Il giorno successivo tutto proseguì come se nulla fosse successo.252Please respect copyright.PENANAI8S8bMjoTo
E forse, pensai, era esattamente quello che era. Niente era successo. O meglio, qualcosa era successo, un bacio, una mano che cerca un'altra mano nel buio, un sussurro che ti rimane nelle orecchie come un'eco, ma se niente lo seguiva, se niente lo confermava, se niente lo trasformava da gesto isolato a qualcosa di condiviso e riconosciuto, allora forse era come se non fosse successo. Forse.
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Il tempo, per contro, migliorò ulteriormente. Anzi, lo fece in modo che molti non si aspettavano rispetto al periodo.
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Le temperature si alzarono rapidamente fino a raggiungere quasi i trenta gradi, temperature generalmente tipiche di giugno, non di aprile. Un cambiamento tanto rapido quanto insolito che portò tutti a girare in magliette e pantaloni corti, come se qualcuno avesse premuto un tasto e avesse saltato due mesi in avanti. I tedeschi stessi, che per quanto ne sapevo erano abituati a una certa prevedibilità climatica, sembravano disorientati da quel caldo improvviso, come se il tempo avesse deciso di prendere in giro tutti quanti.
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In quei giorni in fabbrica si soffriva la calura. I forni della Rheinmetall irradiavano un calore che a trenta gradi esterni diventava insopportabile, il sudore colava sul viso sotto il casco protettivo, gli occhiali si appannavano, i guanti resistevano a malapena. Lavoravo come in un sogno, i movimenti meccanici, la mente altrove, da qualche parte tra la fabbrica e il lago, tra le stelle e le dita di Iya che si erano intrecciate alle mie.
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Quella sera quando rincasai trovai Iya seduta sul divano intenta a sfogliare qualcosa sul suo telefono. Non alzò lo sguardo quando entrai. Non mi salutò. Rimase lì con lo schermo illuminato che le rifletteva luce sul viso, e capii subito che stava aspettando il momento giusto per dirmi qualcosa.
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— Ti devo dire una cosa. — mi disse.
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Dal tono della sua voce capii che era seria. Iniziai a credere che si riferisse a quella sera al lago, al bacio, al sussurro, a tutto ciò che era rimasto sospeso nell'aria come un fulmine che non ha ancora trovato il suolo. Sentii uno strano nodo alla gola, non paura, non esattamente, ma qualcosa di simile a un'anticipazione, come quando stai per aprire una porta e non sai cosa c'è dall'altra parte.
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— Ti ascolto. — mi limitai a dire.
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— Forse mi sono trovata un lavoro.—
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Questa notizia mi sorprese, non solo perché non era l'argomento che mi aspettavo, ma perché era del tutto inattesa. Iya, quella che fino a pochi mesi fa passava le giornate sul divano con un libro, quella che non usciva di casa, quella che aveva bisogno di essere convinta persino per fare una passeggiata, aveva trovato un lavoro da sola, senza dirmelo, senza chiedermi il permesso, senza averne bisogno.
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— Dove?—
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— In una fattoria appena fuori città. Sono passata oggi dopo aver chiesto un po' in giro. Mi hanno chiesto il mio contatto ed entro domani mi faranno sapere.—
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— Questa è una bella notizia. Te la sentiresti di fare un lavoro del genere?—
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— Onestamente non lo so. — disse lei. — Ma se non provo non posso saperlo. Qualcosa dovrò pur fare. Non sono più una ragazzina di sedici anni. Credo di poter dare anche io il mio contributo in questa situazione.—
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Queste parole da parte sua non me le aspettavo. In effetti era cambiata parecchio dopo tutto quello che avevamo passato, non solo a Bergen, non solo durante il freddo estremo, ma in tutto il percorso che avevamo fatto insieme da quando ci eravamo trovati sulla stessa strada per caso, o per destino, o per qualunque fosse il nome di quella forza che mette le persone una accanto all'altra nei momenti in cui nessuno vorrebbe essere solo.
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— Perché questo improvviso cambiamento?—
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— Era da un po' che mi stavo guardando attorno, — mi confidò. — Ormai credo di poter prendere tranquillamente alcune decisioni anche da sola.—
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— Non è solo questo. — osservai. — È anche per quello che è successo qualche sera fa?—
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Onestamente non so perché l'ho chiesto. Forse perché il nodo alla gola non era ancora sparito. Forse perché avevo bisogno di sapere se quel bacio, quel gesto silenzioso sulla riva del lago, significava qualcosa per lei o se era stato solo un momento, un impulso, una cosa che poteva restare lì, al lago, come aveva detto lei.
