12 settembre 2029, Corbeni
Il tardo pomeriggio di settembre entrava dalla finestra della cucina come un ospite stanco, con una luce obliqua e aranciata che si posava sul tavolo di legno, sulle mie mani, sul bicchiere d'acqua che tenevo tra le dita senza bere. L'aria era ferma, ancora calda, ma con quel sottile presagio di frescura che annuncia l'autunno, anche se le giornate si ostinavano a fingere che l'estate non fosse ancora finita.
Ero seduta sulla sedia vicino alla finestra, la schiena appoggiata allo schienale di legno scuro, una mano posata sul ventre come ormai facevo senza pensarci. Il bambino scalciava piano, movimenti lenti e rotondi che mi davano un senso di pace, anche quando il resto del mondo sembrava sul punto di crollare. Negli ultimi giorni si era fatto più quieto.
Fuori, il cortile era immerso nel silenzio. Le galline di Nadia razzolavano pigre vicino alla staccionata, beccando qualcosa nella terra secca. Il cane, un meticcio dal pelo ispido che rispondeva al nome di Lăbuș, dormiva all'ombra del fienile, la lingua penzoloni. Tutto era immobile. Tutto era pace.
Ma dentro di me c'era un'attesa che non si placava mai.
Lo aspettavo.
Ogni giorno, da più di un mese, lo aspettavo. Alex usciva all'alba, quando il sole non aveva ancora finito di salire sopra le colline, e tornava nel tardo pomeriggio, con la schiena curva dalla fatica e le mani sporche di terra che non andava mai via del tutto, nemmeno dopo averle strofinate con il sapone. Aveva trovato lavoro in un terreno agricolo poco fuori Corbeni, un meleto di un contadino locale che aveva bisogno di braccianti per la raccolta. Era stato grazie a me, o meglio, grazie alle poche conoscenze che mi erano rimaste dopo anni di assenza.
Non era un posto fisso. Era un lavoro in nero, pagato a fine giornata.
I soldi non erano tanti, ma erano sufficienti. Bastavano per comprare il pane, il latte, le verdure al mercato. Per mettere da parte qualcosa per l'inverno. Per sentirci, almeno per un po', al sicuro.
Ma la solitudine, quella non si poteva comprare. E neppure scacciare.
Da quando Alex aveva iniziato a lavorare, passavo le giornate in casa con Nadia, che mi aiutava con le faccende e mi preparava il tè. Era gentile, premurosa, ma non era mia madre. Nessuno poteva esserlo. Mi mancava il suo modo di sorridere, le sue mani che impastavano il pane, la sua voce che mi chiamava dalla cucina. Mi mancava tutto di lei. E in quelle ore vuote, quando il sole sembrava non voler mai tramontare, il silenzio diventava un peso, e il dolore per la sua assenza riaffiorava come una ferita che non si rimarginava mai del tutto.
L'unica cosa che mi teneva ancorata era il pensiero del suo ritorno. Ogni pomeriggio, quando la luce cominciava a farsi più bassa e le ombre si allungavano nel cortile, mi sedevo vicino alla finestra e aspettavo. Ascoltavo il rumore dei passi sulla strada sterrata, il vociare lontano dei braccianti che tornavano dai campi, lo scricchiolio del cancello.
E quando finalmente lo vedevo apparire, con la camicia macchiata di sudore e il viso arrossato dal sole, il cuore mi si scioglieva nel petto.
Quel giorno, il 12 settembre, lo vidi arrivare un po' più tardi del solito. Il sole era già basso, e il cielo sopra Corbeni si stava tingendo di un arancione intenso, con striature rosa che sembravano pennellate di un pittore distratto. Lui spinse il cancello con una spalla, le braccia cariche di un cesto di mele che il contadino gli aveva dato come extra. Le mele erano piccole, imperfette, ma profumavano di terra e di sole.
Appena mi vide sulla soglia, il suo viso stanco si aprì in un sorriso.
-Bună seara,- disse con la voce rauca, cercando di pronunciare le parole in moldavo con quell'accento italiano che gli deformava le vocali. Buonasera. Aveva imparato qualche frase nelle ultime settimane, sforzandosi di comunicare con i braccianti e con il contadino.
