Reykjavík, Ospedale Nazionale, 1° novembre 2029
Il primo novembre ad Asgrimur era morto un uomo che aveva le mani da pescatore.
Non lo conoscevo. Non avevo mai saputo il suo nome prima di quella mattina, quando me l'avevano detto in accettazione, alle sette e undici, mentre mi infilavo il camice nel corridoio e una caposala mi rincorreva con una cartella aperta. Si chiamava Jónas. Jónas Kristjánsson, settantadue anni, ricoverato la sera prima per insufficienza respiratoria acuta. Era entrato camminando, sorretto dal figlio. Adesso era intubato, in terapia intensiva, e il figlio era nella sala d'attesa con la mascherina FFP3 calata sul mento perché non riusciva a respirare bene nemmeno lui.
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Le mani. Le notai quando andai a visitarlo. Mani grandi, squadrate, con le dita piegate all'infuori nei punti sbagliati, le nocche gonfie, la pelle spessa come cuoio. Mani che avevano tirato reti per cinquant'anni. Mani che adesso erano posate sul lenzuolo, immobili, con un catetere arterioso infilato nel polso sinistro e le dita della destra leggermente aperte, come se stessero ancora cercando di afferrare qualcosa.
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Lo visitai in tre minuti. Ascoltai, guardai i gas nel sangue, controllai la pressione. I valori erano quelli che mi aspettavo: pessimi. Il polmone destro era opaco alla radiografia, una polmonite chimica che la cenere gli aveva costruito dentro in settimane, un diffuso tessuto infiammato che non avrebbe più respirato come prima, se anche fosse uscito da quel letto.
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Uscito da quel letto. Già. Lo pensai come una formula, mentre scrivevo sulla cartella, perché era più facile pensarlo come formula che come uomo.
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Alle sette e cinquantacinque, Jónas Kristjánsson, settantadue anni, mani da pescatore, peggioró. Lo intubai di nuovo, anche se era già intubato, perché il tubo si era ostruito. Massaggio. Adrenalina. Quaranta minuti di quelle cose che faccio con le mani senza che la testa debba pensarle, perché le mani le sanno. Alle otto e trentacinque, il monitor suonò piatto, e io mi fermai, e un infermiere di nome Pétur, che aveva ventiquattro anni e gli occhi vuoti, spense il monitor senza che glielo dicessi.
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Coprii il volto di Jónas con il lenzuolo. Non chiusi gli occhi, perché erano già chiusi. Gli posai una mano sulla spalla, sotto il tessuto, per tre secondi. Poi uscii dalla stanza.
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Nel corridoio, la caposala mi aspettava con un'altra cartella. -Stanza sei.-
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Annuii. Non dissi nulla. Andai nella stanza sei.
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Così iniziò il mio turno del primo novembre.
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Ognissanti. Me ne resi conto solo a metà mattina, quando una collega infermiera, Hrefna, passando mi disse qualcosa a proposito di una messa, e io la guardai senza capire, e lei ripeté: -Oggi è Ognissanti, Saga.- E io annuii, come se fosse un'informazione che mi serviva, e invece non mi serviva, perché i morti non hanno bisogno di un giorno di festa, e noi in ospedale non avevamo bisogno di un calendario per sapere che era il giorno dei morti, perché lo era ogni giorno da settembre.
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L'ospedale era diverso da come l'avevo conosciuto per dieci anni di carriera. Non diverso per i muri, o i corridoi, o la luce. Diverso per il rumore. Un ospedale, di solito, ha un suo mormorio: il beep dei monitor, il cigolio delle ruote dei carrelli, le voci che si rincorrono. Adesso il mormorio era saturato. C'era troppo di tutto. Troppi monitor, troppi carrelli, troppe voci, e sopra tutto, come un rumore di fondo che non smetteva mai, la tosse. La tosse dei pazienti, la tosse degli infermieri, la tosse mia, quando mi scordavo di bere. Una tosse secca, rauca, che la cenere aveva messo in gola a tutti, e che non se ne andava più.
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I letti. I letti erano il problema. Ogni reparto era sovraffollato. Avevamo cominciato a mettere letti aggiuntivi nei corridoi da due settimane, e adesso i corridoi stessi erano diventati reparti. Camere che erano state aule per studenti di medicina, sale riunioni, perfino la cappella dell'ospedale: tutto pieno di letti, di corpi, di lenzuola. L'aria condizionata non bastava più, e i filtri HEPA dovevano essere puliti tre volte al giorno perché la cenere, sottile come talco, entrava dappertutto, perfino nei polmoni dei macchinari.
