13 Settembre, Manitoba, Canada
La prima cosa che imparai del Canada fu il silenzio.29Please respect copyright.PENANAPbFiFO9PdS
Non era il silenzio dell’Islanda, che non esisteva mai davvero. In Islanda anche quando il mondo sembrava immobile c’era sempre qualcosa sotto. Un respiro nella terra. Un brontolio lontano. Il vento che passava sulle distese di lava e si portava dietro odore di sale, di muschio bagnato, di zolfo, di pioggia. Perfino la quiete aveva denti, a casa mia.
Lì, invece, il silenzio del lago Winnipeg era piatto. Largo. Così vasto da sembrare un pensiero lasciato a metà. Mi svegliavo ogni mattina e per un attimo non capivo cosa mancasse. Poi lo sentivo: mancava la minaccia. E il fatto che mancasse non mi rassicurava. Mi lasciava soltanto più nuda.
Il tredici settembre mi svegliai prima dell’alba, quando la casa era ancora immersa in quel buio azzurro che viene appena prima del giorno. La finestra della camera non dava sul mare, e il mio corpo continuava a offendersi per questo. Dava su una striscia di prato umido, su alcuni pioppi magri che il vento faceva vibrare appena, e più in là sull’acqua grigia del lago, così liscia da sembrare metallo.
Ragnar era già sveglio.
Lo sentii muoversi in cucina con quella cautela goffa che aveva quando cercava di non fare rumore. Era convinto di essere silenzioso. Non lo era mai stato. C’era sempre qualcosa in lui che sbatteva piano contro il mondo: una tazza posata un po’ troppo forte, una sedia toccata con il ginocchio, il rumore secco del cassetto delle posate. Erano suoni che avevo imparato ad amare perché volevano dire presenza.
Rimasi distesa ancora un momento, con una mano sul ventre. La pancia si vedeva ormai senza possibilità di fingere. Non enorme, non ancora, ma abbastanza da costringermi a cambiare modo di alzarmi dal letto, di piegarmi, di respirare quando il bambino decideva di spingere verso l’alto. A volte, nei momenti più tranquilli, quella vita dentro di me mi sembrava l’unica cosa onesta rimasta nel mondo. Non chiedeva spiegazioni. Esisteva e basta.
Scostai la coperta e misi i piedi sul pavimento. Il legno era freddo. Non il freddo feroce di Selfoss, non il gelo sporco di cenere che ti entrava nei polmoni come vetro macinato. Un freddo semplice, pulito. Il genere di freddo che ti avverte, non che ti punisce.
Quando entrai in cucina, Ragnar era di spalle davanti al fornello. Portava già i jeans da lavoro e la maglia di lana grigia che gli cadeva un po’ stretta sulle spalle. Il suo berretto verde con la visiera era appoggiato sul tavolo accanto a una tazza sbeccata, e per un momento vederlo lì, separato da lui, mi fece un’impressione strana, come se avesse lasciato una parte del viso in un’altra stanza.
Si voltò appena mi sentì.
-Ti ho svegliata.-
La sua voce era roca di sonno e di mattina. Mi piaceva più di qualsiasi altra.
-No. Mi ha svegliata il posto.-
Accennò un mezzo sorriso, uno di quelli che gli comparivano soltanto in un angolo della bocca.
-Allora devo litigare col Manitoba.-
Mi avvicinai al tavolo. Sul piatto aveva lasciato due fette di pane tostato e del burro, e in un pentolino piccolo scaldava il caffè per sé e l’acqua per me. Da quando eravamo arrivati lì si ostinava a ricordarsi cosa potevo bere e cosa no, cosa mi faceva venire nausea, cosa mi faceva dormire male. Non me lo chiedeva quasi mai. Lo imparava e basta.
Guardai fuori dalla finestra. Il cielo cominciava appena a schiarirsi oltre i pioppi.
-Oggi fa più freddo.-
-Settembre ha deciso di diventare serio.-
Disse la frase come se stesse parlando di un uomo testardo del villaggio. Sorrisi e mi sedetti. Lui mi appoggiò davanti una tazza di tè e si infilò il berretto con un gesto rapido, quasi nervoso. Ogni volta che lo faceva avevo l’impressione che stesse mettendo in ordine qualcosa che non riusciva a sistemare dentro.
-A che ora torni?- chiesi.
