Senza preavviso lo vidi attaccarmi. Quasi avesse visto in me un vero nemico mi si avventò addosso con un gancio che parai e poi un altro e un altro ancora cercando di colpirmi e mettendo alla prova i miei riflessi oltre alle mie capacità. «Difenditi! So che ne sei capace» mi urlò contro mentre mi spostavo dalla sua traiettoria facendo un giro completo e ritrovandoci su posizioni opposte ma inverse a prima, non ero più io vicina al divano. «Difenditi su! Quel tizio ieri lo hai steso in due mosse no?» pareva provare piacere nell’attaccare qualcuno. I miei sensi di fighter si accesero a fiamme senza preavviso e finii col parare un colpo e trattenergli il braccio per ruotarglielo e attaccarlo con una ginocchiata laterale. Lui fu lesto e non si fece colpire usando quella leva contro di me. Purtroppo casa mia era troppo piccola per muoversi liberamente e mi ero distratta sbattendo contro una sedia.
Finimmo sul pavimento, sopra il blando tappeto in ecru che però ricopriva a malapena un rettangolo due metri per uno e cinquanta.
«Dunque tu sei capace di difenderti. E anche di attaccare» mi ringhiò contro le ultime parole mentre riprendeva fiato contro il mio volto. Ecco, non avevo superato la sua prova. Che follia.
Mi sentii portare le mani sulla testa poco dopo, ero stata troppo ingenua a credere che fosse una blanda minaccia lui, era folle e pure forte. Provai un male cane in quel momento, ci stava mettendo più forza di quanto potessi immaginare. E quantunque ciò non emisi fiato. Ero abituata a quelle posizioni scomode. Ciò nonostante, il suo sguardo mi diceva a chiare lettere che non sarebbe stato facile uscirne. Ed io che non lo credevo pericoloso.
«Perché non parli più adesso, non sai come mentirmi? Che cosa ti fa credere che James non sia abbastanza furbo da scoprire il tuo gioco prima o poi?»
Sentii il fiato andare su e giù sempre più violentemente. La sua ferocia, e quei polsi stretti, mi tennero più ferma di quanto non desiderassi fare. «Non fai più la saccente?» quegli azzurri cristallini quasi bianchi mi tennero frenata. Era strano.
«Non so di quale gioco parli» lo osservai obliquo. Ero senz’aria ormai. Stavo perdendo in una lotta a cui difficilmente soccombevo. Però, quello sguardo.
«Dunque Allison? Adesso fingi di non saperti difendere da me?»
«Io non capisco il tuo scopo Adrian» inspirai più a fondo lo spazio che mi restava. Stavo andando in tilt, me ne accorsi tardi. «Lasciami ora» mi inumidii le labbra, avevo la gola secca e persino la pelle sfrigolava ruvida. «Non ti ho fatto nulla. Lasciami!» ebbi una stretta al petto. Non era da me implorare, ma, ero arrivata a quel punto, temei. C’era qualcosa che mi impediva di essere razionale e non era il suo corpo su di me, erano antichi demoni.
«Tu. Sei la solita donna che cerca di ottenere qualcosa là dove non c’è niente per lei.»
«Non so di che parli» ansimai nuovamente. Non volevo, ma le mie palpebre continuavano ad accendersi e spegnersi a intermittenza. «Lasciami,» esitai. Desideravo dibattermi. Desideravo liberarmi da lui, eppure, c’era qualcosa che mi teneva stretta, ancorata al pavimento e sotto di lui.
Ero io. Era il mio senso di colpa. E lui ne approfittò.
Strinse per l’ennesima volta. L’ennesima e anche quella di troppo. «Lasciami Adrian. Ti prego, ora lasciami andare» sfumai il fiato. Non ero solita pregare nessuno, eppure, ero al limite delle forze. Le braccia erano tirate al massimo sulla mia testa, l’aria stava andando via tutto, stavo cedendo al panico, a una paura che non conoscevo. Ma, se fossi svenuta, non osai immaginare cosa avrebbe potuto farmi quel folle.
«Adrian» espirai lieve. Non sentivo neanche più i battiti. Dovevo riavermi dannazione! Devo solo fare forza, spostarlo, allontanarlo.
«Allison?!» lo vidi deglutire. Certo che sono Allison, riaprii gli occhi quasi del tutto spenti. «Io… Mi dispiace Allie» smarrì. Era forse stato posseduto? Imprecai tra me a denti stretti mentre sentivo il suo peso svanire, i polsi tornare a muoversi, i battiti accelerare come impazziti mentre l’aria si rimetteva in circolo. Tremavo. Stavo tremando e non ne avevo idea. «Temo di aver esagerato.» Udii quelle lontane parole, così assurde.
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Aprii gli occhi. Adesso ero meno confusa. Mi era parso un secolo quello scontro dove io, la “Regina della rete”, ero divenuta sconfitta ancor prima di sentir battere il gong.
Lo vidi rintanato sul divano. Seduto con le mani sulla testa a oscurarne il volto. E intanto che io riemergevo da quelle nebbie, “Lui”, quello che mi aveva messo ko, pareva l’atleta che aveva perduto lo scontro. Decisamente illogico.
«Vattene via» mi mossi seppure ancora barcollante. Pronunciare quelle parole mi era costato molto. Anche solo per aver dovuto proferir qualcosa. «VATTENE» urlai più forte per accettarmi che mi sentisse.
Subito si alzò e si mosse verso la porta.
Crollai su me stessa ancora una volta. Ero stata forte quel tanto che bastava per cacciarlo.
Attesi di sentire il clap dell’uscio e andai a chiudermi dentro. Non lo volevo più vedere, mai più. Doveva scomparire dalla mia vista. Solo così si sarebbe salvato dalla mia ira. Solo questo l’avrebbe tenuto in salvo da me.
«Che razza di stronzo.»
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∼Adrian∼
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Uscii da casa sua come un vero coglione. Premei il pulsante dell’ascensore e attesi. Quando udii il trillo mi ci fiondai senza neanche pensare troppo a quel cubicolo così stretto. Quello di casa mia almeno poteva permettersi cinque persone alla volta; questo, era tutt’altra cosa.
Cercai di respirare lentamente e mi concentrai su di lei e su quella notte. Ero stato presuntuoso. Ero stato stupido anche, che diavolo mi era saltato in testa di metterla alla prova in quel modo, era pur sempre una donna. Cazzo Adrian.
Calloway mi raggiunse.
«Mr O’Connor.» Edwards Calloway era sempre impeccabile, e sempre dove doveva essere. Aveva certamente notato la mia afflitta espressione ma non si espresse subito. Lasciò che mi accomodassi in auto almeno.
«Signorino O’Connor, se posso permettermi,» mise in moto. Sapevo che chiamarmi signorino era il suo modo per farmi la paternale. «Quella ragazza non fa per lei, signore.»
«Lascia perdere Calloway» non avevo tempo per confrontarmi con lo sguardo indispettito del mio autista. «Portami a casa ora, non sono dell’umore adatto per parlarne.»
«Come desidera.»
Era un uomo che ammiravo e i cui consigli tenevo sempre a mente. Nondimeno, questo non era il giorno giusto per una sua ramanzina.
Restai sconfitto con la mia arroganza.
E seppure desideroso solo di bere il mio buon whiskey, cercai di farne a meno per quella sera. Una volta arrivato a casa chi sa? Forse mi sarei concesso il bicchiere della buona notte.
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