Aprile cedette il posto a maggio. E maggio, con quella lentezza che hanno i mesi quando non succede nulla di catastrofico, cedette il posto a giugno.211Please respect copyright.PENANA5veJuKJxyW
Dopo quella pausa invernale, quella nevata assurda che aveva coperto i fiori di ciliegio e ci aveva costretto a tirare di nuovo fuori le giacche che credevamo di aver messo via, le temperature si alzarono, ma non in modo particolarmente eccessivo. Non come quel caldo improvviso di fine aprile che ci aveva fatti sudare in fabbrica e girare per le strade in pantaloncini corti. Questa volta fu più graduale, più timido, come se la primavera avesse paura di osare troppo, fasi di bel tempo si alternavano a fasi di piogge torrenziali con violenti temporali e grandinate, come se il cielo non riuscisse a decidere quale stagione fosse la sua e continuasse a cambiarle idea ogni pochi giorni.
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Nel frattempo la situazione generale stava andando gradualmente peggiorando, non con la violenza improvvisa a cui eravamo abituati, non con il botto di un'eruzione o il crollo delle temperature, ma con una lentezza più insidiosa, come un'acqua che sale e che non ti accorgi di bagnarti fino a quando non ti arriva al petto.
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Le notizie che arrivavano dall'Australia erano frammentarie, comunicati ufficiali che dicevano poco e nascondevano molto, testimonianze di sopravvissuti che filtravano sui social media prima di essere rimosse, immagini satellitari che mostravano città costiere avvolte da colonne di fumo nero. Poco si sapeva su quello che stava realmente succedendo, se l'invasione proseguiva, se gli australiani resistevano, se il mondo si era ricordato che un continente stava bruciando. Probabilmente no. Probabilmente il mondo aveva altri problemi, i suoi stessi problemi, quelli di sempre, quelli che adesso si chiamavano razionamento, disoccupazione, black out, criminalità, e che un tempo si chiamavano in modo diverso ma che alla fine erano sempre la stessa cosa: la paura di non avere abbastanza.
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Al contempo la Rheinmetall stava aprendo nuove Gigafactory in tutta la Germania per ampliare la produzione di prodotti bellici. Lo vedevo dai giornali, dai cartelloni pubblicitari lungo le strade. "Rheinmetall: Il futuro della difesa europea",dalle file di camion che entravano e uscivano dagli stabilimenti anche di notte. Ogni volta che vedevo uno di quei camion, enormi, scuri, senza insegne, sentivo qualcosa stringersi nello stomaco, perché sapevo cosa trasportavano, o perlomeno sapevo cosa avrebbero trasportato una volta assemblati.
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Iya restava alla fattoria. E lì, tra la terra, gli animali, il lavoro manuale, sembrava aver trovato, almeno provvisoriamente, la sua vocazione.
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Una sera, una volta rincasati, mi raccontava che aveva passato l'intera giornata a mettere giù patate dopo che un aratro automatizzato aveva creato dei solchi lungo un campo già usato negli anni precedenti. Mi spiegò come si faceva, le patate da seme, la distanza tra un solco e l'altro, la profondità, il modo in cui la terra doveva essere coperta ma non troppo compattata. Parlava di queste cose con una competenza che mi sorprendeva, non perché dubitassi di lei, ma perché fino a pochi mesi prima la cosa più vicina all'agricoltura che avesse fatto era guardare un libro sul soggiorno.
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Un'altra sera invece mi spiegò di aver dato una mano a costruire una recinzione con filo elettrificato per il bestiame, usato per tenere a bada i lupi che a quanto pareva erano diventati una specie sempre più diffusa in tutta Europa. Si erano segnalati numerosi casi di attacchi all'uomo, non solo in zone rurali, ma anche nelle periferie di alcune città, dove la fame e la riduzione del loro habitat naturale li aveva spinti sempre più vicino agli insediamenti umani. Iya mi raccontò di aver sentito il verso di un lupo una sera, mentre rientrava dalla fattoria, un suono lungo, acuto, che le aveva gelato il sangue non per la paura ma per la bellezza, mi disse, perché era un suono antico, appartenente a un mondo che pensavamo di aver domato e che invece stava tornando a prendere ciò che era suo.