-Dipende da quanto legno ci fanno scaricare e se il motore del peschereccio di Halldór decide di smettere di bestemmiare.-
-I motori bestemmiano?-
-Quelli vecchi sì.-
-E tu capisci la loro lingua.-
-Qualcuno deve farlo.-
Si sedette di fronte a me per bere il caffè in tre sorsi. Lavorava da poco più di due settimane al molo, a Gimli, con uomini che avevano cognomi islandesi storpiati dal tempo e mani identiche a quelle che avevo sempre conosciuto: mani crepate, robuste, incapaci di restare ferme. All’inizio un suo vecchio contatto gli aveva promesso qualche giornata come guida per i pescatori e i cacciatori che volevano spingersi più a nord, ma la stagione stava finendo e il lavoro vero, quello sicuro, era altro. Riparare barche tirate in secca. Scaricare assi. Sistemare reti. Fare quello che serviva.
Non si era lamentato nemmeno una volta.
Era questo che mi faceva male.
Ragnar parlava poco anche del dolore, ma il suo silenzio non era vuoto. Era fatica compressa. Lo vedevo quando tornava la sera con la segatura sui polsi o il grasso nero del motore sotto le unghie. Lo vedevo nel modo in cui guardava il lago senza davvero guardarlo, come se stesse cercando dietro quell’acqua docile un pezzo dell’Atlantico che non avrebbe trovato.
-Posso venire oggi,- dissi, pur sapendo già la risposta. -Resto seduta. Ti guardo lavorare. Non devo fare nulla.-
-No.-
Lo disse subito, senza durezza, ma senza spazio.
-Ragnar..-
-Fa freddo. E il vento sul molo è peggio che qui. E poi ci sono chiodi, tavole, funi ovunque. E uomini che non guardano dove camminano.-
-Mi stai descrivendo te.-
-Io guardo.-
Lo guardai in silenzio finché sollevò gli occhi dalla tazza.
-Non sono malata.- dissi piano.
-Lo so.-
-Allora smettila di trattarmi come se potessi rompermi.-
Lui appoggiò il caffè e si chinò appena in avanti. Nei momenti seri faceva sempre così, come se la verità avesse bisogno di essere detta da più vicino.29Please respect copyright.PENANAK95OURV6fY
-Non è te che temo si rompa.-
La cucina rimase immobile per un battito di cuore. Fuori, tra i pioppi, passò una raffica leggera che fece tremare le foglie già ingiallite.29Please respect copyright.PENANAkAbt2MdKtB
Abbassai lo sguardo verso la mia tazza. Avrei voluto rispondergli che non poteva proteggere tutto, che il mondo aveva già dimostrato di saperci trovare ovunque. Ma mi limitai a bere un sorso di tè, che era troppo caldo e sapeva vagamente di metallo.
Lui si alzò, prese il piatto, lo portò al lavello. Poi mi passò una mano sui capelli in quel modo maldestro che aveva quando cercava tenerezza e non sapeva bene da che parte iniziare.
-Ascolta i bollettini solo una volta stamattina.- disse.
Sbuffai. -Adesso mi conti anche quelli?-
-No. Ti chiedo un favore.-
-È diverso?-
-Molto.-
Lo guardai di nuovo. I suoi occhi chiari, sotto la visiera, erano stanchi. Non soltanto della sveglia all’alba, del lavoro, della vita nuova. Stanchi di trascinarsi dietro l’Islanda anche lì.
-Proverò.- mormorai.
-Bugia.-
-Piccola.-
-Sempre bugia.-
Quella volta sorrise davvero. Si chinò per baciarmi la fronte, poi il ventre, sopra il tessuto della maglia. Quel gesto me lo spezzava ogni volta. C’era qualcosa di quasi antico in lui, nel modo in cui parlava al bambino senza parole, come se bastasse avvicinare il volto per dire: ci sono.29Please respect copyright.PENANAaODNh3PD4o
Lo accompagnai alla porta. Indossò il giaccone, prese i guanti, infilò le chiavi nel pugno. Prima di uscire si voltò ancora.
-Se senti qualcosa di serio, mi chiami.-
-Tutto mi sembra serio.-
-Allora chiamami solo se il lago prende fuoco.-
-Quello saprei gestirlo. Ho esperienza.-
Fece quel suono basso che usava al posto di una risata vera e poi uscì nel mattino. Lo osservai dalla finestra mentre raggiungeva il vecchio pick-up prestato dal signor Bjarnason, uno degli uomini della comunità. La luce nascente lo ritagliava in modo netto: spalle un po’ curve, passo lungo, mani già nel lavoro prima ancora di arrivarci. Mise in moto e il rumore del motore attraversò l’aria fredda come una cosa troppo viva per quel paesaggio.
