Il silenzio che seguì lo spegnimento del segnale non era un semplice vuoto audio. Era una presenza fisica, un peso che ci schiacciava contro le poltroncine della sala controllo. Lo schermo nero rifletteva i nostri volti deformati dalla paura, cinque maschere pallide sospese in una stanza illuminata solo dalle spie di stato amber e verde.
-Recupero dati- abbaiò il comandante, la voce che tremava per la prima volta da quando lo conoscevo. - Einar, dimmi che la sonda ha trasmesso i log dei sensori prima di morire.-
Einar stava digitando furiosamente sulla console, le dita che scivolavano sul touchscreen per il sudore freddo. - Il buffer di memoria è pieno. L'ultima trasmissione è corrotta al settanta percento. Ma... aspettate. L'unità di archiviazione locale è intatta. Sto scaricando gli ultimi frame.-
Trattenni il fiato. Il petto mi faceva male, come se una mano invisibile mi stesse strizzando i polmoni. Pensai a Veronica. In quel momento, la sua immagine non era un conforto, ma un dolore acuto. Lei era in un universo parallelo, un mondo di neve morbida e cieli azzurri, mentre io ero qui, sospeso sopra un incubo vivente.
Lo schermo principale lampeggiò. L'immagine era granulosa, statica, disturbata da interferenze elettromagnetiche che sembravano cicatrici digitali. Raffigurava l'ultimo istante di vita della sonda, pochi secondi prima che il segnale si interrompesse definitivamente.
L'oscurità dell'oceano era totale, rotta solo dai fari anteriori dell'esploratore, che tagliavano l'acqua nera come lame. Ma in quelle tenebre, qualcosa era cambiato. Le particelle bioluminescenti che avevamo visto prima non fluttuavano più liberamente. Erano immobili. Sospese. Come se l'acqua stessa avesse smesso di scorrere, trattenendo il respiro.
Poi, dal margine inferiore dell'inquadratura, emerse la forma.
Non nuotava. Non galleggiava. Si "muoveva" con una fluidità innaturale, scivolando attraverso l'acqua densa e salata come se il concetto stesso di resistenza idrodinamica non la riguardasse. Era pallida, di un bianco grigioastro che sembrava emanare un freddo proprio, distinto dal gelo dell'oceano.
All'inizio, il mio cervello cercò di catalogarla come qualcosa di noto. Un pesce? Un mammifero marino? Una medusa gigante? Ma la mente si rifiutava di accettare ciò che gli occhi vedevano, scivolando via dall'immagine come acqua su una piuma unta. Quella cosa sfidava la logica evolutiva terrestre.
Era una pinna. larga e membranosa, tesa su quelle che sembravano essere dita. Ma non erano le pinne di un pesce evolte per il nuoto. Erano qualcosa di più antico e più sbagliato. C'era una struttura ossea visibile sotto la pelle traslucida, articolata in modo complesso, quasi stilizzato. Sembrava una mano. Una mano ingigantita deformata da un incubo.
Un ibrido impossibile tra l'arto di un primate e l'appendice di un abitante degli abissi. E, peggio ancora, aveva una sua orribile eleganza. Non era un mostro deforme; era una creatura progettata per un ambiente dove la natura non segue le regole della superficie.
-Dio mio - sussurrò Sorensen. - Cos'è quella... roba?-
Nessuno rispose. Eravamo pietrificati.
L'appendice scivolò più vicina all'obiettivo. La pelle era liscia, priva di scaglie, e sotto di essa pulsavano vene di un blu elettrico, non sangue, ma energia. Bioluminescenza guidata da un intento predatorio. Si aprì, tendendo le membrane.
Poi arrivò il suono.24Please respect copyright.PENANAn3UT6D8TpO
Non tramite le cuffie, non tramite i microfoni esterni. Il suono ci raggiunse attraverso lo scafo, una vibrazione bassa e profonda che risonò nelle nostre ossa, un "bong" metallico e gorgogliante che fece tremare le tazze di caffè sui tavoli. Era un verso di benvenuto, o forse di fame. Un suono che non apparteneva alla biologia, ma alla geologia, come due placche tettoniche che si sfregano, ma cariche di vita malevola.