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— Onestamente non ci ho più pensato — mi rispose. — Per me questa rimane una decisione rimasta in sospeso. Al momento la mia priorità è quella di mettere in pratica questa esperienza.—
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Era chiaro che non voleva toccare l'argomento. Le sue parole erano precise, misurate, come se avesse preparato quella risposta in anticipo, e forse l'aveva fatto. Forse aveva passato l'intera giornata a decidere cosa dirmi e cosa non dirmi, e aveva scelto di chiudere quella porta per il momento.
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Tuttavia da parte mia nemmeno io avevo intenzione di toccare il discorso. Qualcosa mi diceva che era troppo presto. E d'altronde, bisognava ammetterlo, prima che succedesse la catastrofe di Esjufjoll, in Islanda, stavo con Helena. Poi in Norvegia avevo fatto quel periodo particolare con Hannah, la sorella maggiore. E ora Iya. Mi sembrava quasi sbagliato, non moralmente, non in quel senso astratto della parola, ma quasi geometricamente, come se stessi ripercorrendo lo stesso schema con tre versioni diverse della stessa famiglia, e che iniziare qualcosa con Iya di cui non sapevo se ci sarebbe stato un seguito fosse in qualche modo un modo di sostituire qualcosa che non poteva essere sostituito.
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Era troppo presto.
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Non che Iya fosse una brutta persona. Al contrario, era molto umana, dall'aspetto molto semplice e anche molto carina a dire il vero. Con lei si poteva discutere di ogni argomento senza mai sentirsi giudicato. Era empatica nei miei confronti, comprendeva i miei stati d'animo ancora prima che me ne rendessi conto, a volte prima ancora che io li riconoscessi come tali. C'erano volte in cui mi guardava e capiva esattamente cosa stavo pensando senza che io aprissi bocca, e questo mi disturbava un poco, non perché non gradissi la comprensione, ma perché significava che non potevo nascondermi dietro la maschera che tutti indossiamo, quella che dice "sto bene" anche quando non è vero.
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Con i suoi lunghi capelli castani e gli occhi castani con screziature verdi che studiavano ogni cosa su cui si posavano, aveva un portamento che la portava ad assomigliare molto poco alle sue sorelle. Eppure c'erano tratti comuni, qualcosa nel modo di inclinare la testa quando ascoltava, qualcosa nel modo di stringere le labbra quando era pensierosa, ma le assomiglianze si riducevano a sfumature, quanto la similitudine tra il crepuscolo dell'alba e quello del tramonto. Lo stesso colore, la stessa luce, eppure due momenti completamente diversi del giorno.
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La sua vera personalità continuava a restare anonima, pure a me che ci avevo trascorso un anno in casa insieme. Forse doveva ancora maturare. Forse era già lì e semplicemente non la vedevo, o non volevo vederla.
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Era abbastanza evidente che eravamo passati a una nuova fase della nostra vita.
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Nei giorni successivi Iya ricominciò a rincasare sempre più tardi nel pomeriggio. A volte era più stanca e parlava poco, si sedeva sul divano, si toglieva le scarpe, chiudeva gli occhi e restava lì senza dire niente, come se il silenzio fosse il solo lusso che si poteva permettere dopo una giornata di lavoro. Altre volte era più loquace, raccontava della fattoria, dei campi, delle persone che aveva incontrato, di come avesse dato una mano a piantare dei pali per alcune recinzioni, a tirare il filo spinato, a riparare una staccionata che il vento aveva buttato giù.
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Era evidente che la manualità la stava riportando a un maggiore contatto con il ferro del tempo presente, non il ferro della fabbrica, non il ferro dei cannoni, ma un ferro più semplice, più primitivo, quello dei pali e dei fili e della terra che si lavora con le mani. E forse era quello di cui aveva bisogno, non parole, non riflessioni, non analisi, ma qualcosa di concreto sotto le dita, qualcosa che le dicesse: questo hai fatto, questo esiste, questo non può essere cancellato da una tempesta o da un'eruzione o da una guerra.
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Nel contempo i bei giorni di sole e il tempo insolitamente caldo giunsero al termine.