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Alle nove e quaranta, feci il giro del reparto medicina interna, che era diventato, di fatto, il reparto respiratorio. Trentadue pazienti, di cui diciotto in ossigenoterapia, sei in NIV, due intubati. Lessi i nomi sulla porta di ogni stanza. Alcuni li conoscevo, perché erano ricoverati da settimane, e li avevo visti peggiorare giorno dopo giorno, come candele che si consumano. Altri erano nuovi, arrivati nella notte, e non avevo ancora avuto tempo di guardargli la faccia.
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Entrai nella stanza 12. Un uomo, cinquantotto anni, prima intubazione. La moglie era seduta accanto al letto, con la mascherina, e mi guardò con quegli occhi che conoscevo fin troppo bene, quegli occhi che chiedono senza chiedere, che supplicano senza supplicare, che sanno già ma vogliono essere smentiti.
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-Come sta?- chiese.
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Guardai il monitor. Guardai l'uomo. Guardai la moglie. -È stabile. - dissi. Era una bugia, ed entrambe lo sapevamo, ma era la bugia che ci permetteva di andare avanti.
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Uscii. Nel corridoio, un infermiere mi fermò: — Dottoressa, il reparto 4 ha finito l'ossigeno.
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Mi fermai. -Come, finito?-
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-La centralina è scesa sotto la soglia. I tecnici stanno controllando. Dicono che è un problema di pressione nella rete.-
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Il reparto 4 era quello con i pazienti più gravi. Quattro intubati, sei in NIV. Senza ossigeno, sarebbero morti nel giro di un'ora, forse meno.
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-Trasferiscili in terapia intensiva. Subito. Tutti.-
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-La terapia intensiva è piena.-
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-Allora mettili in corridoio, ma con le bombole. E chiama il reparto di Hringbraut, vedi se hanno posti.-
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Stavo già camminando verso la centrale tecnica mentre parlavo, il telefono all'orecchio, l'altra mano che stringeva il camice. -E manda qualcuno a controllare i filtri dell'aria condizionata in sala rianimazione, che stamattina puzzava di bruciato.-
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L'infermiere annuì e sparì. Io continuai a camminare. Ogni passo era una decisione. Ogni decisione era un calcolo. Ogni calcolo era una vita messa su un piatto, e un'altra vita messa sull'altro, e io che dovevo scegliere quale pesava di più. Triaging. Lo avevo studiato all'università, lo avevo praticato negli ultimi mesi durante le eruzioni minori, ma mai, mai come in quelle settimane. Mai con questa consapevolezza che ogni scelta era una condanna per qualcuno.
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Alle dieci e ventidue, morta una donna di sessantuno anni, Ragnhildur, ricoverata da tre giorni. Polmone sinistro collassato, pneumotorace che non avevamo fatto in tempo a drenare perché il chirurgo era in sala operatoria con un altro paziente che non ce l'ha fatta comunque. Scrissi l'ora. Firmai il certificato. Dissi all'infermiera di avvisare la famiglia. Non ebbi tempo di accompagnarla, perché già mi chiamavano dalla stanza 17.
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Alle undici e cinque, un uomo di quarantasei anni, senza nome perché era arrivato in ambulanza privo di documenti, morto durante il trasporto. Lo dichiarai in accettazione, dove lo avevano appoggiato su una barella perché non c'era posto altrove. Scrissi l'ora. Firmai. Mi chiesi per un secondo se avesse famiglia, chi lo stesse cercando. Non ebbi il tempo di chiedermelo più a lungo.
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Alle undici e quaranta, una bambina di sette anni, Hafdís. Asthma acuto, ipossia. La rianimammo per venti minuti. Il pediatra era in lacrime, ma non se ne accorse nessuno perché aveva la mascherina. Io no. Io non piansi. Chiusi gli occhi alla bambina quando finì, le lisciai i capelli biondi, sporchi di sudore, e dissi alla madre, che era in corridoio, che sua figlia era morta. La madre non gridò. Si sedette per terra, lentamente, come se le avessero tagliato i fili delle gambe, e non disse più una parola per tutto il tempo che rimase lì.
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Tornai al mio lavoro.
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A mezzogiorno avrei dovuto mangiare. Non mangiai. Bevvi un caffè tiepido da un bicchiere di plastica, in piedi, davanti alla macchinetta del terzo piano, con gli occhi fissi sul muro di fronte, dove un cartello diceva "Lavare le mani" in tre lingue. Lavai le mani. Le lavai di nuovo. Le lavai una terza volta, perché non sapevo più cosa fare con le mie mani quando non le usavo per curare o per chiudere gli occhi ai morti.