Quando il camion scomparve oltre i pioppi, la casa mi parve improvvisamente troppo grande.29Please respect copyright.PENANAtc2Lid6ls0
Restai qualche secondo immobile vicino alla finestra. Poi feci quello che facevo ogni mattina da quando eravamo arrivati lì: contai.
Ventisette giorni.
Ventisette da quando avevamo lasciato l’Islanda.
Ventisette da quando avevo visto sparire la costa in fondo al finestrino e avevo capito che non esisteva un modo dignitoso per smettere di appartenere a una terra.
Ventisette da quando respiravo aria che non sapeva di cenere e non riuscivo ancora a fidarmi di lei.
Cominciai dalle cose piccole. Rifeci il letto. Aprii appena la finestra della cucina per cambiare l’aria e me ne pentii subito perché il freddo mi entrò nelle dita. Richiusi. Lavai le tazze. Misi in ordine il tavolo. Piegai due asciugamani che avrei potuto lasciare dov’erano e invece no, perché fare ordine era diventato il mio modo di non sfasciarmi.
La casa che avevamo affittato era modesta, di legno chiaro, con una veranda stretta e una stufa che ancora non avevamo acceso davvero, se non un paio di sere. Aveva due stanze, un soggiorno che odorava di resina vecchia e un bagno così piccolo che quando Ragnar si chinava sul lavandino sembrava che la casa stesse provando a inghiottirlo.29Please respect copyright.PENANAQP8yKE2Tr7
La proprietaria, una donna di discendenza islandese che pronunciava alcuni nomi come se li stesse ricordando da molto lontano, ci aveva lasciato una coperta fatta all’uncinetto, una zuppiera sbeccata e una radio. -Per sentirvi meno soli.- aveva detto. Non sapeva che, a volte, erano proprio le voci a peggiorare tutto.
Accesi il portatile invece della radio. Mi fidavo di più delle schermate che delle frequenze. Il Wi-Fi andava e veniva, ma quella mattina reggeva. Aprii i siti che ormai conoscevo a memoria: RÚV, IMO, Almannavarnir. Le sigle mi stavano in testa come preghiere pronunciate al contrario.
Un aggiornamento dell’IMO era apparso da poco.
Lessi la prima riga e sentii subito il petto irrigidirsi.
Aumento della microsismicità nell’area nord-occidentale del Vatnajökull. Deformazione lenta ma persistente.29Please respect copyright.PENANAIyJMca1PVc
Ulteriori rilevazioni in corso.
Le parole tecniche avevano un talento crudele: riuscivano a dire l’orrore senza mai alzare la voce. Deformazione lenta ma persistente. Sembrava quasi innocuo. Come una crepa in una tazza. Come una tosse che dura troppo. Come mio padre quando diceva di stare bene e già non stava più bene da mesi.
Mi sedetti con il computer sulle ginocchia e lessi tutto due volte. Poi una terza. Un’intervista audio a una geofisica, la voce stanca ma ferma, parlava di accumulo di pressione, di scenari ancora incerti, di necessità di monitorare il comportamento dei sistemi subglaciali. Subglaciali. Mi si fermò il respiro soltanto per la parola. Sotto il ghiaccio. Sotto qualcosa che sembra immobile.
La mano mi andò da sola al ventre.
-Hai sentito?- sussurrai, senza sapere se parlavo al bambino o a me stessa.
Lui rispose con un movimento leggero, appena percettibile, come una bolla che sale. Restai ferma. Ogni volta che si muoveva il tempo si spezzava in due: da una parte tutto quello che avevo perso, dall’altra quello che ancora non avevo il diritto di perdere.
Feci partire l’audio del bollettino. La voce del giornalista riempì la cucina con quell’islandese rapido e familiare che mi faceva male quasi quanto una fotografia. Parlava di Reykjavik, di una conferenza del giorno prima, di prudenza, di preparazione, di eventuali aggiornamenti sulla qualità dell’aria nel sud. A un certo punto nominò Vík, e io chiusi gli occhi.
Vík.
Bastavano tre lettere per aprire una voragine.
Vidi la fattoria di Jónsson coperta da quella polvere grigia che si infilava dappertutto. Le pecore immobili. Le mascherine improvvisate. Le mani di mio padre, così grandi, così sicure. Ricordai la tosse. La linea verde sul monitor. Il momento esatto in cui avevo capito che il mondo non si stava limitando a cambiare: ci stava levando di dosso pezzo per pezzo.
Spensi l’audio.
Il silenzio tornò di colpo, e questa volta mi sembrò peggiore.
