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Rick era a terra, e il mondo continuava a girare.
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Non so per quanto tempo restai fermo. Potevano essere stati secondi, potevano essere stati minuti. Ora, con il corpo di Rick steso nella neve e il sangue che si allargava in una pozza rosso scuro che la neve faticava ad assorbire, il tempo era diventato qualcosa di elastico, di inconsistente, che si stirava e si contraeva senza alcun riguardo per la mia capacità di elaborare ciò che stava succedendo.
Marty era in piedi. Ferma. Con la mano ancora premuta sulla ferita che Rick le aveva aperto nel plesso solare, e il sangue che le colava tra le dita con un ritmo che sembrava essersi rallentato ma che non si era fermato. Il suo viso era pallido, più pallido del solito, e i capelli neri le cadevano sulle spalle in ciocche scomposte che il vento smuoveva appena.
Mi mossi. Non so perché. Non fu una decisione consapevole, non fu il risultato di un ragionamento. Fu qualcosa di più istintivo, di più primitivo, come il riflesso di un corpo che sa dove deve andare anche quando la mente non ha ancora capito perché. Feci un passo verso di lei. Poi un altro. E un altro ancora, finché non fui abbastanza vicino da sentire il suo profumo, quel legno bagnato mescolato a qualcosa di dolce che non riuscivo mai a identificare, e che adesso era coperto da un altro odore, metallico e ferroso, che conoscevo fin troppo bene.
Sangue.
I suoi occhi mi trovarono. Erano scuri, profondi, e contenevano qualcosa che non avevo mai visto in quel modo. Non l'odio che aveva rivolto a Rick prima di ucciderlo. Non la calma distaccata che aveva sempre avuto, quella sensazione di essere altrove, di essere oltre. C'era qualcosa di più semplice, di più fragile, di più disperatamente umano.
Stanchezza. E sotto la stanchezza, una domanda che non riusciva a formulare.
-Marty,- dissi, e la voce mi uscì roca, graffiata, come se le parole dovessero farsi strada attraverso un nodo che mi stringeva la gola. -Sei...-
Non finii la frase. Non sapevo come finirla. "Sei ferita" era ovvio. "Sei viva" era una domanda che non aveva senso fare a qualcuno che era mancato trent'anni prima. "Stai bene" era una cosa che non si dice a qualcuno che ha appena ucciso un uomo spezzandogli la spina dorsale.22Please respect copyright.PENANAhKpj8x6sl8
Lei non rispose. Mi guardava e basta, con quegli occhi che sembravano contenere abissi che non avevano fondo, e il sangue che continuava a colare tra le dita, e il respiro che le usciva in sbuffi bianchi che si condensavano nell'aria fredda del mattino.22Please respect copyright.PENANAx0SRNcBy3a
E io non potevo fare a meno di essere preoccupato per lei.
Era assurdo. Era irrazionale. Era tutto ciò che non avrei dovuto provare, stare lì nel giardino di una casa vittoriana nel bosco, con il cadavere di un uomo ai miei piedi e il sangue di una di una ragazza che avevo baciato, toccato, tenuto tra le braccia. Avrei dovuto avere paura. Avrei dovuto scappare. Avrei dovuto fare qualsiasi cosa che non fosse stare lì, a un passo da lei, con il cuore che batteva non di terrore ma di qualcosa che assomigliava alla preoccupazione.22Please respect copyright.PENANA32FNJEL22S
Ma le parole di quella mattina al lago erano lì. Incise nella mia mente come cicatrici che non si potevano cancellare. "Chi sa di me... il mio segreto... lo metterò a tacere." Una promessa fatta con calma, con la stessa voce con cui aveva detto "Ti prometto che stanotte non svanirò." Una promessa che ora, con il corpo di Rick steso nella neve, sembrava molto più di una minaccia. Sembrava un dato di fatto. Una legge di natura, come la gravità o il freddo dell'inverno.
Aprii la bocca per parlare. Non sapevo cosa avrei detto, non l'avevo ancora deciso, ma qualcosa dovevo dire, qualcosa che rompesse quel silenzio che si stava facendo troppo denso, troppo carico di tutto ciò che non stavamo dicendo. Forse le avrei chiesto della ferita. Forse le avrei chiesto di Rick. Forse le avrei chiesto cosa voleva fare adesso, con me, con i miei amici, con tutto.
Ma non feci in tempo.
Un suono. Lontano, ma che si avvicinava. Il rumore di un motore, di pneumatici sull'asfalto, di una macchina che percorreva la strada che costeggiava il bosco verso la casa di Isla. Un suono che riconobbi prima ancora di identificarlo coscientemente, perché lo associavo a qualcosa di familiare, di sicuro, di umano.
La macchina di Thomas.
Il cuore mi diede un tuffo. Rudy e Thomas. Il diversivo non aveva funzionato, Rick mi aveva seguito fino a qui, e i miei amici, avevano fatto l'unica cosa che potevano fare: tornare indietro. Venire a cercarmi. Venire a verificare con i loro occhi che stavo bene.
E in quel momento, mentre il rumore del motore si faceva più vicino, i miei occhi si spostarono verso la strada. Non verso la direzione da cui proveniva il suono della Subaru, ma verso l'altra direzione, quella da cui la strada arrivava al bosco.
