Ci vollero ben due ore di cammino per raggiungere la zona in periferia di Jökulsárlón dove abitavo fino a due anni prima.155Please respect copyright.PENANASlU7KFcbEc
Due ore in quel campo lavico che non era un campo ma un labirinto, un labirinto di roccia nera e creste taglienti e buchi nascosti e vapori che salivano dal sottosuolo come fiati di draghi addormentati, un labirinto in cui ogni passo era un calcolo, ogni appoggio una scommessa, ogni metro guadagnato una piccola vittoria che non sapevi quanto sarebbe durata. Più di una volta inciampammo nelle creste che la lava aveva formato solidificandosi, quelle lingue di basalto che si erano irrigidite nell'atto di avanzare creando bordi affilati come lame di coltello, e ogni volta che inciampavo sentivo il cuore accelerare non per la caduta in sé ma per il pensiero di cosa c'era sotto, di quel calore che sapevo essere lì, nascosto sotto una crosta che poteva avere lo spessore di un centimetro o di un metro e che non avevo modo di sapere quale dei due fosse finché non ci mettevi sopra il peso del tuo corpo.
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Un tempo questa zona sarebbe stata una normale strada. Una strada su cui avevo camminato migliaia di volte, con gli zaini per la scuola, con la bici, con Helena la sera quando tornavamo dalla passeggiata. Ora tutto questo era sepolto sotto un manto di roccia nera che non lasciava trapelare nulla di ciò che era stato prima, e camminarci sopra era come camminare sulla pelle di un cadavere senza sapere cosa c'è sotto.
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Iya per poco rischiò addirittura di scivolare con un gemito in una cavità sotto la lava. Accadde in un istante, senza preavviso. Stavamo camminando uno dietro l'altra, come facevamo da ore, con la stessa monotonia rassegnata di chi sa che ogni passo è uguale al precedente, e all'improvviso sentii un suono secco, un rumore di roccia che si spezza, un "crac" breve e netto che nel silenzio del campo lavico sembrò uno sparo. La crosta sottile sopra una cavità si era incrinata sotto il suo peso, e Iya era scivolata verso il basso prima che riuscissi ad afferrarla per un braccio e a tirarla su con una forza che non sapevo di avere. Lei si fece leva lungo i bordi della crepa con le mani e i piedi, e io la tirai, e in pochi secondi che sembrarono minuti era di nuovo sopra, sulla superficie solida, con il respiro corto e gli occhi spalancati.
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Mentre la aiutavo avvertii il calore tremendo che fuoriusciva da laggiù insieme a uno sbuffo di vapore che mi investì il braccio come un respiro di forno aperto, un calore che non era tiepido né caldo ma rovente, un calore che ti diceva in modo inequivocabile che sotto quella crosta sottile c'era qualcosa di vivo, qualcosa di furioso, qualcosa che non aveva finito di bruciare.
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— Grazie. — disse palesemente spaventata, e la sua voce tremava non solo per lo spavento ma per il calore che le aveva investito le gambe mentre era mezza sprofondata nella cavità.
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— Di niente. Meglio stare attenti a dove camminiamo. È evidente che là sotto la temperatura è ancora parecchio rovente. — osservai, e mentre lo dicevo guardai il punto in cui Iya era quasi scivolata e vidi la crepa che si era aperta nel basalto, un taglio nero e irregolare dai bordi ancora caldi dai quali saliva un vapore denso che sapeva di zolfo e di morte.
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— Sono d'accordo. —
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Era pieno pomeriggio. Finora ci eravamo fermati solo per una breve sosta a mangiare qualcosa, seduti su una roccia che era abbastanza fredda da poterci sedere senza bruciarci, ma ora il sole stava iniziando la sua discesa verso un orizzonte che non riuscivamo a vedere oltre la coltre di nuvole grigie, e una volta arrivati era necessario trovare un punto in cui piantare la tenda per la notte. Non sapevamo ancora quanto avrebbe fatto freddo, ma ero sicuro che nonostante il calore che continuava a risalire lentamente dalla lava solidificata, le temperature al di fuori del campo lavico avrebbero raggiunto i zero gradi, e forse li avrebbero superati verso il basso, perché questo non era il freddo normale di un inverno islandese, era il freddo di un mondo che aveva cambiato le sue regole senza preavviso.
