21 dicembre 2028
La sala del ristorante sui Navigli era un relitto silenzioso, con i tavoli già sparecchiati e le sedie allineate contro le pareti come soldati stanchi. Era il primo pomeriggio, intorno alle tre, e la luce grigia filtrava dalle vetrine appannate, tingendo tutto di un pallore invernale.
Indossavo i miei indumenti da ginnastica grigi, quelli comodi che mettevo per le pulizie: pantaloni larghi che sfregavano piano contro il pavimento mentre camminavo, e una felpa che mi avvolgeva come una coperta logora. Non erano eleganti, ma pratici, con le tasche piene di stracci e guanti di gomma.
Ero più stanca del solito, una stanchezza che non era solo fisica, ma un peso che mi schiacciava le ossa, come se il freddo fuori si fosse insinuato dentro di me. Dal giorno prima sentivo vertigini, sudori freddi che mi bagnavano la schiena all’improvviso, e un mal di testa sordo che pulsava dietro gli occhi. Pensavo fosse il vento, o forse la neve che non smetteva di cadere, ma continuavo a lavorare, perché fermarmi non era un’opzione.
Fuori, la neve cadeva lenta, fiocchi grossi e umidi che si posavano sui marciapiedi e si scioglievano in una poltiglia scura, mista a quella polvere grigia che i telegiornali chiamavano cenere vulcanica. Veniva dall’Islanda, da quel vulcano Hekla che da mesi teneva l’Europa in ostaggio, con i suoi sbuffi di cenere che bloccavano i cieli e facevano cadere quella patina sporca su tutto.
A Milano, non era fitta come laggiù, ma bastava a rendere l’aria pesante, a lasciare un velo sulle auto parcheggiate lungo il canale e un sapore amaro in gola quando respiravi troppo a fondo. Il vento soffiava a folate irregolari, ululando tra i palazzi.
I Navigli, di solito vivi di luci e voci, sembravano un canale dimenticato, con l’acqua che increspava sotto il vento, riflettendo solo ombre grigie e qualche lampione acceso troppo presto.
Avevo finito di pulire la sala: i tavoli lucidi, le sedie allineate, il pavimento strofinato con un detersivo che odorava di limone chimico, un profumo artificiale che cercava di coprire l’umidità dell’inverno.
Ma la stanchezza mi appannava la vista, come se il mondo fosse sfocato ai bordi. Ogni movimento mi costava fatica: alzare il braccio per passare lo straccio, chinarmi per raccogliere una briciola dimenticata.
Sentivo la fronte calda, ma le mani fredde, un contrasto strano che mi faceva tremare. I miei orecchini di rame e oro tintinnavano piano mentre mi muovevo, un suono familiare che mi ancorava a me stessa, ma anche quello sembrava distante, ovattato.
Presi il secchio dal ripostiglio, un contenitore di plastica blu ammaccato che usavo per i pavimenti, e lo portai verso la cucina. Il servizio era terminato da un’ora, i clienti se n’erano andati in fretta, infreddoliti e frettolosi, lasciando dietro di sé piatti vuoti e mance magre.
Marco, il proprietario, era al bancone a contare la cassa, borbottando tra sé sui conti che non tornavano. Alex era da qualche parte lì vicino, forse a sistemare le bottiglie nel retro; lo sentivo muoversi, un rumore di passi familiari che mi dava un senso di compagnia, anche se non parlavamo molto quel giorno. Il ristorante era quasi vuoto, un silenzio rotto solo dal gocciolio di un rubinetto e dal vento che fischiava fuori.
Arrivai al lavandino della cucina, posai il secchio con un tonfo sordo sul pavimento di piastrelle. Aprii il rubinetto dell’acqua calda, il getto che usciva fumante, un vapore che si alzava pigro nell’aria fredda. Volevo riempirlo per lavare l’ultimo angolo della sala, quello vicino alla finestra dove la neve si accumulava contro il vetro.
Ma mentre mi chinavo per prendere il secchio, sentii le gambe cedere, come se il pavimento si fosse inclinato all’improvviso. Un’onda di vertigine mi travolse, sudori freddi che mi bagnavano la nuca, e il mondo girò su se stesso. Le ginocchia mi tradirono, e caddi in avanti, aggrappandomi al bordo del lavandino per non finire a terra. Il secchio si rovesciò con un clangore metallico, l’acqua che si sparse sul pavimento in una pozza calda.
Non capii subito cosa fosse successo. La vista si annebbiò, e un ronzio mi riempì le orecchie, come un alveare lontano. Sentii una voce, lontana: Alex. – Yelena! – , e poi i suoi passi rapidi sul pavimento bagnato. Mi afferrò prima che potessi cadere del tutto, le sue braccia forti che mi sollevavano come se fossi leggera come una piuma.
Mi portò via dal lavandino, i miei piedi che sfioravano il suolo, e mi adagiò sul divano nel retro, quello vecchio e sfondato che usavamo per le pause. Mi sdraiai lì, il tessuto ruvido contro la schiena, e cercai di riprendere fiato, ma il mondo continuava a girare piano.