E lì, ferma sul bordo della strada innevata, con due borse di tela piene di provviste che le pendevano dalle mani, c'era una figura.
Isla.
Era immobile. Completamente, assolutamente immobile, in un modo che non apparteneva a qualcuno che sta camminando e si è fermato per guardare qualcosa. Era l'immobilità di qualcuno che ha visto qualcosa che gli ha tolto la capacità di muoversi, di pensare, di fare qualsiasi cosa che non sia stare fermo e guardare.
Indossava il cappotto grigio antracite, lo stesso che le avevo visto ogni volta che l'avevo incontrata. I capelli scuri con le ciocche bianche erano raccolti in una coda bassa che il vento le smuoveva appena. Le borse della spesa pendevano dalle sue dita come se avesse dimenticato di tenerle, come se i muscoli delle mani avessero smesso di obbedire ai comandi del cervello. Una mela rotolò fuori da una delle borse e cadde nella neve senza che lei se ne accorgesse.
Perché stava guardando Marty.
Non Rick, non il corpo steso nella neve, non il sangue, non me. Marty. La ragazza con il cappotto blu e i capelli neri e il viso che non era invecchiato di un giorno. La ragazza che aveva lo stesso viso di sua sorella. La ragazza che era morta trent'anni prima in un lago ghiacciato e che adesso era in piedi nel suo giardino, viva, ferita, e circondata da un'aura di qualcosa che non aveva nome.
Isla la riconosceva.
Lo vidi sul suo viso, in quel pallore che era diventato ancora più estremo, in quegli occhi castani che si erano spalancati con una forza che sembrava volerli strappare dalle orbite. Lo vidi nel modo in cui le labbra si aprirono senza che uscisse alcun suono, come se la voce le fosse morta in gola prima di poter formulare una parola.
Trent'anni. Trent'anni a ricordare, a piangere, a tornare a Ogden ogni anno per sentire la sorella più vicina. Trent'anni a convivere con un vuoto che non si era mai riempito, con un'assenza che aveva plasmato ogni giorno della sua vita adulta. E ora, in quel mattino di neve e sangue, il vuoto aveva preso una forma. La forma di un viso che conosceva meglio del proprio, di capelli neri che aveva accarezzato da bambina, di occhi scuri che l'avevano guardata con amore e protezione prima di chiudersi per sempre sotto il ghiaccio.
Marty la vide. I suoi occhi si spostarono da me a Isla con una lentezza che sembrava appartenere a un altro tempo, e quando la trovarono, qualcosa successe sul suo viso. Qualcosa che non ho parole per descrivere, qualcosa che era insieme riconoscimento e dolore e una nostalgia così profonda che sembrava geologica, come se il suo viso fosse una lastra di pietra su cui il tempo aveva inciso solchi che non si potevano cancellare.
Le labbra di Marty si aprirono. Non ne uscì alcun suono. Solo un movimento, un formarsi di una parola che non riuscì a prendere voce, come se qualcosa la trattenesse, come se la distanza tra ciò che era e ciò che avrebbe voluto essere fosse troppo grande per essere attraversata anche da una sola parola.
Isla lasciò cadere le borse.
Non le posò. Le lasciò cadere, con un movimento che non era volontario ma involontario, il riflesso di un corpo che ha smesso di fare cose normali perché tutto ciò che sa fare è guardare. Le borse caddero nella neve con un tonfo soffocato, e il contenuto si sparse intorno ai suoi piedi: mele, pane, una scatola di tè, un cartone di latte che si aprì e versò un rivolo bianco sulla neve, come una linea di gesso su una lavagna.
Isla non si mosse. Non raccolse nulla. Non fece un passo avanti né indietro.
Il motore della Subaru si spense con un colpo di tosse. Le portiere si aprirono. Passi sulla neve, che scricchiolavano con quel suono secco e ritmico che apparteneva solo all'inverno. Thomas e Rudy che scendevano dalla macchina, che si avvicinavano, che attraversavano lo spiazzo con l'andatura di chi sta venendo ad aiutare un amico ma non sa ancora in cosa si sta cacciando.
Poi si fermarono.
Li sentii, prima ancora di vederli con la coda dell'occhio. Sentii i loro passi rallentare, fermarsi, e poi il silenzio che calava su di loro con la stessa repentinità con cui era calato su di me quando avevo visto Marty apparire dietro Rick.
Thomas fu il primo a vedere il corpo di Rick. Lo sentii imprecare sottovoce, una parola che si perse nel vento, e poi il silenzio di nuovo, più denso di prima. Rudy non disse nulla, ma il suo respiro si fece più pesante, più irregolare, il respiro di qualcuno che sta guardando qualcosa che il cervello rifiuta di processare.
E poi videro Marty.
E poi videro Isla.
E poi capirono, con quella chiarezza brutale che arriva quando tutti i pezzi di un puzzle si incastrano nello stesso istante, che la situazione era molto, molto peggio di quanto avessero immaginato.
Marty era lì, ferita, con il sangue che le colava tra le dita, e ci guardava tutti con quegli occhi che contenevano trent'anni di solitudine e di violenza e di disperazione, e io capii, con una chiarezza che mi gelò il sangue, che la situazione era appena peggiorata ben oltre qualsiasi aspettativa.
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