Sullo schermo, l'appendice si chiuse di scatto. Non verso la sonda, ma attorno ad essa.24Please respect copyright.PENANAOItWDjl2lU
Vedemmo il metallo del telaio della sonda deformarsi come se fosse fatto di plastica molle. Strinse. Esercitò una pressione impossibile, fisicamente inconcepibile per la materia organica. Scintille blu esplosero dal punto di contatto, cortocircuiti violenti, mentre il metallo cedeva, accartocciandosi come un foglio di carta nella mano di un bambino infuriato.
L'immagine impazzì. Linee di distorsione verticale attraversarono lo schermo. Per un ultimo, terrificante secondo, sembrò guardare attraverso la telecamera, puntando direttamente verso di noi, verso la fonte di quella fastidiosa luce artificiale. Verso la superficie. Verso di noi.
Poi, il segnale si spense definitivamente. Lo schermo diventò grigio, segnale perso.
L'eco di quella distruzione rimase sospeso nell'aria della sala controllo. Non era stato un incidente. Non era stata una collisione. Era stato un atto deliberato. Una sentenza eseguita con una facilità raccapricciante.
- L'abbiamo vista - disse Einar, la voce rotta, gli occhi sbarrati che fissavano il nulla. -L'abbiamo vista davvero. Non è un'anomalia dei sensori. È viva. Laggiù c'è qualcosa che è... più forte di noi.-
Mi alzai di scatto, la sedia che grattava violentemente sul pavimento metallico. Il panico, fino a quel momento latente, esplose come una polveriera. La follia che temevo non era perdere la ragione, ma comprendere troppo. Comprendere che l'universo non era vuoto, ma pieno di cose che ci odiavano per il semplice fatto di esistere, di fare rumore, di brillare dove non dovevamo brillare.
-Dobbiamo andarcene - dissi. La mia voce suonò strana alle mie orecchie, acuta, isterica. - Dobbiamo andare via. Subito.-
Il comandante si voltò verso di me, il volto una maschera di severità incrinata dal terrore. - Stevenson, torna al tuo posto. Non siamo qui per scappare davanti a un...-
-Un cosa?! - urlai, perdendo il controllo. - Un pesce?! Quella non era una creatura marina! Quella era una maledetta cosa! Ha stritolato una sonda di titanio come fosse un foglio di stagnola! E se può farlo lì, può farlo anche qui! Questo ghiaccio non ci proteggerà!-
Indicai il pavimento, la parete, il soffitto. Sentivo le pareti della base farsi vicine, soffocanti. Sotto di noi, solo pochi chilometri di ghiaccio ci separavano da quell'abisso. E se quell'essere avesse deciso di salire? I nostri scudi termici erano progettati per il vuoto, non per la pressione oceanica.
- Guardate i dati!- intervenne Einar, dando manforte alla mia follia. - I sismografi impazziscono. Il ghiaccio sta vibrando. È una risonanza. La creatura... le creature... stanno comunicando. O si stanno radunando. Il calore della perforazione le ha attratte. Siamo come una ferita aperta che pulsa luce e calore nel loro mondo buio.-
Il comandante guardò i dati. Le linee di sismografia erano picchi neri. Capì. La logica militare e scientifica cedette il passo all'istinto di sopravvivenza più antico.
-Codice Rosso - ordinò, con voce piatta, svuotata. - Prepararsi all'evacuazione immediata. Abbandoniamo il modulo di perforazione. Voglio questi motori accesi tra dieci minuti.
Fu il caos organizzato. Corremmo come formiche impazzite. Strappammo i dischi dati dalle console, spegnemmo i reattori ausiliari, sigillammo i portelli interni. Non c'era tempo per la procedura standard di decollo. Volevamo solo staccarci da quel terreno maledetto, lasciare che il vuoto freddo e sicuro dello spazio ci ingoiasse di nuovo.
Decollammo.
Attraverso l'oblò laterale, vidi il buio della superficie di Ganimede. Ma quel buio non sembrava più vuoto. Sembrava che qualcosa nelle profondità di quel guscio di ghiaccio, stesse seguendo la nostra ritirata precipitosa.24Please respect copyright.PENANA742Kq38zwL
La follia non era scappare. La follia era essere venuti qui. La follia era pensare che noi, piccoli esseri caldi e fragili, potessimo penetrare nel santuario degli dèi oscuri e uscirne vivi.24Please respect copyright.PENANAlzfWEJesbt


