Il viaggio era durato quattordici mesi. Quattordici mesi di ibernazione forzata, un sonno chimico popolato da incubi febbrili dove il vuoto nero entrava nei polmoni e li riempiva di un gelo che non era fisico, ma spirituale. Quando infine i propulsori ionici rallentarono il loro ronzio costante, un rumore che era diventato il battito cardiaco della nostra esistenza, l'unico suono che ci separava dal silenzio eterno, mi svegliai con la sensazione di essere ancora incompleto.
Mi sentivo frammentato, come se una parte di me fosse rimasta agganciata alla Terra, intrappolata nella neve di Toja, o forse sospesa chissà dove nello spazio tra la Finlandia e l'Estonia. Ricordai Veronica, la sua treccia che oscillava nella notte polare, e per un attimo il ricordo fu così vivido da farmi male.
Il primo segno che eravamo arrivati non fu un'immagine, ma una vibrazione. Lo scafo della nave, il "Kalevipoeg", sembrò irrigidirsi sotto i miei piedi, come un animale che rizza il pelo di fronte a un predatore. I sensori di bordo impazzirono per una frazione di secondo, registrando picchi di voltaggio improvvisi sugli schermi. Niente di allarmante, ci dissero i tecnici con voci assonnate. Solo il campo magnetico di Giove che "salutava" i nuovi arrivati. Ma a me, che ero cresciuto ascoltando il vento tra gli abeti, quel brivido metallico parve tutt'altro che un benvenuto. Sembrava un avvertimento.
Mi avvicinai all'oblò panoramico della sala comune. Gli altri membri dell'equipaggio, cinque anime sperdute come me, erano già lì, i volti pallidi illuminati da una luce che non era quella calda e gialla del Sole a cui eravamo abituati, ma un bagliore spettrale, liquido e violento.
Ganimede incombeva sotto di noi. Non era la palla di neve morbida e invitante che le vecchie foto della NASA avevano mostrato decenni prima. Era un mondo torturato, una superficie di ghiaccio antico solcata da cicatrici nere, crepe profonde che si irradiavano come fulmini pietrificati. Sembrava che il pianeta fosse stato frantumato da un martello cosmico e poi ricomposto in fretta, una vittima di una guerra dimenticata. L'atmosfera era sottile, quasi inesistente, ma il ghiaccio rifletteva il vuoto nero dello spazio con una nitidezza dolorosa, tagliando gli occhi.
Ma era ciò che sorgeva all'orizzonte a togliermi il fiato e a farmi tremare le ginocchia.
Giove.
Non una stella, non un semplice pianeta. Un mostro. Occupava un quarto del cielo visibile, una massa schiacciante di bande color zolfo, ocra e crema, che vorticavano in tempeste grandi quanto continenti interi. Mi ero aspettato di vedere un corpo celeste sereno, ma ciò che vidi fu un sistema atmosferico in perenne agonia. Le nubi non scorrevano fluidamente; sembravano strapparsi a vicenda, risucchiando la luce circostante in un vortice di violenza invisibile.
-Guardate i poli- sussurrò Sorensen, l'ufficiale scientifico, un uomo che aveva passato la vita a studiare cartucce e simulazioni, ma che ora tremava visibilmente accanto a me.
Seguii il suo dito. Ai poli di Giove, dove la teoria classica prevedeva semplici calotte di gas, brillavano aurore di un’intensità impossibile. Non erano i veli verdi e gentili che avevo visto dalle finestre di casa mia in Finlandia. Erano colonne di plasma elettrico puro, archi viola e blu che collegavano il gigante gassoso alle sue lune, Io e Ganimede stessa. Potevo quasi sentirle ronzare attraverso i vetri tripli dell’oblò, una bassa frequenza che mi vibrava nei denti.
Secondo i vecchi testi scolastici, i pianeti erano isole isolate, corpi passivi che obbedivano silenziosamente alla gravità di Newton. Ma guardando quella distesa caotica, ebbi la netta sensazione, quasi una rivelazione istintiva, che la gravità fosse solo una componente secondaria. Ciò che teneva insieme quel sistema era l'elettricità. Il vuoto tra i mondi non era vuoto: era un conduttore, un oceano invisibile di cariche che collegava Giove alle sue lune come una ragnatela letale.
-Sembra vivo- dissi, senza rendermi conto di aver parlato ad alta voce.
-È solo dinamica dei fluidi- rispose automatico Sorensen, ma la sua voce mancava di convinzione. La sua mano era appoggiata al vetro, e notai che i peli sul suo braccio erano dritti, come se l'aria nella cabina fosse carica di staticità.
