12 Giugno 2029, Selfoss
Il bagno era un cubicolo stretto, con le piastrelle sbeccate che riflettevano una luce giallastra dalla lampadina appesa al soffitto. L’aria era umida, carica di quell’odore stantio di umidità e detersivo vecchio che non se ne andava mai, nemmeno con la finestra aperta. Mi inginocchiai davanti al water, le mani aggrappate al bordo freddo, porcellana scheggiata che mi graffiava i palmi. Il mio stomaco si contrasse di nuovo, un’onda violenta che mi salì in gola come bile amara, e vomitai. Era il terzo giorno di fila che iniziava così, all’alba, quando il mondo fuori era ancora un velo grigio e il sole non aveva il coraggio di salire sopra l’orizzonte. Selfoss si svegliava piano, con il rumore distante di una pala che grattava la neve residua dal vialetto dei vicini, ma io ero già qui, piegata in due, a espellere quel poco che avevo mangiato la sera prima.
Non era nausea normale, quella che ti prende dopo una birra di troppo o un pasto pesante. Questa era subdola, costante, un malessere che si insinuava piano durante la notte e esplodeva al mattino. Da una settimana non avevo appetito: il pane fresco che mia madre cuoceva ogni due giorni mi sembrava cartone secco, e l’odore del caffè, quel profumo forte e terroso che Ragnar adorava, mi rivoltava lo stomaco come se fosse acido. Tutto mi infastidiva: il fumo della stufa che filtrava dalla cucina, il sapone alla lavanda che usavo per lavarmi le mani, persino l’odore della mia stessa pelle, sudata dopo una notte agitata. Mi alzavo dal letto con la testa pesante, le gambe molli, e correvo qui, in questo bagno minuscolo che sembrava troppo piccolo per contenere il mio disagio.
Sputai l’ultimo residuo di bile, il sapore acido che mi rimaneva in bocca come un rimprovero. Mi appoggiai al muro, la schiena contro le piastrelle fredde che mi facevano rabbrividire attraverso il maglione sottile che indossavo per dormire. Il cuore mi batteva forte, irregolare, come se il mio corpo stesse cercando di dirmi qualcosa che non volevo ascoltare. Ragnar era ancora a letto, o forse già sveglio in cucina; non lo sentivo muoversi, ma sapevo che se mi avesse vista così, avrebbe insistito per portarmi dal medico.
Non volevo. Non ancora. Era solo stanchezza, mi dicevo. Lo stress accumulato da ottobre, da quando Hekla aveva iniziato tutto, e poi Godabunga, e Eyjafjallajökull, un incubo che sembrava non finire mai.
Mi alzai piano, le ginocchia che protestavano, e mi sciacquai la bocca al lavandino, l’acqua fredda che mi schizzava il viso, lavando via il sudore notturno. Guardai allo specchio: i miei occhi, uno verde come l’erba l’altro diviso tra castano e azzurro come un cielo spezzato, mi fissavano con un’accusa muta. Ero più magra del solito, le lentiggini sul naso sembravano sbiadite, e i capelli ramati pendevano opachi, senza vita. Ragnar diceva che ero bella lo stesso, ma io vedevo solo una versione stanca di me, una donna che aveva perso la terra sotto i piedi.
Uscii dal bagno, i piedi nudi sul pavimento di legno freddo che mi facevano rabbrividire a ogni passo.
Mia madre era già in cucina, come ogni mattina. Mi vide entrare e sorrise, ma era un sorriso stanco, segnato dalle rughe che si erano approfondite in quei mesi.
-Buongiorno, Áróra. Hai dormito?-
-Abbastanza,- mentii, sedendomi al tavolo. L’odore del cibo mi colpì come una mazzata: dolce, pastoso, con un sentore di cannella che di solito amavo, ma quel mattino mi rivoltò lo stomaco. Mi coprii la bocca con la mano, un conato che salì rapido, e corsi di nuovo in bagno, appena in tempo per vomitare bile acquosa nel water. Mia madre mi seguì, bussando piano alla porta.
-Áróra? Stai bene? È la terza volta questa settimana.-
-Sto bene,- risposi, la voce debole, sciacquandomi la bocca. Ma non stavo bene. Lo sapevo. Da una settimana, forse di più, il mio corpo mi tradiva: mancanza di appetito, odori che mi facevano girare la testa, una stanchezza costante che mi appesantiva le ossa come piombo. All’inizio l’avevo attribuito allo stress ma ora, con il vomito mattutino, un sospetto si era insinuato piano, un’idea che mi sorprendeva e mi inquietava in egual misura.
Tornai in cucina, mia madre che mi guardava con occhi preoccupati, le mani che torcevano uno strofinaccio. -Dovresti vedere un medico. Ragnar può accompagnarti.-
-Forse,- dissi evasiva, sedendomi di nuovo. Ragnar entrò in quel momento, i capelli biondi arruffati dal sonno, il berretto verde già in testa come se fosse pronto per uscire. Mi vide, il suo sguardo che saettava preoccupato.35Please respect copyright.PENANA09fGYsrjmH
-Cosa è successo?-
-Niente,- mentii di nuovo, ma lui non ci cascò. Venne a sedersi accanto a me, la mano che sfiorava la mia sotto il tavolo, un tocco gentile che mi fece sentire ancorata.35Please respect copyright.PENANAT875b0lWpq
-Hai vomitato di nuovo?-
Annuii, sentendo le lacrime salire, calde e inaspettate. -Da una settimana. Non ho appetito. Gli odori… mi danno fastidio. Tutto mi dà fastidio.-
Mia madre si fermò, lo strofinaccio stretto in mano, gli occhi che si spalancavano piano. Ragnar mi guardò, il suo viso che passava dalla preoccupazione a qualcosa di più profondo, un misto di sorpresa e gioia trattenuta.35Please respect copyright.PENANAlsYbyIgaFh
-Áróra… pensi che…-
Non finì la frase. Non serviva. Annuii di nuovo, le lacrime che ora scorrevano libere sulle guance. -Forse. Non lo so. Ho paura di controllare.-
Ragnar mi prese la mano, stringendola forte. -Vengo con te.-35Please respect copyright.PENANADb6iJo0nTN