Alex si inginocchiò accanto a me, il suo viso preoccupato che entrava e usciva dal mio campo visivo. Mi posò una mano sulla fronte, le sue dita fresche contro la mia pelle bollente. – Hai la febbre alta. – disse, la voce tesa, come se stesse calcolando qualcosa. – Da quanto stai così?-
Cercai di rispondere, ma le parole mi uscirono spezzate, con quell’accento dell’est che rendeva tutto più duro, più straniero. – Da ieri… vertigo, sudori… ma va bene, Alex. Solo stanca.-
Lui scosse la testa, i suoi occhi castani che mi fissavano con una intensità che mi fece sentire esposta, vulnerabile. – Non va bene per niente. Ti porto a casa. Non puoi andare da sola con questo tempo.-
In quel momento, Marco entrò dalla sala, asciugandosi le mani su un grembiule macchiato. Non aveva visto il crollo, o forse non gli importava; il suo viso era stanco, segnato dalle rughe di chi contava ogni euro. – Lascia che si arrangi – disse, con un gesto indifferente, come se parlasse di un piatto bruciato. – Tanto ha la fermata dell’autobus qui vicino.-
Alex si alzò di scatto, voltandosi verso di lui con uno sguardo glaciale, gli occhi che sembravano due lame affilate. – La porto a casa – rispose, la voce ferma, tagliente come il vento fuori. Non era una richiesta, era un fatto.
Marco scrollò le spalle, ma c’era una nota di irritazione nelle sue parole. – Devi ancora sistemare i coprimacchia. E il tuo turno non è ancora finito.-
Alex non rispose subito. Mi guardò per un attimo, poi tornò su Marco, il corpo teso come una corda di violino. – Non mi interessa. Lei sta male.-
Cercai di intervenire, alzandomi un po’ sul divano, ma la vertigine mi fece ricadere indietro. – Lascia perdere, Alex – dissi, la voce debole, le vocali che uscivano dure come sempre. – Ce la faccio da sola. Ho solo avuto momento di debolezza.-
Ma lui non mi ascoltò. Mi guardò con quel suo sorriso stanco, ma determinato, e disse: – Aspettami qui. Vado a spostare la macchina.-
Senza aggiungere altro, uscì dal retro, i passi che echeggiavano sul pavimento bagnato. Rimasi lì, sul divano, il cuore che batteva irregolare, la febbre che mi avvolgeva come una coperta troppo pesante. Marco borbottò qualcosa tra sé, forse un’imprecazione, e tornò al bancone, lasciando me sola con i miei pensieri confusi.
Non ero abituata a essere aiutata così, senza chiedere. In Moldavia, avevo imparato a fare da sola, a non dipendere da nessuno. Ma Alex... Il suo modo di intervenire, senza parole inutili, mi faceva sentire protetta, ma anche spaventata. Spaventata perché significava avvicinarsi, e avvicinarsi voleva dire rischiare.
Poco dopo, sentii il rombo della macchina fuori, una Fiat Panda vecchia che conoscevo bene, con il suo odore di caffè e tabacco. Alex rientrò, il cappotto bagnato di neve, e mi aiutò a rialzarmi, il suo braccio intorno alla mia vita, solido e gentile. – Andiamo – disse piano, guidandomi verso la porta.
Uscimmo nel freddo, la neve che riprendeva a cadere leggera, fiocchi che mi sfioravano il viso come dita gelide. Il vento soffiava a folate, portando con sé l’odore umido del canale, e mi fece tremare nonostante la felpa.
Alex mi accompagnò alla macchina, aprì la portiera del passeggero e mi aiutò a sedermi, come se fossi fragile, una cosa preziosa da proteggere. Chiuse la portiera con un tonfo sordo, girò intorno all’auto e salì al posto del guidatore. Mise in moto, il motore che tossì un paio di volte prima di partire, e accese il riscaldamento al massimo, un getto d’aria calda che mi avvolse le gambe.
Partimmo in silenzio, la macchina che slittava leggermente sulla neve fresca delle strade secondarie. I tergicristalli spazzavano via i fiocchi con un ritmo ipnotico, e le luci dei lampioni illuminavano la neve che danzava nel vento, creando vortici bianchi contro il buio.
Milano sembrava una città fantasma, i palazzi avvolti in un velo di gelo, le strade deserte a parte qualche auto che procedeva lenta. Alex guidava con attenzione, le mani sul volante, lo sguardo fisso sulla strada. Non parlava, e io nemmeno; la febbre mi annebbiava la mente, rendendo ogni pensiero lento, confuso.
Arrivammo a casa sua dopo venti minuti, un palazzo anonimo in una zona periferica, con le finestre illuminate da luci gialle. Parcheggiò in un posto stretto, spense il motore e mi aiutò a scendere, il suo braccio di nuovo intorno alla mia vita. Salì le scale con me, piano, come se temesse di rompermi.
L’appartamento era piccolo, un monolocale con un divano-letto, una cucina minuscola e un odore di caffè stantio. Mi fece sdraiare sul divano, tirò fuori una coperta da un armadio e me la stese addosso, il tessuto morbido che mi avvolse come un abbraccio.
– Riposa – disse, sedendosi sul bordo. – Ti preparo qualcosa di caldo. Hai fame?-
Scossi la testa, ma lui insistette, scomparendo in cucina. Sentii il rumore dell’acqua che bolliva, il tintinnio di una tazza. Tornò con un tè, fumante, e me lo porse con attenzione. – Bevi piano. È camomilla. Ti farà bene.-
Lo sorseggiai, il calore che mi scivolava giù per la gola, alleviando un po’ il freddo interiore. – Grazie, Alex – dissi, la voce debole, le parole che uscivano con quell’accento che non riuscivo a scrollarmi. – Non dovevi… ce la facevo.-
Lui sorrise, quel suo sorriso stanco ma caldo, e mi sfiorò la fronte con il dorso della mano. – Non ce la facevi. E non dire stupidaggini. Riposa ora. Domani vedremo.
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Mi addormentai poco dopo, il tè ancora caldo tra le mani, il mondo che svaniva in un velo di febbre. Quando mi svegliai, era notte fonda.32Please respect copyright.PENANAGUE62uKr0r


