-Cosa succede? Yelena?-
-Mi si sono rotte le acque,- dissi, cercando di mantenere la calma. -Il bambino... sta arrivando.-
La sua mano aveva trovato il mio polso e stringeva forte.
Aveva gli occhi chiusi. Le labbra socchiuse. Una ruga sottile tra le sopracciglia. Aspettò che quell’onda passasse e solo allora lasciò andare un respiro lungo, tremante, come se riemergesse da sott’acqua.
-Credo…- disse. Poi scosse appena la testa.26Please respect copyright.PENANA27CymQBNhB
-No. Non credo.È iniziato.-
Per un istante il mondo si fermò davvero. Non fuori. Non nel cielo. Non nella casa. Dentro di me.
Tutto quello che avevo pensato di sapere su quel momento sparì. Le parole che avevo immaginato, i gesti giusti, la calma, il sangue freddo, la capacità di essere l’uomo che serve, quello che non trema, che non si perde. Tutto si sbriciolò nel tempo di un battito.
-Ora?- chiesi stupidamente.
Yelena fece un sorriso che non era un sorriso. -No, domani.- Poi chiuse di nuovo gli occhi e si portò una mano sul ventre. -Sì, Alex. Ora.-
Mi buttai giù dal letto troppo in fretta e quasi inciampai nei pantaloni lasciati a terra. Lei mi guardò per mezzo secondo, e in quello sguardo c’era già tutto: dolore, ironia, stanchezza, paura. E fiducia. Una fiducia che mi colpì più di ogni altra cosa, perché veniva da lei, che aveva passato metà della vita a resistere a tutto e a tutti. Anche a me, all’inizio.
Accesi la lampada sul comodino. La stanza si riempì di una luce gialla, povera, domestica. Il viso di Yelena emerse dall’ombra: i capelli scuri incollati alla guancia, le labbra secche, gli occhi lucidi ma fermi. Non sembrava fragile. Sembrava attraversata da qualcosa di antico, qualcosa che non apparteneva né a me né a lei, ma alla terra, al sangue, alla specie.
Il lenzuolo sotto di lei era piegato all’altezza delle ginocchia. La coperta moldava che usavamo nelle notti fredde era scivolata a metà letto. Fu allora che vidi la macchia.
Chiara. Lucida. Irregolare.
Sentii il gelo corrermi lungo la schiena.
-Yelena.-
Lei abbassò lo sguardo, vide anche lei e fece un cenno appena accennato.
-Si sono rotte le acque.-
Lo disse in modo quasi pratico, ma la voce le tremò sull’ultima parola. E quel tremore mi aprì qualcosa in mezzo al petto. Perché non era solo dolore. Era il punto in cui anche lei, per quanto forte, non poteva più tenere tutto dentro. Il corpo aveva deciso per noi.
Mi infilai la maglia al contrario. Lei avrebbe riso in un’altra notte. In quella no. Andai a prendere la borsa che avevamo preparato settimane prima e che io controllavo quasi ogni sera come si controlla un riparo prima di una tempesta. Pannolini, copertina, documenti, cambio per lei, bottiglia d’acqua, asciugamano, due foto dell’ecografia che tenevo piegate in una tasca laterale come fossero reliquie.
Le mani mi tremavano.
-Calma.- disse Yelena, e quasi mi venne da ridere per l’assurdità di quella parola detta da lei a me.
-Ci provo.-
-Non sembri.-
-Non ci riesco.-
Si appoggiò con una mano al materasso e cercò di mettersi seduta. Andai subito da lei. Quando la toccai, sentii il calore del suo corpo passarmi nei palmi. Un altro dolore la piegò a metà del movimento. Questa volta fu più forte. Lo vidi da come i muscoli del collo le si tesero, da come strinse i denti, da come le dita cercarono il mio avambraccio e lo afferrarono con una forza che non le conoscevo.
-Guardami.- le dissi.
Non sapevo da dove mi fosse uscita quella frase. Forse da tutte le notti in cui avevo imparato che, quando il terrore arriva, bisogna offrire almeno una cosa ferma. Un volto. Una voce. Una mano.
Lei mi guardò.
-Respira con me.-
Respirammo insieme nel mezzo di quel dolore come due idioti che fanno finta di sapere cosa stanno facendo. Ma in qualche modo funzionò. O forse non funzionò affatto, però ci diede qualcosa da fare oltre ad avere paura.
