La neve continuava a cadere su Vík í Mýrdal come un velo infinito, posandosi lenta e incessante su ogni superficie, trasformando il villaggio in un paesaggio ovattato, dove i suoni sembravano provenire da un altro mondo.
Era il 23 dicembre, e il peggio sembrava essere passato: Hekla aveva smesso di ruggire con la stessa furia di ottobre, le colonne di cenere si erano ridotte a sbuffi sporadici. Ma nessuno a Vík si illudeva che fosse finita. Io, però, quel mattino, cercavo di non pensarci. Ero alla fattoria di Jónsson, con le mani intirizzite dal freddo nonostante i guanti di lana, a spalare la neve accumulata davanti al portone della stalla. Il lavoro era pesante, ma necessario: se non si rimuoveva la neve, rischiava di bloccare le entrate, e con le pecore trasferite al nord, la fattoria sembrava un guscio vuoto, un ricordo di ciò che era stata.
Ragnar era arrivato presto, poco dopo l’alba, se si poteva chiamare alba quel bagliore pallido che durava poche ore. Aveva parcheggiato la sua jeep vicino al recinto, con i fari ancora accesi che tagliavano la nebbia mattutina, e si era presentato con un thermos di caffè caldo e un sorriso che mi aveva scaldato più del liquido bollente.
Indossava il suo berretto verde con la visiera, la giacca scura coperta di fiocchi freschi, e stivali che lasciavano impronte profonde nella neve. – Ho pensato che ti servisse una mano – aveva detto, porgendomi il thermos. – Con questa neve, da sola impiegheresti tutto il giorno.-
Avevo accettato con un cenno, grata per la sua presenza. Da quel bacio sotto l’aurora, otto giorni prima, le cose tra noi erano cambiate in modo sottile, ma profondo. Non parlavamo di “noi” come di una cosa definita, ma i suoi sguardi si soffermavano più a lungo sui miei, e le sue mani sfioravano le mie con una frequenza che non era casuale. Quel mattino, mentre spalavamo la neve insieme, sentivo quella connessione pulsare tra noi come un cuore nascosto.
Il lavoro era faticoso: la neve era umida e pesante, appiccicosa per via della cenere residua che si era mescolata, formando una crosta grigia sotto lo strato bianco. Io usavo una pala piccola, scavando con movimenti ritmici, il fiato che si condensava in nuvolette bianche.
Ragnar, con la sua pala più grande, caricava mucchi interi e li spostava di lato, i muscoli delle braccia che si tendevano sotto la giacca, un ritmo costante che sembrava sincronizzato con il mio.30Please respect copyright.PENANAjKFB3Zgqz2
Ogni tanto, ci fermavamo per riprendere fiato. In uno di quei momenti, mentre appoggiavo la pala contro il muro della stalla, Ragnar si avvicinò, il suo respiro caldo contro il mio collo. – Sei stanca? – chiese, la voce bassa, quasi un sussurro per non disturbare il silenzio della neve.
Scossi la testa, ma sorrisi, sentendo il calore del suo corpo vicino al mio. – Un po’. Ma è bello averti qui. Rende tutto… meno pesante.-
Lui mi guardò, gli occhi verdi che brillavano sotto la visiera del berretto, e senza dire nulla mi attirò a sé, le sue braccia che mi avvolgevano la vita. Il bacio fu lento, gentile, le sue labbra fredde che si scaldavano contro le mie, un contrasto che mi fece rabbrividire. Non era come quello sotto l’aurora, pieno di stupore e magia; questo era più intimo, un bacio rubato in mezzo al lavoro, con l’odore di neve e terra che ci circondava.
Le mie mani salirono al suo petto, aggrappandosi alla giacca, e per un momento dimenticai la pala, la neve, Hekla. C’era solo lui, il suo sapore di caffè e vento, il modo in cui le sue dita sfioravano la mia schiena sotto la giacca, un tocco che mi faceva sentire viva, desiderata.
Ci staccammo piano, il fiato che si mescolava in una nuvoletta condivisa. – Dobbiamo finire – dissi, con un sorriso timido, le guance arrossate non solo per il freddo.
– Già – rispose lui, ma non si mosse subito, tenendomi ancora vicina per un secondo di più.
Riprendemmo il lavoro, ma ora c’era una leggerezza nei miei movimenti, un calore interiore che contrastava con il gelo esterno. Spalammo la neve per un’altra ora, spostando mucchi che si accumulavano ai lati del sentiero, creando pareti bianche che sembravano mura di un castello effimero.
Ragnar mi aiutò a riparare un tratto del recinto. Lui teneva il martello, io i chiodi, e ogni tanto le nostre mani si sfioravano, un contatto elettrico che mi faceva accelerare il cuore. – Passami quello – diceva lui, e io obbedivo, i nostri sguardi che si incrociavano con una complicità nuova.
Quando finimmo, il sole era un bagliore debole all’orizzonte, pronto a svanire in poche ore. La fattoria sembrava più ordinata ora, il portone libero, il sentiero pulito, ma sotto la neve si nascondeva ancora la cenere, un ricordo grigio che emergeva qua e là come macchie su una tela bianca.
