27 dicembre 2028
Mi svegliai che era ancora notte fonda, o almeno così sembrava. L’appartamento di Alex aveva le tapparelle abbassate male e una lama di luce gialla, quella dei lampioni coperti di neve, tagliava il soffitto come una ferita. Il riscaldamento era spento da ore e l’aria sapeva di sonno. Il mio corpo era pesante, la febbre se n’era andata quasi del tutto; restava solo una tosse secca, una piccola bestia che ogni tanto si svegliava nel petto e raspava per uscire.
Alex era già in piedi. Lo sentivo muoversi in cucina: il tintinnio della moka, il fruscio della giacca pesante che indossava sopra il maglione. Quando uscii dalla camera, avvolta nella sua felpa troppo grande, lui mi guardò e sorrise con quella calma stanca che ormai riconoscevo come casa.37Please respect copyright.PENANAdJZVIzSVgk
-Pronta?_ chiese.
Annuii. Non c’era molto da dire. Milano era diventata una città di fantasmi: locali chiusi, strade semideserte. Aveva detto andare a nord, in un posto chiamato Val di Canzoi, - dove almeno l’aria è pulita-, aveva detto. Io non avevo obiettato. Non avevo più nessuno da aspettare, nessun posto che mi trattenesse. Solo lui.
Alle cinque e venti eravamo già in macchina. La Panda tossì due volte prima di accendersi, poi il motore si assestò in un brontolio familiare. Alex aveva caricato sul sedile posteriore due zaini, una cassa d’acqua, una scatola di scatolette e la mia piccola valigia rossa, quella che avevo portato dalla Moldavia tre anni prima e che non aprivo mai del tutto. Io mi strinsi nel cappotto, il cappuccio tirato su, e appoggiai la fronte al finestrino ghiacciato. Milano dormiva sotto una coltre sporca: la neve di Natale aveva formato una crosta che scricchiolava sotto le ruote. I lampioni erano accesi, ma la luce sembrava malata.
Uscimmo dalla città lentamente. Tangenziale quasi vuota, solo qualche camion e un paio di macchine con la targa straniera, gente che scappava o tornava, chissà. Il cielo sopra di noi era basso, pesante, ma a oriente cominciava a succedere qualcosa di strano: una striscia di luce color rame incandescente, come se dietro le Alpi qualcuno stesse scaldando un enorme pezzo di metallo. Non era alba, non ancora.
Alex guidava in silenzio. Ogni tanto tossivo, un colpo secco che mi scuoteva le costole, e lui allungava la mano sul cambio per sfiorarmi il ginocchio, un gesto piccolo ma che bastava.
La radio era accesa su una frequenza che prendeva male, gracchiava, poi all’improvviso si pulì e uscì una melodia che conoscevo da sempre.37Please respect copyright.PENANAAosgopGWNg
Katiuscia.
La riconobbi dopo tre note. La voce era quella di una donna, un po’ rauca, piena di nostalgia per cose che non esistevano più.37Please respect copyright.PENANAcqqIGbDkje
«…Jabloni i grushi rasveseli snegopad…»37Please respect copyright.PENANARwXVthLfeJ
Fiori di melo e peri sbocciavano sotto la bufera di neve..
Alex alzò il volume senza chiedere. Il suono riempì l’abitacolo, caldo, impossibile, come se qualcuno avesse aperto una finestra su un altro secolo. Io chiusi gli occhi. Sentii le lacrime arrivare prima ancora di capire perché.
Avevo otto anni, forse nove. Casa nostra a Corbeni, in Moldava, la cucina con la stufa a legna, la radio appoggiata sul davanzale che mio padre accendeva ogni domenica mattina. Mia madre cantava quella canzone mentre impastava il pane, e io ballavo in ciabatte, con le trecce che sbattevano sulle spalle.
Ricordavo l’odore di legna bruciata, la voce di mio padre che si univa al coro, stonata ma felice. Ricordavo di essere stata, per un attimo, una bambina che non aveva ancora imparato la parola «partire».
Aprii gli occhi. La strada scorreva via, dritta e grigia, tra campi coperti di neve sporca. Alex mi guardava di sfuggita,37Please respect copyright.PENANAfeZMsutwJG
-Ti piace?- chiese piano.
Annuii, incapace di parlare. Un sorriso mi tirava gli angoli della bocca, ma era un sorriso che faceva male.
-È di mio padre,- dissi alla fine, la voce rotta. - Cantava sempre questa. Quando ero piccola.-
Lui non rispose subito. Spense il riscaldamento, aprì appena il finestrino: entrò una boccata d’aria gelida che sapeva di ferro e di neve. Poi parlò, quasi tra sé.
-È una delle mie preferite. -
La canzone continuò. Passammo accanto a cartelli che indicavano Venezia, Verona. Il cielo rame si allargava, si faceva sempre più intenso, come se il sole sorgesse dentro un forno. Ogni tanto incrociavamo un’automobile abbandonata sul ciglio, coperta di neve, i vetri appannati. Non c’erano più i soliti ingorghi, solo silenzio e quel bagliore malato che trasformava il paesaggio in qualcosa di alieno. Tossii di nuovo, più forte stavolta, e Alex abbassò la radio.37Please respect copyright.PENANAlVg74ge2Cf
-Tutto apposto?-
-Sì,- mentii. - Solo un po’ di tosse.-
Riprese a nevicare, ma erano fiocchi lenti, radi, che sembravano esitare prima di toccare terra. La Panda procedeva costante, i tergicristalli che strisciavano via la neve dal parabrezza con un suono ritmico, quasi ipnotico. Guardai il mio riflesso nel vetro: occhi castano chiaro, ancora un po’ arrossati dalla febbre, i capelli raccolti sotto il cappuccio. Gli orecchini di rame e oro tintinnavano appena quando mi muovevo. Mi chiesi se la Yelena di tre anni fa avrebbe riconosciuto questa versione di me: una donna che fuggiva da una città morente con un uomo che non era nemmeno il suo ragazzo, diretta verso una baita in mezzo alle Dolomiti, con il cielo color sangue di drago sopra la testa.
Alex accese una sigaretta, abbassò ancora il finestrino, lasciò che il fumo uscisse in spirali grigie che si mescolavano alla neve.
-Sai cosa mi piace di questa canzone?- disse dopo un po’, - che parla di primavera in mezzo alla tormenta. Come se qualcuno avesse già deciso che la neve prima o poi finisce.-
Io guardai fuori. I campi erano deserti, gli alberi spogli, il mondo sembrava essersi fermato. Ma forse aveva ragione lui. Forse da qualche parte, sotto quella crosta di ghiaccio, qualcosa ancora aspettava di sbocciare.
La radio gracchiò di nuovo, poi la voce tornò, più forte, quasi disperata:37Please respect copyright.PENANAT7jSt6adJM
-…Rastsvetali yabloni i grushi,37Please respect copyright.PENANAFTqC4DwZQN
Poplyli tumany nad rekoi…-
Fiori di melo e peri, nebbie sul fiume…
Chiusi gli occhi e, per la prima volta da quando ero salita su quel treno per l’Italia, lasciai che le lacrime scendessero senza vergogna. Alex non disse nulla. Tolse la mano dal cambio, la posò sulla mia, intrecciò le dita alle mie, e continuò a guidare verso nord, verso quel cielo di rame che non prometteva nulla, ma che almeno ci apparteneva solo a noi due.
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La Val di Canzoi era ancora lontana, ma per la prima volta sentii che stavamo andando da qualche parte, non solo scappando.37Please respect copyright.PENANAffCRGF9dzy