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In lontananza iniziai a riconoscere la forma familiare di quella che era la mia casa fino a due anni prima.
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Fu come ricevere un pugno allo stomaco, ma diverso da quello che avevo sentito quando avevamo visto la costa, diverso da quello che avevo sentito quando avevamo visto le rovine di Jökulsárlón. Questo fu un pugno diverso, perché conteneva qualcosa che gli altri non avevano contenuto: la sorpresa. C'era qualcosa di strano, perché rispetto alla devastazione che avevo visto a Jökulsárlón, questa sembrava essersela cavata egregiamente. Non integra, non intatta, non illesa, ma in piedi. Ancora in piedi. Con le mura che si innalzavano dalla lava come le pareti di un fortino che ha resistito a un assedio, con il tetto che ancora copriva qualcosa invece di essere collassato come quello di tutti gli altri edifici che avevamo visto, con le finestre ancora al loro posto anche se incrostate di polvere grigia. Forse perché il campo di lava qui sembrava meno spesso rispetto al luogo da cui stavamo arrivando, come se il flusso avesse esaurito la sua forza in quel tratto e avesse raggiunto questo punto con la residuals energia di un fiume che sta per esaurirsi.
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— Sbaglio o c'è qualcosa di sbagliato? — osservò Iya mentre ci stavamo avvicinando, e la sua voce era carica di quella stessa sorpresa incredula che sentivo anche io, come se stessimo guardando un miracolo in mezzo a un cimitero.
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— L'ho notato pure io. — dissi.
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Poi, poco dopo qualche minuto, eravamo di fronte a casa mia.
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In effetti era quasi del tutto integra. Il flusso di lava era arrivato anche qui, lo vedevamo dalla colata nera che si fermava a pochi metri dalle mura, ma era stato rallentato dal muro di pietra a secco che la circondava, quel muro che mio padre aveva fatto costruire quando aveva fatto costruire la casa, quel muro che da bambino avevo scavalcato centinaia di volte per andare a giocare e che ora, vent'anni dopo, aveva salvato l'unica cosa che mi restava del mio passato. La lava si era arrestata contro quel muro come un'onda contro uno scoglio, e il muro aveva retto, e la lava si era raffreddata lì, formando uno spesso strato nero che arrivava fino all'altezza delle pietre ma non oltre. Probabilmente eravamo vicino ai bordi del grande campo lavico, dove la lava tendenzialmente rallenta e diminuisce di spessore, e qui la lava si era raffreddata rallentando e aveva a sua volta rallentato il flusso principale che era invece maggiormente concentrato nell'area di Jökulsárlón.
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Tuttavia non c'erano troppe illusioni. Qui lo spessore della lava raggiungeva il metro, di poco inferiore al muro a secco, e la casa, per quanto in piedi, portava i segni di ciò che aveva passato. La mia casa aveva il muro solcato da crepe profonde, crepe che partivano dagli angoli delle finestre e si diramavano verso l'alto e verso il basso come vene di un corpo che sta invecchiando, e il tetto era coperto da mezzo metro di polvere grigia come il vialetto dove la lava si era fermata poco prima della soglia di casa, una polvere fine e compatta che era sicuramente cenere vulcanica depositata negli anni successivi all'eruzione, una polvere che era entrata in ogni fessura, in ogni crepa, in ogni poro della casa come una malattia silenziosa che si insinua nel corpo senza che te ne accorga.
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Mi ricordai un dettaglio importante che mi raccontò mia madre riguardo mio padre, che la fece costruire poco prima che io nascessi. Egli era un sismologo vecchio stampo, era talmente ossessionato alla sicurezza che spese cifre esorbitanti affinché venisse edificata con i massimi criteri anti-sismici. Persino i vetri delle finestre erano multistrato, vale a dire costruiti per non rompersi in schegge che potessero ferire qualcuno nel caso si rompessero durante forti terremoti, restando compatti ma segnati da crepe. Infatti i vetri di casa mia apparivano chiaramente attraversati da fitte ragnatele di crepe, sicuramente a causa dei terremoti che si erano verificati nell'area durante l'eruzione e il collasso della caldera anni prima, ma non si erano frantumati. Erano rimasti al loro posto, compatti, tenuti insieme dai loro strati interni come una pelle che si è spaccata ma non si è aperta.
