una parola, e la storia che raccontavano era la storia della notte in cui il mondo che conoscevamo era finito e ne era iniziato un altro, un mondo più freddo, più buio, più pericoloso, un mondo in cui la terra non era più una madre ma un nemico.
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Iya si inginocchiò. Toccò una roccia. Rimase lì, in silenzio, con la mano posata su quella pietra come se stesse cercando di sentire il suo battito cardiaco, come se stesse cercando di comunicare con qualcosa che non poteva comunicare.
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Non chiesi nulla.
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Io mi limitai a guardare.
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E in quel guardare, capii che la ferita non si sarebbe mai chiusa. Né quella della terra, né la nostra. La frattura di Esjujà sarebbe rimasta lì per millenni, e la frattura dentro di noi sarebbe rimasta lì per altrettanto tempo, perché certe cose, una volta spezzate, non si risaldano mai del tutto, e la migliore cosa che puoi fare non è cercare di guarire ma imparare a vivere con la ferita aperta, portandola con te come si porta un arto che non c'è più ma che fa ancora male, un dolore fantasma che ti ricorda cosa c'era prima e cosa non c'è più.
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Ma eravamo tornati.
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E in qualche modo, eravamo testimoni di ciò che era rimasto.
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Ci fermammo in un punto dove la frattura si apriva in una conca più ampia, una sorta di anfiteatro naturale scavato nella roccia dalle forze che avevano creato Esjujà, e il fondo, ancora lontano, era spaccato da una serie di crepe profonde da cui filtrava una luce rossastra. Il bagliore non era uniforme: pulsava, a intervalli irregolari, come se respirasse, come se laggiù, nelle profondità della terra, qualcosa stesse inspirando ed espirando con un ritmo che non aveva nulla di umano e tutto di geologico, un respiro che misurava il tempo in ere geologiche invece che in secondi, che pensava in termini di milioni di anni invece che di minuti, e che non sapeva e non si curava che due esseri umani erano lì a guardarlo.
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— Guarda... — dissi, indicando con un cenno del capo.
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Iya si chinò, socchiudendo gli occhi.
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Non c'era fuoco visibile, non c'erano fiamme, non c'era il rosso brillante e vibrante della lava che avevamo visto due anni prima quando l'Esjufjoll aveva eruttato coprendo il cielo di fuoco. No. Questo era diverso. C'era solo un rosso che saliva da quelle fenditure, un rosso profondo e cupo e antico che non apparteneva alla superficie, che apparteneva a un luogo molto più in basso, molto più profondo, molto più vecchio della crosta terrestre su cui camminavamo. Sotto metri e metri di roccia e di basalto e di scorie, c'era ancora un fuoco che bruciava.
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— Non è finita, — sussurrò Iya — Tutto questo... non è mai finito. —
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E in quelle parole, pronunciate a un volume appena superiore a un respiro, con una voce che tremava non per il freddo ma per qualcosa di più profondo, c'era una consapevolezza che né io né lei avevamo mai pronunciato ad alta voce, la consapevolezza che quello che avevamo visto fino a quel momento, le rovine di Jökulsárlón, i corpi nella lava, le case distrutte, tutto quello era solo il risultato, solo l'effetto, solo la conseguenza visibile di una causa che era ancora lì, nascosta, invisibile, e che non aveva mai smesso di esistere.
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Rimanemmo lì qualche minuto, ascoltando il silenzio disturbato dai sibili del gas e dalle occasionali raffiche calde che salivano dal fondo, e in quel silenzio interrotto sentii qualcosa che non avevo mai sentito prima, un suono che non era un suono ma una vibrazione, un tremore che veniva da sotto e che saliva attraverso i piedi e le gambe e il busto fino alla testa, come se la terra stessa stesse parlando e io potessi sentirla non con le orecchie ma con le ossa.
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Poi ci guardammo. Nessuno parlò, ma decidemmo insieme, con quella forma di comunicazione silenziosa che si sviluppa tra due persone che hanno condiviso troppo per aver bisogno delle parole, e la decisione fu: è ora di uscire.
