Il giorno successivo al Rusty Nail, mi svegliai con una luce pallida che filtrava attraverso le tende logore dell’appartamento. L’occhio sinistro, gonfio e violaceo la sera prima, aveva già iniziato a sgonfiarsi in modo sorprendente. Il gonfiore si era ridotto a un alone violaceo intorno alla palpebra, e il dolore si era attenuato in un fastidio sordo, quasi sopportabile.
Mi preparai per il turno al The Hearthstone Diner con la solita meccanica: caffè nero, doccia rapida, camicia pulita. Eppure, mentre attraversavo la 25th Street sotto un cielo ancora grigio e basso, i pensieri tornarono invariabilmente alla ragazza della sera prima. Non riuscivo a scrollarmela di dosso. Era bellissima, in un modo che non apparteneva del tutto alla realtà quotidiana: i capelli neri lunghi, il cappotto blu, gli occhi che sembravano assorbire ogni luce intorno. E quella calma assoluta con cui aveva fatto fuggire il tipo senza alzare la voce, senza un gesto superfluo. Mi ero incantato a guardarla, come se uno sguardo potesse bastare a riconoscerla da sempre.
Decisi, quasi senza ammetterlo con me stesso, che quella sera sarei tornato al Rusty Nail. Non per bere con Sky e gli altri, non per la birra o la musica bassa. Solo per vederla di nuovo, magari scambiare due parole, chiederle il nome, il numero di telefono. Era un piano semplice, quasi infantile, ma mi dava una direzione in una giornata che altrimenti sarebbe stata identica alle precedenti.
Al diner il servizio del pranzo era già in pieno svolgimento quando arrivai. Le voci si sovrapponevano, le tazze tintinnavano, l’odore di pancetta fritta e caffè bollente saturava l’aria. Mi mossi tra i tavoli con la consueta efficienza: ordine sul cinque, conto sul nove, rabbocco di caffè ovunque servisse. La routine mi avvolgeva come una coperta familiare, ma non riuscii a spegnere del tutto il pensiero di lei. Ogni tanto, mentre posavo un piatto o ritiravo un bicchiere vuoto, mi sorpresi a cercare con lo sguardo tra i clienti, come se lei potesse materializzarsi lì, tra i turisti e i locali abituali.
Verso le tredici e trenta, una donna entrò e si sedette da sola a un tavolo vicino alla finestra. Era magra, di statura media, con lunghi capelli scuri che tendevano al bianco sulle tempie e sulle ciocche più lunghe. Indossava un cappotto grigio antracite sopra un maglione di lana scura, e teneva le mani incrociate sul tavolo con una compostezza che la faceva sembrare fuori posto in quel diner rumoroso. Le mi avvicinai con il bloc-notes in mano.
-Buongiorno. Cosa le porto? - chiesi, con il tono neutro che usavo con tutti.
Lei alzò lo sguardo. Aveva occhi castani chiari, quasi trasparenti, circondati da piccole rughe che parlavano di anni vissuti con attenzione. Sorrise appena, un sorriso cortese ma distante.
- Solo un tè nero, senza zucchero, per favore. E magari un pezzo di torta di mele, se ne avete ancora.-
Annuii e segnai l’ordine. Mentre mi allontanai verso il bancone, sentiì una strana sensazione di déjà-vu, come se quel viso mi fosse familiare in un modo che non riuscivo a collocare. Non era un ricordo preciso, solo un’impressione vaga, come un odore che si riconosce senza sapere da dove provenga.
Tornai poco dopo con il tè e la torta. Posai tutto sul tavolo con cura.7Please respect copyright.PENANAHjGTFymVyD
- Ecco a lei. Se ha bisogno di altro, mi chiami pure.-
La donna mi guardò di nuovo, stavolta con maggiore attenzione.
- Grazie. Mi chiamo Isla. - disse, tendendo la mano con un gesto semplice.
Esitai un istante, poi le strinsi la mano. La pelle era fredda, nonostante il locale fosse caldo.
- Ian. Piacere.-
- Di Ogden? - chiese lei, versando il tè con movimenti lenti.
- Nato e cresciuto qui. E lei?-
Isla prese un sorso prima di rispondere.
-Ci abitavo, tempo fa. Molti anni fa, in realtà. Poi ho deciso di trasferirmi nel Wyoming. Più spazio, meno rumore. Ma torno periodicamente.-
Parlava con una voce bassa, misurata, come se ogni parola fosse scelta con cura. Rimasi lì un secondo di troppo, incuriosito.
-Le capita spesso di tornare? - chiesi, quasi senza pensarci.
