L'8 gennaio 2029, il mondo sembrava aver dimenticato il concetto di confine tra il sonno e la veglia, tra il calore di un corpo amato e il gelo che premeva contro le pareti della piccola casa di Ragnar, al margine di Vík í Mýrdal. Ero lì, avvolta nelle lenzuola che odoravano ancora di noi, di sudore salato, di lana umida dal nostro abbraccio frettoloso prima di cedere al sonno, di quel sentore di terra e mare che Ragnar portava sempre con sé, come se gli altopiani gli si fossero infiltrati nei pori della pelle.36Please respect copyright.PENANAJssIy7tYhg
Avevamo fatto l'amore piano, con la luce fioca di una candela che proiettava ombre danzanti sulle travi di legno del soffitto, ombre che si intrecciavano come le nostre dita, come i rami di betulle contorte che bordavano i sentieri invernali. Non era stata una passione selvaggia, no; era stata una resa, un riconoscere che in quel villaggio sospeso tra oceano e vulcano, ogni tocco poteva essere l'ultimo, ogni respiro un dono rubato al tempo incerto.
Dormivo profondamente, il mio corpo magro accoccolato contro il suo petto, le lentiggini sul viso come stelle spente sotto la pelle pallida, i capelli ramati sparsi sul cuscino come fili di rame fuso raffreddato.
Ma la notte islandese non concedeva sogni puri; è un velo sottile, tessuto di sussurri sotterranei, di venti che graffiano le persiane come unghie di spiriti affamati. E poi, arrivò il tuono.
Non fu un tuono qualunque, di quelli che rotolano lenti dal mare come un ringhio di lupo ferito. Questo era profondo, un rimbombo lontano un'eco cavernosa che vibrava nelle ossa, nelle costole, nel cuore che ancora batteva piano contro il ritmo del respiro di Ragnar.
Mi svegliai di soprassalto, il corpo teso come una corda di violino sul punto di spezzarsi, gli occhi che si aprivano sul buio assoluto della stanza. Il letto era ancora caldo dove lui giaceva, il suo braccio pesante sul mio fianco, un'ancora nel caos che irrompeva. Per un istante, credetti fosse un sogno residuo, un'eco del terremoto di ottobre, di quelle notti in cui la terra aveva deciso di ricordarci la sua voce. Ma no: il tuono si protrasse.
Ricordai, con un brivido, l’allerta arancione diramata pochi giorni prima per Katla: maggiore attività sismica e geotermica, sciami che si intensificavano. Ma era successo altre volte negli ultimi anni, 2011, 2017, 2024, senza eruzioni. “Falso allarme,” avevano detto i notiziari, “monitoraggio intensificato, ma niente panico.”
La gente di Vík ci era abituata: eventi annuali, piani evacuazione, la vita che continuava nonostante il gigante sotto il ghiaccio. Ma poi, una saetta illuminò il cielo. Un lampo accecante, viola e bianco, che squarciò il buio offuscato dalla nevicata, rivelando per un istante il profilo di Katla in lontananza, la sua sagoma nera contro il bagliore. Non era un fulmine normale: era elettrico, ramificato, con diramazioni che danzavano come vene infuocate, nato dal calore sotterraneo, non dalle nuvole. Il tuono seguì, profondo, che fece vibrare i vetri.
Mi alzai piano, i piedi nudi sul pavimento gelido che mi fece rabbrividire, e andai alla finestra. Fuori, solo buio e gelo: la neve cadeva fitta, un velo bianco che offuscava il villaggio, i tetti bassi coperti come sudari
Ma poi, una saetta illuminò il cielo. Un lampo accecante, viola e bianco, che squarciò il buio offuscato dalla nevicata, rivelando per un istante il profilo di Katla in lontananza, la sua sagoma nera contro il bagliore. Non era un fulmine normale: era elettrico, ramificato, con diramazioni che danzavano come vene infuocate.
Il mio cellulare squillò. Poi quello di Ragnar. Il T-Alert, il sistema di allarme islandese, un suono stridente che tagliava la notte come una sirena. Lo afferrai, le mani tremanti, e lessi il messaggio: “ERUZIONE IN CORSO A GODABUNGA. JÖKULHLAUP IMMINENTE. ALLONTANARSI DAL FIUME MARKARFLJÓT. PERICOLO INONDAZIONI. EVACUARE ZONE VICINE STRADE 250, 261 E ROUTE 1 PRESSO IL FIUME. SEGUITE ISTRUZIONI LOCALI.”
Ragnar si svegliò di colpo, sedendosi sul letto. -Áróra, cos’è?-
Un’altra saetta. Poi un’altra. I lampi si moltiplicarono in una tempesta elettrica surreale, illuminando il cielo invernale in flash violenti, mostrando una colossale nuvola a cavolfiore che si allargava sopra il profilo di Katla, una massa grigia e minacciosa, illuminata dai fulmini che danzavano dentro come serpenti di fuoco.
-Godabunga,- dissi, la voce che tremava. -Sta eruttando. Jökulhlaup enorme in arrivo. Dobbiamo andare dai miei.-
Ci vestimmo in fretta. Maglioni, pantaloni termici, stivali. Le mani che tremavano mentre allacciavo i lacci. Ragnar afferrò le chiavi della jeep, il viso teso.
Uscimmo. Il freddo ci colpì come uno schiaffo. La neve cadeva fitta, ma i fulmini continuavano, illuminando il villaggio in flash accecanti: case basse, spiaggia nera lontana, il profilo di Katla con una colonna di fumo e cenere, illuminata da scariche elettriche che danzavano come demoni nel cielo. Salimmo sulla jeep. Ragnar accese il motore. Partimmo. La strada era buia, i fari che tagliavano la nevicata, ma ogni lampo rivelava la nuvola mostruosa, a cavolfiore, che si espandeva, carica di cenere e gas, con fulmini che si ramificavano dentro come vene di fuoco. Il tuono era costante, un rombo che vibrava nel petto.
Arrivammo davanti a casa mia. Tra un lampo e l’altro, i telefoni squillarono di nuovo. T-Alert: “FASE ERUTTIVA A FIMMVÖRÐUHÁLS. ERUZIONE EFFUSIVA IN CORSO. LAVA SU PENDII. MANTENERE DISTANZA.”
Entrammo.36Please respect copyright.PENANAhU2IjjHh59
Le luci accese.
La stanza si illuminò di un bianco-blu elettrico, violento, innaturale.36Please respect copyright.PENANAd3pmA6JJfa
Archi elettrici che danzavano nella nube, intrecciandosi, biforcandosi, esplodendo in rami luminosi.36Please respect copyright.PENANAoETVj4up1c
Un temporale nato dal fuoco.
-Siamo sprofondati all’inferno.- dissi a voce alta, la voce persa nel rombo. Il mondo era cambiato. Di nuovo.36Please respect copyright.PENANAUHWEU8cKBI