-Bună seara,- risposi, sorridendo. -Come è andata oggi?-
Lui scrollò le spalle, posando il cesto sul tavolo del portico. -Solita fatica. Abbiamo finito la fila est. Domani si comincia con le varietà tardive.- Si avvicinò a me, le mani ancora sporche di terra, e mi diede un bacio rapido sulle labbra. Un bacio che sapeva di polvere e di stanchezza, ma che per me valeva più di qualsiasi discorso. -E tu? Come stai?-
-Bene. Mi sono riposata. Il bambino ha scalciato un po', poi si è calmato.-
Lui appoggiò una mano sul mio ventre, sfiorandolo con la punta delle dita, come faceva ogni sera. -Cresce.-
-Grazie a te,- dissi, guardandolo negli occhi. -Grazie a te che ci mantieni.-
Lui scosse la testa, quasi imbarazzato. -Non devi ringraziarmi. È il mio dovere.-
-Non è solo dovere,- risposi, prendendogli la mano. -È amore. Ed è diverso.-
Lui mi guardò per un lungo momento, con un'intensità che mi fece sentire nuda. Poi sospirò, passandosi una mano tra i capelli sudati. -Vado a farmi una doccia. Poi mangiamo qualcosa.-
-Va bene. Preparo la cena.-
-No, stasera cucino io.-
Lo guardai allontanarsi lungo il corridoio, la schiena muscolosa che si intravedeva sotto la camicia, i passi pesanti sul pavimento di linoleum. La pelle delle sue braccia e del suo viso, un tempo chiara come quella di un uomo di città, si era scurita sotto il sole moldavo, assumendo una tonalità ambrata che lo faceva sembrare diverso. Più selvaggio. Più autentico. Come se la terra lo stesse lentamente reclamando, plasmando il suo corpo a immagine di ciò che stava diventando: un uomo di campagna.
Mi appoggiai allo stipite della porta, con una mano sul ventre e l'altra sul petto, e sentii un'ondata di sollievo così profonda da togliermi il fiato. Non sapevo cosa avrei fatto se lui non fosse venuto quel giorno, cogliendomi di sorpresa, quando me lo ero trovato davanti alla porta sotto la pioggia. Era arrivato come un fantasma, con lo zaino sulle spalle e gli occhi pieni di paura e determinazione. Aveva bussato, e io avevo aperto, e in quel momento il mondo era cambiato.
Da allora, non era più andato via. Aveva spaccato legna sotto il sole di luglio, aveva fatto l'orto. Si era fatto accettare dalla comunità, che all'inizio lo guardava con diffidenza, uno straniero, uno che non parlava la lingua, uno che veniva da un paese lontano, ma che ora lo salutava con un cenno del capo.
E tutto questo lo aveva fatto per me. Per noi. Per la bambina, o il bambino, che portavo in grembo.
La doccia smise di scrosciare. Poco dopo, Alex uscì dal bagno con i capelli ancora umidi e una maglietta pulita. Sembrava più giovane, senza la polvere e il sudore che gli segnavano il viso.
Era vero. Ero stanca. La gravidanza mi pesava, le gambe mi facevano male, la schiena mi doleva. Ma non volevo lamentarmi
Cenammo in cucina, con la finestra aperta che lasciava entrare l'aria fresca della sera. Alex aveva preparato una zuppa di verdure con le patate e le carote che avevamo comprato al mercato, e del pane nero tostato. Era un pasto semplice, ma per me era il più buono del mondo.