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— Come fa ad essere ancora in piedi? — disse Iya chiaramente sbalordita, e la sua faccia era una maschera di incredulità che quasi mi fece sorridere in mezzo a tutto quell'orrore, perché era la prima volta da quando avevamo messo piede in Islanda che vedevo un'espressione che non fosse paura, dolore o rassegnazione.
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— Mio padre quando la fece costruire prima che io nascessi era un fissato per i criteri anti-sismici. Dopotutto era un sismologo. — spiegai.
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— Non lo sapevo. — disse Iya.
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— Io entro. — dissi.
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Volevo assolutamente vedere qualcosa di familiare. Qualcosa che mi ricordasse e facesse sentire davvero a casa. Era una tentazione irresistibile, più forte di qualsiasi paura o qualsiasi prudenza potessi avere. Erano due anni che ero lontano da qui, due anni da quando quella notte con Helena si era aperta quell'enorme linea di frattura vulcanica che trasudava fontane di lava e il cielo si era acceso di rosso e la terra aveva cominciato a tremare e tutto quello che avevo conosciuto aveva cominciato a morire. Volevo rivedere casa mia. Anche solo per l'ultima volta. Era questo uno dei principali motivi per cui ero tornato in Islanda. Non solo per vedere le rovine di Jökulsárlón, non per contare i cadaveri, non per misurare il calore delle crepe. Per questo. Per vedere casa mia.
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— Vengo con te, — mi disse Iya, poi esitò — se posso. —
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Dopotutto era casa mia. Non sua. Lo sapeva e io lo sapevo, e quell'esitazione, quel "se posso" che era uscito dalla sua bocca prima che potesse fermarlo, mi disse quanto fosse delicata e profonda la differenza tra tornare a casa tua e tornare nella casa di qualcun altro, anche se quel qualcuno era la persona che amavi.
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— Volevo prima vedere se fosse sicura. — dissi.
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— È rimasta in piedi per due anni. Sono sicura che resisterà alla nostra presenza. — osservò lei.
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Non dissi nulla. Aveva semplicemente ragione.
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Ci avviammo verso la soglia camminando sulla lava che si era formata poco prima di essa, quel metro di basalto nero e compatto che si era fermato come un'onda congelato, e i nostri passi risuonavano sulla roccia con un suono secco e irreale che mi sembrava di sentire per la prima volta, come se camminare su quella lava fosse un'azione che non aveva precedenti nella storia umana, come se fossimo i primi esseri viventi a mettere i piedi su quel pezzo di terra nuovo.
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Mi fermai davanti alla porta impolverata. Così tanto familiare. La stessa porta che avevo aperto e chiuso migliaia di volte, che avevo scardinata una volta da ragazzino perché avevo dimenticato le chiavi e mia madre era fuori, che avevo chiuso con un botto la notte in cui avevo litigato con lei per una stupidaggine che non ricordo più. Era lì. La stessa porta. La stessa maniglia. La stessa vernice scrostata nell'angolo in basso dove il mio zaino aveva sbattuto per anni.
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— È strano essere qui davanti dopo tutto questo tempo, — sussurrai colto da una strana nostalgia che non era dolce ma amara, una nostalgia che sapeva di polvere e di tempo perduto e di cose che non torneranno mai più — credevo fosse stata distrutta come tutto il resto. —
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— Lo so, — disse Iya alle mie spalle, quindi appoggiò una mano sulla mia spalla, e il peso della sua mano era l'unica cosa calda in quel paesaggio di freddo e di cenere — ma ora siamo qui. Sei a casa, Sasha. —
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Facendo attenzione ruppi il vetro della porta con una pietra, dal momento che non avevo le chiavi. Un sacrilegio alla memoria ma una necessità. Il vetro multistrato cedette con un rumore sordo e complesso, non il suono netto e cristallino di un vetro normale che si frantuma ma un suono più attutito, più organico, come se la porta stesse gemendo sotto il colpo, e i pezzi rimasero insieme come avevano promesso di fare, tenuti dai loro strati interni, formando una ragnatela di crepe che copriva l'intera superficie senza far cadere neanche una scheggia.
