Il tempo sembrava essersi congelato in quell'angolo buio del casolare.
I razziatori continuavano a bere e mangiare, le loro voci che si fondevano in un brusio indistinto di parole ubriache e risate grezze. Il fumo del fuoco si arricciava verso il soffitto annerito in spire lente e pigre, portando con sé l'odore della carne arrostita che mi rivoltava lo stomaco.
Ian respirava a fatica accanto a me, ogni inspirazione un sibilo roco che sembrava costargli uno sforzo immenso. Non si era mosso da quando lo avevano trascinato dentro. Il sangue ragelato sul suo viso aveva iniziato a seccarsi, creando una maschera scura che si screpolava a ogni minimo movimento delle sue labbra.
Lo guardai, poi guardai i razziatori, poi guardai di nuovo Ian.
Quello con la cicatrice aveva la pistola nella fondina e continuava a lanciare occhiate verso di noi. Verso Ian, con intenzioni che non lasciavano spazio a interpretazioni.
Lo avrebbero ucciso quella notte. E poi sarebbe toccato a me.
Non sapevo quando, non sapevo come, ma sapevo che sarebbe successo.
Il terrore che avevo provato fino a poco prima stava cedendo il posto a qualcos'altro. Non era coraggio, non era audacia. Era qualcosa di più primordiale, più disperato. Era l'istinto di sopravvivenza, quello stesso istinto che aveva spinto gli esseri umani a uscire dalle caverne milioni di anni prima, quello che ti fa lottare quando ogni logica ti direbbe di arrenderti.
Meglio rischiare di morire combattendo che stare ad aspettare il proprio destino come un agnello legato al palo.
Mia madre una volta mi aveva detto che il vero coraggio non è l'assenza di paura, ma la volontà di agire nonostante essa. Non avevo mai capito davvero cosa intendesse fino a quel momento.
Iniziai a guardarmi attorno, con movimenti lenti, quasi impercettibili. Non dovevo attirare l'attenzione. Qualsiasi gesto improvviso avrebbe potuto farmi notare.
L'angolo in cui eravamo rintanati era il più buio del casolare. Il fuoco al centro della stanza illuminava tutto tranne quest'angolo, dove le ombre si addensavano come sangue nero. Il muro dietro di me era di pietra grezza, fredda e umida, e ai suoi piedi si accumulava la polvere e lo sporco di anni.
Fu lì che lo vidi.
Un coccio di vetro.
Spuntava dalla polvere come un mezzo sorriso, i bordi irregolari che luccicavano appena alla luce del fuoco. Era un frammento di quella che doveva essere stata una bottiglia, spesso circa mezzo centimetro, lungo forse una spanna. Abbastanza grande da impugnarlo, abbastanza affilato da tagliare.
Il cuore mi balzò in gola.
Mi guardai attorno con gli occhi socchiusi, senza muovere la testa. Il giovane dai capelli unti stava bevendo un sorso dalla bottiglia, il capo rosso stava pulendosi i denti con un'unghia, quello con il coltellaccio fissava il fuoco con sguardo assente.
Quello con la cicatrice era in piedi vicino al tavolo, la mano appoggiata sul calcio della pistola nella fondina, lo sguardo fisso su Ian.
Nessuno mi stava guardando.
Trattenni il respiro e iniziai a muovere le mani legate dietro la schiena, lentamente, centimetro dopo centimetro, tastando il pavimento polveroso con le dita intorpidite. La polvere era fredda e granulosa sotto i polpastrelli, mista a piccole pietre e schegge di legno marcio.
Poi le mie dita toccarono il vetro.
Era freddo, liscio da un lato, ruvido e dentellato dall'altro. Lo afferrai con le dita che mi tremavano, lo strinsi forte sentendo i bordi affilati premere contro la pelle.
Mi tagliai quasi immediatamente.
Un dolore acuto, sottile, mi attraversò il polpastrello dell'indice. Sentii il sangue caldo fuoriuscire dalla ferita e scorrere lungo il dito, ma non mi fermai. Strinsi il coccio più forte, ignorando il dolore, e lo portai verso le corde che mi legavano i polsi.