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Risalimmo lentamente lungo la parete orientale, tra rocce arroventate e zolle vetrificate che scricchiolavano sotto i nostri passi come gusci d'uovo, e l'uscita fu più faticosa dell'ingresso: il calore saliva con noi, come se non volesse lasciarci andare, come se l'aria volesse trattenerci, densa e opprimente, piena di vapori che ci accecavano e ci soffocavano e ci facevano sentire come se stessimo nuotando in un mare di zolfo fuso. Ogni passo era un atto di volontà, non un passo fisico ma uno psicologico, una decisione consapevole di continuare a mettere un piede davanti all'altro anche quando ogni fibra del tuo corpo ti diceva di fermarti, di girarti, di tornare giù, di arrenderti.
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Infine, dopo un'ultima curva tra colonne di lava contorta e pozze fumaroliche dalle quali saliva un vapore denso e giallastro che puzzava di uova marce e di morte, raggiungemmo il bordo superiore.
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Ci voltammo un'ultima volta. Esjujà era là sotto, immobile, eppure viva. Un abisso silenzioso che non chiedeva nulla ma osservava tutto, che ci aveva lasciati entrare e ci aveva lasciati uscire senza opporre resistenza, come un animale che osserva le prede che passano davanti a lui senza avere fame, e questa indifferenza era più terrificante di qualsiasi ostilità, perché significava che non eravamo nulla per quella cosa, che la nostra presenza o la nostra assenza non faceva alcuna differenza per il mostro che dormiva sotto i nostri piedi, che eravamo così piccoli, così insignificanti, così effimeri rispetto a quella forza che la nostra esistenza stessa era irrilevante.
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Il cielo sopra di noi era coperto ma la neve cadeva leggera in grani sottili, e il contrasto tra quella neve bianca e leggera e il calore che ancora ci inseguiva dalla frattura era surreale, come se due mondi diversi si fossero sovrapposti senza mescolarsi, come se fossimo su un confine invisibile tra l'inverno e l'inferno. Il vapore che si alzava dai nostri vestiti pareva fumo, come se fossimo noi stessi a bruciare, come se il calore di Esjujà si fosse impregnato nei nostri corpi e stesse ora uscendo dai nostri pori come un sudore di fuoco.
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Davanti a noi si stendeva la salita in direzione della caldera collassata dell'Esjufjöll. Un tempo quella cima era completamente coperta dalla calotta glaciale del Vatnajökull per metri di spessore, un muro di ghiaccio azzurro e brillante che rifletteva la luce del sole come uno specchio gigante e che era stato uno dei luoghi più belli e più maestosi dell'intera Islanda. Ora era una ferita spogliata. Il ghiaccio era scomparso, fuso dall'eruzione, evaporato dal calore, trasformato in vapore e in acqua e in fango e in niente, e ciò che restava era solo roccia nera e cenere e crepe e vapori, una cima che era stata spogliata della sua bellezza e della sua dignità come un corpo che viene spogliato dei suoi vestiti e lasciato nudo al freddo, esposto, vulnerabile, umiliato.
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Ci incamminiamo in silenzio.
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Le ore successive furono lente. Più lente di qualsiasi cosa avessi mai vissuto, più lente delle notti insonni a Bergen, più lente dei giorni in fabbrica a Nettetal, più lente del viaggio in traghetto dalle Faroe, perché questa lentezza non era solo fisica ma psicologica, era la lentezza di chi si sta avvicinando a qualcosa che sa che lo cambierà per sempre e che vorrebbe che il tempo si fermasse per non doverci arrivare, ma che allo stesso tempo non può fermarsi perché è stato lui stesso a scegliere di andare.
