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Il cottage era buio quando arrivai.
Nessuna luce alle finestre. Nessuna auto nel vialetto. Il silenzio più totale che mi accolse come un pugno nello stomaco perché significava o che Anastasia non era lì o che era lì e non aveva acceso niente per non farsi notare.
Parcheggiai la furgonetta dietro la casa con movimenti meccanici, le mani che tremavano ancora, il cuore che batteva così forte da sentirmi le tempie pulsare. Spensi il motore e rimasi seduto al buio per trenta secondi, forse un minuto, cercando di respirare, cercando di ragionare, cercando di non pensare a ciò che avevo visto.
Non ci riuscii.
Il cratere nel parcheggio. Le travi piegate come fil di ferro. I corpi a terra. Il lamento metallico della struttura che cedeva pezzo dopo pezzo. L'odore di bruciato che mi era rimasto nei capelli, nei vestiti, nei polmoni.
Scesi dalla furgonetta e mi diressi verso la porta posteriore. La trovai chiusa a chiave. Bussai due volte, il nostro segnale, quello che avevamo stabilito nei primi giorni per non spaventarci a vicenda durante la notte.
Niente.
Bussai di nuovo. Più forte.
-Markus?-
La voce di Anastasia arrivò dall'interno, strozzata, piena di sonno interrotto bruscamente, e sentii i passi sul pavimento di legno che si avvicinavano. La porta si aprì e il suo viso apparve nella fessura, illuminato debolmente dalla luce del corridoio che avevo lasciato accesa prima di uscire.
Mi vide e il suo volto cambiò. Non so come descriverlo esattamente, fu come vedere una maschera che si incrinava all'improvviso, gli occhi che si allargavano, la pelle che diventava più pallida, le labbra che si aprivano senza che ne uscisse suono.
-Cosa... cosa ti è successo?-
Mi fece entrare e solo quando la porta si chiuse alle mie spalle e il calore della casa mi avvolse mi resi conto di quanto freddo avessi. Tremavo. Non per la paura, per il freddo vero, quello che ti entra nelle ossa e non se ne va.
Mi sedetti al tavolo della cucina senza togliere la giacca, la tuta da lavoro ancora addosso, le scarpe sporche di fango e polvere che lasciavano tracce sul pavimento che Anastasia teneva sempre pulito.
-La fabbrica è stata colpita.-
Le parole uscirono piatte. Vuote. Come se le stessi dicendo qualcosa che riguardava qualcun altro.
-Come "colpita"?- Anastasia si sedette davanti a me, i occhi fissi sui miei, e notai che aveva le mani già strette sul tavolo, le nocche bianche.
-Non so esattamente. Ero dentro quando è successo. Boato. Buio. Crollo di una parte della struttura. Sono uscito dalla porta di emergenza e ho visto il Reparto 1, 2, 3 e 4 che non esistevano più. Solo un cratere. Fuoco. Corpi.-
Mi fermai. Deglutii. La gola era secca come carta vetrata.
-Pensi che sia stato un attacco diretto alla fabbrica?-
-Non lo so. Forse. Forse no. Ho ricevuto un messaggio sul telefono prima che il segnale morisse: attacco alla rete infrastrutturale nazionale. Restare in casa. Non spostarsi.-
Anastasia si alzò dal tavolo senza dire una parola e andò verso il salotto. La seguii con lo sguardo senza muovermi, troppo stanco per alzarmi, troppo vuoto per fare qualsiasi cosa che non fosse sedere e respirare.
Tornò dopo un minuto con il tablet che tenevamo in casa, con il wifi pubblico, e lo accese. Lo schermo si illuminò mostrando una pagina di notizie che si aggiornava in tempo reale.
-Le connessioni funzionano ancora- disse, e c'era qualcosa di strano nella sua voce, quasi sorpresa -almeno in parte.-
Si sedette di nuovo davanti a me e girò lo schermo perché potessi vedere.
Le notizie si susseguivano una dopo l'altra in un flusso ininterrotto di titoli che si aggiornavano ogni pochi secondi.
"ESPLOSIONE ALLA CENTRALE DI DRAX: CONFERMATO DANNI STRUTTURALI SIGNIFICATIVI."
"BLACKOUT INTERROTTO NEL SUD-EST: ENERGIA RIPRISTINATA AL 60%."
