Uscita dal pub come al solito dal retrobottega, capii subito che c'era qualcuno che non voleva rendermi la vita facile. Scossi la testa e ispirai a fondo. Andai avanti con le mani nel mio bel giubbino caldo e provai a fingere di non vedere ancora una volta la faccia stupida di quel dell'altra sera.
«Che c'è biondina, fingi ancora di non vedermi?» ancora si parò di fronte prima che riuscissi a superarlo. Quella volta teneva in mano un coltello a serramanico. Inarcai un sopracciglio. «Stavolta non fai la sbruffona con me vero?»
Strinsi i pugni dentro il giubbino e sospirai. Ero già stanca di mio, santo cielo, cosa passa per la testa degli uomini certe volte?
«Sei una. Succhiami il pupa, e dammi tutti i tuoi soldi, su, muoviti ora» sbraitò infine.
Allargai gli occhi incredula.
«Non ti è bastata la lezione di ieri vero?» fui stoica.
«Non dire» mosse rapido e senza una vera mira il coltello vicino a me mentre lo scansavo un paio di volte.
Sganciai una mano, pronta a, «Lasciala in pace. Levati di torno, adesso!» una voce decisa e fiera lo contrappose. Non mi mossi più.
«Ho un coltello, babbeo. Vattene se non vuoi grane» il delinquentello mosse l'arma in direzione dell'individuo alle mie spalle quasi scordandosi di me. Neppure gli passò per la testa di prendermi come ostaggio. Pivello.
Un fulmine mi oltrepassò lesto in quell'istante, colpì il balordo sul volto destabilizzandolo e poi ancora usò due montanti, facendogli cadere il coltello senza pietà.
«Maledetto» digrignò il farabutto poco avvezzo alle buone maniere. Nondimeno il damerino non ascoltò ragione e lo spinse contro il muro piegandogli il braccio a metà dietro la schiena.
«Pensi ancora di avere la meglio,?» sibilò contro le urla di dolore dell'ubriaco. Restai quasi sorpresa dalla rapidità mista a follia con cui si era mosso. Pareva meno selvaggio dentro al suo pub.
«Smettila. Lasciami. Lasciami andare» implorava pietà quell'altro. Stessa stazza eppure una differenza abissale tra i due: un giubbino malmesso e un paio di stracci addosso parevano tutto quello che possedeva il delinquente; a parte il temperino s'intende.
«Non farti vedere mai più da queste parti, intesi?» rombò il tuono più oscuro che avessi mai sentito in una voce umana. E ne avevo sentiti di tuoni negli anni. «Non sarò così clemente la prossima volta.»
Le urla del delinquente aumentarono all'aumento della stretta sul suo braccio. «Sì, sì. Me ne vado,» stancò. Sfiancato. Non era davvero abituato a prenderle, constatai.
Il braccio fu rilasciato e anche la sua tensione nervosa crollò. Lo sentimmo respirare e imprecare per poi prendere la strada di casa o di qualunque posto vivesse un tizio così.
117Please respect copyright.PENANA8r5Lkn0jBc
«Stai bene?» duramente mi sentii scrutata.
Non mi ero mossa di una virgola, avevo solo osservato. Per una volta, il divertimento lo avevo lasciato ad altri.
«Perfettamente» a malapena strizzai gli occhi.
«Pensi di essere stata saggia a non chiedere aiuto?» occhi zaffiro avanzò feroce verso di me. Un vero doberman. Credeva mi scomponessi per così poco.
«Questa è New York. Ci si abitua» fui imperturbabile.
«Certo» strinse impercettibilmente gli occhi. «Questa è New York. Ci si abitua.» Mica potevo dirgli chi ero. «Vieni, ti accompagno a casa,» mi prese per un braccio lasciandomi interdetta.
«Non serve, andrò a piedi come al sol,» allargai gli occhi: aveva poggiato la sua mano alla base della mia schiena.
«Andiamo ora.»
«Sei presuntuoso.»