Le misi addosso un maglione morbido, le infilai le scarpe senza slacciare bene i lacci, presi la borsa e il giaccone. Fuori dalla finestra la notte era spessa, senza luna. Solo in fondo, dietro le colline, il cielo aveva quella strana chiazza opaca che da mesi vedevamo comparire e sparire, come se il mondo avesse preso un colore malato che non riusciva più a perdere. Rame spento. Cenere annacquata. Una luce che non era ancora alba e non era più buio.
Aiutai Yelena ad alzarsi. Camminò piano fino alla porta della camera, una mano sul ventre, l’altra alla parete. In corridoio il pavimento di legno scricchiolò sotto i nostri passi. Mi sembrò un rumore troppo forte, quasi offensivo. Come se la casa dovesse capire e stare zitta.
Nadia uscì dalla sua stanza con lo scialle sulle spalle e i capelli grigi legati male. Non ci chiese nulla. Guardò il viso di Yelena, la borsa nella mia mano, la macchia d’acqua sul vestito, e capì.
-Andate.- probabilmente disse.
Poi si avvicinò a Yelena e le sistemò una ciocca dietro l’orecchio con un gesto che mi fece male da quanto era semplice. Le disse qualcosa che non compresi.
Yelena annuì, ma non disse niente. Aveva il fiato corto.
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Fuori l’aria aveva quell’odore di terra bagnata che precede la pioggia e la nega fino all’ultimo. Aprii la portiera del vecchio furgone di Nadia e la aiutai a salire. Lei si piegò con una smorfia e restò un attimo immobile, il palmo premuto sotto il ventre, gli occhi chiusi.
-Ancora?-
Fece sì con la testa.
Mi misi al volante. Le chiavi quasi mi scivolarono di mano. Il motore tossì prima di prendere. Il fascio dei fari tagliò il cortile, il pozzo, la catasta di legna che avevo sistemato a giugno. La vidi lì, perfettamente in ordine, e per una frazione di secondo pensai una cosa assurda: sperai che tenesse. Che respirasse bene. Che non marcisse. Come se tutto potesse dipendere ancora dal modo in cui si allineano le cose, dal modo in cui si tengono insieme senza cedere.
Partimmo.
La strada era quasi vuota. Le case di Corbeni dormivano chiuse nel buio, i tetti bassi, gli alberi neri, i cani che abbaiavano da qualche cortile lontano senza sapere a cosa. Le mani mi facevano male sul volante da quanto stringevo. Ogni tanto guardavo Yelena. Lei contava i respiri a bassa voce nella sua lingua, o forse non contava: forse pregava, o imprecava, o cercava solo di restare intera tra un’ondata e l’altra.
-Dimmi quando arriva.- dissi.
-Me ne accorgo.-
-Intendevo prima.-
Lei aprì un occhio. -Non funziona così.-
Annuii, come se mi avesse dato un’informazione utile e non la prova che ero del tutto inutile.
Dopo qualche minuto la sentii inspirare in modo diverso. Più breve. Più tagliato. Le nocche le diventarono bianche sulla maniglia.
-Adesso.- disse.
Accostai l’ansia al bordo della strada ma non il furgone. Continuai a guidare. Ero terrorizzato dall’idea di fermarmi, come se la velocità fosse l’unica cosa che ci teneva in vita. Le parlavo piano, senza sapere se per aiutarla o per non impazzire.
-Ci siamo. Ci siamo quasi.-
-Non dire quasi.-
-Va bene.-
-Non dire nemmeno ci siamo.-
-Va bene.-
-Guida.-
Guidai.
Ogni contrazione sembrava prendere il corpo di Yelena dall’interno e torcerlo in una lingua che io non capivo. E ogni volta che passava, lei restava lì, con il fiato spezzato e gli occhi lucidi, ma ancora intera. Più pallida. Più stanca. Più lontana e più vicina, allo stesso tempo. Come se stesse attraversando una frontiera che io potevo solo guardare da fuori.
Pensai a Milano, ai piatti, al vapore grasso della cucina, ai turni, al rumore delle posate buttate nelle vasche d’acciaio. Pensai alla prima volta in cui l’avevo vista piegarsi su se stessa per il male, tentando comunque di restare in piedi. A tutte le volte in cui il suo corpo aveva già pagato il prezzo di sopravvivere. E mi venne addosso una rabbia muta. Non contro qualcuno in particolare. Contro il fatto stesso che una persona debba passare così tanto dolore per portare una vita nel mondo. Contro il mio non poter fare altro che portarla da un luogo all’altro, tenere una mano, dire respira.