Mangiammo in silenzio per un po', scambiandoci occhiate complici, le mani che si sfioravano sul tavolo. Poi lui disse: -Oggi ho imparato una parola nuova.-
-Buna treaba-
-Sì. L'hai imparata bene.-
Lui sorrise, con un'espressione infantile che mi fece intenerire. -Il contadino mi ha detto "bravo". Poi ha aggiunto qualcosa che non ho capito.-
-Probabilmente ti ha detto che sei un buon lavoratore.-
-Spero di sì. Altrimenti mi avrebbe insultato senza che me ne accorgessi.-
Risi, una risata leggera che mi scosse il ventre. Il bambino si mosse, come se volesse partecipare alla conversazione. -Sono contenta che ti trovi bene con loro. All'inizio avevo paura che non ti accettassero.-
Lui scrollò le spalle. -Ci vuole tempo. Ma sono brave persone. Parlano poco, ma quando lo fanno, è per dire cose importanti.-
-Come mio padre,- mormorai, senza rendermene conto.
Lui mi guardò con tenerezza. -Tuo padre sarebbe orgoglioso di te, Yelena.-
Non risposi. Le parole mi si bloccarono in gola, come ogni volta che pensavo ai miei genitori. Mia madre... mia madre mi aveva lasciata tre settimane prima che Alex arrivasse. Non avevo potuto fare nulla per salvarla. Solo starle accanto. Essere presente.
Alex allungò una mano e mi strinse le dita. -So che è difficile. Ma non sei sola.-
-Lo so,- sussurrai. -È solo che... a volte mi manca così tanto che non riesco a respirare.-
Lui si alzò, mi venne accanto, mi avvolse in un abbraccio. Sentii il suo calore contro il mio corpo, il suo respiro contro i miei capelli. -Respira con me,- disse. -Piano. Inspira. Espira.-
Lo feci. Inspirai. Espirai. Il dolore non passò, ma divenne sopportabile.
-Dopo cena,- dissi, staccandomi da lui, -facciamo una passeggiata? Ho bisogno di uscire.-
Lui annuì. -Certo. Dove vuoi andare?-
-Non lo so. Lungo la strada principale. Fino alla chiesa e ritorno.-
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Uscimmo poco dopo, quando il cielo era ormai completamente scuro. Corbeni di notte era un luogo diverso. Le case basse, con i tetti di lamiera e le pareti di legno o mattoni intonacati, si intravedevano appena nella penombra, illuminate solo dalle finestre accese che proiettavano bagliori gialli sulla strada sterrata. Non c'erano lampioni. Non c'erano insegne luminose. Solo il buio, e il silenzio, e il respiro antico della terra.
Il villaggio si estendeva lungo una strada principale che seguiva il corso del fiume Prut, nascosto dietro una fila di alberi. Ai lati, sentieri sterrati si diramavano verso i campi di mais e di girasole, ormai quasi pronti per il raccolto. L'aria odorava di polvere e di erba secca, con un sottofondo dolce di fiori notturni che non sapevo nominare.
Camminavamo lentamente, mano nella mano, seguendo il tracciato irregolare della via. Ogni tanto superavamo una casa, con il suo cortile recintato da pali di legno, il suo orto, il suo cane che abbaiava al nostro passaggio. Le persone che incrociavamo ci salutavano con un cenno del capo, riconoscendo Alex nonostante l'oscurità.
-Bună seara,- diceva lui, e loro rispondevano con un borbottio in moldavo che non capivo del tutto.
-Sai, ho imparato a riconoscere le costellazioni da sola,- dissi a un certo punto, rompendo il silenzio. -Nelle notti in cui non riuscivo a dormire, mi sedevo. C’è la Via Lattea.-
Lui alzò lo sguardo, e per un momento rimase in silenzio, rapito dalla bellezza del cielo. La Via Lattea si stendeva sopra di noi come un fiume di luce, una striscia di polvere di stelle che attraversava l'intera volta celeste.
-È incredibile,- mormorò Alex. -A Milano non si vede mai. C'è troppo inquinamento luminoso.-
-Qui è diverso. Qui il buio è così fitto che le stelle sembrano più vicine.-
Ci fermammo davanti alla chiesa del villaggio, una costruzione modesta con una cupola a cipolla che si stagliava contro il cielo stellato. La porta era chiusa, ma le icone all'interno brillavano debolmente attraverso le finestre, illuminate da candele che qualcuno aveva lasciato accese. Non entrai. Non ne avevo bisogno. Mi bastava stare lì, in silenzio, con la mano di Alex nella mia.
