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Il turno notturno era iniziato come tutti gli altri.
Badge. Spogliatoio. Tuta grigia. Stivali di kevlar. Guanti senza dita. Il solito odore di sudore secco e detersivo economico che ti entrava nelle narici e non se ne andava più.
Oversight si attivò con il suo ronzio familiare.
"Benvenuto, Operatore Siderov. Tutti i parametri nella norma. Inizio turno notturno."
Le macchine presero vita intorno a me nel Reparto Stampa 7, bracci robotici che si muovevano con quella precisione millimetrica che avevo imparato a conoscere e quasi a rispettare nei tre mesi trascorsi in quella fabbrica. Stampanti tridimensionali industriali che iniziavano il loro lavoro silenzioso. Sensori laser che scannerizzavano i primi componenti della notte.
Produzione. Controllo. Ripetizione.
La meditazione monotona dell'operaio notturno.
Le ore passarono come sempre. Le 23:00. Mezzanotte. L'una. Le due. Controllavo i lotti, verificavo le tolleranze, autorizzavo i trasferimenti al magazzino. Occhio vede, mano tocca, cervello conferma. Occhio vede, mano tocca, cervello conferma.
Fu alle 02:17 che qualcosa cambiò.
Non fu un suono. Non fu un movimento. Fu un'assenza.
I monitor del pannello di controllo davanti a me si spensero tutti contemporaneamente. Non uno per volta, non a cascata, tutti insieme, come se qualcuno avesse staccato una spina cosmica.
Poi tornarono. Lampeggiarono. Si spensero di nuovo.
Oversight emise un suono che non avevo mai sentito prima. Un bip acuto, ripetitivo, irritante, che non era un allarme ma sembrava qualcosa di più primitivo. Una macchina che non sapeva cosa stesse succedendo e lo comunicava nel solo modo che conosceva.
"Anomalia di sistema. Anomalia di sistema. Anomalia di sistema."
I bracci robotici si fermarono a metà movimento. Le stampanti 3D interruppero il processo di stampa lasciando componenti incompleti sui nastri trasportatori. I sensori laser smisero di lampeggiare.
Il ronzio costante dei macchinari morì.
E nel silenzio che seguì sentii qualcosa che non avrei mai dovuto sentire in quella fabbrica: le voci degli altri operai.
-Alimentazione instabile- disse qualcuno vicino a me, un operaio più anziano di nome Callaghan che lavorava al Reparto 5 -è la seconda volta questa settimana che le luci fanno questo giochetto.-
Non era la seconda volta quella settimana. Era la prima.
Ma non dissi niente. Non era il momento.
I monitor si riaccesero per la terza volta. Oversight ricominciò a funzionare. I bracci robotici ripresero il loro balletto meccanico come se nulla fosse accaduto.
"Parametri ripristinati. Ripresa produzione. Tempo di fermo: quattro minuti e ventitré secondi."
Quattro minuti e ventitré secondi. Niente di che. Un battito di ciglia nell'economia di una fabbrica che produceva ventiquattro ore su ventiquattro.
Eppure qualcosa non tornava. Lo sentivo nella schiena, nelle spalle, in quel punto tra le scapole dove si annidava l'istinto che mi aveva tenuto vivo in posti molto peggiori di questo.
Proseguii il turno senza altri incidenti. Alle 06:03 uscii dalla fabbrica attraverso il cancello principale. L'aria del mattino mi colpì come sempre, ma questa volta notai qualcosa di diverso.
C'era troppo traffico.
A quell'ora, in quella zona di campagna, il traffico era inesistente. Qualche auto isolata, forse un trattore. Invece vedevo code di veicoli sulla strada principale, luci che si muovevano lentamente in entrambe le direzioni, e in lontananza il suono delle sirene.
Molte sirene.
Non ci feci troppo caso. Può succedere. Incidenti stradali. Qualcosa di normale in un paese di sessanta milioni di persone.
Guidai verso casa come sempre. Ventitré minuti. Il traffico era più intenso del solito ma niente di catastrofico. Arrivai al cottage, entrai dalla porta posteriore, e trovai Anastasia che non era a letto.
Era in salotto, seduta sul divano, illuminata dalla luce blu fredda del televisore acceso. Il volume era basso ma non al minimo.
-Anastasia?-
Non mi rispose. Non si mosse. Continuò a fissare lo schermo con un'espressione che non le avevo mai visto prima.
