Corbeni, Moldavia, 5 ottobre 2029
La notizia me la diede il telefono, alle sei del mattino, con quella luce fredda che ti entra negli occhi prima ancora che tu abbia deciso di essere sveglio.
Ira aveva pianto fino alle tre. Yelena si era alzata tre volte per allattarla, io una volta per cambiarla e per camminare con lei in braccio lungo il corridoio, pestando le assi con i calzini per non far rumore. Alla fine si era addormentata contro il mio petto, con quella boccuccia aperta e il respiro sottile, da uccellino. L'avevo rimessa nella culla di legno che un falegname del villaggio ci aveva venduto per pochi Lei (moneta moldava), e mi ero steso accanto a Yelena senza svegliarla. Ma il sonno non era tornato.22Please respect copyright.PENANAc6l0zCrKWs
Mi ero alzato. Avevo acceso il telefono. Era una cosa che non avrei dovuto fare. Lo sapevo. Lo sapevo dal giorno prima, da quando avevo visto i primi titoli. Ma la mano era andata da sola.
Sullo schermo, le notizie si accavallavano come onde di un mare che nessuno stava fermando.
"ISLANDA, ERUZIONE STORICA. EMERGENZA NAZIONALE."22Please respect copyright.PENANAvirDs5pFpM
"REYKJAVÍK: CENERE SUL SUD, EVACUAZIONI DI MASSA."22Please respect copyright.PENANACXCmGDDzzI
"LAKI 1783 SUPERATO? GLI SCIENZIATI NON ESCLUDONO UN EVENTO DI LUNGA DURATA."22Please respect copyright.PENANAGXoBzw3DJd
"VOLI: BRUXELLES CAUTELARE, NESSUNA CHIUSURA PER ORA SULL'EUROPA."
Cliccai sul video della conferenza stampa. Una donna, capelli chiari tirati indietro, occhiali, completo nero, parlava davanti a un microfono con voce controllata. La didascalia diceva Sigrún Hreinsdóttir, geofisica. Dietro di lei, uno schermo mostrava immagini che sembravano girate su un altro pianeta: fontane di lava alte ottocento metri, fulmini dentro colonne di cenere, fiumi di fuoco che mangiavano la notte islandese.
«…colate basaltiche a dieci chilometri orari… pennacchio in stratosfera… anidride solforosa in crescita… significativa perturbazione climatica…»
Mi fermai su quella parola. -Perturbazione climatica.- La ripetei a bassa voce, in cucina, mentre fuori un gallo cominciava a cantare. Era una parola da scienziati, una parola pulita, ma dentro quella parola c'era qualcosa che sapevo riconoscere. L'inverno che avevamo passato a Milano. La neve grigia. La cenere che si mischiava al fango dei marciapiedi. I termosifoni che morivano a novembre, il pane che costava il doppio a gennaio. Quella era stata una "perturbazione". Un assaggio.22Please respect copyright.PENANA000PcSGcxn
Questa era un'altra cosa. Lo sapevo senza aver bisogno di capire i numeri. Lo sapevo dal viso di quella donna, dalla mano che le tremava dietro la schiena, dalla voce che si incrinava quando aveva detto "nessuno sarà risparmiato".22Please respect copyright.PENANA7lhucEKYUX
Chiusi il telefono. Lo appoggiai sul tavolo a faccia in giù, come se bastasse girarlo per spegnere anche quello che c'era dentro.
Fuori dalla finestra, il cortile era grigio di luce. La catasta di legna che avevo costruito in luglio era ancora lì, solida, ordinata, ma non mi dava più la stessa pace. Era solo legno. Tanto legno. Non bastava.
Mi alzai, mi versai un bicchiere d'acqua, lo bevvi lentamente. Poi aprii la porta di casa e uscii sul portico scalzo, con la maglietta della notte e i pantaloni della tuta.
L'aria di ottobre a Corbeni sapeva di foglie marce, di fumo di legna lontano, di terra umida. Era un'aria buona, un'aria che a Milano avrei pagato per respirare. Ma quel mattino mi sembrava solo aria. Aria che circolava, aria che sarebbe continuata a circolare anche quando sopra di essa, a migliaia di chilometri, il mondo si stava squarciando.
Mi avvicinai alla recinzione.