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Fu lì che mi trovò Hrefna.
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-Saga.-
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-Sì.-
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-Hai un minuto?-
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-No.-
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-Vieni lo stesso.-
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La seguii. Mi portò nella stanza del personale, quella piccola, con il divano sfondato e il frigorifero che non chiudeva bene. Seduta sul divano c'era una ragazza che non riconobbi subito. Poi capii: era Birna, una delle anestesiste più giovani, trentadue anni, brava, rapida, una di quelle che di solito non perdeva il controllo nemmeno sotto il fuoco.
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Stava piangendo. Non piangeva come piangono le persone nei film, con grazia. Piangeva come piangono le persone vere: la faccia rossa, gli occhi gonfi, il muco che le colava dal naso, le mani che tremavano così tanto che non riusciva a tenerle ferme. Tra le dita stringeva un bicchiere d'acqua che non aveva bevuto.
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-È successa una cosa.-disse Hrefna, piano.
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Mi avvicinai. Mi accucciai davanti a Birna. -Birna.-
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Lei alzò gli occhi su di me. -Saga.- La voce era rotta, irriconoscibile. -Saga, non ce la faccio.-
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-Cos'è successo?-
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-Il ragazzino. Stanza 9. - Si interruppe, deglutì, riprese. - Tredici anni. Sindrome di Down. Era stabile, era... doveva uscire oggi. E poi, mezz'ora fa, embolia. Così, senza preavviso. L'ho intubato, ho fatto tutto, tutto, ma... - Si coprì il viso con le mani. Il bicchiere cadde per terra, l'acqua si rovesciò sul linoleum. -Non ce l'ho fatta. Saga, aveva tredici anni. Aveva la faccia di un angelo. E io non ce l'ho fatta.-
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Le posai una mano sulla spalla. Sentii i muscoli di Birna che tremavano sotto il camice, come quelli di un animale piccolo e spaventato. -Birna. Ascoltami.-
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Lei scosse la testa. - Non ce la faccio più. Non ce la faccio. Sono tre settimane che non dormo più di tre ore per notte. Tre settimane che vedo morire la gente. Tre settimane che... - Si interruppe di nuovo, scossa dai singhiozzi. -Ieri ho sbagliato una dose. Me ne sono accorta in tempo. Ma se non me ne accorgevo? Se...-
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-Ti sei accorta in tempo. Questo è il punto. Sei una brava anestesista.-
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-Non sono una brava un cazzo.- disse, e la parolaccia le uscì così strozzata e così piena di dolore che non suonò come una bestemmia, suonò come una preghiera. - Sono una che sta cedendo. Come tutto il resto. Come l'ossigeno. Come i letti. Come i filtri. Come questo cazzo di ospedale. Come questo cazzo di paese.-
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Hrefna, dietro di me, non disse nulla. Si appoggiò allo stipite della porta e si coprì la bocca con la mano. Stava piangendo anche lei, in silenzio.
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Mi sedetti accanto a Birna. Le passai un braccio intorno alle spalle. -Ascoltami. Adesso tu vai a casa.-
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-Non posso. C'è la stanza 14 che ha bisogno...-
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-Me ne occupo io. Tu vai a casa. Dormi. Dodici ore. Non meno. E domani torni, e rifacciamo quello che facciamo tutti i giorni. Ma adesso vai.-
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Birna mi guardò. - Saga, tu non vai a casa da quanto?-
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Non risposi. Le strinsi la spalla. -Vai. - Lei annuì, si alzò, prese il suo giaccone dalla sedia, e uscì dalla stanza senza voltarsi. La sentii camminare nel corridoio, i passi che si allontanavano, e poi una porta che si chiudeva.
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Hrefna mi guardò. - Saga, anche tu...-
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- No. - Mi alzai. -Io no. Torno in corsia.-
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Alle due del pomeriggio, il telefono nella tasca del camice vibrò. Era un numero internazionale. Canada. Áróra.
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Esitai. Non potevo rispondere, non in quel momento, non con la stanza 14 che mi aspettava e una donna di settant'anni che rantolava nel letto e il figlio in corridoio che mi cercava con gli occhi. Ma era Áróra. Era mia sorella, incinta di sette mesi, in un paese straniero, sotto lo stesso cielo di cenere.