«E tu sei strana. Vieni, la mia auto è di qua» mi sospinse fermo ma gentile verso il lato sinistro.
«Non credo proprio,» scossi la testa bloccando entrambi, ma fare mosse avventate non era il caso.
«Vuoi provare a fermarmi?» Già, "provare"; saprei io come rimetterti in riga damerino. Lo scrutai male. Non mollò. «Ti ho vista malmenare quel tipo ieri» Ah, ecco, «ma è un ubriacone incapace di reggersi in piedi perciò non conta. Vedi di non sentirti supergirl per due ganci fortunati, io non sono lui.»
Allargai di poco gli occhi, poi sospirai. Se solo sapessi di cosa sono capace. Ma non era da me mettermi in mostra.
«Ti piace troppo fare il capo» puntualizzai. E mi rimisi a camminare. Lui non rispose. Tornò a mettere la mano alla base della schiena e mi indicò la strada. Lo trovai assurdo, ma se era socio di James... non potevo certo picchiare il mio capo.
117Please respect copyright.PENANAYqUAcvWm8Q
Svoltammo l'angolo poco dopo e mi invitò a proseguire dritto. Presto raggiungemmo una scura limousine. «E questa mi chiamo auto» fui interdetta. I suoi occhi di furore represso non mi mollarono un attimo.
Lesto vidi uscire un uomo da quella berlina. Voltò sul lato destro, quindi vicino al marciapiedi e ci raggiunse.
«Buonasera signorina; signor O'Connor,» ci salutò cordiale alzando leggermente la tesa del suo cappello. «Prego» aprì la portiera per noi. Gli feci un breve cenno in segno di saluto.
Quella divisa però, non riuscì affatto a nascondere la scaltrezza e il milite che era in lui. Spalle larghe così, standosene tutto il giorno seduto in un'auto non si ottengono.
«Grazie» entrai seguita a ruota da Adrian.
«Il tuo indirizzo?» mi domandò.
«Ah,» lo scrutai dubbiosa, ma di certo se conosceva James, «Abito al quarantadue della 35th strada east,»
«Sentito Calloway?»
«Certo signore» mise in moto e ci avviammo in strada.
Mi sentivo come sulle spine e per non guardarlo con occhi truci tutto il tempo mi girai verso il finestrino.
«Sembra quasi che questa macchina ti urti.»
«Non so di che parli» stizzii.
«Ovvio» Sentii un rumore sinistro che mi fece leggermente sobbalzare. «È solo il vetro divisorio» mi canzonò, divertito capii. Lo osservai pragmatica. «Non hai paura di un tizio col coltello e di un rumore sulla mia auto sì. Ne terrò conto.»
Finsi noncuranza e mi girai seccamente. Poi con la coda dell'occhio lo vidi prendere un tumbler basso e riempirlo con del pregiato whiskey irlandese. Lo sorseggiò con lentezza, quasi fosse vero nettare. Da non credersi.
«Vuoi che te ne versi un bicchiere?» doveva essersi accorto del mio sguardo obliquo.
«Non trovo piacere nell'ingurgitare quella roba. Serve solo a ubriacarsi o stordire i sensi. Non vedo come possa venire considerato un distillato di alta qualità. Forse che le papille gustative di "voi" uomini dell'alta società, sono allenate più delle mie a eccitarsi per così poco. Potresti benissimo bere dell'alcol puro e provare lo stesso effetto» spostai gli occhi altrove.
Udii ridere di gusto. Poi il suo viso tornò durissimo. «"Prodotto con almeno il trenta per cento di orzo maltato... Invecchiato come minimo tre anni. Reso ambrato dal caramello. Impreziosito con aromi e maestria"... tutto questo me lo chiami: "Quella Roba"» mi guardò.
«Mm mm, certo, sei un vero intenditore, che vuoi che ti dica?» gli concessi mezzo sorriso indifferente.
«Sono un produttore di Irish Whiskey, che ti aspettavi?»
«Perciò eri al pub per il tuo whiskey» lentamente annuii.
