Il giorno dopo mi svegliai con l’occhio sinistro che sembrava un pomodoro marcio.
La luce grigia di ottobre filtrava dalle tende scure della mia stanza, una di quelle stanze da scapolo che puzzano sempre un po’ di caffè vecchio e vestiti lasciati in giro. Mi girai sul letto, il materasso che cigolò come al solito, e il dolore mi colpì come un secondo pugno. Mi alzai piano, barcollando fino al bagno. Lo specchio non fu gentile: orbita viola scuro, gonfia, un taglio piccolo sopra il sopracciglio dove l’anello del tizio aveva fatto contatto. Fantastico. Sembravo uno che aveva perso una scommessa con un tirapugni.
Mi feci una doccia bollente, lasciai che l’acqua mi scorresse sulla faccia finché il dolore non divenne un ronzio sordo. Presi due ibuprofeni con il caffè nero, forte come catrame, e uscii. Il turno al diner iniziava alle undici, colazione-pranzo per i soliti abitué: pensionati che leggono il giornale, operai che ordinano uova e pancetta, qualche mamma con bambini urlanti la domenica. Oggi era sabato, quindi sarebbe stato pieno ma gestibile.
Parcheggiai la Chevy dietro il Hearthstone, entrai dal retro. Mila era già lì, a preparare il caffè. Mi vide e inarcò un sopracciglio.
-Cristo, Ian. Che ti è successo?-
-Una storia lunga.- borbottai, legandomi il grembiule. -Dopo ti racconto.-
Non le dissi tutto. Solo che avevo diviso una rissa dietro il locale e ci avevo rimesso un occhio. Lei scosse la testa, mi diede una pacca sulla spalla e tornò al suo lavoro. Il resto della giornata scivolò via liscio, quasi troppo. Piatti da portare, caffè da rabboccare, sorrisi finti ai clienti che chiedevano «come stai oggi?». Nessuno fece troppe domande sull’occhio; a Ogden ci si abitua a vedere facce malridotte il sabato mattina.
Ma dentro non era liscio per niente.
Ogni volta che passavo vicino alla porta sul retro, guardavo fuori dal piccolo oblò. Il vicolo era lo stesso: bidoni, pozzanghere, il lampione mezzo rotto. Ma io rivedevo Tyler che si contorceva sull’asfalto, la schiuma alla bocca, quel freddo improvviso che mi era entrato nelle ossa come una lama. Non era stata colpa mia. Lo sapevo. Eppure qualcosa non tornava. Non era solo la botta in testa, i paramedici erano stati chiari: poteva succedere, stress, alcol, un colpo sbagliato. Ma io sentivo ancora quella sensazione. Come se qualcuno, qualcosa, avesse deciso in quel momento esatto.
Alle quattro finii il turno, Mila mi diede un impacco con il ghiaccio e uscimmo insieme. Lei salì sulla Civic, io sulla Chevy. Ci salutammo con un cenno. Guidai verso casa, ma non avevo voglia di chiudermi dentro. Sky mi aveva scritto nel pomeriggio: "Rusty Nail stasera? Rudy e Thomas ci sono già."
Risposi con un pollice in su. Avevo bisogno di gente, di rumore, di birra.
Il Rusty Nail era a tre isolati dal diner, un bar di mattoni con l’insegna arrugginita e un parcheggio sempre pieno di pick-up. Dentro: luci basse, legno scuro, un jukebox che sputava roba anni ’90-2000, tavoli appiccicosi e l’odore eterno di birra versata e ali di pollo fritte. Era il nostro posto da anni. Sky, Rudy, Thomas e io ci trovavamo lì ogni volta che la vita faceva schifo o semplicemente quando non avevamo niente di meglio da fare.
Entrai che erano quasi le nove. L’occhio mi pulsava ancora, ma la birra avrebbe aiutato.
Sky fu la prima a vedermi. Era appoggiata al bancone, i rasta neri legati alti, maglietta dei Bad Brains tagliata, tatuaggi che spuntavano da ogni lato. Mi vide e fischiò.
-Porca puttana, Keller. Sembri uscito da un incontro di boxe thailandese.-
Rudy, seduto su uno sgabello con la sua solita felpa grigia anonima, si voltò e rise piano. -Ti hanno promosso pugile o è solo un nuovo look?-
Thomas, il più rumoroso del gruppo, stava già alzando il bicchiere. -Il primo giro lo offri tu, picasso. Racconta.-
Mi sedetti, ordinai una IPA locale. Il barista, un tizio con la barba lunga che conoscevo da anni, mi diede una pacca sulla schiena e non fece domande. Presi un sorso lungo, il freddo della bottiglia che mi diede sollievo. Poi raccontai. Tutto. La rissa, il pugno, il gancio che avevo tirato, e poi Tyler che crollava come se qualcuno gli avesse spento l’interruttore. Il freddo. La crisi. L’ambulanza.