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Risposi. -Áróra.-
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La sua voce mi arrivò gracchiante, interrotta da scariche. - Saga? Saga, mi senti?-
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-Ti sento. Come stai?-
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-Bene. Sto bene. Ragnar è qui. Il bambino... — Una scarica. — ...tutto bene?-
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-Áróra, non ti sento bene. La linea...-
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-...mamma? Come sta mamma?-
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Chiusi gli occhi un istante. Mamma. Helga. A casa, nel mio appartamento, seduta sul divano con il tè freddo e la radio accesa, le tende chiuse, le mascherine sul tavolo, lo sguardo vuoto. L'avevo vista quella mattina alle sei, prima di uscire. Non aveva dormito. Lo sapevo dagli occhi.
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-Sta bene- dissi. -Sta bene, Áróra. Non preoccuparti.-
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-...Sì? Sicura? Saga, io...-
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Un'altra scarica. Poi il silenzio. La linea era caduta.
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Guardai il telefono. Schermo nero. Nessun segnale. Da qualche parte, in Canada, mia sorella stava richiamando, e io non potevo rispondere, perché qui, in Islanda, la rete non reggeva più, perché la cenere aveva coperto le antenne, perché il mondo si stava spegnendo pezzo per pezzo.
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Misi il telefono in tasca. Entrai nella stanza 14.
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Alle tre e diciassette, morto un uomo di ottant'anni che si chiamava Guðmundur e che aveva combattuto nella disputa del merluzzo, o almeno così mi disse l'infermiera, perché io non avevo tempo di ascoltare le storie dei vivi, figurarsi quelle dei morti.
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Alle quattro e zero cinque, morta una donna di quarantadue anni, incinta di sei mesi. Il feto era morto prima di lei. Lo dichiarai, e scrissi due certificati invece di uno, e quella fu la cosa più atroce che feci in tutto il giorno, scrivere due date di morte sulla stessa riga.
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Alle quattro e cinquanta, morto un ragazzo di ventiquattro anni, atleta, niente precedenti. Polmonite chimica fulminante. Era entrato in ospedale il giorno prima, camminando. Adesso era un lenzuolo.
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Alle cinque e trentadue, morta una donna di cui non seppi mai il nome, perché la cartella era andata persa nel trasferimento da un reparto all'altro, e nessuno in quel momento sapeva dirmi chi fosse. Era una donna anziana, con i capelli bianchi e un anello d'oro al dito. Scrissi "soggetto femminile, età presunta 70-75" sul modulo, e quella fu la cosa che mi spezzò qualcosa dentro, non la morte, perché di morti ne avevo visti tanti quel giorno, ma il fatto che non sapevo come si chiamasse, e che nessuno sarebbe venuto a cercarla, perché chiunque la conoscesse era probabilmente già morto anche lui, o sepolto sotto la cenere da qualche parte, o evacuato in un centro di accoglienza senza telefono, senza nome, senza niente.
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Alle sei meno un quarto, mi sedetti nella stanza dei medici. Per la prima volta in undici ore. Le gambe mi dolevano, la schiena mi doleva, gli occhi mi bruciavano sotto le lenti a contatto che avrei dovuto togliere da un pezzo. Sul tavolo c'era un panino mangiato a metà da qualcuno. Lo guardai. Non avevo fame. Non avevo sete. Non avevo niente.
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Pétur, l'infermiere di ventiquattro anni, quello di Jónas, mi portò un bicchiere d'acqua senza che glielo chiedessi. -Saga.-.
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- Sì.-
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-Sono cinque oggi. Più i due della notte. Sette in tutto, nel suo turno.-
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Sette. Lo disse come un dato, non come un'accusa. Ma io lo sentii come un'accusa, perché sapevo, in qualche parte di me che non avrei confessato a nessuno, che almeno tre di quei sette, in un ospedale normale, in un mondo normale, sarebbero sopravvissuti. Ma non eravamo in un mondo normale. Eravamo in un mondo dove la cenere entrava nei polmoni e nei polmoni restava, e i polmoni si riempivano di liquido e di tessuto morto, e noi non avevamo abbastanza respiratori, non abbastanza letti, non abbastanza infermieri, non abbastanza di niente.
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-Grazie, Pétur.-
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Lui annuì e uscì.
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Bevvi l'acqua. Posai il bicchiere. Mi alzai.
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Alle sette di sera, il mio turno sarebbe dovuto finire. Non finì. Restai perché il medico del turno di notte, un ragazzo di nome Snorri che aveva finito il tirocinio da sei mesi, mi chiamò dalla terapia intensiva con una voce che non aveva più nessuna professionalità, solo spavento, e mi disse che c'erano tre pazienti in arrivo dal sud, evacuati da un centro di accoglienza vicino a Hella, e che due erano bambini, e che non sapeva dove metterli.