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Il lavoro ci teneva entrambi con la mente impegnata. Lontana dalla paura del futuro. E questa, questa capacità di dimenticare, anche solo per qualche ora, quello che stava succedendo nel mondo, era forse la cosa più preziosa che avessimo.
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La nostra era una storia molto diversa da quella che avevo cominciato con Helena. Con Helena era stato tutto dolce e lento e timoroso, come camminare su un ghiaccio sottilissimo che sapevi che si sarebbe rotto ma che volevi comunque calpestare perché dall'altra parte c'era lei. Era stato un innamoramento fatto di sguardi rubati, di mani che si sfioravano senzatrovarsi, di baci che sembravano sempre il primo e l'ultimo allo stesso tempo.
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Con Hannah era stato diverso, più necessità, più disperato, più onesto in un certo senso, come se entrambi sapessimo che quello che stavamo facendo non aveva futuro ma lo facevamo comunque perché il presente era troppo freddo per stare soli.
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Con Iya era qualcosa di ancora diverso. Qualcosa di più semplice e allo stesso tempo più complicato. Non c'era l'urgenza che c'era stata con Hannah, non c'era la sacralità che c'era stata con Helena. C'era qualcosa di più quotidiano, di più terreno, come se la nostra relazione fosse cresciuta non da un momento di passione ma da un accumulo di piccoli gesti, di passeggiate serali, di silenzi condivisi, di cene mangiate insieme su un tavolo troppo piccolo in un monolocale troppo stretto, e che un giorno, senza che nessuno se ne accorgesse, erano diventati qualcosa di più di quello che erano all'inizio.
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Stavamo insieme da circa un paio di mesi e avevamo avuto anche le nostre liti. Qualche coppia dopotutto non ne ha? Litigavamo per cose piccole, chi doveva lavare i piatti, chi aveva lasciato la luce accesa, chi aveva mangiato l'ultimo pezzo di pane senza avvisare l'altro. E ogni tanto litigavamo per cose meno piccole, il lavoro, il futuro, il fatto che passavo troppo tempo in fabbrica o che lei tornava dalla fattoria troppo stanca per parlare. Ma le liti duravano poco. Di solito finivano con uno dei due che si sedeva accanto all'altro sul divano in silenzio, e dopo un po' l'altro si avvicinava, e poi restavamo lì senza dire nulla, perché a volte il silenzio è l'unica scusa di cui hai bisogno per perdonare qualcuno.
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Nel frattempo, con l'avanzare della primavera, la dieta tedesca, e sicuramente non solo quella, aveva scoperto nuovi piatti tipici del posto assai diffusi ma che finora non erano mai stati considerati. Almeno non prima delle condizioni di povertà.
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La carne di piccione divenne un alimento base del nostro mangiare.
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All'inizio mi aveva quasi disgustato, l'idea di mangiare i piccioni, quegli stessi uccelli grigi e un po' ridicoli che vedevi sulle piazze di ogni città europea, quelli che ti si posavano davanti al bar mentre mangiavi un panino e ti guardavano con quegli occhi rossi e vuoti come se sapessero qualcosa che tu non sapevi. Ma la fame, o perlomeno la prospettiva della fame, ha un modo di ricalibrare i tuoi disgusti che è impressionante. Il primo piccione lo mangiai quasi senza gustarlo, concentrato solo sul gesto meccanico di masticare e deglutire. Il secondo era già migliore. Al terzo mi resi conto che non era affatto male, la carne era scura, saporita, con un gusto che assomigliava un po' a quella di quaglia ma più intensa.
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I piccioni erano una specie assai diffusa e resiliente nelle aree urbane di tutta Europa. Ciò che sorprendeva era che il loro numero non sembrava essere stato decimato dagli eventi dell'ultimo anno, dalla nebbia secca all'inverno estremamente rigido. Erano sopravvissuti a tutto, come se la natura avesse deciso che i piccioni, di tutti gli esseri viventi, erano quelli che meritavano di passare indenni attraverso la fine del mondo.
