Da quando avevo incontrato Yelena, la mia vita aveva preso una piega che non avrei mai immaginato. Ma in quei giorni, mentre il mondo fuori si congelava sotto un inverno che sembrava uscito da un thriller, mi ritrovavo a chiedermi se quella piega non fosse diventata una routine asfissiante, un loop infinito di turni al ristorante, bollette che salivano e un freddo che entrava nelle ossa come un nemico invisibile.
Era il 17 gennaio 2029, l'intera Europa settentrionale era precipitata in un inferno gelido, e Milano non faceva eccezione. Fitte nevicate avevano depositato mezzo metro di neve mista a una polvere grigia, cenere vulcanica trasportata dai venti alti, che si mescolava al bianco candido trasformandolo in un tappeto sporco, grumoso, che scricchiolava sotto gli stivali come vetro rotto.
Le temperature erano scese a -15°C, un freddo secco e tagliente che mordeva la pelle anche attraverso strati di lana e giacconi imbottiti. I tramonti, quelli pochi che si intravedevano attraverso la coltre di nubi erano stati uno spettacolo surreale: sfumature tra il color rame e il sangue, come se il sole stesse affogando.
Probabilmente era stato l'impatto dell'eruzione di Hekla, che aveva accelerando un inverno già precoce.
L'intera Nord Europa aveva dovuto fare i conti con questo mostro: i mari del nord avevano mostrato i primi ghiacci, banchise che si formavano prima del tempo, rendendo la navigazione un incubo. Avevo visto le notizie sul telefono durante la pausa: il porto di Rotterdam, il più grande d'Europa, aveva lavorato solo al 60% del suo potenziale. Navi in rada, decine, centinaia, che attendevano carico e scarico, bloccate dalla banchisa che si estendeva come una mano ghiacciata. Lo stesso discorso valeva per i porti scandinavi, Oslo, Stoccolma, Copenaghen, tutti rallentati, con ritardi che si accumulavano come la neve sui tetti. L'economia vacillava: prezzi del carburante alle stelle, merci che non arrivavano, e qui a Milano, il pane costava il 20% in più rispetto a un mese prima. Non aiutava, no, non aiutava affatto.
Dopo le feste natalizie, i turni avevano ripreso a pieno regime, con le imprese che riaprivano progressivamente, ma per me era stato come replicare un film già visto, fotogramma per fotogramma. Mi alzavo alle sette, bevevo caffè amaro, arrivavo al lavoro con le mani intorpidite. Servivo tavoli, pulivo. E il giorno dopo, da capo. Non sentivo stimoli, non più. All'inizio, con Yelena, c'era stata quell'eccitazione, quel senso di novità, lei con il suo accento dell'Est, i suoi orecchini tintinnanti, la sua resilienza forgiata da una vita dura in Moldavia. Ma ora? Ora era routine, e la routine mi stava mangiando vivo. Sentivo sempre più intensa la necessità di un cambiamento, qualcosa che spezzasse quel ciclo. Magari trasferirci, cambiare lavoro, o solo viaggiare, vedere il mondo oltre quei canali ghiacciati. Ma con l'aumento dei prezzi gas, elettricità, cibo ogni euro contava, e i sogni rimanevano sogni.
Quella mattina mi ero svegliato con Yelena tra le braccia, il suo respiro regolare contro il mio petto. Il riscaldamento era stato al minimo per risparmiare, e il freddo filtrava dalle finestre mal isolate. -Buongiorno,- aveva mormorato lei, stiracchiandosi, i capelli castani che le cadevano sul viso le avevo baciato la fronte. -Nevica di nuovo.-
Avevamo fatto colazione in silenzio e poi eravamo usciti, mano nella mano, scivolando sulla neve grigia che copriva i marciapiedi. Yelena era andata in cucina, i suoi orecchini che tintinnavano mentre indossava il grembiule, e io avevo iniziato a preparare i tavoli, sistemando tovaglie bianche che sembravano fuori luogo in quel mondo congelato.
La giornata era trascorsa lenta, come un fiume ghiacciato. Pochi clienti: una coppia di turisti infreddoliti che aveva ordinato pasta e vino, un uomo d'affari che mangiava solo, fissando il telefono con notizie sull'eruzione islandese.
-Hai sentito?- mi aveva detto mentre gli portavo il caffè. -Questa cenere si sta diffondendo ovunque.-
Avevo annuito, servendolo con un sorriso forzato. -Sì, l'ho letto.-
Durante la pausa, avevo guardato fuori dalla finestra: la neve cadeva fitta, mista a quella polvere grigia che i meteorologi attribuivano alla cenere vulcanica trasportata dai venti.
Il Naviglio era stato un nastro bordato di ghiaccio grigiastro e il tramonto precoce aveva tinto il cielo di rame e sangue, un'arancia rossa che sembrava un avvertimento.
Yelena era uscita dalla cucina per un momento, le mani rosse per l'acqua calda. -Alex, tutto bene?- aveva chiesto, il suo accento moldavo che addolciva le parole. L'avevo abbracciata piano. -Sì, solo stanco. Questo freddo...-
Lei aveva sorriso, quel sorriso timido che mi scioglieva sempre. -Passerà. Come tutto.- Ma io sentivo che non passava, che la necessità di cambiamento mi bruciava dentro come lava sotterranea.