Continuammo a camminare, facendo il giro della chiesa e imboccando la strada di casa. Le stelle brillavano sopra di noi, indifferenti alle nostre preoccupazioni, e la Via Lattea continuava a scorrere, lenta e maestosa.
Quando arrivammo a casa, ero esausta. Mi sedetti sul letto e mi tolsi le scarpe, sentendo le caviglie gonfie e i piedi doloranti. Alex mi aiutò a sdraiarmi, sistemandomi i cuscini dietro la schiena.
-Domani è sabato,- disse, sdraiandosi accanto a me. -Lavoro solo mezza giornata. Passerò il pomeriggio con te.-
-Bene,- mormorai, chiudendo gli occhi. -Così stiamo insieme.-
-Buonanotte, Yelena.-
-Buonanotte, Alex.-
29Please respect copyright.PENANAGUyl81vUqS
Mi addormentai quasi subito, cullata dal respiro regolare di lui e dal silenzio della notte. Sognai, come sempre. Sognai mia madre, che mi sorrideva dalla porta della cucina, e mio padre, che mi prendeva per mano e mi portava a vedere il tramonto. Sognai Milano, con le sue strade ghiacciate e il Duomo coperto di neve. Sognai una bambina che correva nei campi di girasole, ridendo. La chiamavo, ma lei non si voltava. Continuava a correre, sempre più lontano, fino a scomparire nel vento.
Mi svegliai di soprassalto, con un gemito che mi uscì dalle labbra prima che potessi trattenerlo.
Qualcosa era cambiato. Qualcosa di profondo, di viscerale. Un calore umido si stava diffondendo tra le mie gambe, bagnando le lenzuola.
-Alex...- sussurrai, con la voce impastata dal sonno. -Alex, svegliati.-
Lui si mosse accanto a me, borbottando qualcosa di incomprensibile. Poi aprì gli occhi, e quan 12 settembre 2029, Corbeni
Il tardo pomeriggio di settembre entrava dalla finestra della cucina come un ospite stanco, con una luce obliqua e aranciata che si posava sul tavolo di legno, sulle mie mani, sul bicchiere d'acqua che tenevo tra le dita senza bere. L'aria era ferma, ancora calda, ma con quel sottile presagio di frescura che annuncia l'autunno, anche se le giornate si ostinavano a fingere che l'estate non fosse ancora finita.
Ero seduta sulla sedia vicino alla finestra, la schiena appoggiata allo schienale di legno scuro, una mano posata sul ventre come ormai facevo senza pensarci. Il bambino scalciava piano, movimenti lenti e rotondi che mi davano un senso di pace, anche quando il resto del mondo sembrava sul punto di crollare. Negli ultimi giorni si era fatto più quieto.
Fuori, il cortile era immerso nel silenzio. Le galline di Nadia razzolavano pigre vicino alla staccionata, beccando qualcosa nella terra secca. Il cane, un meticcio dal pelo ispido che rispondeva al nome di Lăbuș, dormiva all'ombra del fienile, la lingua penzoloni. Tutto era immobile. Tutto era pace.
Ma dentro di me c'era un'attesa che non si placava mai.
Lo aspettavo.
Ogni giorno, da più di un mese, lo aspettavo. Alex usciva all'alba, quando il sole non aveva ancora finito di salire sopra le colline, e tornava nel tardo pomeriggio, con la schiena curva dalla fatica e le mani sporche di terra che non andava mai via del tutto, nemmeno dopo averle strofinate con il sapone. Aveva trovato lavoro in un terreno agricolo poco fuori Corbeni, un meleto di un contadino locale che aveva bisogno di braccianti per la raccolta. Era stato grazie a me, o meglio, grazie alle poche conoscenze che mi erano rimaste dopo anni di assenza.
Non era un posto fisso. Era un lavoro in nero, pagato a fine giornata.
I soldi non erano tanti, ma erano sufficienti. Bastavano per comprare il pane, il latte, le verdure al mercato. Per mettere da parte qualcosa per l'inverno. Per sentirci, almeno per un po', al sicuro.