Mi alzai e andai al lavello. Avevo bisogno di fare qualcosa con le mani. Presi le patate che avevamo comprato il giorno prima, le sciacquai, le misi ad asciugare. Poi trovai una ciotola, della farina, il sale. Decisi di preparare il pane, anche se ne avevamo ancora. Impastare era un lavoro abbastanza lento da impedirmi di pensare in modo lineare. E il pensiero, quando si muoveva storto, faceva meno male.
Mentre lavoravo la pasta, guardavo ogni tanto il telefono sul tavolo. Aspettavo un messaggio da mia madre e allo stesso tempo speravo che non arrivasse. I suoi messaggi erano sempre brevi. Troppo brevi. Stavamo bene. Oggi il vento gira a nord. Hanno portato altri filtri. Saga dice di salutarti.
Alle dieci e diciassette il telefono vibrò.
Mamma.
Mi pulii le mani nel canovaccio e aprii.
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Rilessi la frase sul medico due volte. Non preoccuparti era sempre la parte più preoccupante.
Le risposi subito.
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Ci mise quasi cinque minuti a replicare.
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Feci una smorfia. Era una frase da lei. Da mia madre e da tutte le donne che hanno imparato a sopravvivere continuando a pelare patate mentre il soffitto trema.
<
> scrissi.
Passarono altri due minuti.
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Restai a fissare lo schermo. Le si stringeva il cuore anche quando faceva la forte. Lo riconoscevo adesso, perché era diventato anche il mio modo di parlare.
Appoggiai il telefono e tornai all’impasto. Le nocche mi si coprirono di farina. Il bambino si mosse ancora. Fuori, il lago rifletteva un cielo opaco, lattiginoso. Non riuscivo a capire se mi piacesse o se mi irritasse. Il mare che avevo conosciuto io prendeva posizione. Urlava, mordeva, sporcava gli scogli di schiuma. Quel lago, invece, sembrava osservare senza giudicare. Forse era questo a mettermi a disagio. Non sapevo cosa farmene di qualcosa che non reagiva.
Verso mezzogiorno mi costrinsi a uscire sulla veranda con una coperta sulle spalle e una ciotola di mele appoggiata sulle ginocchia. L’aria aveva quell’odore secco di legno, foglie e acqua fredda che stavo cominciando a riconoscere. Da qualche parte, poco lontano, un cane abbaiò. Più in là, sulla strada, passò una bicicletta. La ruota sollevò un piccolo rumore di ghiaia. Erano suoni normali. Assurdamente normali. Ancora non riuscivo a credere che il mondo da qualche parte potesse andare avanti senza allarme.
Mangiai mezza mela e ascoltai il vento. Non era abbastanza forte da farmi pensare a casa, ma abbastanza per spostare la frangia sugli occhi. Mi ricordai di Ragnar sul molo. Me lo immaginai con le maniche tirate fin sopra i polsi, il collo teso mentre sollevava una tavola insieme agli altri, il berretto calcato in testa, il viso chiuso nello sforzo. Lo vedevo così facilmente che per un attimo ebbi la sensazione di trovarmi lì.29Please respect copyright.PENANAuEHb4XZE44
Erano le dodici e quarantadue quando mi chiamò.
-Come va?- chiese, senza saluti.
-Ho quasi litigato con una pagnotta.-
-Chi ha vinto?-
-Lei, per ora.-
Sentii in sottofondo colpi secchi, metallo, voci maschili trascinate dal vento.
-E tu?- chiesi.
-Il motore ha smesso di bestemmiare.-
-Grazie a te?-
-No. Ha capito che ero più testardo.-
Quella volta risi davvero. Mi mancavano le mie risate intere.
-Hai ascoltato?- domandò dopo un attimo.
-Sì.-
Silenzio.
-Aróra.-
-Lo so.-
-No, non lo sai. Respira.-
Chiusi gli occhi. Appoggiai la nuca al legno della veranda.
-Ci provo.-
-Mangia.-
-Ho mangiato una mela.-
-La mela non conta.-
-Sei molto severo da quando lavori tra le barche.-
-Il lago mi ha reso saggio.-
-No. Ti ha reso canadese.-
Dall’altro capo sentii quel suo mezzo sbuffo che in bocca ad altri sarebbe stato fastidio e in lui era affetto.
-Torno per cena,- disse. -Forse prima.-
-Va bene.-
Esitò un attimo. Lo sentii respirare.
-Si muove oggi?-
Guardai il ventre sotto la coperta, la curva sempre più netta.
-Sì.-
-Bene.-
Rimase in silenzio ancora mezzo secondo, come se volesse aggiungere qualcosa e non trovasse la strada. Poi disse soltanto: -Tieni chiusa la finestra del soggiorno. I cardini fanno schifo.-
E riattaccò.