"ATTACCO AL NODO FERROVIARIO DI BIRMINGHAM: TRE VAGONI DERAGLIATI, NON CI SAREBBERO VITTIME."
"IL PRIMO MINISTRO CONVOCA IL COBRA: EMERGENZA NAZIONALE DICHIARATA."
Cobra. Conoscevo quel nome. Il Cobra era la stanza dove il governo britannico coordinava le risposte alle emergenze nazionali. L'avevano convocato dopo gli attentati di Londra del 2005. L'avevano convocato durante la crisi dell'Ebola. Ora lo convocavano per questo.
-Anastasia, accendi il televisore.-
Lo fece. Il schermo si accese con un ronzio statico, l'immagine che tremolava per qualche secondo prima di stabilizzarsi su un canale di notizie continue.
Il giornalista era diverso dalla mattina. Era un uomo questa volta, coi capelli grigi tagliati corti e il viso scavato da chi non dorme da almeno ventiquattr'ore, e parlava con quella cadenza accelerata di chi ha troppe cose da dire e troppo poco tempo per dirle.
"...fonti interne al governo confermano che le indagini sono già in corso. Il servizio di sicurezza interna, MI5, sta coordinando le operazioni insieme alle forze armate e all'intelligence del Commonwealth. Al momento non ci sono rivendicazioni ufficiali, ma le autorità stanno esplorando diverse piste investigative..."
Il telegiornale passò a un corrispondente in esterna, un uomo con il giubbotto antiproiettile e il microfono in mano, che parlava davanti a un cordone di polizia dietro il quale si vedevano le luci blu dei lampeggianti e qualcosa di arancione che bruciava in lontananza.
"...come potete vedere alle mie spalle, i vigili del fuoco stanno ancora lavorando per domare le fiamme in quella che era una delle più importanti sottostazioni elettriche del sud del paese. Le prime stime parlano di danni che richiederanno settimane, forse mesi per essere completamente riparati. Nel frattempo il razionamento energetico potrebbe essere introdotto in diverse aree del paese..."
L'immagine cambiò di nuovo. Un esperto militare in studio, un uomo in pensione con le medaglie sul petto e la voce baritonale di chi è abituato a parlare davanti alle telecamere.
"...la coordinazione di questi attacchi è significativa. Quattro, forse cinque obiettivi colpiti simultaneamente in un arco temporale di meno di quindici minuti. Questo richiede una logistica che va oltre le capacità di un gruppo terroristico ordinario. Stiamo parlando di risorse statali, o quantomeno parastatali..."
Risorse statali.
La frase rimase sospesa nell'aria della cucina come un gas invisibile.
-Statali?- ripeté Anastasia, e notai qualcosa nella sua voce, una vibrazione quasi impercettibile che non le avevo mai sentito prima.
-L'esperto sta dicendo che potrebbe essere un paese nemico- risposi, ma i miei occhi non erano sul televisore. Erano su di lei -qualcuno con i mezzi e la motivazione per colpire l'Inghilterra su questa scala.-
-La Russia.- disse lei, e non era una domanda.
-Probabilmente. O qualcun altro. Non lo sappiamo ancora.-
Il telegiornale continuava. Le immagini si susseguivano. Mappe con i punti degli attacchi segnati da icone rosse. Grafici che mostravano la percentuale di energia elettrica ripristinata nelle varie regioni. Interviste a cittadini spaventati che dicevano le stesse cose che dicono sempre i cittadini spaventati: non me lo aspettavo, pensavo che fosse al sicuro, cosa succederà adesso.
"...ripetiamo: il governo sconsiglia ogni spostamento non essenziale. Le forze armate sono state dispiegate in punti strategici di tutto il paese. Il livello di allerta terroristica è stato portato al massimo..."
Massimo. Il livello di allerta era al massimo.
Mi alzai dal tavolo e mi versai un bicchiere d'acqua dal rubinetto. Le mani smisero di tremare abbastanza da permettermi di bere senza versarmi addosso. L'acqua era fredda, pulita, reale, e per un istante fu l'unica cosa al mondo che aveva senso.
Quando mi voltai verso Anastasia per tornare a sedermi, la vidi.
Era sempre seduta al tavolo, le mani strette l'una all'altra, ma non guardava il televisore. Guardava il tavolo. Il vuoto. Qualcosa dentro di sé.
