Era febbraio, un mese esatto da quella notte in cui il cielo si era spalancato sopra Vík come una ferita infetta, eruttando cenere e fuoco. Un mese da quando avevamo caricato la jeep in fretta, con le mani che tremavano e il cuore in gola, mentre i fulmini vulcanici danzavano nella nuvola come demoni impazziti. Un mese da quando Vík, la mia Vík, era diventata un ricordo sfocato, sepolta sotto strati di tefra grigia che soffocavano la sabbia nera della spiaggia, le case basse, la fattoria di Jónsson dove avevo passato gli ultimi anni della mia vita a sentirmi utile, viva.
Selfoss non era casa. Era un rifugio, una parentesi forzata in un inverno che sembrava non voler finire mai. La casa ereditata da mio padre era più grande di quanto ricordassi dalle visite da bambina: un edificio con il tetto spiovente, circondato da un giardino ora sepolto sotto mezzo metro di neve sporca, con vista sul fiume Ölfusá. Dentro, l’aria era calda grazie alla stufa a legna che crepitava giorno e notte, ma aveva un odore diverso: caffè bollito, pane raffermo e il sentore persistente di cenere che si insinuava ovunque.
Mi svegliai quella mattina con il sole che filtrava debole attraverso le tende pesanti, un bagliore pallido che durava appena, come se l’inverno islandese volesse ricordarci che la luce era un lusso. Ragnar era già in piedi, lo sentivo muoversi in cucina: il rumore familiare della moka che gorgogliava, il tonfo sordo dei suoi scarponi sul pavimento di legno. Mi stiracchiai sotto le coperte pesanti, il corpo ancora indolenzito dal freddo che si insinuava la notte, nonostante il suo calore accanto a me. Da quando eravamo arrivati a Selfoss, dormivamo insieme ogni notte, in quella che era stata la camera degli ospiti, un letto matrimoniale con lenzuola fresche. Non ne avevamo parlato molto: era successo naturalmente, dopo quella prima notte di fuga, quando ci eravamo stretti l’uno all’altra nella jeep, con la cenere che ticchettava sul tetto come una pioggia di proiettili.
Mi alzai piano, infilandomi la vestaglia, i miei piedi nudi sfiorarono il pavimento gelido, e rabbrividii, ma era un freddo familiare, quasi consolatorio, rispetto al caos che ci aveva cacciati da casa. Scesi le scale, l’odore di caffè che mi guidava come una promessa.
Ragnar era lì, di spalle, con il berretto verde calcato in testa anche dentro casa, un’abitudine che non aveva perso, come se il vento degli altopiani lo inseguisse ovunque. Versava il caffè in due tazze sbeccate, il vapore che saliva pigro nell’aria. Si voltò quando mi sentì entrare, e il suo sorriso storto mi scaldò più del camino acceso in soggiorno.
- Buongiorno, dormigliona,- disse, la voce rauca per il sonno, porgendomi la tazza. Le sue mani erano fredde, ma ferme, e quando le nostre dita si sfiorarono, sentii quel brivido familiare, quel calore che si accendeva piano tra noi da quella notte al faro abbandonato, sotto l’aurora che sembrava un sogno lontano.
-Buongiorno,- risposi, prendendo la tazza e soffiandoci sopra. Il caffè era forte, amaro come piaceva a lui, e mi scaldò la gola mentre mi sedevo al tavolo della cucina. Ora era coperto da una tovaglia a quadri sbiadita, con sopra una pila di giornali locali, RÚV e Morgunblaðið, che parlavano ancora dell’eruzione, di Godabunga che brontolava e di Fimmvörðuháls.
Selfoss era diventata un hub per gli sfollati come noi: circa duemila persone da Vík, Skógar e le fattorie sparse, stipate in case private, palestre riconvertite e un centro comunitario che odorava di zuppa bollita e disinfettante. I miei genitori occupavano la camera principale al piano di sopra. “Non possiamo stare con le mani in mano,” diceva mia madre, mio padre invece aiutava a riparare generatori e pulire strade ghiacciate, le sue mani callose che trovavano scopo nel lavoro manuale.
Ragnar e io avevamo la nostra stanza, un spazio piccolo ma nostro, con un letto che cigolava piano quando ci muovevamo di notte, e una finestra che dava sul giardino innevato, dove la cenere residua macchiava il bianco come ombre dimenticate.