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Iya li cucinava in modo semplice, con un po' di sale, qualche erba che trovava al mercato, e una patata se ne avevamo. Non era un grande banchetto, ma era sufficiente, e sufficiente, avevamo imparato, era già molto.
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Durante i giorni liberi io e Iya approfittavamo delle giornate che andavano gradualmente allungandosi per fare le nostre ormai tradizionali passeggiate.
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Erano diventate una Routine, non nel senso negativo della parola, non come qualcosa di meccanico e vuoto, ma come un rituale, qualcosa che avevamo bisogno di fare come si ha bisogno di respirare o di dormire. Uscivamo nel tardo pomeriggio, quando il sole iniziava a scendere verso l'orizzonte e il cielo si accendeva di quelle sfumature color rame che sembravano appartenere a un altro pianeta. Camminavamo senza meta, lungo le strade di Nettetal, oltre i campi, oltre i boschi, fino ad arrivare al lago.
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E lì ci sedevamo. Sulla solita panca, quella panca di legno scrostato che ormai conoscevamo meglio del nostro divano, che aveva assorbito i nostri silenzi e le nostre parole e i nostri sospiri fino a diventare in qualche modo parte di noi.
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A volte restavamo in silenzio. A volte discutevamo della nostra giornata, del lavoro, delle persone che avevamo incontrato, delle cose che avevamo visto. A volte parlavamo del futuro, ma senza la pesantezza di prima, senza l'angoscia, come se il semplice fatto di essere lì, insieme, al lago, sotto il tramonto, rendesse il futuro qualcosa di meno terrificante.
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Man mano che le luci del crepuscolo passavano dalle sfumature rossastre alle sfumature violacee della sera, con qualche stella che cominciava a apparire, e poi al blu profondo della notte dove restavamo ad ammirare le stelle, come facevamo io ed Helena mille e una vite fa, sentivo qualcosa che non sapevo nominare. Non nostalgia, non esattamente. Qualcosa di più dolce e più triste allo stesso tempo, come se il tempo non fosse una linea retta ma un cerchio, e noi continuassimo a percorrere lo stesso arco con volti diversi e nomi diversi, ma con lo stesso cielo sopra la testa.
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Quella sera, una sera di fine giugno, eravamo seduti sulla panca come sempre. L'aria era mite nonostante il tempo fino ad allora fosse stato insolitamente fresco per il periodo. Le stelle erano comparse da poco e restava un debole chiarore con una tonalità blu chiaro all'orizzonte, quella luce che non è più giorno e non è ancora notte, che sospende ogni cosa in un momento fuori dal tempo.
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E lì notai qualcosa che mi fece fermare.
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Delle strane luci scintillanti come minuscoli neon verdi che lampeggiavano nell'aria, non una, non due, ma decine, forse centinaia, piccoli punti di luce verde che si accendevano e spegnevano nell'erba alta lungo la riva del lago, come se qualcuno avesse sparso frammenti di stelle tra le foglie.
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— Lucciole. — disse Iya.
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Il modo in cui lo disse, piano, quasi un sussurro, come se avesse paura che le parole potessero spaventarle e farle scomparire, mi fece capire che anche lei le stava vedendo per la prima volta.
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— Non le avevo mai viste — disse.
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— Nemmeno io. — dissi.
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Restammo lì in silenzio a guardare quelle luci verdi che danzavano nell'aria come minuscole lanterne abbandonate dal vento, accendendosi e spegnendosi senza un pattern riconoscibile, senza una logica, solo per il puro e semplice fatto di esistere, di brillare, di essere lì in quel momento e in nessun altro.
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L'uno accanto all'altra, con un braccio attorno alle spalle di lei, ascoltavamo in silenzio i grilli che alleggerivano l'aria con il loro richiamo nascosti tra l'erba alta, un suono continuo, ipnotico, che sembrava il battito cardiaco della notte stessa.
