Il 31 dicembre 2028 calò sulla Val di Canzoi come un velo di silenzio ovattato, con il sole che svaniva presto dietro i picchi del Cimonega, lasciando un crepuscolo rosato che tingeva la neve di sfumature sanguigne.
La baita, sembrava un’isola in quel mare bianco, con il fumo che saliva pigro dal camino, diffondendo un odore di legna bruciata che si mescolava al freddo pungente dell’aria. Ero seduto sul divano logoro, il braccio destro intorno alle spalle di Yelena, sentendo il calore del suo corpo contro il mio, un contrasto vivo con il gelo che filtrava dalle fessure delle finestre. Due tazze di cioccolato denso come budino fumavano sul tavolino basso davanti a noi, il vapore che saliva in spirali pigre, condensandosi in goccioline sul vetro appannato.
Fuori, la neve aveva ricominciato a cadere, fiocchi grossi e lenti che danzavano nel vento leggero, accumulandosi sui rami degli abeti come un manto effimero, pronto a cedere al primo soffio più forte, alcuni fiocchi si appiccicavano ai vetri e poi scivolavano giù in strisce oblique
Yelena si era accoccolata contro di me, la testa appoggiata sulla mia spalla, i capelli castani che le sfuggivano dalla coda chignon e mi solleticavano il collo. Indossava un maglione oversize che le avevo prestato io, di lana grezza che odorava ancora di fumo del camino, e le sue mani stringevano la tazza con una delicatezza che mi ricordava quanto fosse fragile, nonostante la resilienza che mostrava ogni giorno.
Eravamo arrivati alla baita il 27 dicembre, dopo quel viaggio da Milano che sembrava un sogno interrotto solo dalla radio e dalla sua tosse residua, e da allora il tempo si era dilatato, un bozzolo di quiete in mezzo all’inverno. Ma quella sera, l’ultima dell’anno, c’era qualcosa di diverso nell’aria: un peso invisibile, come se il mondo fuori stesse trattenendo il respiro, in attesa di un cambiamento che non potevamo ancora nominare.
Lei parlò per prima, la voce bassa e con quell’accento dell’Est che rendeva ogni parola un po’ più musicale, un po’ più lontana. -Sai, Alex, quando ero piccola… in Moldavia, a Corbeni, le feste erano diverse. Niente luci grandi come a Milano. Solo candele, e mia madre che cucinava mamaliga con formaggio. Eravamo poveri, tutti lo erano lì. Corbeni è un distretto piccolo, campi e colline, ma la gente se ne va. Molti in Russia, per lavoro. O in Europa, come me. Cercano vita migliore, soldi per mandare a casa. Mia zia è andata a Mosca, manda pacchi ogni mese. Ma io… io volevo mare. Andavamo a Odessa, in estate, con il treno. Spiaggia calda, acqua salata. Giocavo con conchiglie, facevo castelli. Ma inverno era bello. Slitta sulle colline di Corbeni. Neve alta, io e fratelli correvamo giù, vento in faccia. Ridevamo fino a piangere. Povertà c’era, ma… eravamo insieme.-
Ascoltavo, il braccio che la stringeva un po’ di più, sentendo il calore della tazza nella mia mano libera. Il fuoco nel camino crepitava piano, proiettando ombre danzanti sulle pareti di legno, e fuori il sole calava definitivamente, tingendo il cielo di un arancio profondo che si rifletteva sulla neve, facendola scintillare come un tappeto di braci spente.
Yelena parlava raramente del suo passato, e quando lo faceva, era come se aprisse una finestra su un mondo che non conoscevo, fatto di campi brulli e treni affollati, di una povertà che non era solo mancanza di soldi, ma di opportunità. Corbeni, quel distretto moldavo che immaginavo come un villaggio perso tra colline e fiumi, con case basse e strade polverose d’estate, innevate d’inverno.
La migrazione che descriveva mi colpiva, un flusso costante di persone che lasciavano tutto per un “meglio” incerto, come lei che era finita a lavare piatti in un ristorante sui Navigli.
