La fuga dalla superficie di Ganimede era stata un turbinio di luci rosse di allarme, scosse violente e il ringhio assordante dei motori a pieno regime. Nessuno aveva parlato durante l'ascesa.
Quando finalmente spegnemmo i propulsori principali, entrando in un'orbita bassa e instabile per prepararci alla manovra di fionda gravitazionale, il silenzio che seguì fu peggiore del caos del decollo. Era un silenzio carico di colpa e di terrore reverenziale. Eravamo vivi, ma a quale prezzo?
- Tra venti minuti inizieremo il fly-by attorno a Giove - annunciò il comandante con voce arrochita. La sua faccia, solitamente impassibile, era segnata da occhiaie profonde. - Usiamo la gravità del gigante per accelerare e uscire dal suo pozzo gravitazionale. Se i calcoli sono giusti, saremo in rotta verso la Terra tra mezz'ora.-
Non risposi. Mi ero staccato dalla cintura di sicurezza e fluttuavo verso l'oblò principale. Non riuscivo a stare seduto. Sentivo un prurito sotto la pelle, un'ansia che non aveva nulla a che fare con la manovra navale. Era come se il mio sistema nervoso stesse ricevendo un segnale disturbato, una radio sintonizzata su una frequenza che trasmetteva solo rumore bianco e sussurri.
L'equipaggio era silenzioso. Einar piangeva sommessamente nella sua cuccetta, voltato verso il muro. Gli altri fissavano il vuoto. La nostra sanità mentale pendeva da un filo sottile.
Avvicinai il viso al vetro spesso dell'oblò. Giove era lì, immenso, incombente, onnipresente. Non era più il bel pianeta a strisce dei libri di astronomia. Ora che ne comprendevo la vera natura, mi appariva per quello che era: un reattore a fusione fallito, una stella mancata che bruciava di furia fredda, intrappolata in un ciclo di violenza elettrica perpetua.
Le bande nuvolose scorrevano veloci, un fiume di ammoniaca, idrogeno e metano che scorreva seguendo linee di campo magnetico invisibili, disegnando schemi frattali complessi come un circuito stampato organico. Vedevo i fulmini. Non piccole saette come sulla Terra, ma archi di plasma lunghi migliaia di chilometri, che illuminavano l'emisfero notturno del pianeta con lampi blu accecanti. Era un mondo di pura energia, disordinato, caotico, vivo in un modo che la biologia umana non poteva sperare di comprendere.
Poi, lentamente, il *Kalevipoeg* ruotò sul suo asse per l'allineamento, e la Grande Macchia Rossa entrò nel mio campo visivo.
Era dieci volte più grande della Terra. Un vortice ciclonico che imperversava da secoli, come un occhio spalancato. Ma mentre la nave si avvicinava, e la gravità di Giove iniziava a ghermirci per scagliarci lontano, la percezione che avevo di quel "occhio" cambiò radicalmente.
Non era una tempesta atmosferica.27Please respect copyright.PENANAgMAGZOFziX
Era un'apertura. Una ferita nella realtà fisica. Una pupilla dilatata fatta di gas rossi e velenosi, spirali che si avvolgevano su se stesse con una geometria ipnotica, quasi senziente. I colori rosso sangue e ocra sembravano pulsare a ritmo con i fulmini che lo circondavano.
Mentre guardavo, incapace di distogliere lo sguardo, sentii una pressione dentro il cranio. Non un dolore, ma una... "presenza".
Le stelle sullo sfondo scomparvero. Il vetro dell'oblò sembrò dissolversi. Rimasi sospeso nel nulla, fissando quell'occhio rosso che occupava tutto il mio universo.
Fu allora che i pensieri iniziarono. Non parole udite, ma concetti forzati direttamente nella mia corteccia cerebrale, immagini e significati che mi venivano inculcati con la violenza di uno stivale che calpesta un insetto.
"Andate via. Non è posto per voi, questo."
La voce non aveva suono. Era una certezza assoluta che mi esplodeva nella testa. Barcollai all'indietro nel modulo a gravità zero, portandomi le mani alle tempie, gemendo. Ma nessuno mi guardò.
"Pensate di essere soli, nell’universo?"
L'occhio sembrò zoomare verso di me, pur rimanendo immenso e distante. Vidi i vortici interni della Macchia Rossa, mulinelli di gas che sembravano facce distorte, grida silenziose congelate nel tempo.
"Pensate che il massimo della vita esterna al vostro piccolo, patetico pianeta possa essere qualche batterio? Che l'universo sia un deserto sterile pronto per il vostro paradiso terrestre?"