Mi avvicinai e guardai il telegiornale.
Una donna con i capelli castani e il viso troppo truccato, parlava con quella voce controllata che i giornalisti usano quando succede qualcosa di grave e devono sembrare calmi per non far panico.
"...alle 02:15 GMT, un'esplosione ha colpito il nodo di interscambio elettrico di Drax, nello Yorkshire. L'impianto, uno dei più importanti della rete nazionale, è stato gravemente danneggiato. Le autorità parlano di possibile attentato, ma al momento non ci sono rivendicazioni..."
Drax. Conoscevo quel nome. Avevo sentito altri operai parlarne in fabbrica. Una centrale elettrica che alimentava buona parte del nord dell'Inghilterra.
"...contemporaneamente, alle 02:17 GMT, un blackout ha interessato gran parte del sud-est dell'Inghilterra, inclusa l'area metropolitana di Londra. Le autorità assicurano che si tratta di una coincidenza e che l'energia dovrebbe essere ripristinata entro poche ore..."
Le 02:17.
Lo stesso minuto in cui i monitor della fabbrica si erano spesi.
Mi sedetti accanto ad Anastasia sul divano senza dire una parola. Le presi la mano. Era fredda. Gelida.
"...fonti governative confermano che il primo ministro terrà un discorso alla nazione alle 08:00. Nel frattempo si invita la popolazione a restare calma e a seguire le indicazioni delle autorità locali..."
Restare calma. Sempre la stessa frase. In ogni paese, in ogni lingua, in ogni emergenza. Restate calmi. Come se fosse possibile.
-Cosa sta succedendo?- chiese Anastasia, e la sua voce era un filo sottile che oscillava tra rabbia e paura.
-Non lo so.-
Era la verità. Per la prima volta da quando avevo lasciato l'esercito, non avevo un quadro chiaro della situazione. Non avevo addestramento che mi aiutasse a capire. Ero solo un operaio in pigiama seduto su un divano a guardare il mondo cadere a pezzi.
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Non dormii.
Come potevo dormire? Anastasia era rimasta sveglia anche lei, rannicchiata contro di me sul divano, e avevamo guardato il telegiornale per ore senza quasi parlare.
Le notizie si susseguivano frammentate, contraddittorie, sempre più inquietanti.
Drax non era stato l'unico nodo elettrico colpito. Nel corso della mattina erano emersi altri attacchi: una stazione di pompaggio nel Galles, un centro di distribuzione gas nel Midlands, una sottostazione elettrica vicino a Manchester. Tutti nello stesso arco temporale. Tutti con le stesse caratteristiche: esplosioni precise, danni mirati, nessuna rivendicazione.
Coincidenza, dicevano le autorità.
Quattro coincidenze simultanee nella stessa notte. Quattro.
Alle 08:00 il primo ministro apparve in televisione. Era un uomo di mezza età con i capelli grigi e il viso affilato, e per quanto cercasse di apparire determinato, notai cose che un occhio non addestrato non avrebbe mai notato. Le pupille leggermente dilatate. Il micro-movimento della mano destra che stringeva il bordo del tavolo. La voce che saliva di tono sulle consonanti, un segno di stress controllato a fatica.
"Cittadini del Commonwealth, questa notte il nostro paese ha subito una serie di attacchi alle nostre infrastrutture critiche. Voglio essere chiaro: non conosciamo ancora l'identità degli aggressori, ma stiamo conducendo un'indagine approfondita e i responsabili saranno portati davanti alla giustizia."
Pausa. Deglutizione.
"Vi chiedo di restare calmi. Di non diffondere voci non confermate. Di continuare le vostre attività normali. Il governo ha la situazione sotto controllo."
Sotto controllo. Quattro attacchi simultanei in quattro regioni diverse e la situazione era sotto controllo.
Anastasia spense il televisore con il telecomando.
-Non è sotto controllo.- disse, e la sua voce era piatta, analitica, priva di emozione -quattro attacchi coordinati richiedono mesi di pianificazione. Informazioni sui target. Risorse logistiche. Persone sul posto. Questo non è stato improvvisato.-
Lo sapevo. Lei lo sapeva. Lo sapevano tutti, anche se nessuno lo diceva ad alta voce.