-Odessa dev’essere bellissima,- dissi, la voce bassa per non rompere l’incanto. -Io il mare lo vedevo d’estate, in Puglia. Torre Lapillo, una frazione di Porto Cesareo. Sabbia bianca, acqua turchese. Andavo con papà, lui mi portava a caccia di granchi sotto gli scogli. Avevamo un secchiello verde, e lui mi insegnava a capovolgere le pietre piano, per non spaventare i granchi. ‘Ale,’ diceva, ‘guarda come si nascondono. La vita è così: sotto la superficie c’è sempre qualcosa che si muove.’ Poi tornavamo a casa,la schiena arrossata dal sole che non potevi nemmeno toccarla. Erano giorni semplici, ma… impressi qui.- Mi toccai il petto, sentendo il cuore battere regolare contro le costole.
Yelena alzò lo sguardo, i suoi occhi castano chiaro che catturavano la luce del fuoco, rendendoli quasi dorati. -Bello. Puglia… ho visto foto. Mare come in cartolina. Inverno, invece come ewra qui da piccolo? Qui neve è ovunque, ma a Milano è grigia, sporca. In Corbeni era pulita, slitta veloce. Tu facevi slitta?-
Sorrisi, ricordando. -Sì, ma non slitta. Andavo con gli amici in collina, con il Bob. Sai cos’è un Bob?-
Lei scosse la testa, i capelli che le sfioravano la guancia. “No. Cos’è Bob?”
-È uno slittino di plastica, rosso o blu, con maniglie ai lati. Lo usi per scivolare giù dalle colline innevate. Da bambino, d’inverno, andavamo in zone collinari. Caricavamo il Bob in macchina, salivamo su una collina, e giù a tutta velocità. Il vento ti tagliava la faccia, la neve spruzzava ovunque. Eravamo un gruppo di amici, urlavamo, rotolavamo nella neve. Giorni freddi, ma vivi.-
Lei rise piano, un suono tintinnante come i suoi orecchini, e si voltò verso di me, il viso vicino al mio. Il cioccolato nella tazza si era raffreddato, lasciando una crosta densa sulla superficie, e il fuoco scoppiettava più forte ora, mandando scintille che danzavano nell’aria come lucciole intrappolate.
Fuori, la neve cadeva più fitta, un velo bianco che isolava la baita dal mondo, e il sole era svanito del tutto, lasciando solo un crepuscolo bluastro che filtrava dalle finestre, tingendo la stanza di ombre lunghe. Il suo respiro era caldo contro la mia pelle, e sentii un calore diverso diffondersi nel petto, un desiderio che era cresciuto piano nei giorni passati insieme, dal viaggio in macchina al bacio sul lago due giorni prima.
I nostri sguardi si incrociarono, e senza una parola, le sue labbra sfiorarono le mie. Fu un bacio gentile all’inizio, un tocco esitante come i fiocchi che cadevano fuori, ma presto si approfondì, le sue mani che salivano al mio collo, le dita che si intrecciavano ai miei capelli. Le mie labbra premevano sulle sue, morbide e calde, con un sapore di cioccolato e di qualcosa di più dolce, di lei. La lingua sfiorò la mia, un contatto elettrico che mi fece rabbrividire, e io ricambiai, esplorando la sua bocca con lentezza, assaporando ogni momento. Il tintinnio dei suoi orecchini accompagnava il ritmo del bacio, un suono intimo che echeggiava nel silenzio della baita, mescolandosi al crepitio del fuoco. Le sue labbra si muovevano con urgenza crescente, mordicchiando piano il mio labbro inferiore, e io la strinsi più forte, sentendo il suo corpo premere contro il mio, il calore che filtrava attraverso i vestiti.
Il bacio durò a lungo, minuti che sembravano ore, le nostre bocche che si separavano solo per riprendere fiato, per poi unirsi di nuovo in un vortice di calore. Le sue mani scesero sul mio petto, sfiorando la maglia di lana, e io le accarezzai la schiena, sentendo i muscoli tesi rilassarsi sotto le mie dita. Ogni tocco era poetico nella sua semplicità, come i fiocchi di neve che si posavano lenti fuori, accumulandosi in un manto che copriva tutto. C'era solo lei, il suo sapore, il suo respiro affannoso che si mescolava al mio, il tintinnio persistente che sembrava un ritmo antico, un richiamo dal suo passato che si intrecciava al nostro presente in una danza senza tempo.