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La prima cosa che sentii fu l'odore. Un odore di vecchio, misto a quell'odore familiare che riconosci solo a casa tua, dopo aver varcato quella soglia ogni giorno per anni. Era un odore che non sapevo di avere un nome, che non avevo mai avuto bisogno di nominare perché era sempre stato lì, come l'aria stessa, come il respiro stesso, e sentirlo di nuovo dopo due anni fu come ricevere un pugno che non ti fa male ma ti toglie il fiato, perché quell'odore era la prova che quel luogo era ancora quello che era stato, che qualcosa dentro di quelle mura era sopravvissuto, che non tutto era stato cancellato.
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Buona parte dell'arredamento era a terra in disordine, scomposto in vasi rotti e quadri e libri e cuscini e tutti quegli oggetti che una volta avevano avuto un posto preciso e che ora giacevano sul pavimento come corpi dopo una battaglia. Dopotutto con le scosse di terremoto che c'erano state sarebbe stato strano il contrario. L'ambiente era immerso per metà nell'oscurità, l'altra metà era invece illuminata dalla luce che entrava dalle finestre attraverso i vetri incrinati, una luce grigia e polverosa che sembrava più solida che luminosa, come se fosse fatta di polvere invece che di fotoni.
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Feci qualche passo e mi diressi verso la cucina. C'era disordine, un caos di tazze rotte, posate sparse sul pavimento, una sedia rovesciata, il tavolo spostato dal suo posto con una delle gambe sollevate da terra come se stesse cercando di camminare via. Ma le cose erano proprio come le ricordavo.
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Di riflesso mi vennero in mente centinaia di ricordi di me e mia madre. Colazioni. Cene. Litigi per i compiti. Risate per qualcosa che avevo detto. Il profumo del caffè la mattina. Il modo in cui appoggiava la fronte sul vetro della finestra per guardare fuori quando pioveva. Sentii qualcosa crescere dentro di me. Qualcosa di grande e di pesante e di pericoloso che stava salendo dallo stomaco verso il petto e che sapevo, con la certezza di chi ha provato quella sensazione prima, che se non l'avessi fermato mi avrebbe travolto.
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Salii le scale per andare verso la mia camera. Iya mi seguiva silenziosa, con i passi leggeri sul legno delle scale che scricchiolavano sotto il nostro peso come ossa vecchie. Di riflesso guardai in direzione della camera di mia madre. La porta era chiusa.
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Mi bloccai alla fine delle scale.
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Di riflesso mi vennero alla mente centinaia di ricordi di me e mia madre. La sua voce che mi chiamava la mattina. Il modo in cui bussava alla mia porta tre volte, sempre tre, mai di più, mai di meno. Il suono della sua chiave nella serratura quando tornava dal lavoro. L'odore del suo profumo nel corridoio. La sua risata.
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Quel qualcosa dentro di me salì in un nodo alla gola.
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Mi sedetti su un gradino della scala. Non riuscivo più a controllarmi. Singhiozzai e il respiro divenne all'improvviso affannoso, corto, insufficiente, come se i polmoni si fossero rifiutati di fare il loro lavoro, come se il mio corpo avesse deciso che era il momento di fermarsi e di lasciare uscire tutto ciò che si era tenuto dentro per due anni. E fu esattamente quello che accadde. Era come se quello che mi ero tenuto dentro per due anni fosse esploso solo ora, in quel momento, su quel gradino di quella scala, in quella casa vuota e polverosa che era stata l'unica casa che avessi mai conosciuto e che ora era il luogo in cui tutto ciò che avevo represso stava venendo fuori con una violenza che non potevo controllare né fermare né nascondere.