- Quando serve, dopotutto del proprio posto di origine non ci si dimentica mai.- rispose lei, guardando fuori dalla finestra. Il cielo era sempre lo stesso grigio uniforme. - A volte basta passare, vedere se qualcosa è cambiato. O se è rimasto uguale.-
Ci fu un silenzio breve, non imbarazzante, solo naturale. Isla tagliò un pezzo di torta con la forchetta e lo portò alla bocca senza fretta.
- È buona - commentò. - Come la ricordavo.-
Annuii.
- La fa la cuoca da trent’anni. Non cambia mai ricetta.-
Lei sorrise di nuovo, stavolta con un’ombra di malinconia.
-Alcune cose non dovrebbero cambiare.-
Poi posò la forchetta e tirò fuori dal cappotto un piccolo portafoglio di pelle consumata. Pagò in contanti, lasciando una mancia generosa.
- Grazie, Ian. È stato un piacere.-
Si alzò, sistemò il cappotto sulle spalle e si diresse verso l’uscita. La seguii con lo sguardo mentre apriva la porta e scompariva nella luce grigia della strada. Rimasi immobile per qualche secondo, con la sensazione che qualcosa mi fosse sfuggito. L’impressione di averla già vista.
Il resto del turno passò in una sorta di nebbia. Servii altri clienti, sparecchiai tavoli, risposi alle solite battute dal retro. Ma la mente tornava sempre lì: prima alla ragazza del bar, poi a Isla. Due incontri, due donne diverse.7Please respect copyright.PENANA0MQZfXEilI
Solo che quasi sicuramente avevo conosciuto Isla quando ero bambino e non me ne ricordavo.
Alle quindici e quaranta finii il turno. Uscìì dal diner con le mani nelle tasche del giubbotto, l’aria umida che mi pizzicava il viso. Cammìnai verso casa lentamente, lasciando che i pensieri si depositassero.
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Quella sera il Rusty Nail puzzava di legno vecchio e speranze deluse. Non era un'offesa: era un complimento al suo modo di essere, a quella sua rassicurante costanza nel prometterti solo ciò che poteva mantenere, e cioè un posto dove dimenticare o ricordare, a seconda di cosa bevevi. Io avevo scelto la birra, una IPA locale amara che lasciava un retrogusto di pino, come se l'autunno di Ogden avesse deciso di farsi bere.
Ero arrivato presto, quasi ansioso, il che non mi era mai capitato per un locale. Di solito aspettavo che gli altri decidessero, che Sky mandasse il messaggio del gruppo, che la serata si costruisse da sé.
Quella volta ero stato io a scrivere: - Ci sono già, se vi va.-
Una frase che non suonava come me, eppure l'avevo scritta e mandata, e adesso ero lì, con una lattina mezza vuota e gli occhi che non riuscivano a stare fermi.
L'occhio era quasi guarito. Il livido si era attenuato a un giallo verdognolo, e il gonfiore era così lieve che solo chi sapeva dove guardare lo notava. Sky l'aveva notato subito poi s'era seduta, con i rasta che le cadevano pesanti sulle spalle, e aveva iniziato a parlare di un concerto a Salt Lake City, e io avevo annuito, ma non ascoltavo.
Avevo controllato ogni ingresso per un'ora. Avevo controllato ogni figura femminile che si era materializzata nella luce fioca della porta, sperando e temendo che fosse lei. E ora che gli altri erano arrivati mi rendevo conto che non stavo aspettando quella ragazza, stavo aspettando una conferma.
-Sei più strano del solito,- disse Thomas, versandosi una seconda lattina. -E l'occhio non c'entra. C'è qualcos'altro.-
-È sempre qualcos'altro, con lui,- aggiunse Rudy, ma senza cattiveria. Era solo un'osservazione.
Sky mi guardò, e nei suoi occhi c'era la saggezza di chi ti conosce da quando ti spaccavi le ginocchia sui pattini. - Cerchi qualcuno,- disse. Non una domanda.
-Sto solo...guardandomi in giro. - risposi, ma la voce mi uscì incrinata.
-Osservare è la prima fase, - mormorò Sky, - La seconda è farsi notare.-
E proprio in quel momento, lei apparve.7Please respect copyright.PENANAofCeduDuaH
Non dalla porta. Era già lì. Seduta al bancone, tre sgabelli più in là. I capelli neri le ricadevano sulle spalle senza uno styling particolare, solo lunghi e un po' crespi per l'umidità.
-È lei, - sussurrò Sky, seguendo la mia linea visiva. - La ragazza misteriosa. -
- Non è misteriosa, - borbottai, e questa volta lo dissi quasi per convincere me stesso.
-Allora vai,- mi spinse Thomas. — Non fare il timido.-
Non ero timido. Ero paralizzato. Perché ora che la vedevo, non sapevo più cosa volevo da lei. Il numero di telefono? O semplicemente capire perché mi aveva guardato così?