Ma la solitudine, quella non si poteva comprare. E neppure scacciare.
Da quando Alex aveva iniziato a lavorare, passavo le giornate in casa con Nadia, che mi aiutava con le faccende e mi preparava il tè. Era gentile, premurosa, ma non era mia madre. Nessuno poteva esserlo. Mi mancava il suo modo di sorridere, le sue mani che impastavano il pane, la sua voce che mi chiamava dalla cucina. Mi mancava tutto di lei. E in quelle ore vuote, quando il sole sembrava non voler mai tramontare, il silenzio diventava un peso, e il dolore per la sua assenza riaffiorava come una ferita che non si rimarginava mai del tutto.
L'unica cosa che mi teneva ancorata era il pensiero del suo ritorno. Ogni pomeriggio, quando la luce cominciava a farsi più bassa e le ombre si allungavano nel cortile, mi sedevo vicino alla finestra e aspettavo. Ascoltavo il rumore dei passi sulla strada sterrata, il vociare lontano dei braccianti che tornavano dai campi, lo scricchiolio del cancello.
E quando finalmente lo vedevo apparire, con la camicia macchiata di sudore e il viso arrossato dal sole, il cuore mi si scioglieva nel petto.
Quel giorno, il 12 settembre, lo vidi arrivare un po' più tardi del solito. Il sole era già basso, e il cielo sopra Corbeni si stava tingendo di un arancione intenso, con striature rosa che sembravano pennellate di un pittore distratto. Lui spinse il cancello con una spalla, le braccia cariche di un cesto di mele che il contadino gli aveva dato come extra. Le mele erano piccole, imperfette, ma profumavano di terra e di sole.
Appena mi vide sulla soglia, il suo viso stanco si aprì in un sorriso.
-Bună seara,- disse con la voce rauca, cercando di pronunciare le parole in moldavo con quell'accento italiano che gli deformava le vocali. Buonasera. Aveva imparato qualche frase nelle ultime settimane, sforzandosi di comunicare con i braccianti e con il contadino.
-Bună seara,- risposi, sorridendo. -Come è andata oggi?-
Lui scrollò le spalle, posando il cesto sul tavolo del portico. -Solita fatica. Abbiamo finito la fila est. Domani si comincia con le varietà tardive.- Si avvicinò a me, le mani ancora sporche di terra, e mi diede un bacio rapido sulle labbra. Un bacio che sapeva di polvere e di stanchezza, ma che per me valeva più di qualsiasi discorso. -E tu? Come stai?-
-Bene. Mi sono riposata. Il bambino ha scalciato un po', poi si è calmato.-
Lui appoggiò una mano sul mio ventre, sfiorandolo con la punta delle dita, come faceva ogni sera. -Cresce.-
-Grazie a te,- dissi, guardandolo negli occhi. -Grazie a te che ci mantieni.-
Lui scosse la testa, quasi imbarazzato. -Non devi ringraziarmi. È il mio dovere.-
-Non è solo dovere,- risposi, prendendogli la mano. -È amore. Ed è diverso.-
Lui mi guardò per un lungo momento, con un'intensità che mi fece sentire nuda. Poi sospirò, passandosi una mano tra i capelli sudati. -Vado a farmi una doccia. Poi mangiamo qualcosa.-
-Va bene. Preparo la cena.-
-No, stasera cucino io.-
Lo guardai allontanarsi lungo il corridoio, la schiena muscolosa che si intravedeva sotto la camicia, i passi pesanti sul pavimento di linoleum. La pelle delle sue braccia e del suo viso, un tempo chiara come quella di un uomo di città, si era scurita sotto il sole moldavo, assumendo una tonalità ambrata che lo faceva sembrare diverso. Più selvaggio. Più autentico. Come se la terra lo stesse lentamente reclamando, plasmando il suo corpo a immagine di ciò che stava diventando: un uomo di campagna.
