Mi svegliai di colpo, come se qualcuno mi avesse strappato da sotto le coperte con una corda legata al petto. Il respiro corto, il cuore che batteva così forte da sembrare un tamburo dentro la gabbia delle costole. Fuori, Milano dormiva con quel silenzio innaturale che precede l’alba, rotto solo dal fruscio distante di un camion sulla tangenziale. Dentro, invece, c’era solo il buio. Un buio caldo, avvolgente, fatto di lenzuola stropicciate e del respiro regolare di Alex accanto a me.37Please respect copyright.PENANA7O451X1vtH
Tentai di calmarmi. Inspirai piano, trattenendo l’aria nei polmoni come se potesse soffocare il ricordo ancora fresco del sogno. Ma era inutile. L’immagine era lì, vivida, come se non avessi mai chiuso gli occhi:
Sono in un vecchio edificio sovietico. Sto scappando. Le mie scarpe sono bagnate, ma non di neve, di qualcosa di più viscoso, di più vecchio. L’edificio è un gigante di cemento malato, e i miei piedi risuonano sulle scale come colpi di fucile. Sono io, ma non sono io: sento il peso di un corpo maschile, il respiro che mi scotta i polmoni, il sangue che mi pulsa nelle orecchie. Nascondiglio. Devo trovare un nascondiglio, ma non so da cosa.
Poi la vedo, una ragazza. In fondo al corridoio, sotto una lampadina che tintinna come un carillon rotto. Ha un fazzoletto bianco avvolto attorno alla testa, stretto sotto il mento. Non vedo il suo viso, non serve. So che sono io. So che ha tra le braccia un bambino appena nato, avvolto in una coperta grigia, e che il bambino non piange. Non fa rumore. Come se già sapesse che il silenzio è l’unica salvezza. Accanto a lei c’è qualcuno, un’ombra più scura del corridoio, ma non riesco a vedere chi sia. Voglio gridare, ma Alex non grida. Così rimango immobile, con la schiena contro il muro gelido, e guardo me stessa che fugge da qualcosa che nemmeno lei conosce, con un figlio che forse non è mai esistito e che già stringe tra le braccia come unico oggetto salvato da un incendio.
37Please respect copyright.PENANAwp5iLZZ6nu
Sentii Alex muoversi.
-Scusa,- dissi, a voce bassa, senza voltarmi verso di lui, la mia voce tremava un po'. -Ho fatto brutto sogno.-
Non rispose subito. Sentii il letto scricchiolare leggermente mentre si girava verso di me. Poi le sue dita mi sfiorarono la schiena, lente, come se volessero non svegliarmi del tutto, ma semplicemente ricordarmi che non ero sola.
-Va tutto bene, Yelena,- mormorò, la voce ancora impastata dal sonno, ma ferma, come un muro tra me e il sogno appena svanito.
Non era vero, naturalmente. Niente “va bene” quando ti svegli con il terrore appiccicato alla pelle come sudore freddo. Ma lo dissi lo stesso, a me stessa, perché in quel momento volevo crederci. Volevo credere che non stavo sognando un presagio, ma solo vecchie paure che tornavano a bussare, come fantasmi che non accettano di essere dimenticati.
-È che…- iniziai, e la mia voce si incrinò, -ho sensazione che tutto questo durerà poco.-
Lui non mi chiese subito cosa intendevo. Sapeva già. Lo sapeva perché ormai conosceva i miei silenzi meglio delle mie parole, i miei sguardi meglio dei miei racconti. Era lì, con me, da quando il temporale di ottobre ci aveva portati insieme sotto la pioggia in auto fino a casa mia, da quando il freddo di dicembre mi aveva fatto crollare in cucina e lui mi aveva portata a casa sua, da quando i nostri corpi si erano trovati sulla riva ghiacciata di un lago. Eppure, mi chiese:
-Perché pensi così?-
La domanda mi fece abbassare lo sguardo, anche se nel buio non c’era niente da guardare. Chiusi gli occhi, invece, come per vedere meglio dentro di me. E quello che vidi mi fece male.
-Perché…- dissi, cercando le parole in italiano, perché in russo o in moldavo sarebbe stato troppo facile, troppo crudele, -nella mia vita, ogni volta che cose vanno bene… il peggio arriva. Sempre.-
Ricordo quando avevo otto anni. In Moldavia. Era estate, e per una volta non c’era carestia, non c’erano bollette non pagate, mio padre aveva trovato lavoro in un campo di girasoli. Ricordo che ridevamo tutti intorno al tavolo per festeggiare. La settimana dopo, mio padre perse quel lavoro.
Fece una pausa. Il silenzio si allungò, riempito solo dal mio respiro affannoso e dal battito del mio cuore che sembrava non volersi calmare.
-Non è un cattivo presagio, Alex. È solo… un’abitudine. La vita mi ha insegnato a non fidarmi della quiete. Perché non dura mai.-
Lui non disse nulla per un lungo momento. Poi si avvicinò ancora di più, tanto che potevo sentire il calore del suo respiro sulla mia nuca. Le sue dita scivolarono lungo la mia schiena, fermandosi alla base della colonna vertebrale, dove tenevo sempre i nodi più stretti.
-Hai ragione,- disse infine. -A volte il peggio arriva quando non te lo aspetti. Lo so. L’ho visto anch’io, Yelena. I miei genitori… quando ho iniziato a credere che tutto andasse bene, mi hanno buttato fuori. Senza spiegazioni, senza addii. Ma sai una cosa?- La sua voce si fece più vicina, più calda. -Affrontare il peggio da soli è un incubo. Ma affrontarlo in due… dimezza la fatica.-
Mi voltai allora, piano, e lo vidi a malapena nel buio nella debole luce artificiale esterna: gli occhi castani che brillavano, le labbra morbide che si incurvavano in un mezzo sorriso.
-Come sparecchiare un tavolo in due,- aggiunse, e questa volta sorrise davvero.
Risi, anche se le lacrime mi premevano dietro le palpebre. -Sì. Come sparecchiare tavolo. Io piatti, tu tovaglioli.-
-Esatto. Tu piatti, io tovaglioli. Tu paura, io mano che stringe la tua. Tu incubi, io sveglia accanto a te.-
Lo guardai a lungo, in silenzio. Fuori, un camion passò di nuovo, un ruggito lontano che sembrava il respiro di una bestia stanca. Dentro, invece, c’era solo lui. E quel letto.
-Non so se merito questo,- dissi, la voce rotta. -Non so se merito te.-
-Non si tratta di merito, Yelena,- rispose, con una dolcezza che mi sciolse qualcosa dentro. —Si tratta di scegliere. Io ho scelto te. E non cambio idea solo perché il mondo fuori si rompe.-
Allungò una mano e mi sfiorò la guancia, il pollice che mi asciugava una lacrima che non avevo nemmeno sentito scendere. Poi si avvicinò e mi baciò, piano, come si bacia un sogno per non spezzarlo. Lasciai che mi entrasse dentro, che mi riempisse il vuoto che il sogno aveva lasciato.
-Rimani con me?- sussurrai, quando le nostre labbra si staccarono.
-Sì,- rispose lui. -Per tutta la notte. E per tutte le notti che verranno.-
Rimanemmo così, avvinghiati nel buio, con il respiro che si sincronizzava piano, come il ticchettio di una sveglia che segna il tempo non in ore, ma in battiti. E mentre il mondo fuori continuava a ruotare, indifferente alle paure, io mi addormentai di nuovo.
Ma questa volta non sognai strade deserte.37Please respect copyright.PENANA4GqVWorw1H