La corda era ruvida, spessa, annodata stretta. Iniziai a sfregarvi il vetro contro con movimenti piccoli e rapidi, cercando di non fare rumore. Il suono del fuoco e delle voci dei razziatori copriva il leggero fruscio della lama di vetro contro la canapa.
Mi tagliai di nuovo, questa volta più a fondo. Sentii il dolore esplodere nel pollice e nel medio, il sangue che rendeva scivoloso il vetro e la corda. Strinsi i denti e continuai, ogni movimento una fitta di dolore che mi risaliva lungo il braccio.
Il sudore mi colava lungo la schiena nonostante il freddo, le lacrime mi pungevano gli occhi, ma non mi fermai.
Non potevo fermarmi.
La corda iniziò a cedere, i fili che si spezzavano uno a uno sotto la lama improvvisata. Sentivo la tensione allentarsi progressivamente, come una molla che si scarica lentamente.
Poi, con un ultimo colpo secco, la corda si spezzò.
Le mani mi caddero lungo i fianchi, libere. Il sangue reflusse dolorosamente nelle dita intorpidite, i tagli bruciavano come fuoco, ma le sentivo nuovamente mie. Potevo muoverle.
Potevo usarle.
Strinsi il coccio di vetro nella mano destra, il sangue che colava lungo l'impugnatura improvvisata rendendola scivolosa. Lo nascosi lungo il fianco, premendolo contro la coscia, le dita che tremavano per l'adrenalina e il dolore.
Guardai Ian. I suoi occhi erano chiusi, il respiro impercettibile. Non sapevo se fosse cosciente o meno.
Poi guardai i razziatori.
Quello con la cicatrice si stava avvicinando.
Si mosse lentamente, con la pesantezza di chi ha bevuto troppo, i passi che oscillavano leggermente mentre attraversava la stanza. La mano destra penzolava vicino alla fondina, la sinistra reggeva una bottiglia mezza vuota da cui bevve un lungo sorso prima di asciugarsi la bocca con il dorso della mano lurida.
Si fermò davanti a me.
Mi guardò dall'alto al basso con quegli occhi iniettati di sangue, il viso sfregiato illuminato dalla luce del fuoco che lo faceva sembrare ancora più grottesco. Le ombre scavavano profonde rughe nel suo volto, facendolo assomigliare a una maschera di cuoio vecchio e consumato.
Poi si chinò su di me.
Si chinò lentamente, piegandosi sulle ginocchia con un cigolio di ossa e articolazioni, il suo viso che si avvicinava al mio fino a quando non fui in grado di sentire ogni dettaglio del suo alito putrido. Carne rancida, alcol, tabacco stantio. Un odore che mi fece rivoltare lo stomaco e che non avrei mai dimenticato per il resto della mia vita.
- Sei carina, - disse con una voce che era poco più di un raschiio gola - peccato che il capo non voglia che ti tocchi. -
Allungò una mano e mi afferrò il mento, costringendomi a girare il viso verso di lui. Le sue dita erano fredde e callose, la presa forte abbastanza da farmi male ma non abbastanza da lasciare segni. Era esperto in questo, sapeva come toccare senza lasciare tracce.
Sentii la bile salirmi in gola, il disgusto e il terrore che si mescolavano in un cocktail di emozioni che mi fece venire voglia di urlare.
Ma non urlai.
Invece guardai i suoi occhi, così vicini ai miei che potevo vedere le venuzze rosse che li attraversavano, le pupille dilatate dall'alcol, il vuoto dietro quella maschera di carne sfregiata.
E in quel vuoto vidi la mia occasione.
Lui non si aspettava nulla da me. Ero una ragazzina legata, terrorizzata, impotente. Un agnello pronto per il macello. Non poteva nemmeno concepire che potessi reagire.
Questo era il suo errore.