Distolsi lo sguardo dal gigante, cercando un punto fermo, un riferimento rassicurante. Cercai il Sole. Era lì, ma non come lo ricordavo. Da quella distanza, oltre la fascia degli asteroidi, la "stella madre" non era un disco caldo che riscaldava la pelle. Era un punto luminoso. Un faro abbagliante, sì, più luminoso di qualsiasi stella nel cielo terrestre, ma freddo. Un occhio bianco e indifferente che osservava la scena senza intervenire, distante e distaccato. Intorno ad esso, le stelle erano scintille gelide, immobili testimoni di un ordine superiore che lì, nel sistema gioviano, sembrava essersi dissolto nel caos.
La nave iniziò la manovra di discesa. I motori a razzo fischiarono, un suono umano, artificiale, in un mondo di silenzio primordiale. Mentre penetravano l'esosfera di Ganimede, sentii un peso sul petto. Non era la gravità che aumentava, ma la consapevolezza della nostra piccolezza.
Le montagne ghiacciate sotto di noi si stagliavano come denti rotti di un teschio gigante. Non c'erano valli accoglienti, solo distese di quello che i geologi chiamavano "terreno caotico", blocchi di ghiaccio grandi come città spostati da forze inimmaginabili. Forze che avevano lacerato la crosta del pianeta in ere remote, forse quando Giove non era ancora un pianeta tranquillo.
Il *Kalevipoeg* atterrò con un tonfo sordo, sollevando una nube di polvere di ghiaccio che ricadde lentamente, al rallentatore, nella bassa gravità. Il silenzio che seguì fu totale. Assoluto. Opprimente.
Guardai fuori dall'oblò della mia cuccetta. Il paesaggio era un bianco e nero oppressivo. Il buio delle ombre era un buio solido, senza sfumature, un'assenza di luce totale. E in quel buio, le stelle non tremolavano come sulla Terra. Erano fisse, punte di spillo gelide che bucavano la retina, prive di qualsiasi calore.
-Temperatura esterna: meno 163 gradi - lesse il pilota con voce piatta. - Atmosfera: tracce di ossigeno molecolare, ma quasi tutto ghiacciato. Benvenuti su Ganimede.-
Mi allontanai dal vetro. Mi sentivo sporco, sbagliato. Come se il mio corpo biologico, caldo, umido e pulsante di sangue, fosse un errore di progettazione in quel luogo di cristalli e ghiaccio morto. Infilai la mano nella tasca interna della tuta, dove custodivo una foto stropicciata, stampata su carta vera, non su uno schermo. Veronica. I suoi occhi chiari, il sorriso leggermente storto, i capelli castani che sfuggivano dalla treccia mentre mi guardava con quella misto di sfida e affetto che mi faceva sentire a casa. Un'ancora di salvezza in un oceano di follia.
Pensai alla nostra promessa sotto la cascata gelata. "Ti aspetterò."
Ma guardando le cicatrici sulla superficie di Ganimede, come di forze che avevano fuso la roccia e il ghiaccio in vetri millenari, mi chiesi se il tempo stesso non fosse un concetto umano del tutto irrilevante lì. Lì, il tempo sembrava essersi fermato all'istante della creazione, o forse della distruzione.
-Bene- disse il comandante, la voce metallica attraverso gli auricolari del casco che indossammo per prepararci all'uscita. - Preparate le sonde. Dobbiamo perforare. Abbiamo una finestra di dodici ore prima che le radiazioni di Giove ci arrostiscano anche con gli scudi alzati.-
Annuii, controllando i sigilli. Ma prima di sigillarmi fuori dal mondo, lanciai un ultimo sguardo a Giove. La Grande Macchia Rossa stava sorgendo all'orizzonte. Sembrava fissare la nave, una ferita aperta in un corpo gassoso, che pulsava di correnti rosse come sangue rappreso.
Un brivido, che non aveva nulla a che fare con il freddo, mi percorse la schiena. Sapevo di scienza, di fisica, di meccanica orbitale. Avevo studiato per questo. Ma nel profondo, nella parte più antica del mio cervello, quella che da bambino temeva il buio della foresta e i lupi, una voce sussurrò che non dovevamo essere lì. Che quel posto non era fatto per essere esplorato, ma per essere temuto.25Please respect copyright.PENANAFJlG8Fk9um
-Andiamo - dissi a me stesso, scacciando il pensiero. - Facciamo quello che dobbiamo fare e andiamo via.-
Ma le montagne di ghiaccio sembravano ascoltare, immobili e giudicanti, custodi di un segreto molto più antico dell'uomo.25Please respect copyright.PENANAahdkNB6HET


