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Gimli, Manitoba, 7 ottobre 2029
La porta si aprì e il freddo del mattino entrò in cucina prima di me.
Lo sentii sulle guance, sulle mani, sul dorso del naso, prima ancora di varcare la soglia. Poi fui dentro, con la sacca di cuoio su una spalla, la busta della spesa nell'altra, e l'occhio sinistro che pulsava a ogni battito del cuore come un secondo cuore, più piccolo e cattivo, piantato nello zigomo.
Áróra era in piedi davanti al fornello. Sentii l'odore del tè prima di vederla, e poi la luce fredda del mattino che le cadeva addosso dalla finestra, e poi il suo sguardo che scendeva dalla mia faccia alla sacca, dalla sacca alla busta, dalla busta di nuovo alla faccia. Non disse nulla. Posò la tazza. Incrociò le braccia sul ventre.
- Ragnar.-
- Lo so.-
-Fammi vedere.-
- Non è niente.-
- Ragnar.-
Appoggiare la busta e la sacca sul tavolo fu un'operazione lenta, perché volevo guadagnare tempo. Non per la vergogna. Perché sapevo che appena le avessi mostrato l'occhio, sarebbe cominciata una conversazione che non volevo fare alle sette del mattino. Ma Áróra non era il tipo di donna a cui potevi dire non ora. Non ora, con lei, significava adesso.
Mi voltai. Lei si avvicinò, mi prese il mento con due dita, lo girò verso la luce. Sentii il suo pollice freddo sulla mascella. Studiò il livido in silenzio, l'angolo della bocca stretto, gli occhi che diventavano due fessure.
- Chi?-
- Un tizio al supermercato.-
- Per cosa?-
- Pasta.-
Chiuse gli occhi un istante. Quando li riaprì, c'era qualcosa di peggio della rabbia. C'era la stanchezza di chi ha passato una vita a guardare uomini che si picchiano per cose che un tempo erano scontate.
- L'ultimo pacco?-
- L'ultimo pacco.-
-E tu?-
- Io l'ho preso prima.-
- E lui?-
- Lui ha pensato che fosse suo.-
-E allora?-
- E allora abbiamo discusso.-
- E allora?
- E allora discuteva meglio con i pugni che con le parole.-
Lasciò andare il mento. Si voltò verso il tavolo, verso la busta della spesa, e cominciò a tirare fuori le cose in silenzio. Latte in polvere. Due scatole di fiammiferi. Un pacco di riso, uno solo, perché il limite era uno a persona per i cereali alternativi. Tre barattoli di pomodori pelati. Un chilo di farina. Due lattine di tonno. Una bottiglia di cloro per disinfettare l'acqua. Nient'altro. La busta era mezza vuota, e io avevo speso quello che un anno prima mi sarebbe bastato per una settimana di cibo per quattro.
Áróra dispose tutto sul tavolo con una cura quasi liturgica, come se fosse un'infermiera che sistema gli strumenti prima di un'operazione. Poi si fermò. Guardò la sacca di cuoio. Non la toccò.
- Cos'è?-
- Roba.-
- Ragnar.-
- Roba che ho preso per noi.-
La sua mano indugiò sul cuoio senza aprirlo. Sapevo che non l'avrebbe aperta da sola. Era una di quelle donne che non entrano nei tuoi segreti senza permesso, anche quando quei segreti sono sul tavolo della loro cucina.18Please respect copyright.PENANAaVR9IYBDVw
- Aprila.- dissi.
La aprì. Vidi il momento esatto in cui capì. Le dita le si fermarono sulla prima scatola, quella piatta, di cartone oftenato, con il marchio di una ditta di Winnipeg. Spostò il lembo di stoffa. Vide le altre. Vide i due coltelli a serramanico, con il manico nero di gomma, avvolti in uno straccio. Li guardò come si guardano le cose che si sperava di non dover mai vedere in casa propria.
- Pallottole. - disse. Non era una domanda.