Lo sentii ridere forte. «Venite no.»
«Cioè?» rimasi a osservarlo.
«Sono socio paritario di James.» Ah! «Non lo sapevi?»
Non capivo.
«Sono quasi quattro mesi che lavoro al Golden, conosco solo James come capo, al massimo Ethan,»
«Ethan non conta nulla.»
«Ovvio» acconsentii.
«Ovvio» parve divenire furibondo. «Siamo arrivati, ti accompagno.» Aveva forse tenuto d'occhio la strada tutto il tempo?
«Non serve» mi affrettai a scendere intanto che l'autista teneva la portiera aperta. Sempre celere, sin troppo, considerati i suoi, "cinquant'anni"?
«Invece serve» mi prese per un braccio una volta smontato anche lui. Evitai di arrabbiarmi: non era saggio lì fuori.
«Meno confidenza con me» lo ammonii con sguardo furente. Lui non mi lasciò andare, Max era decisamente più saggio vendendomi in quello stato. Appianai lo sguardo e presi le chiavi di casa, meglio evitare di smontare una copertura tanto faticosamente creata, mi convinsi a fatica. Ma la sua presenza alle mie spalle mi dava così sui nervi che aprire il portone si rivelò un'impresa visto che avevo dovuto litigare rissosamente con la borsa prima di venirne a capo.
«Vuoi che chiami un fabbro?»
«Non serve, puoi anche andartene ora,» spostai l'anta in avanti, ma lui non accennò a mollarmi. Sgranai gli occhi «Non permetto a nessun estraneo di entrare in casa mia,»
«Ti accompagno al tuo piano, poi vado via» insistette.
Potevo seriamente dargli un dritto in quel momento.
«Ti ho appena detto che nessuno può entrare in casa mia, cosa vuoi, che chiami la polizia?» lo scrutai male.
Lui mi superò e fece a modo suo, salendo in ascensore, non potei che seguirlo dentro.
117Please respect copyright.PENANAwuH7LQiYJB
Arrivati al mio piano, il decimo dei dodici presenti, aprii la porta con meno calma di quanta mi servisse in quel momento.
«Spero tu sia contento. Non ti sei neppure presentato, dici che sei socio di James, e adesso pretendi,» lo vidi intrufolarsi a casa mia, nel mio mondo, e a quel punto persi le staffe «Ma chi ti credi di essere eh?» lo raggiunsi nel mio misero salotto dopo aver richiuso la porta «Adesso voglio che tu te ne vada, non te lo chiederò due volte.»
Si voltò a vedermi «Pensi di potermelo imporre» fu duro. Sguardo scolpito e occhi vitrei contro i miei opachi e bui come la notte ormai.
Stavo per dimostrargli chi ero ma incrociai le braccia, dovevo solo calmarmi «Non vedo cosa tu voglia dimostrare» feci una smorfia. «Dici di essere amico di James, ma non vedo niente che gli assomigli. Lui è un gentleman» strinsi gli occhi a fessura e rincarai la dose «questa è casa mia fino a prova contraria, e tu non sei gradito. Cos'è che ti è difficile capire?» inarcai un sopracciglio. Certe volte era meglio usare la diplomazia, lo avevo imparato solo di recente, ma stavo diventando brava dopotutto.
Furiosamente mi prese per un polso. «Chi sei tu: Allison Hutton, o Anita Suarez?» mi spiazzò investendomi della sua rabbia.
«Mi conosci da due minuti e già mi giudichi. Chi ti dà il diritto di farlo? Chi ti ha dato il permesso di scavare nella mia vita?» mi sganciai con foga. Io non ero come quel pivello ubriaco del vicolo al pub, io sopportavo il dolore sin da quando ero bambina.
«Non hai intenzione di rispondermi, vedo» tornò più duro e impresse per bene entrambe le mani sui miei avambracci avvicinandomi a sé e costringendomi a vederlo dritto negli occhi.
«Adesso finiscila. Credi di spaventarmi?»