C'era qualcosa di diverso nel suo atteggiamento. Qualcosa di sottile, quasi invisibile, che un osservatore occasionale non avrebbe mai notato. Ma io non ero un osservatore occasionale. Avevo passato mesi a studiare i volti delle persone al campo di addestramento, a imparare a leggere i micro-movimenti che tradivano emozioni nascoste, a notare quando qualcuno stava nascondendo qualcosa.
Anastasia stava nascondendo qualcosa.
Non era la postura di chi è semplicemente spaventato. Lo spavento vero ti fa muovere, ti fa parlare, ti fa cercare risposte. Questo era diverso. Era il corpo di qualcuno che sapeva qualcosa che non voleva sapere, che teneva un pensiero chiuso in una stanza della mente e faceva di tutto per non aprire quella porta.
Lo avevo visto prima. In altri contesti. In altri volti.
Era l'espressione di chi porta un peso che non dovrebbe portare.
-Tutto bene?- chiesi, tornando a sedermi davanti a lei.
-Sì.- La risposta arrivò troppo veloce. Troppo secca.
-Anastasia.-
-Cosa?-
-Mi stai mentendo.-
Non era una domanda. Lo dissi come si dice un fatto: semplice, diretto, senza accusa ma senza spazio per la negoziazione.
Il suo sguardo si alzò finalmente dal tavolo e mi incontrò. E in quegli occhi scuri che conoscevo meglio dei miei, vidi qualcosa che mi fece stringere il cuore.
Paura.
Non paura per gli attacchi. Non paura per il blackout. Paura di me. Paura di quello che stavo per scoprire.
-Non ti sto mentendo. Sono solo... preoccupata. Come te. Come tutti.-
Non le credetti. E lei lo sapeva che non le credevo.
Il telegiornale continuava a sfogliare notizie nel fondo, ma nessuno dei due lo stava più ascoltando. Il silenzio tra noi era diventato una cosa fisica, un muro invisibile che si stava alzando centimetro dopo centimetro.
-Perché non mi guardi?- chiesi.
-Ti sto guardando.-
-No. Mi stai guardando ma non mi vedi. Stai pensando a qualcos'altro.-
Silenzio.
-Anastasia, ti prego. Dopo tutto quello che abbiamo passato, dopo tutto quello che abbiamo condiviso, non iniziare ora a tenermi fuori. Non ora.-
Vidi qualcosa spezzarsi nel suo sguardo. Una resistenza che cedeva. Un muro che si incrinava.
E poi mi disse la cosa che non mi aspettavo.
-Leggo i notiziari russi.-
La frase cadde sul tavolo come un sasso. Ci volle un istante perché il mio cervello elaborasse le parole, le scomponesse, le comprendesse realmente.
-Cosa?-
-I notiziari russi. Quelli che il governo del Commonwealth ha vietato. Sito web bloccati, app non disponibili, accesso penalizzato. Quelli lì.-
Il sangue mi defluì dal viso. Lo sentii fisicamente, un freddo improvviso che partiva dalla cima della testa e scendeva lungo la spina dorsale come acqua ghiacciata.
-Da quanto tempo?-
-Da prima che ci incontrassimo.-
Prima. Prima che entrassi dalla sua finestra in Estonia. Prima che mi puntasse una pistola. Prima che facessimo l'amore. Prima di tutto.
-Anastasia, quelli sono vietati per una ragione. Non è come leggere un giornale diverso, è...-
-Lo so cosa è.- La sua voce si era indurita, una difesa che si alzava dove l'altra era crollata -non sono stupida, Markus. So che è illegale. So che se mi scoprissero potrei finire in carcere. So tutto questo.-
-Allora perché lo fai?-
Perché una ragazza estone con la doppia cittadinanza, il padre russo morto, la madre estone morta, la casa distrutta da un missile, avrebbe letto i notiziari del paese che era avversario del suo?
Anastasia abbassò lo sguardo. Le sue dita si intrecciarono sul tavolo, così forte che le nocche diventarono bianche.
-Perché volevo capire. Volevo capire cosa pensava l'altra parte. Cosa diceva. Come raccontava la stessa storia che sentivo dai notiziari europei e inglesi. Volevo avere entrambe le versioni, non solo quella che qualcuno aveva deciso che dovessi sentire.-
In un altro momento, in un altro contesto, avrei anche capito. Avrei potuto anche condividere, almeno in parte, la sua logica. Conoscere il nemico. Leggere tra le righe. Non fidarsi di una sola narrazione.