- Calibro 9. Due scatole.-
-E i coltelli?-
- Uno per te. Uno per me.-
-E la pistola?-
Alzai gli occhi. Non le avevo detto della pistola. Non le avevo detto niente della pistola, perché l'avevo comprata il due di ottobre, tre giorni dopo la conferenza stampa di Reykjavík, tre giorni dopo che quella donna, Sigrún Hreinsdóttir, aveva detto davanti alle telecamere di tutto il mondo che nessuno sarebbe stato risparmiato. Tre giorni dopo che io, in questo paese straniero, davanti a un televisore vecchio nel bar di Gimli, avevo sentito qualcosa di freddo scendermi lungo la schiena, qualcosa che non era paura. Istinto.
- Come lo sai?-
- Perché ti conosco. - Si sedette sulla sedia, lentamente, con quella maniera che aveva adesso di abbassarsi appoggiando una mano al tavolo, come se il ventre fosse un peso da gestire con dignità. - E perché la scorsa settimana hai tolto quaranta dollari dal vaso senza dirlo. E perché quando sei tornato dal bagno quella sera avevi quell'odore di olio da arma sulle dita, e lo stesso silenzio negli occhi che hai adesso.-
Non risposi. Andai al mobile sotto il lavandino, tirai fuori la cassetta degli attrezzi, e da dietro il compensato dove l'avevo nascosta presi la scatola di plastica nera. La appoggiai sul tavolo, accanto alla sacca. Áróra non la toccò.
- È una Glock 19 - dissi. - Usata. L'ho presa da un uomo di Selkirk che vende roba del genere. Mi sono fatto spiegare come si carica, come si mette la sicura, come si smonta per pulirla.-
- Lo sento, l'odore.-
- Sì.-
-E adesso le pallottole.-
- Sì.-
Silenzio. Fuori, un corvo gracchiò. Il lago, oltre i pioppi, era una lastra di piombo. Il sole non era ancora sorto del tutto, e il cielo aveva quel colore lattiginoso, terso, che aveva da giorni e che nessuno di noi due sapeva ancora nominare.
- Ragnar .- disse Áróra. La voce era bassa, senza rimprovero, senza paura. Quella voce che usava quando una cosa era già successa e non c'era più modo di far finta che non fosse successa. -Tu non hai mai tenuto un'arma in mano. -
- Lo so.-
- E adesso hai una pistola, due coltelli, e pallottole per una settimana di guerra.-
- Sì.-
- Perché?-
Mi sedetti di fronte a lei. Appoggiai le mani sul tavolo, i palmi in giù, perché volevo che vedesse che non tremavano, anche se dentro tremavano.
- Perché il mondo sta per cambiare -
- Lo sai per certo?-
-Lo so. Lo so perché ho visto la gente al supermercato. Lo so perché ho preso un pugno in faccia per un pacco di pasta. Lo so perché da tre settimane, per comprare qualcosa devo scansionare un'app governativa che mi conta ogni scatola, ogni barattolo, ogni pacchetto, come se fossi un bambino sorvegliato dalla maestra. Lo so perché le grandi aziende non producono più il cibo di prima: producono solo quello che dura, quello che non marcisce, quello che ti tiene in vita ma non ti fa vivere. E lo so perché... - Mi fermai. - Lo so perché tu sei incinta di sette mesi, e a dicembre partorirai in una casa di legno a quaranta sottozero, con un lago gelato fuori, un ospedale a un'ora di strada se la strada è aperta, e un mondo che si sta scurendo sopra la testa.-
Áróra non disse nulla per un lungo momento. Poi allungò una mano e la posò sopra la mia. La sua mano era calda. La mia era fredda. Le dita di lei strinsero appena.
- Va bene.- disse. - Va bene.-
Non disse altro. Non mi chiese di buttare la pistola, non mi chiese di riportare indietro i coltelli, non mi chiese se ero impazzito. Disse va bene, due volte, come si chiude una porta che non si può più tenere aperta.
Mi alzai. Rimisi la pistola nel suo nascondiglio. Portai la sacca in camera, la spinsi sotto il letto, nell'angolo dove tenevamo le coperte pesanti.