L’ospedale comparve all’improvviso oltre una curva, con le sue finestre accese e il parcheggio semivuoto. Un edificio quadrato, troppo bianco sotto i fari, con quella luce fredda da luogo dove la notte non vale più come notte. Dove l’ora non conta, il sonno non conta, la vergogna non conta, e il corpo diventa l’unica cosa che detta legge.
Parcheggiai male.
Uscii, corsi ad aprirle la portiera e per un attimo lei rimase seduta senza potersi muovere. Una contrazione la prese appena mise fuori il piede. Si aggrappò alle mie spalle. Sentii il suo respiro rovente sul collo.
-Mi dispiace.- sussurrò.
La guardai come si guarda qualcuno che ha appena detto la cosa più assurda del mondo.
-Non dirlo mai più.-
Lei abbassò gli occhi, e vidi il dolore mescolarsi a un’ombra di tenerezza. Ma durò un istante. Poi dovemmo entrare.
Le porte automatiche si aprirono con quel sibilo ospedaliero che sembra sempre un confine. Dentro c’era odore di disinfettante, plastica pulita, caffè vecchio e notte spezzata. Una luce bianca cadeva dappertutto senza pietà. Dietro il banco dell’accettazione una donna in camice azzurro alzò la testa. Yelena fu più veloce di me a parlare. Disse poche parole, precise, con la voce che si incrinava solo alla fine. La donna cambiò espressione subito, uscì da dietro il banco, chiamò qualcuno.
Da quel momento il tempo smise di essere lineare.
Una sedia a rotelle comparve. Yelena rifiutò all’inizio. Fece due passi. Alla terza contrazione accettò. Io tenevo la borsa, i documenti, il giaccone, la sua mano quando potevo, la mia paura sempre. Ci portarono lungo un corridoio lucido dove ogni rumore rimbalzava: ruote, passi, voci basse, una porta che si chiudeva, il bip lontano di un monitor. Mi sembrava che tutto il mondo si fosse ridotto a quel tragitto.
Una giovane ostetrica dai capelli raccolti ci fece entrare in una stanza dove c’era un letto alto, un monitor, un carrello di metallo, una finestra scura. Fece domande a Yelena. Da quanto tempo. Frequenza. Perdite. Dolore. Io assistevo come un testimone senza diritto di parola. Ogni tanto qualcuno mi guardava e mi diceva qualcosa di semplice, aspetti, stia qui, può entrare dopo, adesso la visitiamo, e io annuivo troppo in fretta.
Quando chiesero a Yelena se voleva che restassi, lei si voltò verso di me come se la risposta fosse ovvia da secoli.
-Sì.-
Quella singola sillaba mi rimise in piedi più di qualunque altra cosa.
Le misero un braccialetto al polso. Le sollevarono il vestito. Le attaccarono fasce sul ventre. Per la prima volta sentii il battito di nostra figlia riempire la stanza. Rapido. Ostinato. Piccolo eppure così forte da sembrare quasi arrogante. Un galoppo sotto pelle. Una creatura che non avevo ancora visto e che già pretendeva spazio, aria, tempo, tutto.
Mi si chiuse la gola.
Yelena girò appena la testa verso di me. -È lei.-
Non disse "il bambino". Non disse "nostra figlia". Disse "lei", come si nomina una presenza che esiste già da prima delle parole. Io annuii soltanto perché se avessi parlato avrei pianto, e non volevo farlo lì, nei primi minuti, non davanti a lei.
L’ostetrica controllò i tracciati, palpò il ventre, parlò con una dottoressa arrivata poco dopo. I loro visi erano concentrati ma non allarmati, e io mi aggrappai a quella sfumatura come a una corda. Riuscii a capire solo pezzi: travaglio avviato, monitoriamo, vediamo come procede. Il resto mi scivolava addosso.
Mi lasciarono restare.
Le ore successive furono fatte di maree.
Il dolore arrivava, cresceva, occupava tutto, poi si ritirava lasciando dietro di sé una spiaggia devastata. Yelena all’inizio parlava. Poi smise quasi del tutto. Le tenevo i capelli quando si piegava in avanti. Le bagnavo le labbra con un po’ d’acqua. Le massaggiavo la schiena come mi avevano detto di fare. Le dicevo stupidaggini, cose minime, piccole promesse in forma di presente.
Sono qui.
Ti tengo.