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Iya senza dire nulla si sedette accanto a me e mi abbracciò forte.
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Piansi sulla sua spalla. Piansi come non avevo pianto da quando avevo ricevuto la lettera di Helena. Piansi come non avevo pianto quando mia madre era morta sull'autobus verso Reykjavik, perché in quel momento non avevo pianto, non era stato possibile, c'era stato troppo da fare, troppa gente intorno, troppo caos, e il pianto si era accumulato dentro di me come un'acqua che non trova una via d'uscita e che finalmente, dopo due anni, aveva trovato una crepa attraverso cui defluire.
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— Va tutto bene, — sussurrò — sono qui. —
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Respirai il profumo dei suoi capelli con un misto di altre cose, vento, cenere, zolfo, e quel profumo fu l'unica cosa dolce in un momento che non aveva nulla di dolce, l'unica ancora di normalità in un oceano di dolore e di polvere e di ricordi che mi stavano sommergendo come un'onda che non si ritira.
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Dopo quella che parve un'eternità, mi staccai da lei. Il mio viso era bagnato e i miei occhi erano gonfi e probabilmente ero rosso come un peperone, ma non me ne importava nulla, non in quel momento, non in quella casa, non davanti a Iya che aveva visto cose molto peggiori del mio viso piangente.
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— Grazie. Scusami ma non ce la facevo più... —
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Mi baciò lievemente le labbra. Un bacio leggero, delicato, che non chiedeva nulla e che non prometteva nulla, che era semplicemente lì, come una mano che ti si posa sulla spalla quando non hai le parole per dire quello che senti.
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— È assolutamente normale dopo tutto quello che è successo. Non sei un pezzo di ferro. — disse.
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— Grazie.. —
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Entrammo in camera mia.
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Fatta eccezione per la polvere e il disordine era esattamente come la ricordavo. Poco era cambiato. La finestra era intatta ma il vetro era una fitta ragnatela di fessure che la faceva sembrare una tela di ragno gigante incastonata nel legno della finestra. La scrivania era lì, coperta da uno strato sottile di polvere grigia. Le rocce con cristalli di quarzo erano per terra, sparpagliate sul pavimento. I poster sul muro si erano scoloriti, ma alcuni ancora reggevano, incollati con angoli arricciati che sembravano orecchie di un animale che ascolta qualcosa che non riesce a capire. Un paio pendevano mezzo staccati dall'armadio.
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Di per sé la casa era integra ma l'aria era fredda, ma sarebbe stata comunque un buon riparo per la notte, come constatai. Meglio della tenda. Meglio di qualsiasi cosa avessimo avuto fino a quel momento. Rivedere casa mia era stato un tuffo nel passato e nei ricordi, avevo avuto un cedimento ma suppongo fosse una cosa normale, una cosa che doveva succedere prima o poi, e forse era meglio che fosse successa lì, in quel luogo, con Iya accanto a me, piuttosto che da qualche altra parte, in qualche altro momento, da solo.
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Era ormai tardo pomeriggio. Il sole stava calando anche se ancora non si vedeva, la coltre di nuvole attenuava notevolmente la luminosità, e decidemmo di comune accordo che avremmo trascorso qui la notte.
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Quando il sole iniziò a calare nelle ultime luci grigie del crepuscolo ci sedemmo in salotto a mangiare qualcosa prima di andare a dormire. Seduti sul divano impolverato mangiammo un po' di salmone affumicato con una vecchia coperta addosso sulle gambe, una coperta che avevo trovato nell'armadio del corridoio e che probabilmente era stata usata da mia madre le sere che guardava la televisione, e che ora era la cosa più morbida e più calda che avessi toccato da molto tempo.
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— È tutto così strano essere qui. — osservai.
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— Lo posso immaginare. Ma guardiamo il lato positivo, almeno casa tua si è salvata. — disse Iya.
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— Già. Ma l'Islanda non sarà abitabile per almeno una generazione. —
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— Forse. Ma almeno hai un posto in cui tornare. —
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— Una tomba fatta di ricordi. Non credo che ritornerò. —
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— E cosa faremo quando torneremo a Nettetal? — chiese Iya.