Tornai in cucina. Áróra aveva acceso la radio. La voce di un giornalista della CBC parlava di nuove restrizioni sulle transazioni in contanti nelle province atlantiche, di gruppi di lavoro federali per la "gestione dell'aerosol atmosferico", di consigli ai cittadini di non uscire all'aperto nelle ore centrali del giorno nei territori già raggiunti dalla nebbia secca. La voce era quella civile, controllata, di chi legge un copione preparato per non far paura a nessuno.
Áróra spense. - Mangiamo qualcosa.- disse.
Mangiammo pane nero con burro e marmellata, in silenzio, e fuori la luce del mattino saliva lenta senza mai decidersi a diventare giorno.
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Nel pomeriggio uscimmo.
Lo facevamo raramente in quei giorni, perché io lavoravo al molo quando c'era lavoro, e lei stava in casa perché il freddo le induriva la schiena e il bambino scalciava di più quando camminava. Ma quel giorno il cielo era quasi sereno, e l'aria, sebbene fredda, era calma, e Áróra disse che aveva bisogno di camminare, che se restava ancora un'ora in quella casa avrebbe cominciato a parlare da sola.
Indossai il giaccone, il berretto verde, i guanti. L'aiutai con il suo, quello lungo, di lana, che le andava largo sulle spalle ma le copriva la pancia. Le allacciai gli stivali perché non riusciva a chinarsi abbastanza, e lei me lo lasciò fare senza dire nulla, con quella pazienza un po' ironica che aveva imparato ad avere con il proprio corpo.
Camminammo lungo la strada sterrata che portava al lago. I pioppi erano spogli. Le foglie cadute formavano uno strato color ruggine sul terreno, e ogni passo le faceva scricchiolare. L'odore dell'autunno canadese era diverso da quello islandese: più dolce, più marcio, meno vento. Un odore di decomposizione lenta, come se la terra si stesse spegnendo per gradi.
Áróra camminava piano, una mano sul ventre, l'altra infilata nel mio braccio. Ogni tanto si fermava, prendeva fiato, riprendeva. Non parlavamo. C'era un silenzio tra noi che non era vuoto: era il silenzio di due persone che sanno cosa si devono dire e stanno solo scegliendo il momento.
Quando arrivammo alla riva del lago, ci fermammo. L'acqua era ferma. Non gelata ancora, ma vicina. Una pellicola di brina copriva i canneti lungo la sponda. In lontananza, una barca da pesca rientrava lenta al molo, il motore diesel che tossiva nell'aria immobile.
Áróra alzò lo sguardo al cielo.
- È strano.- disse.
-Cosa.-
- Il cielo. È terso, ma non è limpido. Non si vedono le nuvole, ma non si vede nemmeno il blu. È come se ci fosse un vetro smerigliato sopra di noi.-
Guardai anch'io. Aveva ragione. Era così da settimane, ma vederlo detto da lei, con quelle parole, lo faceva sembrare più vero. Il cielo era di un azzurro lattiginoso, sbiadito, come una fotografia lasciata al sole. Il sole stesso, quando lo guardavo di sbieco, era un disco bianco, senza contorni netti, come se qualcuno lo avesse coperto con un foglio di carta oleata.
-Sono gli aerosol— dissi.
-Lo so.
- L'hanno detto ieri alla radio. La nebbia secca dell'eruzione è arrivata in Europa, è già densa. Londra, Parigi, Roma, Berlino. A Milano, dicono, il sole si vede a malapena. A Vienna hanno chiuso gli aeroporti. In Polonia hanno registrato i primi morti respiratori. E adesso è arrivato anche qui. Nel Nord America. Sopra le pianure, sopra i Grandi Laghi. Non densa come in Europa, ma c'è.18Please respect copyright.PENANAJNFJwyflzi
Áróra annuì. Non era sorpresa. Non era una donna che si sorprendeva più di nulla, dopo Selfoss.