Mi alzai, la lattina che mi tremava leggermente in mano. Attraversai il locale, ma ogni passo sembrava più lento del precedente. Il bancone era lungo, scrostato, e lei era alla fine, isolata ma non in modo teatrale. Sembrava solo una ragazza che voleva stare da sola.
Non si voltò. Non lo fece nemmeno quando mi fermai a un metro da lei, incerto. Il barista, un tizio con la barba rossa e gli occhi stanchi, mi guardò. -Altro?-
-No, grazie. - La mia voce suonò lontana. Poi, a lei: - Posso sedermi?-
Finalmente si girò. E fu come la prima volta. I suoi occhi erano scuri, sì, ma non più pozze senza fondo. C'era qualcosa di stanco in quello sguardo, qualcosa di ferito che cercava di non farsi vedere.
-Ian,- disse, e il mio nome sulla sua lingua fu ancora un fatto, ma questa volta non era così sorprendente.
- Come fai a sapere...-
-L'ho sentito,- interruppe, con un mezzo sorriso che non era allegro ma nemmeno inquietante. - I tuoi amici ti hanno chiamato quando sei arrivato. E poi...- fece una pausa, cercando le parole. - E poi ho notato che mi guardavi. È difficile non notarti, quando fissi così.-
Mi sedetti, e il profumo mi avvolse, più leggero. Legno bagnato ancora, ma meno intenso, come se fosse un ricordo che si sta sbiadendo.
-Scusa,- mormorai, -Non volevo essere invadente.-
-Non lo sei, - disse, e questa volta il sorriso fu più lungo, quasi riconoscente.
- Non voglio niente, - risposi, e fu la verità più sincera della serata.
-Stavi cercando me,- disse, e questa volta sembrava più una constatazione che una provocazione.
-Non lo so,- ammisi, guardando le mie mani. - Forse sì. Mi è sembrato di... -
-Di riconoscermi?- completò lei, e la sua voce aveva una nota di stanchezza. - Succede spesso, qui. La gente pensa di riconoscermi. Ma non mi conosce davvero.-
-Ian - dissi, tendendole la mano, anche se già conosceva il mio nome.
-Marty. - rispose, stringendola. La sua mano era tiepida
-Ti ho vista ieri- dissi, - Quando hai... fatto andare via quel tizio.
Lei inclinò la testa, divertita.
— Non ho fatto niente. Ha solo capito che era ora di andare.. -
Ridemmo piano, tutti e due. Il ghiaccio si ruppe.7Please respect copyright.PENANAV1c0UnEtwv
Parlammo. Di tutto e di niente. Di Ogden, di quanto fosse grigia in autunno. Del diner dove lavoravo. Del fatto che lei “passava di qui ogni tanto”. Non disse dove viveva, né cosa faceva. Io non chiesi. Non volevo forzare. La conversazione scorreva lenta, naturale. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano e restavano lì un secondo di troppo.
Ordinammo un’altra birra. Ci spostammo a un tavolo vicino alla finestra. Il tempo passò senza che me ne accorgessi.
Parlammo per ore, sembrava. Di musica, di libri, di posti che avremmo voluto vedere. Lei ascoltava più che parlava, ma quando parlava era come se ogni parola avesse peso.
Poi, verso le undici, sbadigliò. Uno sbadiglio vero, che scompigliò i capelli e le fece venire gli occhi lucidi7Please respect copyright.PENANA4LKpmJ5h8Q
-Devo andare, - disse, con voce impastata. -È tardi.-
- Già. - risposi, deluso. - Anch’io, tra poco.-
Ci alzammo. Pagai io, senza darle il tempo di protestare.
Uscimmo insieme. Fuori l’aria era più fredda ora, la strada deserta.
Camminammo qualche passo in silenzio.7Please respect copyright.PENANAPcxkCloBqe
-È stato bello. - dissi.
-Sì. - rispose lei. - Anche per me.-
Si fermò. Mi guardò.
-Ci rivediamo, Ian.-
- Spero di sì.-
Fece un passo indietro, sorridendo appena. Poi si voltò e si allontanò, il cappotto blu che ondeggiava.
Tornai indietro di un passo per prendere il giubbotto che avevo lasciato al tavolo, quando mi accorsi di qualcosa dove era seduta lei.
L’aveva dimenticata.7Please respect copyright.PENANAJIsdtMNVoR
La raccolsi. Era morbida, fredda al tatto.
-Marty!- chiamai uscendo nella direzione in cui era andata.
Ma la strada era vuota.7Please respect copyright.PENANA2pxJI1ugk6
Nessuna traccia7Please respect copyright.PENANALaumFDVvhY