Ma non era un altro momento. E non era un altro contesto.
-E c'è dell'altro.- dissi, e non era una domanda.
Il suo silenzio fu la conferma.
-Anastasia.-
-Sono in contatto con persone in Russia.-
Le parole uscirono in un fiato solo, rapide, come se avesse dovuto sputarle fuori prima di poterle trattenere.
-Persone. Che tipo di persone?-
-Amici. Conoscenti. Gente che conoscevo da prima, da quando mio padre era vivo, che vive ancora laggiù. Non agenti. Non spie. Gente normale.-
Gente normale in Russia. In un paese che forse, forse, aveva appena orchestrato il più grande attacco alle infrastrutture della storia britannica. Gente normale con cui una ricercata come lei, come noi, era in contatto illegale attraverso canali non tracciabili.
Il cuore mi batteva nelle orecchie ora. Un battito sordo, ritmico, che mi impediva di pensare chiaramente.
-Con che frequenza?-
-Non spesso. Una volta ogni tanto. Messaggi brevi. Niente di importante.-
-Niente di importante. Tu sei una fuggiasca che vive con un disertore sotto falsa identità in un paese che è appena stato attaccato, e sei in contatto con persone in una nazione sospettata dell'attacco, e mi dici "niente di importante"?-
La mia voce era salita. Lo sentii, ma non potevo fermarlo. Qualcosa si era aperto dentro di me, qualcosa che tenevo chiuso da mesi, da anni forse, e ora stava uscendo senza che potessi controllarlo.
-Non è come lo stai descrivendo- disse lei, e la sua voce si era alzata a sua volta -sono amici, Markus. Persone che conosco da una vita. Non mi passano informazioni militari. Non mi chiedono di fare niente. Semplicemente... esistono. Come una connessione con una parte di me che...-
-Che cosa? Che parte di te?-
-Una parte che non ti riguarda!-
Il grido riempì la cucina. Rimbalzò sulle pareti. Rimase sospeso nell'aria come fumo.
Poi il silenzio tornò. Più pesante di prima.
Il telegiornale continuava a parlottare in sottofondo, ma le parole si erano fatte lontane, irrilevanti, come il rumore di un fiume che scorre lontano dalla casa.
Mi alzai in piedi. Non so perché. Istinto, forse. Il bisogno di muovermi, di fare qualcosa, di scaricare l'energia che mi pulsava nelle vene come veleno.
-Markus...-
-Non hai idea di quello che stai facendo.- Le mie parole uscirono basse, controllate, e questo era peggio di se avessi urlato -non hai idea del rischio che hai corso. Non solo ora, con quello che è successo. Da mesi. Da prima che io entrassi in casa tua.-
-Lo so, ma...-
-No, non lo sai. Perché se lo sapessi avresti capito che non si tratta di "leggere un giornale diverso." Si tratta di accedere a risorse di un paese nemico. Si tratta di comunicare con cittadini di uno stato che potrebbe essere responsabile di ciò che ho visto stanotte. Si tratta di dare a chiunque stia monitorando quelle comunicazioni un legame diretto tra te e la Russia.-
-Ma non mi stanno monitorando! Sono messaggi banali, niente di...-
-TU NON PUOI SAPERLO!-
Il grido esplose dalla mia gola con una violenza che mi spaventò io stesso. Anastasia indietreggiò sulla sedia come se l'avessi colpita, e nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai visto prima.
Non paura. Non rabbia. Dolore.
E io continuai, perché non riuscivo a fermarmi, perché le parole erano lì e dovevano uscire.
-Tu non puoi sapere chi sta monitorando quelle comunicazioni. Tu non puoi sapere se i tuoi "amici" sono davvero amici o se sono qualcosa di più. Tu non puoi sapere se qualcuno, da qualche parte, ha già incrociato il tuo nome con il mio, con la fabbrica dove lavoro, con i documenti falsi che usiamo.-
-Questa è paranoia...-
-PARANOIA?-
Risi. Una risata vuota, amara, che non aveva niente di divertente.
-Anastasia, tre mesi fa un mercenario si è presentato a casa tua e ti ha sparato. Due giorni fa la fabbrica dove lavoro è stata distrutta da un'esplosione. Stasera il paese intero è sotto attacco. E tu mi chiami paranoico?-
Lei aprì la bocca per rispondere, ma la chiuse subito dopo. Non perché non avesse una risposta, ma perché aveva visto qualcosa nel mio viso che l'aveva fermata.