-Dobbiamo parlare,- le avevo detto quella sera, mentre tornavamo a casa. -Di cosa?- aveva chiesto lei, stringendomi la mano. -Del futuro. Non voglio continuare così.-
Lei aveva annuito, ma i suoi occhi castani chiaro erano stati preoccupati. -Parleremo.-
I giorni successivi erano stati uguali, un blur di turni e freddo. Il ristorante apriva a mezzogiorno ma con il maltempo, i clienti erano stati rari. Io servivo, Yelena puliva, e la sera crollavamo sul divano, guardando notizie sull'Europa congelata.
Poi, era arrivato quel giorno. Era stato un martedì, il 24 gennaio, e il ristorante era stato quasi vuoto per l'ora di chiusura. Avevamo servito l'ultimo tavolo e Marco aveva detto: -Chiudiamo presto. Pulite e andate a casa.-
Io stavo sistemando le sedie in sala, il pavimento scivoloso per la neve tracciata dentro dalle scarpe, mentre Yelena era in cucina, lavando gli ultimi piatti. L'aria odorava di aglio e vino versato, misto al freddo che entrava dalla porta socchiusa. Un cliente ritardatario, un tipo sui quaranta, capelli unti e un cappotto elegante era rimasto al bancone, sorseggiando un ultimo bicchiere di vino. L'avevo servito io: aveva ordinato una bistecca e vino rosso, chiacchierando del tempo.
Mentre chiudevo, l'avevo visto alzarsi e dirigersi verso la cucina, dove Yelena stava asciugando le mani. Non ci avevo fatto caso all'inizio, clienti che chiedevano un ultimo caffè, ma poi avevo sentito la sua voce, alta e un po' ubriaca.
-Ehi, bella, come ti chiami? Sei straniera, vero? Hai un sorriso che scalda questo gelo.-
Avevo alzato lo sguardo dal tavolo che stavo pulendo, e l'avevo vista: Yelena, con il grembiule ancora addosso, gli orecchini che tintinnavano mentre si voltava. Stava sorridendo, un sorriso cortese, professionale, quello che usava con i clienti insistenti, ma qualcosa nel mio stomaco si era attorcigliato. Il tipo si era avvicinato troppo, appoggiandosi al bancone della cucina
-Dai, dimmi, sei single? Una ragazza come te non dovrebbe lavorare in un posto come questo. Potrei portarti fuori, farti vedere la vera Milano.-
Yelena aveva riso piano, un suono nervoso, scuotendo la testa. -No, grazie. Sto finendo il turno.- Ma lui non aveva mollato, allungando una mano per sfiorarle il braccio. -Su, non fare la timida. Il tuo sorriso mi ha illuminato la serata. Che ne dici di un numero?-
Lei aveva ritratto il braccio, ancora sorridendo per educazione, ma i suoi occhi castani chiaro erano a disagio. - Sono fidanzata,- aveva detto piano, - e ora dobbiamo chiudere.-
Il mio cuore aveva iniziato a martellare, un misto di gelosia e rabbia che mi aveva fatto stringere i pugni. L'avevo vista sorridere di nuovo, non un sorriso vero, ma uno di quelli che usava per deflettere, per non creare problemi, e qualcosa dentro di me era scattato. Era come se quel sorriso fosse un tradimento, anche se sapevo che non lo era.
Ma in quel momento, con la routine che mi schiacciava, con il freddo e i prezzi e il desiderio di cambiamento, avevo visto rosso.
Mi ero avvicinato rapido, il panno per pulire ancora in mano. - Ehi, amico, il ristorante è chiuso,- avevo detto, la voce ferma ma tesa, posizionandomi tra lui e Yelena.
Lui mi aveva guardato, sorpreso, con un ghigno alcolico. - Calmo, cameriere. Stavo solo chiacchierando con la signorina.-
Avevo sentito Yelena dietro di me, il suo tintinnio di orecchini mentre si muoveva. - Non c'è niente da chiacchierare. È ora di andare.-
Lui aveva riso, ma i suoi occhi erano duri. - Geloso, eh? Lei sorrideva, non sembrava infastidita.- Quello era stato il colpo. Avevo sentito la rabbia montare, ma l'avevo controllata, non ero uno che perdeva la testa, non più.
-Lei è la mia fidanzata,- avevo detto, la voce bassa, - e sta lavorando. Fuori, per favore.-
Yelena aveva messo una mano sulla mia spalla. - Alex, va tutto bene.- Ma non lo era.
Il tipo aveva alzato le mani, borbottando qualcosa su "gente nervosa", e se n'era andato, lasciando una mancia misera sul bancone.41Please respect copyright.PENANAoiaASXdwSy
Quando la porta si era chiusa, mi ero voltato verso Yelena.41Please respect copyright.PENANAWRORPHp4Hw
-Perché sorridevi?- avevo chiesto, la voce più aspra di quanto volessi. Lei aveva aggrottato la fronte, confusa.41Please respect copyright.PENANAGONWoEZuHD
-Era un cliente, Alex. Sorridere faceva parte del lavoro. Non significava niente.-
Ma per me significava tutto, era il simbolo di quella vita ripetitiva, dove lei era esposta a idioti come quello, e io ero lì a servire, senza controllo. - Non mi piace. Non mi piace niente di tutto questo.-
Avevamo chiuso il ristorante in silenzio, e sulla strada di casa, sotto la neve grigia, avevo finalmente parlato. - Dobbiamo cambiare, Yelena. Non posso continuare così.-
Lei aveva annuito, stringendomi la mano. - Lo so. Parliamone.-41Please respect copyright.PENANA7X1i3La0bU


