Il 2 gennaio 2029 arrivò a Vík í Mýrdal con un sole pigro che sembrava riluttante a salire sopra l’orizzonte, proiettando una luce obliqua e pallida sulla neve accumulata durante la notte.
L’aria era immobile, carica di quel freddo cristallino che pizzicava la pelle come aghi invisibili, e il villaggio sembrava sospeso in un silenzio post-festivo, con le luci di Natale ancora accese in alcune finestre ma già sbiadite dal giorno nascente.
Io, Ragnar, avevo passato il Capodanno con Áróra e la sua famiglia, un veglione semplice con hangikjöt riscaldato e qualche brindisi con brennivín, ma quel mattino sentivo un peso indefinito nel petto, come se l’anno nuovo portasse con sé non solo promesse, ma anche ombre. Hekla era ormai un ricordo, le sue eruzioni sporadiche ridotte a sussurri lontani.
Decidemmo di fare una passeggiata a Dyrhólaey quel pomeriggio, un’idea nata da un messaggio di Áróra: <
> Accettai subito, caricando la jeep con thermos di caffè e una coperta di lana.
Il promontorio, a pochi chilometri da Vík, era un luogo che amavo: una piccola penisola che si protendeva nel Nord Atlantico come una mano tesa verso l’infinito, alto 120 metri sulle scogliere basaltiche erose dal tempo e dalle onde. In estate pullulava di pulcinelle di mare, ma in inverno era un paesaggio austero, con i faraglioni di Reynisdrangar che emergevano dal mare come dita pietrificate, e l’arco naturale, Dyrhólaey stesso, “la collina con il buco”, che incorniciava l’oceano in un portale surreale.
Guidai piano sulla strada sterrata che saliva al faro, la neve che scricchiolava sotto gli pneumatici, e Áróra sedeva accanto a me, il viso lentigginoso illuminato dalla luce fioca, gli occhi fissi sull’orizzonte.
Parcheggiammo vicino al faro bianco, una struttura tozza che si ergeva solitaria contro il cielo, e scendemmo, il vento che ci accolse con una raffica salmastra, portando con sé l’odore di alghe e sale. Il tramonto stava già tingendo l’orizzonte di un rosso cremisi profondo, un colore innaturale che sembrava dipinto da un pennello intriso di sangue, probabilmente un residuo delle ceneri di Hekla ancora sospese nell’atmosfera, che diffondevano la luce in sfumature apocalittiche.
Camminammo piano lungo il sentiero che costeggiava le scogliere, i nostri stivali che affondavano nella neve fresca, lasciando impronte che si riempivano subito di fiocchi nuovi. Il paesaggio era poetico nella sua desolazione: le rocce basaltiche nere contrastavano con il bianco immacolato, l’oceano ruggiva piano in basso, le onde che si infrangevano contro l’arco naturale con un ritmo eterno, e il cielo si accendeva di venature arancioni e porpora, come se il sole stesse affogando in un mare di fuoco.
Áróra si strinse nella giacca di lana, i capelli ramati che le danzavano intorno al viso come fiamme vive, e io le presi la mano, intrecciando le dita alle sue per condividere un po’ di calore.
-Sai, Ragnar,- disse, la voce bassa e pensierosa, rompendo il silenzio con una delicatezza che si armonizzava con il paesaggio, -dopo Hekla… tutto sembra diverso. Il villaggio è quieto, ma io sento come se dovessimo muoverci, andare oltre. Non so, forse un viaggio. Hofn, magari. Lì c’è il ghiacciaio, il porto con le barche da pesca. Potremmo vedere la laguna di Jökulsárlón, congelata ora, come un specchio di ghiaccio.-
Annuii, sentendo il suo entusiasmo filtrare attraverso le parole, un contrasto con il mio solito silenzio.
Hofn era una cittadina di pesca nel sud-est, a circa 278 chilometri da Vík lungo la Ring Road, un viaggio di tre-quattro ore che passava per canyon come Fjadrargljufur e Mulagljufur, con cascate ghiacciate e paesaggi brulli coperti di neve.
Era un posto tranquillo, con il museo del ghiacciaio e ristoranti che servivano aragoste fresche, vista sul Vatnajökull che dominava l’orizzonte come un gigante dormiente.
-Sì, potrebbe essere bello,- risposi, la voce rauca per il freddo. -Dopo Hekla, il futuro sembra… aperto. Potremmo partire a febbraio, quando la neve si assesta. Camminare sulla laguna congelata, o visitare il museo. Sarebbe un nuovo inizio, Áróra.-
Lei sorrise, le lentiggini che danzavano sul suo viso come una costellazione privata, e si fermò, voltandosi verso di me.
Il tramonto cremisi le illuminava gli occhi, rendendoli quasi luminosi: quello verde sembrava catturare la luce del sole morente, un’erba estiva intrappolata nel gelo, mentre l’altro, diviso tra castano e azzurro, rifletteva il cielo e la terra in un’armonia spezzata, come se il mondo si dividesse nel suo sguardo. Il suo viso era un poema di contrasti: pelle pallida arrossata dal freddo, labbra morbide incurvate in un sorriso timido, ciocche ramate che le incorniciavano le guance come fiamme gentili. In quel momento, sotto quel cielo infuocato, sembrava una creatura forgiata dal paesaggio stesso, fragile ma resiliente, come le scogliere che resistevano alle onde.
Mi avvicinai, il cuore che accelerava piano, e le mie labbra trovarono le sue in un bacio dolce, un tocco leggero che si approfondì con la lentezza del tramonto. Le sue mani salirono al mio collo, sotto il berretto verde, e io la strinsi a me, sentendo il calore del suo corpo contro il mio, un rifugio nel freddo che ci circondava.
Il bacio fu poetico nella sua semplicità, le labbra che si muovevano in armonia, assaporando il sapore di caffè e neve, il suo respiro che si mescolava al mio in nuvolette bianche. Il mondo svanì: c’era solo lei, i suoi occhi che si chiudevano piano, il viso lentigginoso che si arrossava, un’opera d’arte vivente sotto il cremisi del cielo.
Ci staccammo lentamente, le fronti unite, il fiato condiviso. -Andremo a Hofn,- sussurrai, e lei annuì, gli occhi che brillavano di una promessa silenziosa.
Mentre ci preparavamo a tornare alla macchina, il sole era ormai un bagliore rosso all’orizzonte, il cielo che virava al porpora profondo. Camminammo indietro sul sentiero, le impronte che si confondevano con la neve fresca, e io sentii un brivido non di freddo, ma di contentezza.
Ma poi, all’improvviso, la terra tremò. Fu un ruggito basso, un vibrazione che salì dalle profondità, facendo oscillare il suolo sotto i nostri piedi. Durò solo pochi secondi, ma fu significativo.34Please respect copyright.PENANAXs1Ot3rmID