Da sei giorni ci lavoravo. Da sei giorni mi alzavo prima dell'alba, mangiavo un pezzo di pane, bevevo un caffè, e uscivo con i guanti, il martello, i chiodi, la pinza. I pali vecchi, quelli che il padre di Yelena aveva piantato trent'anni prima, marcivano alla base. Li avevo sostituiti uno alla volta, tagliando i tronchi nuovi nel boschetto dietro il fienile, scortecciandoli con l'ascia, interrandoli a mezzo metro con pietre e terra battuta a fare da contrappeso. Le maglie della rete, arrugginite, le avevo rappezzate con filo di ferro nuovo, doppio giro a ogni buco. E poi, due giorni prima, ero andato fino a Fălticeni con il furgoncino di Dragoș, il contadino del meleto, e avevo comprato due rotoli di filo spinato. Li avevo pagati cari. Troppo cari. Il ferramenta mi aveva guardato con quell'aria che hanno qui gli uomini quando capiscono che uno straniero ha paura di qualcosa che loro non hanno ancora visto.22Please respect copyright.PENANAvzR9wd7rlN
-Ce faci, italià?- mi aveva chiesto. -Te apuci de război?-Che fai, italiano, ti prepari per la guerra?22Please respect copyright.PENANAoAv8W5DGNm
Avevo sorriso, un sorriso storto, e avevo pagato senza rispondere. Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo nemmeno io cosa stavo facendo. Sapevo solo che da giorni mi svegliavo con un peso sul petto, e che quel peso aveva la forma di un'inquietudine che non avevo parole per nominare.
Quella mattina, davanti alla recinzione finita, con il filo spinato, capii finalmente cosa stavo facendo. Stavo chiudendo. Stavo chiudendo noi dentro. Stavo chiudendo gli altri fuori. Era un gesto da animale, da contadino dei secoli scorsi, da uomo che sa che quando il cielo si scurisce la prima minaccia non viene dal cielo. Viene dalla strada. Da quelli che non hanno preparato. Da quelli che hanno fame e freddo e paura, e che a un certo punto, semplicemente, smettono di essere educati.22Please respect copyright.PENANAIgtkhc9cOl
Rientrai in casa senza far rumore. Yelena era seduta sul bordo del letto, Ira al seno, gli occhi bassi, i capelli scuri raccolti male. Mi guardò. Non disse nulla. Ma anche lei aveva quello sguardo, quello di chi ha dormito poco e sognato peggio.
- Hai visto? - disse.22Please respect copyright.PENANAJ2ep6ULQ2g
-Sì.-
-Quanto è grossa?-
- Molto. Così dicono.-
Silenzio. Ira poppava, un rumore piccolo, vorace, che in altri momenti mi avrebbe strizzato il cuore. Quel mattino mi stringeva solo la gola.
- Qui non è ancora successo niente - dissi, cercando di tenermi aggrappato a quel fatto. - In Europa niente. Nessun volo cancellato. Nessuna cenere. Le foto del cielo di ieri erano normali.-
Yelena alzò gli occhi. Erano lucidi, ma asciutti.- Lo so. - Spostò Ira dall'altro seno, con un gesto lento.-Ma lo sai anche tu che non resta così.-
Lo sapevo. Lo sapevo perché l'avevo già vissuto.
- L'inverno qui - dissi, e mi fermai. - L'inverno qui non è come a Milano.-
- No - disse lei. - È peggio.-
Lo disse senza enfasi. Senza pietà per se stessa. Lo disse come si dice che il pane è finito, che la legna è bagnata, che il tetto perde. Un dato. Un fatto. Yelena era nata in questa casa, aveva passato i primi diciotto anni della sua vita con un generatore che partiva quando il vento era forte, con la stufa che dovevi caricare quattro volte al giorno se non volevi trovare i bicchieri congelati al mattino, con la neve che chiudeva la strada per settimane. Lo sapeva meglio di me, cosa voleva dire un inverno a Corbeni. E adesso aveva una neonata al seno, una madre sottoterra da mesi, un padre appeso al muro in una cornice di legno scuro, e un uomo accanto che fino a un anno prima portava vassoi in un ristorante sui Navigli.