Respira.
Ancora un po’.
Guardami.
Era strano come tutto il resto evaporasse. La crisi, il freddo, il cielo malato, la paura dei mesi precedenti, il lavoro, i documenti, i soldi, il futuro che di solito mi stava addosso come un animale nervoso. In quella stanza non esisteva più niente. Solo il corpo di Yelena che lottava. Solo la bambina che scendeva verso la luce o verso il dolore, che in fondo forse erano la stessa cosa. Solo me che cercavo di non intralciare il miracolo e l’orrore insieme.
A un certo punto Yelena affondò le unghie nella mia mano e disse, a denti stretti: -Ho paura.-
Fu la prima volta che la sentii dirlo così, senza piegare la frase in ironia, senza nasconderla dietro un gesto pratico o un ordine. Paura nuda. Paura vera.
Le appoggiai la fronte alla sua.
-Anch’io.-
Lei aprì gli occhi e sembrò quasi arrabbiarsi. -Tu no. Tu devi...-
-No.- Le baciai la fronte sudata. -Non devo essere di pietra. Devo restare. E resto.-
Respirò forte. Le venne quasi da piangere, ma il dolore la prese di nuovo prima che potesse lasciarsi andare. La vidi spaccarsi e tenersi insieme nello stesso istante, e pensai che non avevo mai conosciuto niente di più feroce.
Verso il cuore della notte le luci del corridoio si fecero più rare. Da qualche parte piangeva un neonato. Da qualche parte ridevano piano. Da qualche parte una macchina continuava il suo lavoro di misurare la distanza tra un battito e la fine. L’ospedale sembrava una città minima, separata da tutte le altre, dove le persone arrivavano per cedere o cominciare.
Io ogni tanto andavo alla finestra.
Fuori non si vedeva quasi nulla. Solo il riflesso della stanza sul vetro e, oltre, un cielo chiuso in quel suo strano colore che non sembrava appartenere né all’estate né all’autunno.
Quando tornavo al letto, Yelena era sempre lì. Più stanca, più scavata, più bella in un modo che mi spaventava. Non la bellezza delle sere tranquille, o delle risate, o del desiderio. La bellezza di chi sta attraversando il fuoco e non smette di guardarlo in faccia.
A un certo punto la dottoressa disse che era il momento.
Lo capii prima dalle mani che si mossero più in fretta che dalle parole. Sistemarono il letto. Prepararono strumenti. Una seconda ostetrica entrò nella stanza. Mi spiegarono dove mettermi, cosa fare, cosa non fare. Annuii come sempre, ma la verità era che capivo soltanto Yelena.
Lei mi cercò con gli occhi. Mi misi accanto a lei, le sostenni le spalle. Il suo respiro era diventato ruvido. Quasi animale. Non c’era più niente di civile, niente di composto, niente di controllato. E in quella perdita totale di forma c’era qualcosa di sacro.
-Alex.-
-Sono qui.-
-Se svieni ti ammazzo.-
Risi. Mi uscì un suono storto, mezzo singhiozzo e mezzo risata. -Va bene.-
-Ti giuro.-
-Non svengo.-
Mentii.
Non svenni davvero, ma in certi momenti il sangue sembrò abbandonarmi la testa. Yelena spinse, gridò, tremò, si fermò, ricominciò. Ogni volta pensavo: adesso basta, nessun corpo può sopportare di più. E ogni volta mi sbagliavo. Il corpo di Yelena trovava ancora un’altra profondità, un’altra riserva, un’altra ferocia da cui attingere.
-Guardami!- le disse l’ostetrica.
-Respira adesso. Bene. Ancora.-
-Così. Così.-
Io le sorreggevo la nuca, le asciugavo il viso, le ripetevo che era bravissima, e ogni volta che lo dicevo mi sembrava una parola idiota, troppo piccola. "Bravissima" per una donna che stava aprendo il proprio corpo al mondo. "Bravissima" come si dice a qualcuno che parcheggia bene o finisce un lavoro difficile. Ma non me ne veniva un’altra. E forse andava bene così. Piccole parole per cose troppo grandi.
Quando la vidi cedere, davvero cedere, fu per un secondo soltanto. Lasciò ricadere la testa indietro, gli occhi chiusi, le labbra bianche.
-Non ce la faccio.-
La stanza intera sembrò trattenere il respiro.