Sky ascoltava con gli occhi stretti, girando il piercing al labbro. Rudy annuiva piano, come sempre, senza interrompere. Thomas imprecava a bassa voce ogni due parole.
-Quindi basicamente sei un eroe del cazzo.- concluse Thomas, alzando la bottiglia. -A Ian, che spacca facce e salva vite.-
-Non ho salvato un cazzo.- dissi, scuotendo la testa. -Il ragazzo che stavano pestando sta bene. Tyler… non lo so. Non era colpa mia.-
-Colpa di chi allora?- chiese Sky, seria. -Non è che gli hai dato un pugno in testa, no?-
-No. L’ho preso alla mascella. Pulito. Non abbastanza forte da fargli quello.-
Rudy bevve un sorso. -Stress. Alcol. Magari aveva già qualcosa e non lo sapeva.-
Annuii, ma non ci credevo fino in fondo. Quel freddo. Non era normale.8Please respect copyright.PENANAJp9HnwVYSl
Stavamo ancora parlando quando successe.
Ero girato verso il bancone, la bottiglia a mezz’aria, e sentii alzarsi delle voci dietro di me. Non alte, non ancora. Ma taglienti. Una femminile, calma ma con un filo d’acciaio sotto. L’altra maschile, aggressiva, un po’ ubriaca.8Please respect copyright.PENANAQhwhVsLENs
-…non hai capito un cazzo, come al solito.-
-Io capisco perfettamente. Tu sei solo uno che non sa quando fermarsi.-
Mi voltai quasi senza volerlo. A tre tavoli di distanza, vicino al jukebox, una ragazza era in piedi di fronte a un tizio. Lui era più o meno della mia età, capelli corti, camicia a quadri, l’aria di uno che aveva già bevuto troppo e voleva dimostrare qualcosa. Lei… lei era diversa.
Capelli neri lunghissimi, lisci come seta, che le arrivavano quasi alla vita. Pelle quasi luminosa sotto le luci basse del bar. Un cappotto blu scuro, che sembrava troppo pesante per la stagione. E il viso… cazzo, era bellissima. Ma non in modo normale. Lineamenti perfetti, quasi irreali. Occhi scurissimi, grandi, che sembravano assorbire la luce invece di rifletterla. E qualcosa nel modo in cui stava in piedi, dritta ma non rigida, come se il mondo intorno le scivolasse addosso.
Il tizio le stava troppo vicino, un dito puntato contro il suo petto.8Please respect copyright.PENANAHWCZAxbFK9
-Pensi di poter venire qui e dirmi cosa devo fare? Chi cazzo sei tu?-
Lei non si muoveva. Non batteva ciglio. -Qualcuno che sa chi sei davvero. E tu non vuoi che lo dica ad alta voce.-
La voce di lei… calma, bassa, ma arrivava dappertutto. Come se il bar si fosse zittito solo per ascoltarla.
Qualcosa dentro di me si mosse. Non curiosità. Non attrazione, non solo. Era come se l’avessi già vista. O come se lei mi stesse chiamando senza aprire bocca.
Poi successe.
I nostri sguardi si incrociarono.8Please respect copyright.PENANAWudoP34Bjz
Fu un secondo, forse meno. Ma bastò. I suoi occhi erano neri, liquidi, profondi come pozzi senza fondo. E dentro c’era qualcosa. Dolore. Rabbia. Solitudine. Un’intera vita compressa in uno sguardo.
Non distolsi lo sguardo. Non ci riuscii.
Lei sì. Lentamente, come se non le costasse niente, tornò a guardare il tizio. Lui aveva aperto la bocca per dire qualcosa, ma lei a bassa voce gli disse qualcosa che non riuscii a comprendere. Impallidì, come se gli avessero tolto l’aria. Fece un passo indietro, poi si voltò e se ne andò verso l’uscita senza una parola. La porta sbatté dietro di lui.
Il bar tornò a vivere. Qualcuno rise, il jukebox ripartì con una canzone dei Nirvana. La ragazza rimase lì ancora un secondo. Si passò una mano tra i capelli neri, un gesto lento, quasi stanco. Poi si girò verso la stessa porta da cui era uscito il tizio ed uscì con calma, il cappotto blu che ondeggiava dietro di lei.
Sky espirò. -Ok, chi era quella?-
Thomas: -E come cazzo ha fatto a farlo scappare così?-
Rudy, a bassa voce: -Non ha nemmeno alzato la voce.-
Io non dissi niente. Presi un sorso di birra, ma non servì a niente. Sky mi diede una gomitata. -Ian, ti sei incantato. La conosci?- Scossi la testa. "NO."
Però la sentivo. Come se una parte di me l'avesse già incontrata in un altro posto.8Please respect copyright.PENANArvbVFVOSl7