Mi appoggiai alla pala, il fiato corto, e guardai Ragnar, che si asciugava la fronte con il dorso della mano. – Grazie – dissi, sincera. – Senza di te, non ce l’avrei fatta.-
Lui sorrise, quel suo sorriso storto che mi faceva sciogliere qualcosa dentro. – Non è niente. Mi piace stare con te. Anche spalando neve.-
Decidemmo di fare una passeggiata sulla spiaggia prima di tornare a casa, per scrollarci di dosso la fatica. La neve aveva imbiancato Reynisfjara in un modo surreale: la sabbia nera vulcanica era coperta da uno strato bianco, irregolare, che creava contrasti netti, come un dipinto in bianco e nero.
Camminavamo lenti, i nostri stivali che affondavano nella neve fresca, lasciando impronte che si riempivano subito di fiocchi nuovi. Il mare ruggiva piano in lontananza, le onde che si infrangevano contro i faraglioni di Reynisdrangar, sagome nere che emergevano dal bianco come fantasmi pietrificati. Il vento era calmo quel giorno, ma il freddo mordeva ancora, pizzicandomi le guance e facendomi stringere la giacca.
Mentre camminavamo, Ragnar si aprì come non aveva mai fatto prima. Di solito era lui a chiedermi di me, della fattoria, dei miei occhi strani, ma quel pomeriggio, con la neve che ci isolava dal mondo, fu lui a parlare. – Sai, dopo la morte dei miei genitori… – iniziò, la voce bassa, quasi coperta dal fruscio dei nostri passi.
Lo guardai, sorpresa. Sapevo della notizia, era successo qualche anno fa, un incidente stradale sulla Ring Road, una curva ghiacciata che aveva portato via Eiríkur e Guðrún in una notte d’inverno.30Please respect copyright.PENANAT6xv5a3vQD
Il villaggio ne aveva parlato per settimane, ma Ragnar non l’aveva mai menzionato con me. – Ricordo – dissi piano, la voce che tremava un po’. – Mi dispiace tanto, Ragnar. Non so cosa dire. .-
Lui scrollò le spalle, ma i suoi occhi verdi erano lontani, fissi sull’orizzonte dove il mare incontrava il cielo grigio. – È stato quattro anni fa. Una notte con neve fitta, vento che ululava. Stavano tornando da Reykjavík. L’auto è finita contro un guardrail. Morti sul colpo. Io ero a casa, ad aspettare. Quando la polizia è venuta… beh, il mondo è cambiato.-
Camminammo in silenzio per un po’, i fiocchi che ci sfioravano il viso. Sentivo un nodo in gola, un dispiacere profondo per lui, per quel ragazzo che aveva perso tutto in una notte. – E poi? – chiesi, la voce gentile, non volendo spingere troppo.
– Poi mi sono arrangiato – rispose, la voce ferma ma con una crepa di dolore. – Avevo ventun anni, nessuna famiglia rimasta. Ho venduto la casa dei miei, tenuto la jeep di papà – era il suo orgoglio, la riparava sempre lui. Ho iniziato a fare la guida per turisti, a vivere negli altopiani quando potevo. Non è stato facile: notti da solo, a fissare il soffitto, a chiedermi perché. Ma mi ha reso chi sono. Forte, credo. O almeno, capace di sopravvivere.-
Lo guardai, le lentiggini che mi pizzicavano sotto il freddo, e gli presi la mano, le dita intrecciate alle sue. – Mi dispiace, Ragnar. Lo sei sì, più di quanto pensi, lo si vede.. -
Lui strinse la mia mano, un gesto caldo contro il gelo. – Grazie. Non ne parlo spesso. Ma con te… è diverso. Sembri capire senza parole.-
Continuammo a camminare, il silenzio che ora era complice, non pesante. La spiaggia imbiancata si estendeva davanti a noi, un paesaggio etereo, con la neve che copriva le colonne di basalto come un manto nuziale.
Pensai ai miei genitori, alla sorella che viveva a Reykjavík, e mi sentii fortunata, nonostante tutto. Ragnar aveva perso il suo ancoraggio, ma aveva costruito il suo futuro da solo, pezzo per pezzo, come i recinti che riparavamo alla fattoria. Era un uomo forgiato dal dolore, e quel pensiero me lo rese ancora più vicino.
Tornammo verso il villaggio mentre il buio si infittiva, le luci delle case che brillavano fioche tra la neve. Davanti al cancello di casa mia, mi fermai, la mano ancora nella sua. – Vieni a pranzo di Natale? – chiesi, le parole che uscivano d’impulso. – Ci sarà anche mia sorella. Sarebbe bello averti.-
Lui sorrise, quel sorriso che mi scaldava il cuore. – Sì. Mi piacerebbe.-
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Mi baciò piano, un bacio dolce che sapeva di neve e promessa, e se ne andò nella notte, la sua figura che svaniva tra i fiocchi.30Please respect copyright.PENANAtOa3eWgrOZ