Un mese. Sembrava ieri, e sembrava un’eternità. Mi ricordavo ogni dettaglio di quella fuga: il rombo dei tuoni vulcanici che scuoteva la jeep, i fulmini che illuminavano la nuvola a cavolfiore come vene di fuoco, la cenere che iniziava a cadere fitta, trasformando la neve in una poltiglia grigia. Avevamo guidato per ore, con i fari che tagliavano il buio, seguendo la deviazione nord intorno al Katla per evitare il Markarfljót gonfio di acqua e detriti. Ragnar aveva tenuto la mia mano per gran parte del viaggio, le sue dita intrecciate alle mie come un’ancora, mentre io fissavo il cielo infuocato nello specchietto retrovisore.
Selfoss ci aveva accolti con un silenzio strano, un villaggio più grande di Vík ma altrettanto isolato dall’eruzione: la cenere arrivava qui in strati più sottili, ma abbastanza da coprire i tetti e irritare gli occhi, da far tossire i bambini e costringere tutti a indossare maschere quando uscivano. L’aria aveva un sapore metallico, di zolfo lontano.
-Hai dormito bene?- chiese Ragnar, sedendosi di fronte a me con la sua tazza. I suoi occhi verdi mi scrutavano, come sempre, con quella intensità che mi faceva sentire vista, capita, anche quando non dicevo nulla.
-Abbastanza,- mentii piano, sorseggiando il caffè. In verità, gli incubi venivano ancora: sogni di cenere che mi soffocava e di pecore che belavano piano mentre morivano avvelenate. Ma non glielo dicevo, non volevo caricarlo di altro peso. Lui aveva i suoi demoni: lo vedevo nel modo in cui fissava l’orizzonte a volte, come se cercasse qualcosa che non c’era più.
Finimmo il caffè in silenzio, un silenzio comodo, interrotto solo dal crepitio della stufa in soggiorno. Mia madre scese poco dopo, con i capelli grigi sciolti e un maglione pesante, il viso segnato ma determinato.
-Buongiorno, ragazzi. Oggi al centro comunitario servono mani per distribuire le scorte. Áróra, vieni con me?-
Annuii, abituata ormai a questa routine: aiutare, organizzare, sopravvivere. Era il modo islandese di affrontare il disastro, non con pianti, ma con lavoro.
-Certo. Andiamo.-
Salutai Ragnar con un bacio e uscimmo insieme poco dopo, infagottati in giacche pesanti e sciarpe che coprivano metà viso. Il freddo di febbraio era tagliente, un vento da nord che portava con sé fiocchi radi ma persistenti, e l’odore di cenere che non se ne andava mai del tutto. Selfoss era un villaggio di contrasti: case colorate con tetti rossi ora grigi di tefra, strade ghiacciate dove auto slittavano piano, e un cielo plumbeo che sembrava premere sui tetti. Il centro comunitario era una palestra scolastica riconvertita: file di brande lungo le pareti, tavoli con scorte di cibo, scatolette, pane secco, acqua imbottigliata, e un angolo per i bambini con giocattoli donati da Reykjavík.
Passai la mattinata lì con mia madre, distribuendo maschere e consigli: "Bollite l’acqua, tenete le finestre chiuse, se tossite forte andate dal medico.”
Gli sfollati erano tanti: famiglie da Vík che conoscevo da sempre, volti familiari segnati dalla stanchezza, bambini che giocavano piano per non disturbare. Una donna anziana di Skógar mi prese la mano, gli occhi lucidi: - Áróra, hai notizie della mia casa? Dicono che la cenere...-
Scossi la testa piano, stringendole la mano. -Non ancora. Ma torneremo, un giorno.-
Era una bugia gentile, o forse una speranza. Le notizie arrivavano a singhiozzo: Godabunga aveva ridotto l’attività esplosiva, ma i flussi piroclastici avevano devastato valli intere, e il jökulhlaup aveva ridisegnato fiumi. Vík era isolata, coperta da 50-70 cm di cenere in alcuni punti, con tetti crollati e strade impraticabili.