-C'è una cosa peggiore, sai?- dissi, e la mia voce era tornata bassa, pericolosamente bassa -la cosa peggiore non è che tu lo abbia fatto. La cosa peggiore è che non me l'hai detto.-
-Markus...
-No. Lasciami finire.- Alzai una mano per fermarla -mi hai detto di tuo padre. Mi hai detto di tua madre. Mi hai detto della doppia cittadinanza. Mi hai detto di conoscere le strategie nucleari russe, i sistemi antimissile, le capacità di difesa. Mi hai detto abbastanza da farmi sospettare di te quella prima volta in cucina. E ogni volta che ho accennato al tema, hai deviato. Hai sorriso. Hai cambiato argomento.-
-Mi sembrava non importante...
-Non importante. Tre mesi. Viviamo insieme da tre mesi. Dormiamo nello stesso letto. Condividiamo ogni cosa. O almeno credevo di condividere ogni cosa. E invece c'era questo. Questo segreto. Questa porta chiusa che non mi facevi oltrepassare.-
Non stavo più parlando dei notiziari russi. Lo sapevo entrambi. Stavo parlando di fiducia. Di quella cosa fragile che avevamo costruito in mezzo alla neve, alla fuga, al sangue, e che ora sembrava fatta di carta.
-Non è un segreto- disse Anastasia, e la sua voce tremava ora -è solo... qualcosa che non sapevo come dirti. Sapevo che avresti reagito così. Sapevo che non avresti capito.-
-Non avrei capito?- Il sarcasmo tagliò l'aria come una lama -tu mi nascondi che sei in contatto illegale con cittadini di un paese nemico mentre viviamo sotto falsa identità in piena emergenza nazionale, e io sono quello che "non capirebbe"?-
-Sì! Perché tu vedi tutto attraverso la lente militare! Tutto è una minaccia, tutto è un rischio, tutto è un potenziale tradimento! Non puoi concepire che qualcuno possa semplicemente voler mantenere un legame con le proprie origini senza che sia una cospirazione!-
Le sue parole mi colpirono. Non perché fossero ingiuste, ma perché in parte lo erano. In parte avevo ragione io, in parte aveva ragione lei, e questo rendeva tutto più complicato, più doloroso, più insopportabile.
-Mi hai mentito.- dissi, e questa volta la mia voce si spense completamente -per tre mesi mi hai mentito per omissione. Ogni giorno che tornavo a casa e ti trovavo sul divano con il telefono in mano. Ogni giorno che mi chiedevo cosa stessi leggendo e tu mi dicevi "niente." Ogni giorno che mu fidavo ciecamente perché pensavo che tra noi non ci fossero segreti.-
-Markus, ti prego...
-No. Ho finito.- Mi passai le mani sul viso, sentendo la stanchezza che mi pesava sulle spalle come un mantello di piombo -ho passato gli ultimi mesi a cercare di costruire qualcosa di normale con te. Qualcosa che somigliasse a una vita. E tutto questo tempo c'era questo... questo peso nascosto che non sapevo esistesse.-
Non rispose. Le lacrime le rigavano le guance in silenzio, senza singhiozzi, senza drammi. Solo lacrime che scendevano lentamente come pioggia su un vetro.
E io le guardai, e sentii qualcosa dentro di me che si spezzava. Non la rabbia, quella era ancora lì, bruciante e viva. Qualcosa di più profondo. Qualcosa che assomigliava alla delusione.
Mi alzai dalla sedia. Presi la giacca dalla spalliera. Non sapevo dove stavo andando. Non mi importava.
-Markus, non andare via. Ti prego..-
La sua voce si era spezzata sull'ultima parola. E per un istante, un solo istante, sentii l'impulso di tornare indietro, di prenderla tra le braccia, di dirle che mi dispiaceva, che ero un idiota, che la capivo.
Ma non lo feci.
Aprii la porta d'ingresso e uscii nel buio della notte inglese, lasciando il televisore acceso, lasciando Anastasia seduta al tavolo con il viso bagnato, lasciando tutto ciò che avevamo costruito appeso a un filo che non sapevo se avrebbe retto.
La porta si chiuse alle mie spalle con un click secco.
E il silenzio della campagna inglese mi inghiottì come una tomba.
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