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Andai. Li misi dove potei. Uno dei bambini morì durante il trasferimento dalla barella al letto. L'altro, una femmina di cinque anni con gli occhi neri e la tosse che le squassava il petto, la intubai io, perché Snorri aveva le mani che tremavano troppo. L'intubazione riuscì. La bambina respirava. La guardai, prima di uscire dalla stanza, e mi dissi: questa ce l'ha fatta. È una che ce l'ha fatta. E mi aggrappai a quel pensiero come a un'ancora, perché era l'unica cosa buona di tutta la giornata.
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Alle nove di sera, finalmente, uscii.
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Il parcheggio dell'ospedale era coperto di cenere. Una coltre grigia, di due centimetri, che scricchiolava sotto le mie scarpe come neve farinosa. Le auto erano sagome grigie. I lampioni, accesi, diffondevano una luce opaca, gialla, che faticava a passare attraverso l'aria densa. Il cielo, sopra, era rosso. Non il rosso del tramonto, che a Reykjavík in novembre non c'è più. Un rosso stabile, fisso, che veniva da sud-est, dal luogo dell'eruzione, e che illuminava la notte come un'alba perpetua che non si decideva mai a diventare giorno.
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Mi fermai un momento. Respirai. La mascherina FFP3 che indossavo filtrava la cenere, ma non l'odore: un odore acre, metallico, di zolfo e di bruciato, che sapevo mi si era depositato nei polmoni, nei capelli, nei vestiti, e che non sarebbe andato via nemmeno con la doccia.
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Aprii la macchina. Mi sedetti al posto di guida. Chiusi la portiera. Il silenzio, dentro, era quasi doloroso. Per undici ore ero stata immersa nel rumore dell'ospedale, e adesso il silenzio mi sembrava un vuoto, un'assenza, un buco.
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Appoggiai la fronte sul volante. Chiusi gli occhi. Vidi le mani di Jónas. Vidi i capelli di Hafdís. Vedi il volto della donna senza nome. Vidi la pancia della donna incinta di sei mesi, distesa, immobile, sotto il lenzuolo. Vidi gli occhi neri della bambina di cinque anni, prima che la intubassi.
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Li vidi tutti. Tutti e sette, in fila, come in un corridoio dell'ospedale, che mi guardavano senza dire niente, perché non c'era niente da dire.
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Pensai: domani tornerò. E dopodomani. E il giorno dopo ancora. E ogni giorno ci saranno altri Jónas, altre Hafdís, altre donne senza nome. E io farò quello che faccio, con le mie mani, con la mia competenza, con la mia corazza che si incrina e che ogni sera devo rimettere insieme con nastro adesivo e caffè. E un giorno, forse, la corazza non terrà più. E quel giorno, sarò io, su un letto, con le mani posate sul lenzuolo, e qualcun altro chiuderà gli occhi a me.
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Ma non oggi.
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Oggi era il primo novembre. Ognissanti. Il giorno dei morti.
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Misi in moto. Il motore tossì, poi partì. Accesi i fari, che fendevano la cenere sospesa come due coni di luce gialla. Uscii dal parcheggio. La strada era deserta. Le case, lungo la via, erano sagome scure con finestre illuminate di una luce che sembrava sott'acqua.
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Quando aprii la porta di casa, l'odore di tè freddo mi venne incontro. Helga era seduta sul divano, dove l'avevo lasciata la mattina. La radio era accesa, sintonizzata su RÚV, che trasmetteva il bollettino della Protezione Civile. La luce della lampada da tavolo le illuminava il viso, e io vidi che aveva pianto, perché aveva gli occhi rossi e le guance segnate. Non mi chiese com'era andata. Lo sapeva. Lo sapeva senza che io dicessi una parola, perché Helga era una donna che aveva seppellito un marito e mandato via una figlia, e sapeva riconoscere il volto di chi torna da un giorno di morti.
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-Mamma.-dissi.
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-Saga.-
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Mi sedetti accanto a lei. Non la abbracciai, perché ero piena di cenere e di ospedale, e non volevo sporcarla. Ma le presi la mano, e lei me la strinse, e restammo così, in silenzio, mentre la radio parlava e la cenere cadeva fuori dalla finestra e il cielo rosso non tramontava mai.
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Non le dissi dei sette. Non le dissi di Hafdís. Non le dissi della donna senza nome. Non le dissi che la mia collega Birna era crollata e che domani, forse, sarebbe toccato a me. Non le dissi che avevo paura.
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Le dissi solo: -Domani vado prima.- E lei annuì, e mi tenne la mano, e fuori, nella notte di Reykjavík, il mondo continuava a bruciare.
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