Strinsi il coccio di vetro nella mano destra, sentendo i bordi affilati affondare nelle dita già tagliate, il sangue che rendeva l'impugnatura scivolosa ma che allo stesso tempo mi dava una presa disperata, come se il dolore stesso fosse ciò che mi teneva ancorata alla realtà.
Poi mossi il braccio.
Fu un movimento rapido, secco, che nacque non dal pensiero ma da qualcosa di più profondo, più antico. Un istinto primordiale che affondava le sue radici in milioni di anni di sopravvivenza, in un tempo in cui gli esseri umani erano ancora prede e dovevano uccidere per non essere uccisi.
Il coccio di vetro attraversò l'aria in un arco cieco e letale.
Lo colpì alla gola.
La lama irregolare di vetro affondò nella carne del collo con un suono umido e gutturale, come un pugno in una bistecca cruda. Il sangue zampillò immediatamente, caldo e scuro, schizzandomi sul viso, sulle mani, sui vestiti.
Lui aprì gli occhi sbarrati, la bocca spalancata in un grido muto. Il suono che emise non era un urlo, era un gorgoglio, come se stesse cercando di respirare attraverso un tubo pieno d'acqua.
Si portò le mani alla gola nel vano tentativo di fermare il sangue che zampillava tra le dita, gli occhi che roteavano nelle orbite. Barcollò all'indietro, urtando il tavolo improvvisato e facendo cadere le armi che vi erano appoggiate sopra.
Non ebbi il tempo di pensare.
Non ebbi il tempo di provare disgusto, o pietà, o paura.
L'adrenalina mi attraversò come una scarica elettrica, un'esplosione di energia pura che annullò ogni dolore, ogni stanchezza, ogni paura. Mi alzai in piedi di scatto, le gambe che mi reggevano a malapena ma che si muovevano con una forza che non sapevo di avere.
Il coccio di vetro era ancora nella mia mano, sporco di sangue, scivoloso. Lo lasciai cadere a terra e mi lanciai verso il fuoco.
Il capo rosso fu il primo a reagire. Si alzò dal suo posto con gli occhi spalancati, la mano che cercava il fucile appoggiato al muro. Il giovane dai capelli unenti rimase immobile, la bottiglia ancora in mano, la bocca aperta in un'espressione di stupore alcolico. Quello con il coltellaccio scattò in piedi e fece per estrarre la sua lama.
Ma io ero già al fuoco.
Con un calcio disperato colpii le braci roventi, lanciando una pioggia di tizzoni accesi e cenere verso di loro. Le scintille volarono nell'aria come lucciole infernali, atterrando sui vestiti luridi dei razziatori, sui loro capelli, nei loro occhi.
Il capo urlò quando un tizzone lo colpì in faccia, portandosi le mani al viso. Il giovane inciampò all'indietro, la bottiglia che gli sfuggiva di mano e si infrangeva a terra. Quello con il coltellaccio si coprì il viso con il braccio, impreparato a quell'assalto dal nulla.
Vidi la pistola.
La rivoltella a canna corta di quello con la cicatrice era caduta a terra quando aveva urtato il tavolo. Giaceva nella polvere a un metro da me, la canna scura che luccicava alla luce del fuoco.
Mi lanciai ad afferrarla.
Le mie dita si strinsero attorno all'impugnatura di legno consumato, il metallo freddo e pesante nel palmo della mia mano insanguinata. Era diversa dalla Berretta di Ian, più grossa, più grezza, più brutale.
Non pensai.
Puntai e premetti il grilletto.
Il primo colpo risuonò nel casolare come un tuono. Il rinculo mi scosse il braccio, la canna si alzò verso l'alto. Non colpii nessuno.
Il capo rosso si stava riprendendo, la mano che scendeva verso il fucile.
Sparai di nuovo.
Il proiettile lo colpì alla spalla, facendolo ruotare su se stesso. Urlò di dolore ma non cadde, la mano che ancora cercava il fucile.
Sparai una terza volta.
Lo mancai. Il proiettile si conficcò nel muro di pietra sollevando una nuvola di polvere.