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Una notte io e Iya, nei nostri rispettivi letti separati, venimmo svegliati da un forte tuono temporalesco. Il bagliore di un fulmine illuminò la stanza attraverso i vetri delle finestre con le serrande abbassate a metà, un lampo bianco-azzurro che trasformò il soffitto in una lastra di luce per una frazione di secondo, lasciando dietro di sé un'ombra più densa di prima. Poi un altro tuono, più vicino.
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Ci alzammo. Affacciandoci alle finestre del nostro appartamento vedemmo ragnatele di fulmini incrinare il cielo notturno, non un fulmine isolato, ma decine, centinaia, che si accendevano e spegnevano in rapida successione come i neuroni di un cervello che sta pensando qualcosa di terribile. I tuoni si fecero sempre più forti avvicinandosi, un rombo continuo, senza pause, come se il cielo stesso stesse tremando.
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Un vento fortissimo iniziò a scuotere gli alberi, quelli stessi alberi che poche settimane prima erano spogli e nudi e che ora avevano appena iniziato a mettere le foglie, come se qualcuno avesse dato loro un vestito nuovo solo per strapparglielo via subito dopo.
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Un lampo seguito da un boato assordante costrinse me e Iya a piegarci istintivamente, il suono non si sentì tanto con le orecchie quanto con il corpo intero, con le ossa, con lo stomaco, come se qualcuno avesse colpito l'edificio con un pugno gigantesco. Il rombo andò disperdendosi in lontananza ma lasciò dietro di sé un ronzio, una vibrazione che sembrava non voler finire.
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Seguì una fitta pioggia che iniziò a scrosciare sulle strade e sui tetti degli edifici di Nettetal, non una pioggia normale, ma un acquazzone che scaricava la quantità di un mese di pioggia in poche ore, con un sottofondo che andava crescendo d'intensità fino a diventare un rumore continuo, assordante, come se qualcuno avesse aperto i rubinetti del cielo e li avesse lasciati aperti.
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Poi iniziò un ticchettio.
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Simile a quello di sassolini che cadono sul tetto, debole all'inizio, quasi impercettibile sotto il rumore della pioggia, ma in seguito divenne sempre più forte, sempre più fitto, fino a diventare una vera e propria tempesta di grandine. Chicchi di varie dimensioni si scaricarono su alberi, tetti e automobili parcheggiate in strada, una vera e propria ghiaia di ghiaccio che in seguito veniva trascinata per le strade dall'acqua come un tappeto bianco, scivoloso, innaturale.
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Abbassammo le serrande per evitare che le forti raffiche di vento sbattessero i chicchi contro i vetri. Il rumore della grandine sulle serrande metalliche era terrificante, un colpo dopo l'altro, ritmico, insistente, come se qualcuno stesse picchiando con un martello dall'esterno per entrare.
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— È normale per questo periodo dell'anno? — mi chiese Iya perplessa, rimettendosi a letto.
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— Non ne sono convinto. Ma non essendo del posto non so cosa risponderti. — dissi.
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Restammo al buio ad ascoltare la tempesta che impazzava fuori, il vento, la pioggia, la grandine, i tuoni lontani che ogni tanto tornavano a ricordarci che non era finita. Non riuscii a riprendere sonno per molto tempo. Rimasi sdraiato a fissare il soffitto, pensando a come il tempo, il semplice tempo atmosferico, fosse diventato un nemico, qualcosa di imprevedibile e ostile che poteva cambiare umore da un momento all'altro senza preavviso, senza logica, senza pietà.
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Il mattino successivo a sorprenderci non fu tanto la pioggia quanto la neve.
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Le temperature erano scese sotto lo zero durante la notte, un crollo termico che non aveva alcun senso, che non seguiva nessuna logica climatica, che semplicemente era successo, come tutto in quell'ultimo anno, e nevicava.
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Nevicò per tutto il giorno.
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Le forti ondate di vento e grandine della notte avevano già causato danni, rami spezzati, auto con il parabrezza sfondato, tegole cadute dai tetti, e a ciò si assommavano le intense nevicate in corso. Ci furono molti incidenti stradali, dal momento che era da un po' che le auto non giravano con le gomme da neve, chi le avrebbe mai pensate, ad aprile, con trenta gradi?
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L'unico lato positivo lo colsero solo i bambini che si divertirono a costruire pupazzi di neve improvvisati nei loro cortili, ignari di tutto, felici della neve come solo i bambini sanno essere felici di qualcosa che gli adulti invece vedono come un problema.