Io sentii qualcosa strapparsi dentro. Non perché credessi davvero che non ce l’avrebbe fatta. Ma perché avevo capito, finalmente, che quel passaggio era uno di quelli che nessuno può fare al posto tuo. Puoi amare quanto vuoi, puoi portare, sostenere, aspettare, pregare, promettere. Ma il varco no. Il varco lo attraversa solo chi sanguina.
Le presi il viso tra le mani.
-Yelena. Ascoltami.-
Aprì gli occhi a fatica.
-Ricordi Stânca Mare?-
Per un attimo mi guardò senza capire. Era troppo lontana, troppo dentro il dolore. Ma continuai.
-La sera del temporale. Le stelle sopra la collina. Tu hai messo la mia mano sul tuo ventre e lei si è mossa.- Sentii la voce rompersi, ma non mi fermai. -Tu mi hai detto quel nome. Lo hai detto piano. Con quella erre morbida, come se avessi paura che il mondo lo sentisse prima di noi.-
Qualcosa cambiò nel suo sguardo. Non il dolore. Il punto da cui lo guardava.
-Mi hai detto che se fosse stata una femmina…-
Yelena inspirò, lunga, spezzata.
-Ira.- sussurrò.
La parola entrò nella stanza come una scintilla.
L’ostetrica disse qualcosa, ma io non la sentii subito. Sentii solo quel nome. "Ira." Il nome che avevo tenuto dentro come si tiene un tizzone sotto la cenere, senza osare soffiarci sopra troppo presto. Il nome antico. Dolce e duro. Con la punta di una fiamma nascosta. Il nome di una bambina che non avevamo ancora visto e che già ci aveva insegnato a restare.
-Sì.- le dissi. -Ira. Portiamola qui.-
Yelena chiuse gli occhi e annuì appena. Poi il suo corpo si inarcò di nuovo e questa volta c’era dentro tutto: il dolore, la paura, la rabbia, l’amore, la morte passata alle sue spalle, la vita che premeva in avanti. Urlò. E nel suo urlo c’era il rumore del mondo quando si spacca per far nascere qualcosa.
Le ultime spinte furono fuori dal tempo.
La stanza scomparve. Le voci si fecero acqua e luce. Io vedevo solo il volto di Yelena deformato dalla fatica, il sudore alle tempie, le vene del collo, i denti serrati, e quella cosa mostruosa e bellissima che stava accadendo tra le sue gambe, dove il sangue, il dolore e la speranza erano ormai inseparabili.
Poi arrivò il silenzio.
Un silenzio di un secondo, forse due. Ma abbastanza lungo da farmi sentire il cuore fermarsi.
E subito dopo il pianto.
Acuto. Furioso. Vivo.
Non somigliava a niente di ciò che avevo mai sentito. Non era solo il pianto di un neonato. Era il suono di qualcuno che rifiuta il vuoto appena incontrato. Qualcuno che entra nel mondo e protesta subito. Qualcuno che pretende aria, spazio, presenza. Un essere minuscolo che già non chiedeva permesso.
Mi si piegarono le ginocchia.
L’ostetrica sollevò quel piccolo corpo lucido, arrossato, ancora legato a Yelena da quel cordone che per mesi l’aveva tenuta nascosta e viva. Lo asciugarono in fretta. Io non riuscivo a guardare e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Aveva le mani piccole serrate in due pugni, la bocca aperta, gli occhi stretti contro la luce.
-È una femmina.-
La frase mi attraversò come una lama calda.
È una femmina.
Mi portai una mano sulla bocca. Sentii le lacrime arrivare con una violenza quasi offensiva. Mi scesero senza che potessi farci niente. Yelena girò la testa verso di me, esausta, disfatta, eppure in qualche modo sorrise. Un sorriso piccolo, incredulo, devastato dalla stanchezza.
-Hai sentito?- sussurrò.
Risi e piansi insieme. -Sì.-
-Alex.-
-Sì.-
-È lei.-
Guardai nostra figlia. Il suo pianto riempiva ancora la stanza, ma adesso sembrava già diverso, come se stesse capendo che fuori dal ventre c’era freddo, luce, mani sconosciute, e tuttavia qualcosa la teneva. Qualcosa la chiamava.
L’ostetrica la avvicinò a Yelena. Quando gliela posarono sul petto, il mondo si ricompose in un ordine nuovo e terribile. Terribile perché definitivo. Niente sarebbe più tornato com’era. Niente doveva.