-Devo andare a lavorare.- dissi, e le parole mi uscirono strane, irreali -il turno inizia alle ventidue.-
-Ti è concesso di non presentarti.- osservò lei -se succede qualcosa...-
-Se non mi presento senza un motivo valido, perdo il lavoro. Senza il lavoro non paghiamo l'affitto. Senza l'affitto finiamo in strada.- Feci una pausa -e poi, cosa dovrebbe succedere?-
Anastasia non rispose. Non c'era risposta.
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Il tragitto verso la fabbrica quella sera fu diverso.
C'erano più auto sulla strada del dovuto, ma non nel modo normale. Non era traffico di pendolari o di gente che andava a cena. Era traffico di persone che si muovevano senza una meta precisa, come formiche quando distruggi il formicaio.
Auto piene di bagagli. Famiglie con bambini sul sedile posteriore. Veicoli che procedevano troppo lentamente, come se i guidatori non sapessero esattamente dove fossero diretti ma sentissero il bisogno di muoversi.
Al semaforo di un incrocio vicino alla fabbrica vidi un furgone militare verde passare con i fari accesi nonostante fosse ancora chiaro. Poi un altro. Poi un convoglio di tre camion pesanti con le telonature tirate che nascondevano il carico.
Militari. In Inghilterra. In quella quantità.
Il mio stomaco si strinse in una morsa che non avevo sentito da quando ero in fuga nell'Estonia innevata.
Parcheggiai al solito posto. Il badge emise il suo bip. Lo spogliatoio era più affollato del normale, troppo affollato per essere un turno notturno ordinario, e i volti degli altri operai avevano qualcosa che non avevo mai visto prima.
Paura.
Non la paura latente, costante, di chi lavora in una fabbrica che produce armi e sa che un giorno potrebbe essere un bersaglio. Questa era paura viva, fresca, palpabile. Il tipo di paura che ti fa parlare troppo forte o non parlare affatto.
-Sapete niente?- chiese qualcuno, non ricordo chi -ho sentito che hanno chiuso il confine con la Scozia.-
-Stai scherzando?- rispose un altro -perché dovrebbero chiudere il confine con la Scozia?-
-Non lo so. Me l'ha detto mio cognato che lavora alla dogana.-
Voci che si sovrapponevano. Voci che si amplificavano. Voci che non dicevano niente di concreto ma riempivano lo spazio con il suono della paura stessa.
Indossai la tuta grigia e mi diressi verso il Reparto Stampa 7.
Oversight si attivò.
"Benvenuto, Operatore Siderov. Tutti i parametri nella norma. Inizio turno notturno."
Normale. Tutto normale. Come se fuori dal mondo non stesse crollando.
Le macchine iniziarono il loro balletto. Io iniziai il mio controllo. Occhio vede, mano tocca, cervello conferma.
Ma questa volta la meditazione non funzionava. Ogni suono mi faceva girare la testa. Ogni lampo di luce mi faceva contrarre le spalle. Il corpo si era ricordato di qualcosa che la mente cercava di ignorare: questo era un obiettivo strategico. Produceva componenti per armamenti. E se avevano colpito Drax, il Galles, il Midlands, Manchester...
Le ore passarono lentamente. Le 23:00. Mezzanotte. L'una.
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Fu alle 01:43 che successe.
Non ci fu preavviso. Non ci fu allarme. Non ci fu il bip di Oversight che annunciava un'anomalia.
Ci fu solo il boato.
Un suono che non era un suono ma un'onda. Un'onda che partì da qualche parte fuori dalla fabbrica, attraversò le pareti di metallo e cemento, mi colpì il petto come un pugno invisibile e mi fece cadere le orecchie con un ronzio assordante.
I monitor si spensero. Stavolta non tornarono acceso.
I bracci robotici si fermarono. Stavolta non ripresero.
Le luci al neon sopra la mia testa esplosero una dopo l'altra come fuochi d'artificio malati, riempiendo il reparto di scintille e frammenti di vetro che piovevano dall'alto.
Il buio che seguì non era il buio normale della notte. Era un buio denso, totale, pesante, il buio che arriva quando ogni fonte di energia elettrica muore contemporaneamente.
Poi arrivarono le grida.
Umani che gridano in un ambiente chiuso hanno un suono diverso da qualsiasi altra cosa al mondo. Non è un urlo di rabbia, non è un urlo di dolore. È qualcosa di più primitivo, più disperato, più animale. È il suono di chi sa di essere in trappola e non sa dove correre.
