Erano passati quattro giorni da quella sera al Rusty Nail, quattro giorni in cui il ricordo di Marty si era insinuato nei miei pensieri come una melodia che non riesci a toglierti dalla testa. Non era ossessivo, non proprio. Era più come un sottofondo costante, qualcosa che emergeva nei momenti di quiete: mentre versavo caffè al diner, mentre sparecchiavo tavoli, mentre camminavo per le strade di Ogden con il vento autunnale che mi pizzicava la pelle. Quei capelli neri lunghi, quel sorriso stanco, la sciarpa che aveva lasciato sul tavolo, morbida, bianca, con un profumo leggero di legno bagnato che ancora mi tornava in mente se ci pensavo troppo.
Quel pomeriggio, il turno al The Hearthstone era finito alle tre in punto, per una volta. Il capo non mi aveva trattenuto con la solita scusa dei "ragazzi nuovi che non sanno fare un caffè decente". Ero uscito dal diner con le mani nelle tasche del giubbotto, l'aria umida che mi avvolgeva come una coperta pesante. Aveva piovuto per tutto il giorno, una di quelle piogge sottili e insistenti che non fanno rumore, solo bagnano tutto piano piano, lasciando l'asfalto lucido e scivoloso. Ora aveva smesso, e il cielo era un grigio più chiaro, quasi argenteo sui bordi, come se il sole stesse cercando di farsi spazio ma non ci riuscisse del tutto.
Camminavo lungo la 25th Street, schivando le pozze d'acqua che riflettevano le luci dei negozi e le nuvole basse. Ogni pozza era uno specchio distorto: vedevo il mio riflesso frammentato, la faccia stanca con l'occhio ancora un po' giallognolo dal livido di giorni fa. L'odore della pioggia era ovunque, terra bagnata, foglie marce, un vago sentore di asfalto caldo che si raffreddava. Mi piaceva quell'odore. Mi faceva sentire... pulito, in un certo senso. Come se la pioggia lavasse via un po' della monotonia accumulata.
Mentre camminavo, il pensiero del Rusty Nail mi sfiorò la mente. Non era la prima volta quel giorno. Mi chiesi se valesse la pena fare un salto lì, magari più tardi. Sky e gli altri ci andavano spesso di questi tempi, e chissà, forse Marty sarebbe tornata. Aveva detto "Ci rivediamo, Ian", con quella voce bassa e sicura, come se fosse una promessa.
Ma non avevo il suo numero, né un modo per contattarla. E poi, c'era quella sciarpa. L'avevo portata a casa, piegata con cura e messa sul comodino, accanto al letto. Non sapevo perché non l'avessi lasciata al bar, o buttata via. Era solo una sciarpa. Bianca, di lana morbida, con un piccolo ricamo sul bordo che sembrava un simbolo astratto, tipo una foglia stilizzata o qualcosa del genere.
Scossi la testa, cacciando via il pensiero. No, non quella sera. Ero stanco. Il turno era stato lungo, con il pranzo affollato e i clienti che sembravano tutti di fretta, tutti arrabbiati per il tempo. Le gambe mi pesavano, e sentivo quel nodo familiare alla base della nuca, il segnale che il corpo mi stava chiedendo riposo. Casa era a pochi isolati, un posto tranquillo dove potevo chiudermi dentro e dimenticare tutto per qualche ora. Niente bar, niente chiacchiere forzate, niente speranze di incontri casuali. Solo il divano, magari una birra dal frigo, e poi letto presto. Sarebbe stato per un'altra sera. C'era tempo.
Girai l'angolo verso il mio edificio, un palazzo di mattoni rossi con le scale esterne arrugginite e le finestre che cigolavano quando le aprivi. L'ingresso era come sempre: odore di umidità e detersivo economico, la cassetta della posta traboccante di volantini. Salii le scale piano, un gradino alla volta, sentendo il peso della giornata sulle spalle. Aprii la porta dell'appartamento e l'aria calda mi accolse, mista all'odore familiare di caffè vecchio e lenzuola non cambiate da troppi giorni.
Lasciai cadere il giubbotto sul divano e mi stiracchiai, sentendo le articolazioni scrocchiare. La routine domestica era una di quelle cose che mi ancoravano alla normalità. Iniziai con le cose semplici: raccolsi i vestiti sparsi sul pavimento, li buttai nel cesto della biancheria. Passai l'aspirapolvere nel piccolo spazio tra il letto e la cucina, un ronzio monotono che copriva i pensieri. Poi, i piatti nel lavandino, residui della colazione frettolosa di quella mattina, una tazza con fondi di caffè e un piatto con briciole di toast. Li lavai con acqua calda, sentendo il sapone scivolare sulle mani, l'odore di limone che riempiva l'aria.
Mentre asciugavo l'ultima forchetta, qualcosa cambiò. Fu sottile, all'inizio. Una sensazione, come un prurito alla nuca. Mi sentii... osservato. Non era paranoia, o almeno così mi dissi. Solo una di quelle cose che capitano quando sei solo in casa e la mente gioca brutti scherzi. Mi fermai, con lo strofinaccio in mano, e mi guardai intorno. Il soggiorno era vuoto: il divano sfondato, la TV piccola su un mobiletto, la finestra che dava sulla strada deserta. La cucina era aperta, con il frigo che ronzava piano. Niente. Nessuno.