La bambina cercò istintivamente il calore. La testa minuscola, i capelli scuri appiccicati al cranio, il viso contratto. Yelena la guardò come si guarda un’alba dopo una notte che si credeva infinita. Non con gioia semplice. Con reverenza. Con stanchezza sacra. Con un amore che faceva quasi paura per quanto era immediato.
Mi avvicinai piano, come se temessi di spezzare l’aria.
-Yelena.-
Lei alzò gli occhi su di me. C’era ancora sudore sulle sue ciglia. C’era ancora il dolore nelle pieghe della bocca. Ma sotto tutto quello c’era una quiete che non le avevo mai visto. Non pace. Qualcosa di più profondo. Come se avesse smesso di cadere.
-Come la chiamiamo?- chiesi.
Non era una domanda vera. Era un atto. Una consegna.
Le sue dita sfiorarono la schiena della bambina, con una delicatezza che mi fece male.
-Tu lo sai.-
Annuii.
Sì. Lo sapevo da quella collina. Da quella sera a Stânca Mare in cui il cielo aveva trattenuto il temporale e noi avevamo trattenuto il futuro tra le mani. Lo sapevo da quando lei aveva pronunciato quel nome con paura e desiderio insieme. Lo sapevo da ogni notte in cui avevo pensato che se davvero fossimo arrivati fino a qui, allora nulla di grande ci sarebbe servito più delle cose piccole: esserci il mattino dopo, e quello dopo ancora.
Mi chinai verso di loro.
-Ira.- dissi piano.
La bambina si mosse appena, come se il suono le fosse passato addosso in modo impercettibile. Ma io sentii qualcosa incastrarsi finalmente al posto giusto.
Yelena chiuse gli occhi un momento e una lacrima le scivolò verso l’orecchio.
-Ira.- ripeté.
Fu così che diventò vera.
Non quando il monitor aveva registrato il suo cuore. Non quando l’avevo vista in bianco e nero all’ecografia. Non quando avevamo parlato di lei nel buio della nostra stanza o tra i filari o sulla collina. Vera lo diventò lì, in quella luce ospedaliera crudele, sul petto sudato e stremato di sua madre, mentre fuori la notte si stava spezzando.
Mi accorsi della finestra solo allora.
Il vetro era diventato più chiaro. L’oscurità si stava ritirando piano, e al suo posto arrivavano le prime luci del mattino. Un’alba sporca, velata, con strisce pallide di rame e grigio diluito.26Please respect copyright.PENANA2mayOmDulj
Eppure.
Eppure dentro quella stanza, in quell’odore di sangue, latte imminente e disinfettante, io vidi una cosa che non assomigliava alla speranza come l’avevo sempre immaginata. Non era luminosa. Non era innocente. Non era una promessa grande. Era molto più concreta. Più povera. Più dura.
Era una bambina che respirava.
Era Yelena viva.
Era il mio corpo ancora in piedi accanto a loro.
Era il fatto che il mondo può anche sfaldarsi, ma intanto una creatura apre i polmoni e pretende il suo posto.
Mi misi seduto perché le gambe non mi reggevano più. Risi di nuovo, stavolta senza rumore. Yelena mi guardò e scosse appena la testa.
-Non sei svenuto.-
-Quasi.-
-Bugia.-
-Un po’.-
La sua bocca si piegò in quel sorriso stanco che avevo imparato ad amare più di qualsiasi bellezza ordinata. Poi tornò a guardare Ira. Le accarezzò la guancia con un dito. La bambina aveva smesso di piangere. Faceva quei piccoli versi irregolari dei neonati, come se stesse ancora decidendo se accettare o no il mondo.
Allungai una mano, esitante. Yelena non parlò. Spostò soltanto leggermente la coperta, lasciandomi spazio. Sfiorai la testa di mia figlia con il dorso delle dita.
Era calda.
Così piccola che mi sembrò impossibile che contenesse già un’intera volontà di vivere. E invece la conteneva. Eccome se la conteneva. Stava lì, nel calore del cranio, nel pugno chiuso, nella bocca che cercava, nel petto minuscolo che saliva e scendeva.
Pensai alle mie mani.
Alle vesciche dell’estate. Alla resina. All’ascia. Alla terra smossa nell’orto. Alla legna accatastata. Alle cose che avevo imparato perché servivano. Alle cose che un uomo può fare quando non sa come guarire nessuno, ma almeno può preparare il fuoco, tirare su un tetto, restare alla porta mentre dentro qualcuno dorme.26Please respect copyright.PENANA506ke6VPsp