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— Non lo so. Ma sicuramente torneremo diversi. — dissi — Sono concentrato su dove andremo domani. —
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— Stavo pensando di vedere la linea di frattura dell'eruzione e poi vedere la caldera. — dissi.
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— Non è pericoloso? Quanto tempo ci vorrà? — chiese lei.
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— Raggiungere la frattura ci vorrà qualche ora. Raggiungere il bordo della caldera, se partiamo al mattino presto, per il tramonto saremmo lassù. — analizzai.
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— Ma c'è ancora attività. Li hai sentiti anche tu i boati. —
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— Qualunque cosa sia rimasta è confinata dentro la caldera. Se qualcosa doveva succedere è accaduto due anni fa, come abbiamo visto. —
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— Come facciamo a tornare in giù con l'oscurità? — chiese lei.
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— Dormiremo nella tenda che ho nello zaino. Ci isolerà dal freddo. Dormiremo poco più in basso e poi torneremo in giù all'alba. — dissi.
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— Questa sì che è un'avventura estrema. — disse Iya.
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— Ti sembra fattibile? —
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— Abbiamo fatto tutta questa strada. Trovo giusto vedere tutto con i miei occhi. —
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Scelsi di dormire nella mia stanza. L'unica che sentivo davvero appartenere a me. Non alla casa. Non a mia madre. A me. A quel ragazzo che ero stato prima che tutto cambiasse, prima dell'eruzione, prima di Helena, prima della morte, prima di Bergen, prima di tutto.
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Spazzai la polvere dal copriletto. Sotto le lenzuola erano intatte, sicuramente dall'ultima volta che le avevo usate, e c'era poca umidità nella casa, molto probabilmente a causa del calore esterno proveniente dal campo lavico che aveva mantenuto l'interno relativamente asciutto nonostante i due anni di abbandono. Ogni dettaglio in quella stanza, nell'ultima tenue luce del giorno che filtrava attraverso i vetri incrinati, parlava di un tempo così lontano e allo stesso tempo presente. La libreria con i libri di scuola. La sedia davanti alla scrivania. Il poster della band che avevo smesso di ascoltare ma che non avevo mai avuto il cuore di togliere.
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Ci spogliammo stendendo i vestiti sopra il copriletto in modo da stare ulteriormente al caldo in quella stanza fredda, quindi ci mettemmo sotto le lenzuola che iniziarono a riscaldarsi rapidamente nel calore dei nostri corpi. Erano morbide, come le ricordavo. Forse era l'unica cosa al mondo che era rimasta esattamente come la ricordavo, e questa constatazione mi fece qualcosa di strano allo stomaco, qualcosa che era troppo complesso per essere chiamato tristezza e troppo dolce per essere chiamato dolore.
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Vicinissimi, le mie mani scivolarono dietro la sua schiena attirandola a me, e la sua bocca trovò la mia e si aprì tra di essa in un lento bacio intimo, un bacio che non era iniziato con un desiderio esplicito ma con un bisogno più profondo, il bisogno di sentire qualcosa di vivo e di caldo e di umano in un luogo che era tutto tranne che queste cose. Le nostre mani si cercarono, poi scivolarono sui nostri corpi con una lentezza che non aveva niente di deliberato ma che veniva da un luogo più profondo della coscienza, come se i nostri corpi sapessero qualcosa che le nostre menti non sapevano, come se sapessero che in quel momento, in quella stanza, in quella casa morta, l'unica cosa che poteva avere senso era il contatto tra due corpi vivi.
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Ogni tocco era un messaggio. Una carezza. Una promessa.
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Sentii le mani di Iya scivolare dietro la mia schiena, le sue dita che disegnavano linee sulla mia pelle come se stesse scrivendo qualcosa che non volevo o non potevo leggere, e il suo tocco era caldo e leggero e preciso e mi faceva chiudere gli occhi e dimenticare per un istante dove eravamo e cosa avevamo visto e cosa ci aspettava.