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La salita era costante ma irregolare. I sentieri non esistevano più. Non c'era più niente che potesse essere chiamato "sentiero" in quel paesaggio, solo lastroni di basalto ribaltati, nevai interrotti da fenditure, massi che erano stati spostati dalla forza dei terremoti e che ora giacevano in posizioni impossibili, come dadi lanciati da un gigante che non si era preoccupato di dove cadevano. Tracce evidenti di scosse, cicatrici lasciate dai terremoti che avevano anticipato la grande eruzione sommitale quando il bacino di magma si era mosso eruttando attraverso Esjujà e portando al collasso graduale ma poi sempre più rapido della caldera sommitale. In certi punti le rocce apparivano scolpite da forze impossibili: muri di lava antica solidificata inclinati come pagine spezzate di un libro geologico, strati di roccia che una volta erano orizzontali e che ora erano verticali o capovolti, come se qualcuno avesse preso il libro della storia della terra e lo avesse strappato e l'avesse rimesso insieme a caso, buttando le pagine dove capitava.
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In altri punti si vedevano ancora i solchi lasciati da flussi piroclastici e bordi scoloriti dal calore estremo, tracce che sembravano cicatrici di bruciature sulla pelle della montagna, e guardandole pensai a cosa doveva essere stato quel momento, il momento in cui la caldera aveva collassato.
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La neve copriva tutto come una tela ruvida, un lenzuolo bianco e sottile che cercava di nascondere le ferite della montagna ma che riusciva solo a renderle più evidenti, come un trucco che invece di nascondere le cicatrici le mette in risalto. Ma sotto quel manto sottile il paesaggio gridava. Lo sentivo, non con le orecchie ma con qualcosa di più profondo, con quell'intuito che si sviluppa quando cammini su una terra che ha visto morire le persone che amavi.
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Ogni tanto un rombo profondo spezzava il silenzio.
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Un suono smorzato, profondo, che pareva viaggiare sotto i piedi, attraverso la roccia, come il verso di un animale enorme che vive nel sottosuolo e che ogni tanto ricorda al mondo che è ancora lì. Lontano, ma non troppo. Abbastanza vicino da sentire la vibrazione nelle gambe, abbastanza vicino da sentire che la roccia sotto i tuoi piedi non è immobile ma trema, impercettibilmente, con un tremito che non vedresti se non sapessi di guardare ma che senti con una certezza che va oltre la ragione.
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Ogni volta ci fermavamo ad ascoltare, con la stessa inquietudine che si prova davanti a un animale ferito e imprevedibile. Non paura esatta, non terrore, ma qualcosa di più sottile, qualcosa che ha a che fare con il sapere che sei in un luogo che non ti vuole, che non ti ha invitato, che non ti lascerà restare se deciderà che è il momento di svegliarsi.
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— Viene dalla caldera. — dissi, indicando il versante.
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Iya non rispose subito. Guardò la montagna davanti a noi, quella cima spogliata e ferita che si innalzava contro il cielo grigio, e poi disse, senza voltarsi:
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— Lì sotto non è mai andato via niente. Solo la superficie è cambiata. —
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Aveva ragione.
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Quel mondo non si era spento. Si era solo nascosto. E ora sotto la neve leggera continuava a covare qualcosa di inespresso, qualcosa che non era ancora pronto a uscire ma che non aveva dimenticato di esistere, qualcosa che aspettava con la pazienza delle cose che vivono nel profondo della terra, una pazienza che non si misura in anni ma in ere, e che un giorno, forse tra un anno, forse tra cento, forse tra mille, avrebbe di nuovo trovato una via d'uscita.
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Camminammo ancora, in salita, tra silenzi e suoni profondi. Nessun animale. Nessun segno di vita.
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La sommità era ancora lontana, ma cominciavamo a scorgere il margine della grande depressione lasciata dal collasso, quel bordo che un tempo era il perimetro della caldera sommitale e che ora era il perimetro di un abisso, e non ci fermammo. Non ci fermammo perché sapevamo che se ci fossimo fermati non saremmo più ripartiti, che la stanchezza e il calore e lo zolfo e il peso dei ricordi ci avrebbero inchiodati a quel punto come insetti in una collezione, e che l'unico modo di arrivare era continuare a camminare anche quando ogni passo sembrava impossibile, anche quando le gambe sembravano fatte di piombo, anche quando la mente ti diceva di girarti e tornare indietro.
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