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Poi Iya parlò.
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— Ho intenzione di tornare in Islanda.—
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Rimasi sorpreso dalla novità, non perché non me l'aspettassi, in qualche modo, ma perché in quel momento — con le lucciole e i grilli e il lago e il cielo blu, sembrava fuori luogo, come una parola sbagliata in una frase perfetta.
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— Quando? — le chiesi.
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— Appena possibile. Intendo tornare a Jökulsárlón. — precisò lei. — Non per tornarci a vivere, ovviamente. Ma sento questo bisogno di ritornare a casa.—
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Casa. La usò come se fosse ancora una parola che aveva un significato, come se Jökulsárlón fosse ancora un luogo che esisteva, non un nome su una mappa che indicava un campo lavico e nient'altro.
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— Posso capirti. — dissi. — Ma sicuramente saprai che Jökulsárlón non esiste più. Qualunque cosa ci sia rimasto è ormai una rovina. E soprattutto l'area è un vasto campo lavico.
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Iya si voltò verso di me. Nella luce fioca dei suoi occhi verdi c'era qualcosa di determinato e di fragile allo stesso tempo, come una fiammella che il vento non è ancora riuscito a spegnere.
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— Lo so benissimo. Ma sinceramente è il posto dove abbiamo perso tutto.—
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E capii. Non voleva tornare per trovare qualcosa, sapeva che non c'era niente da trovare. Voleva tornare per chiudere qualcosa. Per guardare quel vuoto negli occhi e dirgli: ti ho visto, so che sei lì, e ora posso andare avanti.
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— Se non mi sbaglio ne avevamo già parlato. — dissi. — Potremmo andarci quest'estate se le condizioni lo permettono.—
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— Per logica, finché sarà estate, credo che dovremmo approfittarne. — rispose Iya. — Quando ci avvicineremo all'autunno inizierà la stagione delle tempeste. Figuriamoci poi durante l'inverno.—
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Ci riflettei in silenzio per un lungo momento. Da un lato pure a me c'era quel richiamo, un richiamo che non sapevo come descrivere, qualcosa che sentivo nel petto quando pensavo all'Islanda, non con la mente ma con il corpo, come se le mie ossa ricordassero il suolo su cui erano cresciute e volessero tornarci anche solo per un istante, anche solo per toccarlo e poi andarsene.
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— Potrebbe essere la nostra unica possibilità prima che arrivi la guerra. — insistette Iya. — Se è vero che sta arrivando.—
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Questo mi convinse. Non la guerra in sé, la guerra era una cosa troppo grande, troppo astratta, troppo lontana per essere una motivazione concreta. Mi convinse il modo in cui lo disse, con quella voce bassa e ferma che aveva usato sempre più spesso negli ultimi mesi, quella voce che non apparteneva alla Iya di un tempo ma a qualcuno che aveva imparato a dire le cose come stavano senza girarci attorno.
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— Cercherò di organizzarmi. — dissi.
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— Mi fa piacere sentirtelo dire. — disse Iya prendendomi la mano.
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— Per te. — dissi. — Per noi.—
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Restammo lì. Le lucciole continuavano a danzare nell'erba alta, minuscole stelle verdi che si accendevano e spegnevano come pensieri che nascono e muoiono, come desideri che non osi formulare, come ricordi che ti sfuggono appena cerchi di afferrarli. I grilli cantavano. Il lago era immobile. Il cielo si faceva sempre più scuro e le stelle, le vere, quelle che non si spegnevano, apparivano una dopo l'altra come se qualcuno le stesse accendendo da qualche parte, lontano, in un posto che non potevamo raggiungere ma che potevamo guardare.
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Cogliemmo l'istante del momento, lo prendemmo e lo tenemmo stretto, come si tiene stretto qualcosa di piccolo e di prezioso che si sa che non durerà, che non può durare, ma che in quel momento è tutto ciò che conta.
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Sotto il cielo di giugno, in una terra straniera, con le lucciole che brillavano come promesse nel buio, restammo uniti.
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