- Quanto durerà?-
- I geologi dicono mesi. Sei, otto, forse di più. Finché l'eruzione islandese non smette di buttare zolfo. E nessuno sa quando smetterà. Senza contare gli effetti di lungo termine dei solfati e della cenere nell'atmosfera.-18Please respect copyright.PENANAdSoxyHPWsQ
- E l'inverno?18Please respect copyright.PENANAlwEBBBPeqk
- L'inverno sarà... - Mi fermai. Cercai la parola giusta. - L'inverno sarà storico.-
Lei si voltò a guardarmi. I suoi occhi, uno verde come l'erba d'estate, l'altro metà castano e metà azzurro, erano fermi, senza paura ma con quella gravità che avevo imparato a riconoscere. Era lo sguardo di chi ha già perso un padre, una terra, una vita, e sta decidendo se può permettersi di perdere ancora.
- Storico come?-
-Storico come il 1783, dopo Laki. Quello che i libri chiamarono l'inverno senza fine. Nebbia secca per mesi, fiumi gelati fino a marzo, gente che moriva di fame nelle case. In Islanda morì un quarto della popolazione. In Europa morirono milioni, di freddo, di fame, di polmoni che non riuscivano più a respirare. E adesso... - Mi fermai di nuovo. Il corvo gracchiò ancora, lontano. - Adesso l'eruzione è più grossa di Laki. Lo dicono i dati. Lo dice quella donna, la Hreinsdóttir. Lo dice il cielo sopra di noi.-
-E qui?-
- Qui sarà freddo. Molto freddo. Il Manitoba è già freddo di suo, ma con il sole coperto da quello strato, con le temperature che scenderanno più in fretta perché c'è meno luce, con la neve che arriverà prima e se ne andrà più tardi... Sarà un inverno da quaranta sotto, forse di più, per settimane. Il lago gelerà tutto, non solo la riva. Le strade chiuderanno. Il cibo diventerà caro, quello che ci sarà. La legna... dobbiamo averne molta di più di quanta ne abbiamo. E l'acqua, dobbiamo pensarci, perché i tubi geleranno, e il pozzo potrebbe smettere di funzionare.-
-E il bambino?-
Guardai il suo ventre. Sotto il giaccone, la curva era visibile, tonda, viva. Una vita che cresceva mentre tutto il resto sembrava volersi spegnere.
- Il bambino nasce a dicembre -dissi. -Nel mese più buio. Nel mese più freddo. - Mi fermai. -Áróra, ho paura.-18Please respect copyright.PENANApzQGrJEYng
Lo dissi così, senza preparazione, senza preambolo, senza la corazza che di solito mi mettevo quando parlavo con lei. Lo dissi perché eravamo lì, sulla riva di un lago canadese, sotto un cielo di vetro, con un corvo che gracchiava e una barca che tossiva in lontananza, e perché non c'era più tempo per le bugie coraggiose.
- Ho paura per te. Ho paura per lui. Ho paura di non riuscire a scaldarvi, di non riuscire a darvi da mangiare, di non riuscire a proteggervi se la gente diventa... come quell'uomo al supermercato. Ho paura che l'inverno sia più lungo di noi, più forte di noi, più cattivo di noi. Ho paura di essere qui, in un paese che non è il mio, con una lingua che parlo male, con un lavoro che non è sicuro, con una pistola che non so usare bene, e di dover essere quello che vi tiene in vita. Ho paura di non bastare.-
Áróra non rispose subito. Si voltò verso il lago. Il vento, leggero, le spostò una ciocca di capelli color rame sulla guancia. Se la tirò indietro con un gesto lento.
- Lo so - disse. - Ho paura anch'io.-
- Tu non lo dici mai.-
- No. Non lo dico. Perché se lo diciamo tutti e due, allora diventa vero due volte. E una volta basta.-
Sorrisi, un sorriso storto che mi fece male all'occhio. - Sei islandese fino al midollo.-
-E tu sei un islandese che fa finta di non esserlo.-
Restammo in silenzio per un po'. La barca in lontananza raggiunse il molo. Un uomo scese, legò la cima, si accese una sigaretta. Il fumo salì dritto, senza vento a portarlo via, e restò sospeso nell'aria come un fantasma sottile.