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Quel giorno Iya rimase a casa, non c'era molto lavoro da svolgere alla fattoria sotto la neve, come le venne comunicato tramite cellulare. Io in fabbrica feci solo mezza giornata, ci furono seri problemi di sbalzi dell'energia elettrica, e i forni non potevano funzionare a intermittenza senza rischiare di rovinare i pezzi in lavorazione.
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Quando rincasai, fuori stava ancora nevicando e le temperature erano rimaste di poco sotto lo zero.
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— In questo paese non si sa mai come ci si deve vestire, — si lamentò Iya. — L'altro ieri eravamo in pantaloncini corti, ora siamo di nuovo in pieno inverno.—
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— Sono rimasto sorpreso quanto te. Nemmeno in Islanda abbiamo estremi del genere. — dissi.
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— Anche le persone del posto erano stupite da un simile cambiamento — disse lei. — Deve essere una cosa nuova anche per loro.—
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Nevicò per tutto il giorno. Sembrava per davvero di essere tornati in pieno inverno, quell'inverno che avevamo lasciato in Norvegia, che avevamo giurato di non rivedere, che invece ci aveva inseguito fin quaggiù, attraverso l'Europa, come un'ombra che non si stacca da chi cammina.
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Smise solo quando venne la sera e il cielo si schiarì.
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Tuttavia con lo schiarirsi del cielo scesero anche le temperature, e la neve ghiacciò così come le pozze d'acqua che si erano formate per le strade, uno strato di ghiaccio sottile e lucido che rendeva ogni passo un azzardo.
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Quella sera io e Iya uscimmo per fare una passeggiata.
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In abiti invernali, con tanto di giacca. Erano caduti almeno quindici centimetri di neve e l'aria gelida pungeva la pelle, non il freddo brutale di Bergen, non quello che ti uccide, ma un freddo abbastanza intenso da ricordarti che non era primavera, che non era estate, che non era niente di ciò che avrebbe dovuto essere.
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Ci eravamo abituati alla primavera, poi all'estate improvvisa, e ora l'inverno sembrava averci inseguito fin quaggiù dalla Norvegia, come se non fossimo fuggiti da nulla, come se avessimo solo cambiato il paesaggio intorno a noi senza cambiare davvero nulla.
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Camminammo con le mani in tasca lungo un viale in periferia di Nettetal. File di alberi di ciliegio coi fiori bianchi coperti di neve, un'immagine che non avrebbe dovuto esistere, i fiori di ciliegio e la neve insieme, la primavera e l'inverno sovrapposti come due fotografie stampate una sull'altra. Qui non c'erano molti lampioni e si poteva vedere il nero cielo stellato, quella stessa volta di stelle che avevo visto dall'Islanda, dalla Norvegia, da ogni posto in cui mi aveva portato questa vita che non avevo scelto.
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Con il paesaggio imbiancato di neve fresca e i fiori di ciliegio che spuntavano bianchi dal bianco, quasi invisibili, quasi irreali tutto assumeva un'atmosfera surreale. Come un dipinto in cui qualcuno avesse mescolato due stagioni diverse per sbaglio, e il risultato fosse qualcosa di bello e di sbagliato allo stesso tempo.
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Passo dopo passo continuammo a camminare senza meta, senza dire nulla, ascoltando il rumore dei nostri passi sulla neve ghiacciata, un suono secco, cristallino, che si interrompeva e riprendeva come un battito cardiaco irregolare.
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Ad un certo punto mi fermai.
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Mi voltai a guardare Iya.
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Lei mi guardò a sua volta, con indosso il suo berretto di lana, i capelli castani che uscivano da sotto, gli occhi verdi che brillavano nella luce dei pochi lampioni lontani. Mi fece un'espressione perplessa, una di quelle espressioni che faceva quando non capiva qualcosa ma non era infastidita dal non capire, solo curiosa, come se stesse aspettando una spiegazione che sarebbe arrivata da un momento all'altro.
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Senza dire nulla feci qualche passo verso di lei.
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Con il respiro che si condensava come il suo nell'aria fredda di quella sera invernale, due nuvole di vapore che si formavano e svanivano, si formavano e svanivano, come due respiri che cercavano di diventare uno, piegai il viso verso il suo.
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E ci baciammo.
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Sotto i fiori di ciliegio coperti di neve. In una strada di una città che non ci apparteneva. In un paese che non avevamo scelto. In un mondo che stava andando a pezzi.
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