«Mm mm. Mi è evidente come tu sia avvezza a non lasciarti incastrare» rocamente vibrò il tono contro la mia persona. Era furibondo, non ne capivo il motivo però. «Hai circuito James e forse anche Ethan, e pur tuttavia, non riuscirai a ingannare anche me.» Lo osservai basita.
«LASCIAMI» gli urlai. Cominciavo a stancarmi dei suoi modi. Il suo sguardo fiero e oscuro non mutò.
«James ti guarda come una sorella da proteggere. Non sei stata molto sincera con lui» il suo fiato addosso mi atterrì.
«Non so di cosa tu stia parlando» mi liberai violentemente da lui. «Non ho nulla da rimproverarmi. James è il mio capo, non devo raccontargli tutta la mia vita» la vena alla tempia destra pulsò violentemente. Ahimè, avevo smesso di giocare.
«Sei una donna forte. Allenata. Parecchio incline alla lotta,» tornò a stringermi per le braccia. Cavoli. «Sei una cacciatrice. Una vera belva. Cosa stai cercando, eh?» mi scosse furiosamente, manco fossi uno shaker. «James è un amico molto caro per me. Tu gli piaci, non conosco il motivo che lo spinge a vederti come una brava persona, ma tu gli piaci davvero. E io non voglio che un'arrivista qualsiasi lo faccia soffrire.» Un "arri" che?
«Cosa vuoi da loro? Cosa cerchi? Chi sei Allison? Sempre che questo sia il tuo vero nome.» No. No.
Non avevo voglia di fargli veramente male. Non ne valeva la pena con lui. E poi, non ero seriamente in pericolo, perché sprecare energia?
«Tu sei pazzo. Toglimi – subito – le mani di dosso» lo scrollai via incredula. Ero brava a tener segreta la mia vita e malgrado ciò, non avrei mai pensato di risultare una manipolatrice.
«Lasciami stare ora. Oppure battiti da uomo, io non ho paura di te,» firmai la sua condanna. Era finito il tempo dei giochi di ruolo.
«Quindi è così?» mi osservò tra l'incredulo e il furente. «Sei così folle da sfidarmi?» Io? Era Lui il folle qui.
Socchiusi le palpebre stanca. Più cercavo di calmarmi più lui tornava a punzecchiarmi, maledetto.
Nuovamente, per l'ennesima prova della mia piccola pazienza, aveva osato prendermi per i polsi, mentre finivamo sempre più rivolti verso il divano in una strana danza in volteggio, proprio come quando due su un ring si studiano a vicenda. Non era una danza che disconoscevo purtroppo per lui.
«Ho visto la tua impenetrabilità quando quel tizio ti ha puntato quell'arma addosso. Ho visto come non temevi nulla. E mi ha insospettito il fatto che una cameriera qualsiasi,»
«Una barista. Sono una barista,» stizzii.
«Come una dipendente non addestrata si fosse messa in mezzo a una rissa. Per giunta James mi ha raccontato che non era la prima volta, ti aveva già vista discutere impunemente con clienti grandi il doppio di te. Dice che ti sai difendere,»
«E allora?»
«Allora perché fingere? Perché ti credono tutti una donna indifesa, fragile, perché non hai neutralizzato tu stessa il tizio nel vicolo?» digrignò. Era esasperante il suo basso ringhio da maschio alfa. E ne avevo conosciuti come lui; ma mai, così insistenti. «Che genere di tattica stai usando, vuoi infiltrarti nei cuori per poi colpire più a fondo che puoi?»
Ispirai a fondo e scossi la testa. «Che assurdità. Smettila di trattenermi. Denunciami. Fa come vuoi, ma smettila, non mi sto affatto divertendo» lo guardai stanca. Ogni volta con gli uomini non sapevo mai come comportarmi. Se ero forte mi odiavano. Se ero debole mi odiavano di più. Chissà che volevano da me?
117Please respect copyright.PENANAsrm85phOhm