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Il bacio si fece più intenso, cercandoci con maggior intensità, le sue labbra che premevano contro le mie con una forza che era ancora dolce ma che aveva in sé qualcosa di diverso, qualcosa di più urgente, come se il tempo che avevamo si stesse accorciando e lei volesse fare in modo che ogni secondo contasse. La sua lingua si muoveva contro la mia come se stesse imparando un alfabeto sconosciuto, un alfabeto fatto non di lettere ma di sapori e di temperature, e ogni movimento era una sillaba e ogni sillaba era una parola e ogni parola era una frase che diceva qualcosa che non avrei mai potuto tradurre in nessuna lingua conosciuta.
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I nostri nasi si sfiorarono mentre ci separavamo appena per riprendere fiato, e in quel momento, con i nostri visi così vicini che i nostri respiri si mescolavano in un unico soffio caldo, vidi i suoi occhi, quegli occhi verde castano che in quella luce debole sembravano quasi neri, e in quegli occhi c'era qualcosa che mi fece dimenticare tutto il resto.
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Le nostre mani si muovevano ora: sui fianchi, sulle costole, poi sulle scapole, con una lentezza che era quasi una tortura e quasi una preghiera, e ogni centimetro di pelle che toccavo era come un territorio che stavo scoprendo per la prima volta anche se l'avevo già esplorato, perché in quel luogo, in quella stanza, in quel letto, ogni cosa era nuova e ogni cosa era la stessa e questa contraddizione era il cuore stesso di ciò che provavo.
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Iya inarcò leggermente la schiena, guidata più da istinto che da volontà, un movimento fluido e naturale che sembrava venire da una parte di lei che non aveva niente a che fare con la ragione, e io le passai una mano dietro la schiena. Le mie dita trovarono la curva tra le scapole, scesero con lentezza, seguendo la linea della sua colonna vertebrale come un fiume segue il corso che la roccia gli ha tracciato, mentre la sua bocca continuava a muoversi con la mia in un bacio che era diventato qualcosa di diverso da ciò che era stato all'inizio, qualcosa di più profondo, qualcosa di più disperato, qualcosa che aveva a che fare con la necessità di sentirsi vivi in un luogo che parlava di morte.
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Sotto le coperte in quella fredda stanza fatta di nostalgia, abbandono e solitudine eterna, in cui ero cresciuto da bambino, cambiammo posizione più volte con l'intreccio sudato dei nostri corpi che si faceva sempre più esigente, sempre più affamato, sempre meno disposto ad accontentarsi di metà misure e di mezze verità. La sua pelle era calda sotto le mie mani e la mia pelle era calda sotto le sue e il freddo della stanza non esisteva più, era stato cancellato dal calore che generavamo, dal calore dei nostri corpi che si premevano l'uno contro l'altro come due fiamme che si uniscono per non spegnersi.
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Facemmo l'amore. Forse anche per dimenticare la realtà che avevamo trovato. Forse per ricordarci che eravamo vivi. Forse per nessuna delle due cose, forse semplicemente perché in quel momento era l'unica cosa che avevamo, l'unica cosa che potevamo fare, l'unica risposta che potevamo dare a un mondo che aveva distrutto tutto il resto.
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Quando ci unimmo, persi l'uno nell'altra tra un respiro nel sospiro, i suoi lunghissimi capelli sciolti sul mio viso che mi carezzavano la pelle come fili di seta nera, tutto ciò che avevamo cercato e trovato arrivando qui perse importanza. Le rovine di Jökulsárlón. I corpi nella lava. La casa di Iya distrutta. Le crepe che sbuffavano zolfo. Il boato dell'Esjufjoll. Tutto sparì. Rimase solo il punto di contatto tra noi, quel punto incandescente in cui due corpi diventavano una sola cosa, e in quel punto non c'era spazio per il dolore, non c'era spazio per la morte, non c'era spazio per nient'altro che non fosse quel respiro condiviso e quel battito cardiaco che batteva all'unisono come un tamburo che conta il tempo di qualcosa che non ha bisogno di un nome.
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Chi si guarda indietro è perduto.
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