Mi appoggiai allo stipite della porta, con una mano sul ventre e l'altra sul petto, e sentii un'ondata di sollievo così profonda da togliermi il fiato. Non sapevo cosa avrei fatto se lui non fosse venuto quel giorno, cogliendomi di sorpresa, quando me lo ero trovato davanti alla porta sotto la pioggia. Era arrivato come un fantasma, con lo zaino sulle spalle e gli occhi pieni di paura e determinazione. Aveva bussato, e io avevo aperto, e in quel momento il mondo era cambiato.
Da allora, non era più andato via. Aveva spaccato legna sotto il sole di luglio, aveva fatto l'orto. Si era fatto accettare dalla comunità, che all'inizio lo guardava con diffidenza, uno straniero, uno che non parlava la lingua, uno che veniva da un paese lontano, ma che ora lo salutava con un cenno del capo.
E tutto questo lo aveva fatto per me. Per noi. Per la bambina, o il bambino, che portavo in grembo.
La doccia smise di scrosciare. Poco dopo, Alex uscì dal bagno con i capelli ancora umidi e una maglietta pulita. Sembrava più giovane, senza la polvere e il sudore che gli segnavano il viso.
Era vero. Ero stanca. La gravidanza mi pesava, le gambe mi facevano male, la schiena mi doleva. Ma non volevo lamentarmi
Cenammo in cucina, con la finestra aperta che lasciava entrare l'aria fresca della sera. Alex aveva preparato una zuppa di verdure con le patate e le carote che avevamo comprato al mercato, e del pane nero tostato. Era un pasto semplice, ma per me era il più buono del mondo.
Mangiammo in silenzio per un po', scambiandoci occhiate complici, le mani che si sfioravano sul tavolo. Poi lui disse: -Oggi ho imparato una parola nuova.-
-Buna treaba-
-Sì. L'hai imparata bene.-
Lui sorrise, con un'espressione infantile che mi fece intenerire. -Il contadino mi ha detto "bravo". Poi ha aggiunto qualcosa che non ho capito.-
-Probabilmente ti ha detto che sei un buon lavoratore.-
-Spero di sì. Altrimenti mi avrebbe insultato senza che me ne accorgessi.-
Risi, una risata leggera che mi scosse il ventre. Il bambino si mosse, come se volesse partecipare alla conversazione. -Sono contenta che ti trovi bene con loro. All'inizio avevo paura che non ti accettassero.-
Lui scrollò le spalle. -Ci vuole tempo. Ma sono brave persone. Parlano poco, ma quando lo fanno, è per dire cose importanti.-
-Come mio padre,- mormorai, senza rendermene conto.
Lui mi guardò con tenerezza. -Tuo padre sarebbe orgoglioso di te, Yelena.-
Non risposi. Le parole mi si bloccarono in gola, come ogni volta che pensavo ai miei genitori. Mia madre... mia madre mi aveva lasciata tre settimane prima che Alex arrivasse. Non avevo potuto fare nulla per salvarla. Solo starle accanto. Essere presente.
Alex allungò una mano e mi strinse le dita. -So che è difficile. Ma non sei sola.-
-Lo so,- sussurrai. -È solo che... a volte mi manca così tanto che non riesco a respirare.-
Lui si alzò, mi venne accanto, mi avvolse in un abbraccio. Sentii il suo calore contro il mio corpo, il suo respiro contro i miei capelli. -Respira con me,- disse. -Piano. Inspira. Espira.-
Lo feci. Inspirai. Espirai. Il dolore non passò, ma divenne sopportabile.
-Dopo cena,- dissi, staccandomi da lui, -facciamo una passeggiata? Ho bisogno di uscire.-
Lui annuì. -Certo. Dove vuoi andare?-
-Non lo so. Lungo la strada principale. Fino alla chiesa e ritorno.-
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Uscimmo poco dopo, quando il cielo era ormai completamente scuro. Corbeni di notte era un luogo diverso. Le case basse, con i tetti di lamiera e le pareti di legno o mattoni intonacati, si intravedevano appena nella penombra, illuminate solo dalle finestre accese che proiettavano bagliori gialli sulla strada sterrata. Non c'erano lampioni. Non c'erano insegne luminose. Solo il buio, e il silenzio, e il respiro antico della terra.