- Il nome - disse Áróra, a un tratto.18Please respect copyright.PENANAe1nJfO2MC3
-Quale nome?-
- Del bambino.-
Mi voltai. Non me l'aspettavo, non in quel momento, non dopo quella conversazione. Ma forse era il momento giusto, forse era l'unico momento possibile, perché quando hai detto tutto ciò che ti faceva paura, l'unica cosa che resta da dire è ciò che ti fa sperare.
- Ci ho pensato - dissi. - Se è maschio... se è maschio, mi piacerebbe Einar.-
Lei chiuse gli occhi. Il nome di suo padre. Il nome dell'uomo che era morto a Selfoss, con i polmoni pieni di cenere, stringendole la mano. Il nome che non avevamo ancora pronunciato ad alta voce in casa, perché era ancora troppo presto, perché faceva ancora troppo male.
- Einar - ripeté lei, piano, come se assaggiasse la parola.
- Se vuoi.-
- Sì. Se è maschio. Einar.-
- E se è femmina?-
Sorrise. Un sorriso piccolo, fragile, che le incurvò appena le labbra. - Se è femmina, ho pensato a un nome. Ma non te lo dico ancora.-
- Perché?-
— Perché i nomi delle femmine si dicono solo quando si è sicure. Quelli dei maschi si possono dire anche con il dubbio.-
Risi, una risata breve, che mi tirò lo zigomo. - È una regola islandese?-
-È una regola mia.-
Il sole, dietro il vetro smerigliato del cielo, era alto adesso, e la sua luce era fredda, bianca, senza ombre. Sembrava la luce di un altro pianeta, di un inverno che non era ancora cominciato ma che già si annunciava in ogni cosa: nei pioppi spogli, nella brina sui canneti, nel silenzio del lago, nel fumo dritto della sigaretta di quell'uomo lontano, nella voce di Áróra che diceva un nome morto e un nome non ancora nato.
- Cosa pensi che succederà? - chiese lei, alla fine.18Please respect copyright.PENANAw1dWzpGwVX
- In che senso?-
- In tutti i sensi. Cosa pensi che succederà quest'inverno. Cosa pensi che succederà dopo. Cosa pensi che diventeremo.-
Guardai il lago. Guardai il cielo. Guardai le mie mani, rosse dal freddo, screpolate, con le unghie ancora nere di grasso del motore del peschereccio di Halldór.
- Penso che l'inverno ci prenderà tutto ciò che non siamo riusciti a tenere - dissi.- Penso che la nebbia secca non se ne andrà fino a primavera inoltrata, e che anche quando se ne andrà, il sole non sarà lo stesso per anni. Penso che il cibo diventerà la cosa più importante, più della luce, più del caldo, più dell'amore. Penso che la gente si dimenticherà di essere civile molto prima di quanto crediamo, perché la civiltà è un lusso che si regge sulla pancia piena, e quando la pancia si svuota, la civiltà se ne va in fretta.-
Áróra mi strinse il braccio. Non disse nulla. Non ce n'era bisogno. La sua mano, attraverso la manica del giaccone, era calda, e quel calore era l'unica cosa vera in quel pomeriggio di ottobre, sotto un cielo di vetro, sopra un lago che stava per chiudersi.
Tornammo indietro lentamente. La casa era visibile in fondo alla strada, piccola, di legno chiaro, con il comignolo che non fumava ancora.
Quando fummo sulla soglia, Áróra si fermò. Si voltò verso di me, si alzò sulla punta dei piedi, e mi baciò lo zigomo viola. Un bacio leggero, freddo, che sapeva di vento e di pane nero.
- Einar - sussurrò. - Se è maschio.-
- Einar - ripetei io.18Please respect copyright.PENANAeYhgA0PUwB
Entrammo in casa. La porta si chiuse alle nostre spalle con un suono secco, e il freddo del mattino, quello che era entrato in cucina prima di me ore prima, era ancora lì, ad aspettarci.
Non se ne sarebbe andato tanto presto.18Please respect copyright.PENANAtTaafMMifH