Scossi la testa e ridacchiai tra me. -Stanchezza, Ian. Solo stanchezza.- Continuai a pulire, ma la sensazione non se ne andò del tutto. Era come se ci fosse uno sguardo su di me, non ostile, ma insistente. Proveniva dalla finestra? Mi avvicinai, scostai la tenda logora e guardai fuori. La strada era buia, illuminata solo dai lampioni che proiettavano coni di luce gialla sulle pozze d'acqua. Un'auto passò lenta, i fari che riflettevano sull'asfalto bagnato. Nessuna figura, nessun'ombra. Solo Ogden di sera, quieta e indifferente.
Lasciai cadere la tenda e mi passai una mano sul viso. Dovevo mangiare qualcosa. Aprii il frigo, mezzo vuoto, come sempre, e tirai fuori uova, un po' di bacon avanzato e del pane che stava per scadere. Preparai una frittata semplice, con le uova strapazzate e il bacon croccante, l'odore che riempì l'appartamento e mi fece venire l'acquolina in bocca nonostante la stanchezza. Mangiai seduto al tavolino, con la TV accesa su un canale qualunque, un vecchio film anni '90 che non seguivo davvero. Il cibo era caldo, confortante, e per un po' la sensazione di essere osservato svanì.
Il telefono vibrò sul tavolo. Un messaggio dal gruppo con Sky, Rudy e Thomas: "Ehi, siamo al Rusty Nail. Vieni? Mila dice che c'è birra gratis se convinci il barista con quel tuo occhio da cucciolo bastonato lol."
Sorrisi, ma fu un sorriso stanco. Digitai la risposta: "Non stasera, ragazzi. Sono ko. Divertitevi voi." Inviato.
Non aggiunsi altro. Non avevo voglia. Non quella volta. Immaginai Sky che alzava gli occhi al cielo, Thomas che rideva troppo forte, Rudy che annuiva in silenzio. Erano bravi amici, i migliori che avessi, ma a volte la solitudine era un lusso che mi concedevo. Spensi la TV, lavai il piatto, di nuovo routine, e mi preparai per la notte. Doccia calda, l'acqua che scorreva sulla pelle e lavava via il sudore della giornata, il vapore che appannava lo specchio. Indossai un paio di boxer e una maglietta vecchia, mi infilai nel letto con le lenzuola fresche.8Please respect copyright.PENANAuwEiRjxzzK
Il sonno arrivò piano, come sempre. Pensai a Marty per un attimo, al suo sorriso, alla sciarpa sul comodino,poi il buio mi inghiottì.
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Mi svegliai di soprassalto. Non sapevo perché, all'inizio. Il cuore batteva un po' più forte, ma non c'era stato un incubo, non che ricordassi. La stanza era buia, illuminata solo dalla luce dei lampioni che filtrava dalla finestra. Guardai l'orologio sul cellulare: le 02:30. Troppo presto per alzarsi, troppo tardi per dormire bene. Fuori, il cielo era limpido ora, la pioggia se n'era andata del tutto. Dalla finestra vedevo le stelle, nitide e fredde. La costellazione di Orione era lì, prominente, con la cintura di tre stelle allineate e la spada che pendeva. Mi ricordava le notti d'infanzia, quando mio padre mi portava in giardino a guardare il cielo, indicandomi le costellazioni con una torcia. "Orione il cacciatore", diceva. "Sempre lì, a vegliare."
Sospirai e presi il cellulare per controllare l'ora esatta, magari impostare una sveglia. Ma c'era una notifica. Un messaggio da un numero sconosciuto, arrivato proprio in quel momento.
"Incontriamoci domani sera al Rusty Nails."
Lo lessi due volte, perplesso. Il cuore accelerò un po'. Chi poteva essere a quell'ora? Un errore? Qualcuno degli amici che scherzava? Ma il numero non era salvato, e non riconoscevo lo stile. Digitai veloce: "Chi sei?"
L'attesa fu breve. Pochi istanti, e la risposta arrivò.
"La proprietaria della sciarpa bianca =)"
Scoppiai a ridere, una risata bassa e sorpresa che ruppe il silenzio della notte. Marty. Ovvio. La sciarpa bianca, non l'avevo mai descritta come tale nei miei pensieri, ma era bianca, sì, candida come neve fresca. Mi sedetti sul letto, appoggiandomi alla testiera, il cellulare illuminato che proiettava una luce blu sul mio viso.
"Mi sembra un'ora un po' tarda per organizzare un appuntamento. =) Come hai avuto il mio numero?"
Risposi con le dita che volavano sulla tastiera, il sonno svanito di colpo. La risposta arrivò quasi subito.
"Me lo hai dato tu l'altra sera. Comunque non ho sonno."
Aggrottai la fronte. Non ricordavo di averle dato il numero. Avevamo parlato per ore, sì, riso, condiviso birre. Ma i numeri? Non mi sembrava. Forse l'avevo fatto senza pensarci, in un momento di distrazione. O forse... no, non volevo pensare a stranezze ora. Era Marty. La ragazza con gli occhi profondi e il cappotto blu.
Riflettei un secondo, guardando fuori dalla finestra. Orione era ancora lì, immobile. "Siamo in due.. ci vediamo domani sera."8Please respect copyright.PENANATVMDzjUUbA
Inviato. Mi sdraiai di nuovo, ma il sonno non tornò. Rimasi a fissare il soffitto, con un sorriso stupido sulla faccia, il cellulare sul petto. Domani sera. Al Rusty Nail. Con Marty.8Please respect copyright.PENANAVsQdOnymXS