Il villaggio si estendeva lungo una strada principale che seguiva il corso del fiume Prut, nascosto dietro una fila di alberi. Ai lati, sentieri sterrati si diramavano verso i campi di mais e di girasole, ormai quasi pronti per il raccolto. L'aria odorava di polvere e di erba secca, con un sottofondo dolce di fiori notturni che non sapevo nominare.
Camminavamo lentamente, mano nella mano, seguendo il tracciato irregolare della via. Ogni tanto superavamo una casa, con il suo cortile recintato da pali di legno, il suo orto, il suo cane che abbaiava al nostro passaggio. Le persone che incrociavamo ci salutavano con un cenno del capo, riconoscendo Alex nonostante l'oscurità.
-Bună seara,- diceva lui, e loro rispondevano con un borbottio in moldavo che non capivo del tutto.
-Sai, ho imparato a riconoscere le costellazioni da sola,- dissi a un certo punto, rompendo il silenzio. -Nelle notti in cui non riuscivo a dormire, mi sedevo. C’è la Via Lattea.-
Lui alzò lo sguardo, e per un momento rimase in silenzio, rapito dalla bellezza del cielo. La Via Lattea si stendeva sopra di noi come un fiume di luce, una striscia di polvere di stelle che attraversava l'intera volta celeste.
-È incredibile,- mormorò Alex. -A Milano non si vede mai. C'è troppo inquinamento luminoso.-
-Qui è diverso. Qui il buio è così fitto che le stelle sembrano più vicine.-
Ci fermammo davanti alla chiesa del villaggio, una costruzione modesta con una cupola a cipolla che si stagliava contro il cielo stellato. La porta era chiusa, ma le icone all'interno brillavano debolmente attraverso le finestre, illuminate da candele che qualcuno aveva lasciato accese. Non entrai. Non ne avevo bisogno. Mi bastava stare lì, in silenzio, con la mano di Alex nella mia.
Continuammo a camminare, facendo il giro della chiesa e imboccando la strada di casa. Le stelle brillavano sopra di noi, indifferenti alle nostre preoccupazioni, e la Via Lattea continuava a scorrere, lenta e maestosa.
Quando arrivammo a casa, ero esausta. Mi sedetti sul letto e mi tolsi le scarpe, sentendo le caviglie gonfie e i piedi doloranti. Alex mi aiutò a sdraiarmi, sistemandomi i cuscini dietro la schiena.
-Domani è sabato,- disse, sdraiandosi accanto a me. -Lavoro solo mezza giornata. Passerò il pomeriggio con te.-
-Bene,- mormorai, chiudendo gli occhi. -Così stiamo insieme.-
-Buonanotte, Yelena.-
-Buonanotte, Alex.-
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Mi addormentai quasi subito, cullata dal respiro regolare di lui e dal silenzio della notte. Sognai, come sempre. Sognai mia madre, che mi sorrideva dalla porta della cucina, e mio padre, che mi prendeva per mano e mi portava a vedere il tramonto. Sognai Milano, con le sue strade ghiacciate e il Duomo coperto di neve. Sognai una bambina che correva nei campi di girasole, ridendo. La chiamavo, ma lei non si voltava. Continuava a correre, sempre più lontano, fino a scomparire nel vento.29Please respect copyright.PENANAGpCvvBZ42T
Mi svegliai di soprassalto, con un gemito che mi uscì dalle labbra prima che potessi trattenerlo.
Qualcosa era cambiato. Qualcosa di profondo, di viscerale. Un calore umido si stava diffondendo tra le mie gambe, bagnando le lenzuola.
-Alex...- sussurrai, con la voce impastata dal sonno. -Alex, svegliati.-
Lui si mosse accanto a me, borbottando qualcosa di incomprensibile. Poi aprì gli occhi, e quando vide la mia espressione, si mise seduto di scatto.
-Cosa succede? Yelena?-
-Mi si sono rotte le acque,- dissi, cercando di mantenere la calma. -Il bambino... sta arrivando.-29Please respect copyright.PENANABwYywNSMSq