Mi sentii piccolo. Indifeso. La mia intera esistenza, la mia storia, la storia dell'umanità intera, le guerre, gli amori, le scoperte scientifiche, tutto mi apparve improvvisamente ridicolo. Eravamo bambini che giocavano con i fiammiferi in una biblioteca piena di polvere da sparo. Non avevamo idea di cosa abitasse l'oscurità tra le stelle. Credevamo che l'universo fosse vuoto perché i nostri occhi erano deboli, perché le nostre menti erano troppo limitate per vedere entità che si nutrivano delle stelle come parassiti cosmici.
"Pensate che voi siate la specie più evoluta? Voi, creature di acqua e carbonio, fragili, bisognose di calore, destinate a marcire in pochi anni?"
Era il disprezzo assoluto che un uomo potrebbe provare per un batterio che tenta di mordergli la scarpa.
"Nello spazio non ci siete solo voi e certamente non siete la forma di vita più perfetta. Siete solo un errore di calcolo, un incidente di percorso su una roccia minuscola ai margini di un sistema elettrico che non vi appartiene."
Vidi flash di ciò che intendeva. Vidi mondi bruciati, civiltà cancellate non da guerre, ma dal semplice passaggio di pianeti elettrici che si sfioravano nello spazio, scaricando la loro furia su tutto ciò che si trovava nel mezzo.
"Ci sono cose che non potete, non volete, non siete in grado di conoscere. Verità che frantumerebbero le vostre menti deboli come il ghiaccio sottile su cui camminate."
La pressione aumentò. Sentii il sangue colarmi dal naso, una goccia rossa che fluttuò davanti ai miei occhi come un rubino. Il mio cervello stava cercando di proteggersi dall'input eccessivo, dall'enormità di quel contatto. Stavo impazzendo? O stavo finalmente vedendo la realtà nuda e cruda?
"Andatevene, prima che queste cose vi si scaglino contro. Andatevene, prima che ve ne possiate pentire, voi e tutta la vostra minuscola razza."
L'ordine fu come una frustata. Un comando genetico, primordiale, che risvegliò in me l'istinto di fuga più atavico. Non era un suggerimento. Era un ultimatum. Saremmo dovuti restare sulla Terra. Avremmo dovuto curare le nostre ferite, amarci l'un l'altro nella nostra piccolezza, invece di sfidare l'ignoto.
La nave vibrò violentemente mentre sfioravamo l'atmosfera superiore di Giove, usando la sua immensa massa per scagliarci via, come una fionda che lancia un sasso lontano da un giardino che non deve calpestare. La forza di accelerazione mi schiacciò contro il pavimento, strappandomi da quella trance terrificante.
L'occhio rosso si allontanò rapidamente, rimpicciolendo, tornando a essere "solo" una macchia su un pianeta lontano.
Caddi in ginocchio, ansimando, il corpo scosso da tremiti incontrollabili. Il naso sanguinava copiosamente. Singhiozzai, un suono strozzato che echeggiò nella sala silenziosa. Mi sentivo violato. La mia mente non mi apparteneva più. Qualcosa mi aveva guardato dentro e l'aveva trovato sporco, insignificante.
- Masha! - La voce di Sorensen mi raggiunse come da una grande distanza. — Masha, stai bene? Hai perso i sensi per un istante. La forza G è stata forte.-
Lo guardai. I suoi occhi erano spaventati, ma lucidi. Lui non aveva sentito. O forse aveva sentito solo il rumore di fondo, senza decodificare il messaggio.
- Sto... sto bene - mentii, pulendomi il sangue dal labbro con il dorso della mano tremante. - Solo lo shock della manovra.-27Please respect copyright.PENANABnwpmFmcXi
Mi trascinai verso il mio alloggio, chiudendo il portello dietro di me. Nella penombra della mia cabina, tirai fuori la foto di Veronica. Le mie mani tremavano così tanto che quasi la strappai.
Piansi. Piansi di sollievo perché stavamo tornando a casa, e di disperazione perché sapevo, con una certezza agghiacciante, che non saremmo mai più stati gli stessi. L'universo non era il nostro parco giochi. Era un luogo di tenebra e di elettricità, popolato da dèi crudeli che ci tolleravano a stento.
Strinsi la foto al petto, chiudendo gli occhi per scacciare l'immagine dell'occhio rosso.27Please respect copyright.PENANAbY55lDQ6T2
"Veronica" , pensai con tutta la forza che mi rimaneva. "Perdonami. Ti porto in un mondo che non è più sicuro."
Quello fu il mio ultimo pensiero coerente prima che il vuoto siderale, finalmente, mi ingoiasse nel sonno profondo di un'anima ferita.27Please respect copyright.PENANAJ0uAlN1wND