Ragnar tornò a pranzo, con mio padre. Mangiammo in silenzio una zuppa di verdure in scatola, riscaldata sulla stufa, e poi lui mi prese da parte, nel corridoio del centro. - Voglio mostrarti una cosa,- disse piano, gli occhi che brillavano di quel fuoco selvatico che amavo. - Questo pomeriggio. Fidati di me.-
Annuii, sentendo un brivido di eccitazione misto a paura. Ragnar aveva quel modo di trascinarmi fuori dal grigio, di ricordarmi che la vita non era solo sopravvivenza.
Uscimmo nel primo pomeriggio, la jeep che rombava sulla strada ghiacciata verso nord, lontano dal centro. La neve cadeva leggera ora, fiocchi che danzavano lenti nel vento debole, e il paesaggio era un mare bianco interrotto da rocce nere che emergevano come ossa. Ragnar guidava in silenzio, la mano sulla mia coscia, un tocco possessivo ma gentile che mi faceva sentire ancorata.
-Dove andiamo?- chiesi dopo un po’, la curiosità che mi rosicchiava.
-A vedere qualcosa di bello,- rispose, con quel sorriso storto.34Please respect copyright.PENANAHVE74xsRdT
-Qualcosa che ci ricorda perché restiamo.-
Deviammo su una strada secondaria, verso le colline interne, dove la cenere era più sottile e la neve più pura. Parcheggiammo vicino a un piccolo lago ghiacciato.
Scendemmo, il freddo che ci morse il viso, ma l’aria era limpida, senza l’odore di zolfo che ci perseguitava al sud.34Please respect copyright.PENANAjCo3d3HAnh
Camminammo mano nella mano verso la riva, i nostri stivali che scricchiolavano sulla neve croccante. Il lago era uno specchio perfetto, ghiacciato e coperto da uno strato sottile di neve fresca, che rifletteva il cielo grigio come un quadro malinconico.
Ragnar si fermò, tirandomi vicina, il suo braccio intorno alle mie spalle.
-Guarda,- disse piano, indicando l’orizzonte. Lì, tra le colline, una sorgente termale ribolliva piano, un buco nel ghiaccio dove l’acqua calda emergeva, creando vortici di vapore che salivano pigri nell’aria fredda. Il terreno era macchiato di minerali colorati, gialli di zolfo, arancioni di ferro, un piccolo campo geotermico naturale, uno di quelli che l’Islanda nascondeva ovunque.
Mi strinsi a lui, il calore del suo corpo che contrastava il gelo.34Please respect copyright.PENANAjFf0ypTgH4
-È bello,- sussurrai. Non per tristezza, ma per quel contrasto: la terra che ci aveva cacciati, ma che ancora ci dava bellezza, calore in mezzo al ghiaccio.
Lui mi baciò la tempia, le labbra fredde contro la mia pelle.34Please respect copyright.PENANAhxfhEMazJp
Restammo lì per ore, seduti su una roccia coperta di neve, a guardare il vapore che saliva, il lago ghiacciato che scintillava debole sotto il sole pallido.
Parlammo poco: di Vík, di come sarebbe stato tornare un giorno, di un futuro che forse includeva una casa nostra, bambini con occhi strani come i miei. La sua mano nella mia, il suo respiro contro il mio collo quando mi baciava piano, un bacio che si approfondì, le labbra che si muovevano con urgenza crescente, come se volesse sigillare una promessa contro il freddo.
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Tornammo a Selfoss al crepuscolo, il cielo che virava al blu scuro, con le prime stelle che bucavano il velo di nubi.
La cena fu semplice: zuppa riscaldata, pane, chiacchiere con i miei genitori su notizie dal sud, Godabunga più calmo, ma sismi persistenti. Ragnar mi guardò dall’altra parte del tavolo, gli occhi che promettevano un’altra notte insieme.
E quella notte, nel nostro letto, con la stufa che crepitava piano e la neve che ticchettava contro la finestra, facemmo l’amore di nuovo. Lento, intenso, come se ogni tocco fosse un modo per scacciare la malinconia. Le sue mani sulle mie lentiggini, le mie dita nei suoi capelli biondi, i corpi che si muovevano in armonia, sudati nonostante il freddo.
Dopo, sdraiati intrecciati, con il suo braccio intorno alla mia vita, sussurrai: - Grazie per oggi.-
Lui mi baciò la spalla.34Please respect copyright.PENANA8OT20lOhij
Un mese dopo la fuga, Selfoss non era casa, ma era un inizio.34Please respect copyright.PENANAVuRBSAJFmM