L’oscurità avanzava rapida, avvolgendo la baita in un abbraccio notturno, con solo la luce del camino a illuminare i nostri volti. Il bacio si fece più intenso, le sue labbra che premevano con una fame che non aveva mostrato prima, e io sentii il desiderio salire, un calore che si diffondeva dal petto alle braccia, alle mani che ora le sfioravano i fianchi. Lei si spostò, salendo a cavalcioni sulle mie gambe, il peso del suo corpo che mi ancorava al divano, e le sue mani scesero sotto la mia maglia, toccando la pelle nuda con dita fredde che mi fecero sussultare. -Alex,- sussurrò contro le mie labbra, la voce rauca, carica di un accento che rendeva il mio nome un’invocazione.
Non risposi con parole; le mie mani salirono ai bottoni del suo maglione, slacciandoli uno a uno, rivelando la camicia leggera sotto, la pelle pallida che brillava alla luce del fuoco. Lei mi tolse la maglia con urgenza, le unghie che graffiavano piano la mia schiena, e io le baciai il collo, assaporando il suo odore, un misto di neve e qualcosa di unico, di suo. Il suo respiro accelerò, un gemito sommesso che echeggiò nella stanza, e le sue mani scesero ai miei pantaloni, slacciando la cintura con dita tremanti. Io feci lo stesso con i suoi, sentendo il calore della sua pelle contro la mia, un contrasto con il freddo che premeva contro le finestre.
Ci spogliammo piano, i vestiti che cadevano sul pavimento come strati di neve sciolta, rivelando corpi nudi che si cercavano nel buio crescente. Lei era magra, le curve delicate illuminate dal fuoco, i seni piccoli e sodi che si alzavano al ritmo del suo respiro. Le mie mani esplorarono la sua schiena, scendendo ai fianchi, tirandola più vicina, e lei inarcò la schiena, le labbra che trovavano di nuovo le mie in un bacio profondo, la lingua che danzava con la mia in un ritmo sincrono. Il tintinnio degli orecchini continuò, un accompagnamento musicale al nostro movimento, come campanelli in una danza antica.
La feci sdraiare sul divano, il mio corpo sopra il suo, sentendo il calore della sua pelle contro la mia, il cuore che batteva forte nel petto. Le baciai i seni, la lingua che sfiorava i capezzoli duri, e lei gemette, le unghie che affondavano nelle mie spalle. -Sì,- sussurrò, la voce spezzata, e io scesi più in basso, baciandole l’addome.. Le sue gambe si aprirono. Lei mi tirò su, le labbra che cercavano le mie, e le sue mani scesero tra noi, afferrandomi con delicatezza, guidandomi.
Entrai in lei piano, sentendo il suo calore avvolgermi, un’unione lenta e profonda che mi fece chiudere gli occhi. Lei inarcò i fianchi, accogliendomi, un gemito che le sfuggì dalle labbra mentre ci muovevamo insieme, un ritmo iniziale gentile che cresceva in intensità. Il divano cigolava sotto di noi, il fuoco che scoppiettava in sottofondo, e fuori la neve continuava a cadere, un velo bianco che isolava il nostro mondo. Le sue unghie graffiavano la mia schiena, i suoi gemiti che si mescolavano al mio respiro affannoso, e io accelerai, spingendo più a fondo, sentendo la passione montare come una onda.
Lei mi strinse le gambe intorno alla vita, tirandomi più vicino, e le sue labbra trovarono il mio collo, mordicchiando piano mentre il ritmo diventava più intenso. Il tintinnio degli orecchini era costante, un suono ipnotico che accompagnava ogni spinta, ogni movimento. Il suo corpo tremava sotto il mio, la passione che la travolgeva per prima, un grido soffocato contro la mia spalla mentre si contraeva intorno a me. Io la seguii poco dopo, un rilascio profondo che mi lasciò svuotato, appagato, il cuore che martellava contro il suo.
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Restammo sdraiati lì, sudati e ansimanti, i corpi intrecciati nel buio della baita, con solo il fuoco a illuminare i nostri volti. La neve fuori cadeva più fitta, un manto che copriva il mondo, e in quel momento, con Yelena tra le braccia, sentii che l’anno nuovo poteva iniziare così, con un calore rubato al freddo.35Please respect copyright.PENANAnIpyt686jK