Rimasi con il telefono in mano e un nodo in gola che non sapevo se chiamare tenerezza o tristezza. Con Ragnar era spesso così. L’amore arrivava da un lato sbagliato della frase, nascosto dietro un consiglio, un rimprovero, una cosa pratica. Forse era per questo che gli credevo sempre. Non aveva il vizio della bellezza. Aveva quello della presenza.29Please respect copyright.PENANAbjelCHQv7h
Rientrai e misi il pane in forno. L’odore cominciò a diffondersi dopo poco, denso e caldo, e per la prima volta la casa mi sembrò meno estranea. Aprii di nuovo il portatile soltanto per controllare se ci fossero novità. Mi dissi: una volta sola. Menzogna.
C’era una registrazione più lunga di una conferenza tenuta a Reykjavik. Una donna parlava davanti a un pannello pieno di grafici. Non vedevo bene il volto, ma il tono era quello di chi si è già stancato di addolcire la realtà. Spiegava che la deformazione diffusa osservata negli ultimi giorni non autorizzava conclusioni definitive, ma imponeva un rafforzamento del monitoraggio su più sistemi. Parlavano anche di emissioni gassose in aumento in alcune aree, della necessità di preparare protocolli sanitari per l’autunno e l’inverno, di possibili ricadute sulle colture e sul bestiame. Bestiame. Perfino lì, in Manitoba, quella parola mi arrivò addosso come una manata.
Mi accorsi di star prendendo appunti su un foglio: date, nomi, numeri, luoghi. Come se catalogare la paura la rendesse più gestibile. Come se un elenco potesse fermare un’eruzione.
A metà conferenza la donna pronunciò una frase che mi restò dentro come un pezzo di ghiaccio.
-La stabilità attuale non deve essere interpretata come una diminuzione del rischio.-
Mi alzai troppo in fretta e la sedia urtò il pavimento.
Stabilità attuale.
Era questo che stavamo facendo anche noi, non era vero? Vivendo dentro una stabilità attuale. Una casa affittata. Un lago fermo. Un lavoro al molo. Pane nel forno. Scarpe allineate vicino alla porta. E sotto, chissà cosa. Sotto, chissà per quanto.
Spensi il video. Il pane era quasi pronto. Lo tirai fuori con mani troppo veloci e mi scottai il pollice. Lasciai uscire un’imprecazione a denti stretti e subito dopo mi venne da piangere. Non per il dolore. Per la stupidità del dolore. Per il fatto che il corpo sceglie sempre la ferita più piccola quando non sa dove mettere quella grande.
Mi appoggiai al tavolo e lasciai che le lacrime arrivassero. Non furono molte. In Canada piangevo in modo diverso, come se perfino il pianto dovesse adattarsi. Più silenzioso. Più controllato. Ma il petto mi si strinse lo stesso.
-Mi manca casa.- dissi alla stanza vuota. -Mi manca anche se non esiste più come prima. Mi manca lo stesso.-
Il bambino si mosse ancora. Più deciso. Una pressione netta contro il fianco.29Please respect copyright.PENANAh3cBq65b2G
Inspirai a fondo. Espirai. Di nuovo. Mio padre diceva sempre che il corpo sa cose che la testa rifiuta. In quel momento il mio sapeva soltanto che dovevo sedermi, bere acqua e smettere di ascoltare la fine del mondo per almeno mezz’ora.
Obbedii a metà.
Portai il pane sul tavolo, tagliai una fetta troppo presto e la spalmai di burro mentre ancora fumava. Mangiai piano, con entrambe le mani intorno al cibo come se stessi difendendolo. Poi andai in soggiorno, presi il plaid dal divano e mi sdraiai di lato. Dal vetro della finestra vedevo il lago e una linea di luce più chiara sull’orizzonte. Il cielo sembrava più alto di quanto avessi mai visto in Islanda. Forse non lo era. Forse era solo più vuoto.
Chiusi gli occhi e pensai a Ragnar.
Al suo modo di entrare la sera, sempre con un colpo di freddo alle spalle.
Al rumore dei suoi stivali sul pavimento.
Al modo in cui, senza accorgersene, lasciava tracce di lavoro ovunque: un guanto sul tavolo, un cacciavite sul davanzale, una scheggia di legno in tasca.
Al fatto che si stava costruendo una vita nuova con la stessa ostinazione con cui una volta attraversava le distese di lava in inverno, senza pretendere che fossero meno ostili.
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