-MUOVITI! FUORI! TUTTI FUORI!-
La voce di qualcuno, forse un supervisore, forse un operaio più coraggioso degli altri, che tagliava attraverso il caos come un coltello.
Mi mossi per istinto. Non pensai. Il corpo sapeva cosa fare anche se il cervello non aveva ancora elaborato niente.
Mani sui bordi del pannello di controllo per orientarmi nel buio. Piedi che calpestavano qualcosa di morbido e bagnato sul pavimento. Non volevo sapere cosa fosse.
Il corridoio del Reparto 7 era pieno di corpi che si muovevano nel buio, urti, spinte, imprecazioni in lingue che non riuscivo a identificare, e l'aria era cambiata. C'era un odore nuovo, chimico, bruciato, che mi riempiva le narici e mi faceva bruciare gli occhi.
Fumo.
-Da questa parte!- urlai a nessuno in particolare, seguendo la memoria muscolare che aveva mappato ogni corridoio, ogni uscita di emergenza, ogni via di fuga nei tre mesi passati in quella fabbrica.
La porta di emergenza si aprì con un gemito metallico e l'aria della notte mi colpì il viso come una benedizione. Fredda, pulita, viva.
Mi voltai e vidi cosa rimaneva della fabbrica.
O meglio, cosa ne rimaneva.
La sezione nord del complesso industriale, quella che ospitava i Reparti 1 e 4, non esisteva più. Al suo posto c'era una struttura contorta, deformata, fumante che non assomigliava a niente che avessi mai visto. Travi d'acciaio piegate come fil di ferro. Pareti di cemento sgretolate. Un cratere nel mezzo del parcheggio che non c'era prima, profondo almeno cinque metri, con i bordi ancora incandescenti che brillavano arancioni nel buio.
E il suono. Cristo santo, il suono.
Non era un'esplosione continua. Era qualcosa di peggiore. Era il suono della struttura che cedeva pezzo dopo pezzo, travi che cedevano, pilastri che si piegavano, lastre di cemento che cadevano da altezze impossibili. Un lamento metallico e terribile che sembrava venire dalle viscere della terra stessa.
Gente che correva in tutte le direzioni. Gente a terra che non si muoveva. Gente che urlava nomi che non ricevevano risposta.
Il mio telefono vibrò nella tasca della tuta. Lo tirai fuori con mani che tremavano violentemente.
Messaggio di emergenza. Allerta nazionale. Testo semplice, inequivocabile:
"ATTACCO ALLA RETE INFRASTRUTTURALE NAZIONALE. RESTATE IN CASA. NON VI SPOSTATE. ATTENDETE ISTRUZIONI."
E poi niente. Nessun segnale. Il telefono era diventato un pezzo di plastica e vetro inutile.
Guardai il cratere ancora fumante. Guardai i corpi a terra. Guardai il cielo che si era illuminato di un arancio innaturale a nord, in direzione di Londra.
Non fu un attacco alla fabbrica. La fabbrica era solo un effetto collaterale. Qualcosa di più grande, qualcosa di molto più grande, aveva colpito altrove e l'onda d'urto aveva fatto il resto.
O forse no. Forse la fabbrica era nel mirino fin dall'inizio. Forse quelle esplosioni in Yorkshire, nel Galles, nel Midlands erano state solo una diversione.
Non lo sapevo. Non lo sapevo nessuno.
Mi allontanai dal edificio in fiamme con le gambe che si muovevano da sole, superando operai seduti a terra con la testa tra le mani, superando qualcuno che piangeva inginocchiato accanto a un corpo immobile, superando il cancello principale ormai sventrato dove la guardia di sicurezza non c'era più.
La furgonetta era ancora al suo posto. Intatta. Un'isola di normalità in un oceano di caos.
Accesi il motore. Le mani tremavano così tanto che faticavo a inserire la marcia.
E guidai.
Non verso casa. Non sapevo dove stavo andando. Guidavo solo per allontanarmi da quel posto, da quel fuoco, da quei corpi, da quel suono che mi seguiva anche quando il rumore era svanito.
Fu solo dopo venti minuti di guida automatica che il cervello si ricollegò al corpo e una sola parola mi esplose nella testa con la forza di un secondo boato:
Anastasia.
E premetti l'acceleratore più forte che potevo.
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