- Ce la faremo.- dissi. Lo dissi per lei, non per me. Lo dissi perché qualcuno doveva dirlo, e perché la bugia detta a voce alta, alle sei del mattino, in una cucina fredda, con una neonata che poppa, è l'unica cosa che tiene insieme le assi del mondo.22Please respect copyright.PENANAZWEkC9pt7K
Yelena non rispose. Mi guardò, e nel suo sguardo c'era qualcosa che non le avevo mai visto. Non paura. Paura l'avevamo avuta sempre. Era qualcosa di più rassegnato. Era lo sguardo di chi ha già visto cosa può fare il freddo a una casa che non è pronta, e sa che questa volta non basterà la legna, non basterà il filo spinato, non basterà la buonanotte detta a voce alta.22Please respect copyright.PENANABCjbwfJdwE
Mi venne vicino. Mi posò una mano sul braccio. -Alex.-
-Dimmi.-
- Se viene giù tutto… se davvero viene giù tutto…-
Non finì la frase. Non ce n'era bisogno.
Annuii. -Lo so.-
Ma in quel momento, mentre annuivo, mi tornò in mente una cosa. Una cosa che avevo visto mesi prima, una delle prime sere che ero arrivato qui. Ero salito in soffitta con la scala a pioli, spinto solo da quella smania che hanno gli insonni di scoprire i luoghi bui. Avevo acceso la torcia del telefono. Tra le vecchie sedie sfondate, i bauli di legno, i vestiti ammucchiati che sapevano di naftalina, c'era un fucile.22Please respect copyright.PENANA8kmVkKtyv3
Appoggiato alla trave maestra, avvolto in uno straccio oleato, con la canna verso il basso. Non un fucile da caccia fine. Un fucile lungo, pesante, con il calcio di legno scurito dall'uso, il metallo opaco. Di quelli che da queste parti i padri tengono per i cinghiali, per le volpi, per le sere in cui la strada è troppo lunga per chiamare la polizia e il cane abbaia contro qualcosa che non è un altro cane.
Il padre di Yelena era stato un uomo di silenzio e di lavoro. Non ne parlava quasi mai. Ma il fucile era lì, e la sua presenza diceva tutto ciò che la sua bocca non aveva detto.
Non l'avevo toccato, quella sera. Mi era sembrato un confine. Una cosa che non mi apparteneva, in una casa che non era ancora mia.
Adesso, in cucina, con la voce di quella scienziata islandese ancora nella testa e la mano di Yelena sul braccio, quel confine mi sembrò un lusso che non potevamo più permetterci.
-Vado in soffitta.- dissi.22Please respect copyright.PENANAzoEdyJWR56
Yelena mi guardò. Non chiese perché. Forse lo sapeva. Forse l'aveva sempre saputo, che c'era, e che prima o poi qualcuno sarebbe dovuto salire a prenderlo.22Please respect copyright.PENANAXBJq8W7xNi
Annuii.
La scala a pioli era dietro la porta del corridoio, appoggiata al muro. La presi, la trascinai sotto la botola. Aprii con una spinta. Caddero fiocchi di polvere. Mi arrampicai.22Please respect copyright.PENANAkhPsVefXRV
Lassù l'aria era ferma, densa, con un odore di vecchio che ti si appiccicava alla gola. Accesi la torcia. Il fucile era dove lo ricordavo, appoggiato alla trave, lo straccio oleato un po' scivolato. Lo presi. Pesava più di quanto credessi. Il legno del calcio era liscio per l'uso, consumato in corrispondenza della guancia, della spalla, del pollice. C'era un'incisione piccola, quasi invisibile, sul metallo della base: due lettere in cirillico. Le iniziali del padre di Yelena. Non le lessi ad alta voce. Le passai solo il polpastrello sopra, una volta, come si saluta un morto.22Please respect copyright.PENANAv3YWOPh6f3
Scesi lentamente, un piolo alla volta, il fucile stretto sotto il braccio, l'altra mano aggrappata alla scala. Quando toccai il pavimento del corridoio, il legno scricchiolò sotto il mio peso.
Portai il fucile in cucina. Lo appoggiai sul tavolo, ancora avvolto nello straccio. Yelena lo guardò. Ira si era addormentata al seno, la boccuccia aperta, un filo di latte sul mento.
-Non so sparare.- dissi. -Lo so.- disse lei. -Ti insegno io.-
Fuori, il gallo cantò di nuovo. La luce del mattino entrava dalla finestra, fredda, uguale a prima, indifferente. Ma qualcosa era cambiato. Sotto il tavolo, tra le pieghe dello straccio oleato, c'era un peso di trent'anni, che un padre aveva lasciato a una figlia, e che la figlia adesso passava a un uomo venuto da fuori, perché imparasse a usarlo prima che l'inverno arrivasse.22Please respect copyright.PENANAiMx7L317Ba