Il giovane dai capelli unti si era lanciato verso di me con un coltello in mano, gli occhi sbarrati di terrore e rabbia.
Sparai.
Il colpo lo prese in pieno petto. Si fermò di colpo, come se avesse sbattuto contro un muro invisibile, gli occhi che si spalancavano in un'espressione di incredulità. Poi si accasciò a terra, il coltello che gli scivolava dalle dita.
Il capo rosso aveva raggiunto il fucile.
Sparai di nuovo. E di nuovo. Due colpi rapidi, disperati, imprecisi.
Uno lo colpì al ventre. L'altro lo mancò, colpendo la lamiera del tetto con un suono metallico.
Il capo si piegò in due, le mani che premevano sullo stomaco, il sangue che filtrava tra le dita. Cadde in ginocchio con un gemito, il fucile che scivolava a terra lontano dalla sua portata.
Quello con il coltellaccio era l'unico ancora in piedi. Si era ripreso dallo shock delle braci e mi si stava lanciando contro con il coltellaccio alzato, un urlo rauco che gli usciva dalla gola.
Il tamburo della rivoltella scattò a vuoto.
Avevo finito i proiettili.
Il terrore mi gelò il sangue. Vedevo la lama opaca del coltellaccio calare verso di me, vedevo gli occhi iniettati di sangue del razziatore che mi veniva incontro.
Mi gettai di lato, rotolando sulla terra battuta del pavimento. La lama mi sfiorò i capelli, tagliandomene una ciocca che cadde a terra come un sussurro.
Il razziatore inciampò nel corpo del giovane che giaceva a terra e barcollò, il tempo sufficiente per permettermi di rialzarmi.
Cercai disperatamente un'arma, qualsiasi cosa. I miei occhi scorsero la stanza in una frazione di secondo: il fucile del capo era a tre metri da lui, il coltello del giovane era a terra accanto al suo corpo, il coccio di vetro insanguinato era nell'angolo dove lo avevo lasciato.
Mi lanciai verso il coltello del giovane.
Il razziatore fu più veloce. Mi afferrò per i capelli, strattonandomi all'indietro con una forza che mi fece urlare di dolore. Sentii ciocche di capelli strapparsi dalla radice, il cuoio capelluto che bruciava come fuoco.
Caddi all'indietro, la nuca che batteva contro il ginocchio di lui. La sua mano mi stringeva i capelli, il coltellaccio sollevato nella sua mano destra, pronto a calare.
- Puttana! - urlò con la bava alla bocca.
Poi sentii un altro suono.
Un ringhio basso, animalesco, che non avevo mai sentito prima.
Ian.
Si era alzato dal suo angolo come un morto che risorge dalla tomba. Il suo viso era una maschera di sangue ragelato e tagli, un occhio completamente chiuso dal gonfiore, le labbra spaccate in un ghigno che metteva in mostra i denti macchiati di rosso.
Nelle mani aveva il coltello che il razziatore con la cicatrice aveva lasciato cadere quando gli avevo tagliato la gola.
Si lanciò sull'uomo che mi teneva con una ferocia che non aveva niente di umano. Il coltello affondò nella schiena del razziatore con un suono nauseante, una volta, due volte, tre volte, ogni colpo accompagnato da un grugnito rauco che gli usciva dal profondo del petto.
Il razziatore mi lasciò i capelli e crollò in avanti, il coltellaccio che gli sfuggiva di mano e cadeva a terra con un rumore metallico.
Ian lo spinse a terra e lo girò supino. Il razziatore era ancora vivo, gli occhi sbarrati, la bocca aperta in un gemito gorgogliante. Il sangue gli zampillava dalla schiena e dal petto dove i colpi di Ian lo avevano trafitto.
Ian si chinò su di lui, lo afferrò per i capelli, gli tirò indietro la testa esponendo la gola.
Poi guardò me.
