Mi svegliai con un peso caldo sul petto. La luce del mattino filtrava attraverso le fessure delle persiane, disegnando strisce dorate sul corpo di Elita che dormiva accanto a me.
Il suo respiro regolare mi sfiorava la pelle, ma qualcosa mi diceva che non fosse così addormentata come sembrava.
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Il telefono vibrò sul comodino.
Prima ancora che potessi muovermi, sentii Elita irrigidirsi.
Quelle ciglia lunghe si sollevarono, rivelando occhi troppo lucidi per essere appena aperti.
-È Kayla.-, disse con voce roca.
Sbattei le palpebre. -Come...-
-Il tuo respiro è cambiato.- Si sollevò su un gomito, i capelli neri che le ricadevano sul seno nudo. «E hai fatto quella smorfia. Quella che fai quando sei contrariato.-
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Il telefono vibrò di nuovo. Elita non lo guardò, ma vidi le sue dita contrarsi leggermente sul lenzuolo.
Allungai la mano, sentendo la schiena scricchiolare.
Lo schermo illuminato mostrava il nome che non volevo vedere:
Kayla Stevens.
L'unica che poteva scrivermi a quest'ora.
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Un messaggio. Poi due. Poi tre notifiche di Instagram.
-Non devi spiegare.-, mormorò Elita, scivolando fuori dal letto con la grazia di un felino. La osservai mentre si stirava, la luce del mattino che scolpiva ogni curva del suo corpo, ogni ombra tra i fianchi.
Aprii il messaggio:
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<<Ehi. Ho sentito che ti sei fatto una nuova troietta. Parliamo?>>
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Le parole mi bruciarono gli occhi. Mi passai una mano sulla bocca, sentendo il retrogusto amaro della rabbia. Kayla. La regina del dramma, la manipolatrice seriale. Quella che mi aveva lasciato piangere sul pavimento del bagno dopo avermi scoperto a messaggiare con un'amica. Quella che era tornata tre giorni dopo, portandosi dietro un livido sul collo che non era il mio.
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-Non risponderò.-, dissi gettando il telefono sul comodino.
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Elita si voltò, avvolgendosi in un asciugamano. -Non devi giustificarti con me.-
-Non mi giustifico. È tossica. Finita.-
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Ma mentre mi alzavo per raggiungerla, il telefono vibrò di nuovo.
Questa volta era un'immagine: Kayla in bikini, la lingua tra i denti, la didascalia: <<Ti ricordi come sapevo muovermi, vero?>>
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Chiusi gli occhi. Il desiderio e la rabbia si scontrarono nella mia pancia, lasciandomi nauseato. Quando li riaprii, Elita mi fissava dall'altra parte della stanza, e per la prima volta vidi qualcosa di nuovo in quegli occhi glaciali: una fiamma nera.
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-L'hai desiderata morta.- sussurrò Elita. Non era una domanda.
Trasalii. -No, che diavolo...-
-Sì. L'hai fatto. Per un secondo. Un battito di ciglia.-
Si avvicinò, i piedi nudi che non facevano rumore sul pavimento.
-L'hai immaginata senza vita. E io l'ho sentito.-
Il telefono squillò. Chiamata in arrivo. Kayla.
Lo ignorai di nuovo, le mani che mi tremavano.
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Due giorni dopo, l'odore del caffè nella stanza del detective Harris era così forte da coprire persino il tanfo del disinfettante.
Fissai le foto sul tavolo, lo stomaco che si contraeva.
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Kayla. Impalata.
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Non una metafora. Letteralmente infilzata da un piedistallo di vetro della sua stupida collezione di statuette. L'avevo vista quel giorno nel suo appartamento, quelle schifose sculture di cigni luccicanti.
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-Sembra quasi...- Harris si strofinò la barba di tre giorni. -Che vi sia caduta sopra. Ma il punto di entrata... Cristo.-
Guardai l'ingrandimento. Il vetro era penetrato dall'addome, uscendo dalla spalla destra in una esplosione di carne e frammenti. Troppo preciso. Troppo pulito.
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-C'è dell'altro-, borbottò Harris, estraendo un foglio dall'archivio. -Le unghie. Guarda le unghie.-
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Le foto ravvicinate mostravano le mani di Kayla. Immacolate. Nessuna scheggia sotto le unghie, nessun segno di lotta.
-Come se non avesse nemmeno provato a fermarlo.- mormorai.
Un brivido mi percorse la schiena. Rividi Elita mentre mi fissava, quegli occhi che sembravano vedere attraverso di me.
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Quando uscii dal distretto, la neve aveva ricominciato a cadere.
Elita mi aspettava in macchina, le mani intorno a una tazza di caffè che non stava bevendo.
-Non sono stato io.- dissi, cadendo sul sedile con un sospiro esausto.
Elita avviò il motore. -Lo so.-
-Ma tu...-
-Io non ho alzato un dito.-, rispose, gli occhi fissi sulla strada.
Ma quando cambiò marcia, vidi le sue mani.
Perfettamente pulite.
Nessun graffio. Nessun segno.
Come quelle di Kayla.
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