I suoi occhi erano quelli di un estraneo. Occhi che avevano visto troppo, che avevano fatto cose che non potevano essere cancellate. Occhi che non appartenevano più al ragazzo che mi aveva insegnato a sparare alle bottiglie nel bosco, che mi aveva baciata sotto le stelle, che mi aveva tenuta al caldo in un camion gelido.
Appartenevano a un sopravvissuto.
- Stai bene? - mi chiese con la voce roca, intrisa di sangue.
Annuii, incapace di parlare.
Lui abbassò lo sguardo sul razziatore che si contorceva sotto di lui, poi senza dire nulla gli appoggiò il coltello alla gola e con un movimento secco, chirurgico, gliela tagliò.
Il suono fu orribile.
Un sibilo umido, gorgogliante, come di aria che fuoriesce da un pneumatico bucato. Il sangue zampillò in un getto scuro che colpì Ian in pieno viso, mescolandosi al sangue che già lo copriva.
L'uomo smise di contorcersi quasi immediatamente, gli occhi che si fissavano in un'espressione di terrore eterno.
Ian lasciò cadere il corpo a terra e si rialzò in piedi, barcollando.
Io ero in ginocchio a terra, le mani che mi tremavano, il viso e i vestiti coperti di sangue. Non mio, dei loro. Il coccio di vetro era poco distante, coperto di rosso scuro.
Guardai i corpi che giacevano nel casolare.
Quello con la cicatrice era crollato vicino al tavolo, la gola squarciata, gli occhi aperti verso il soffitto. Il giovane dai capelli unti giaceva a faccia in giù in una pozza del suo stesso sangue, il petto forato dal proiettile. Il capo rosso era appoggiato al muro, le mani ancora premute sul ventre, il respiro che gorgogliava in un sibilo flebile. Stava morendo, ma non era ancora morto.
Ian si avvicinò a lui, si chinò e gli prese il fucile dalle mani inerti. Poi, senza una parola, gli sparò un colpo in testa con la sua stessa arma.
Il rumore mi fece sobbalzare, ma non gridai.
Non avevo più voce per gridare.
Il silenzio che seguì era assordante. Più dei colpi di pistola, più delle urla, più del fuoco che crepitava nel camino. Un silenzio denso, pesante, che riempiva ogni angolo del casolare come acqua nera che sale lentamente.
Guardai le mie mani.
Erano rosse di sangue, i tagli sulle dita bruciavano come fuoco, i polsi escoriati dalle corde pulsavano di dolore. Ma le sentivo. Erano mie. Erano vive.
Avevo diciassette anni e avevo appena ucciso un uomo.
No, due. Il capo l'avevo colpito io al ventre, Ian lo aveva solo finito.
Due.
Mi venne da vomitare.
Mi trascinai fino alla porta del casolare, la spinsi con la spalla e caddi in ginocchio nella neve. Il freddo mi morse la pelle scoperta del viso e delle mani, ma non me ne importava niente. Vomitai bile e saliva sulla neve bianca, i conati che mi squassavano il petto fino a quando non ebbi più niente nello stomaco.
Poi rimasi lì, in ginocchio nella neve, il respiro che si condensava in nuvolette di vapore, gli occhi fissi su quella distesa bianca e silenziosa che sembrava non essere mai stata toccata dall'uomo.
Ian uscì dal casolare poco dopo. Si era preso il fucile del capo, la pistola di quello con la cicatrice, e aveva riempito le tasche di munizioni e provviste.
Si fermò accanto a me, non disse nulla.
Restammo in silenzio per qualche istante.
- Dovevo farlo. - sussurrai con la voce che mi tremava, più a me stessa che a lui.
- Lo so. - disse lui.
- Non... non volevo... -
- Volevi vivere. - disse lui secco. - È l'unica cosa che conta. -
Mi aiutò ad alzarmi. Le gambe mi reggevano a malapena, il corpo intero vibrava di adrenalina residua e shock.
- Andiamo via da qui. - dissi guardando il casolare come se fosse una tomba.
- Sì. - disse lui.
Ci allontanammo nel buio, a piedi, nel gelo, sporchi di sangue, ma vivi.
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