Ci spinsero dentro il casolare con calci e spintoni.
L'edificio un tempo era stato una casa di caccia, o forse un rifugio per taglialegna. Ora era poco più di un guscio di pietra e legno marcio, rattoppato con lamiere arrugginite e ramaglie intrecciate per tappare i buchi nel tetto e nelle pareti. Il vento freddo filtrava da ogni fessura, fischiando tra le crepe come il respiro di un animale morente.
L'interno era illuminato da un fuoco acceso al centro della stanza, il fumo che usciva da un buco annerito nel soffitto. L'aria puzzava di carne arrostita, sudore, fumo stantio e qualcos'altro, un odore acre e metallico che non riuscivo a identificare ma che mi rivoltava lo stomaco.
Ian crollò contro il muro quando quello con la cicatrice lo spinse nell'angolo. Non oppose resistenza. Lo vidi accasciarsi sul pavimento di terra battuta con un lamento soffocato, le mani ancora legate dietro la schiena.
I quattro uomini si sedettero attorno al fuoco e iniziarono a parlare animatamente tra loro, le voci che si sovrapponevano in un baccano di risate grezze e imprecazioni. Stavano mangiando quello che restava del cavallo, la carne arrostita su bastoni improvvisati il cui grasso colava sfrigolando sulle braci. Le ossa venivano spezzate a mani nude per succhiarne il midollo, il rumore secco e umido di chi mastica senza dignità mi faceva salire la bile in gola.
Mi accoccolai accanto a Ian nell'angolo più buio del casolare, le ginocchia raccolte al petto, le corde ai polsi che mordevano la pelle come filo spinato. Tremavo, e non solo per il freddo.
Ian era piegato in due, il respiro corto e irregolare. Alla luce tremolante del fuoco che filtrava nell'angolo potevo vedere il suo viso.
Era sconvolgente.
Il labbro superiore era spaccato in due punti, gonfio e violaceo. Un taglio profondo gli attraversava lo zigomo sinistro, ancora sanguinante, e un altro solcava la tempia destra fermandosi appena sopra l'occhio. Gli avevano rotto il setto nasale, il sangue ragelato gli copriva bocca e mento come una maschera scura.
Non li avevo visti picchiarlo, ma doveva essere successo mentre io ero stata tenuta da parte, legata e imbavagliata in un'altra stanza per quelle che mi erano sembrate ore, ascoltando i colpi sordi e i gemiti smorzati che provenivano dall'altra parte della parete.
Lo avevano interrogato a lungo. Volevano sapere da dove venivamo, quante persone c'erano a Fossil, se erano armati, se c'erano donne, bambini. Ian non aveva detto niente, o quantomeno non quello che volevano sentire, perché ogni tanto sentivo il rumore di un pugno o di un calcio seguito da un silenzio pesante.
Poi più niente per un bel po', finché non ci avevano riuniti in quell'angolo.
- Ian. - sussurrai così piano che solo lui potesse sentirmi.
Non rispose, il suo respiro era un sibilo leggero.
- Ian, mi senti? -
I suoi occhi si aprirono a fatica, uno era così gonfio che riusciva appena a sollevare la palpebra.
- Sono qui. - mormorò con la voce rotta, le labbra che gli tremavano.
- Ti hanno... -
- Lascia stare. - mi interruppe lui chiudendo gli occhi.
Io invece non ero stata toccata. Nemmeno uno schiaffo, nemmeno una spinta troppo forte. Mi avevano legata e imbavagliata, tenuta in disparte come qualcosa di fragile che non andava danneggiata.
Questo mi terrorizzava più di qualsiasi percosa.
Sapevo cosa significava.
Vali qualcosa, aveva detto quello con il fucile.
Ero merce. Merce che non andava danneggiata.
Quella consapevolezza mi gelò il sangue più del freddo che mi mordeva le ossa. Dormire in quel camion gelido, con il sedile duro e la coperta puzzolente, in confronto era stato niente. Quello era disagio, scomodità, ma ero libera, avevo una via d'uscita, avevo un cavallo e un compagno di viaggio.
Ora non avevo niente.
Le corde ai polsi mi avevano già scorticato la pelle, sentivo il bruciore delle escoriazioni ogni volta che mi muovevo. Le dita erano intorpidite, le sentivo gonfie e fredde come salsicce di carne morta.
I razziatori continuarono a mangiare e bere, le loro voci che andavano e venivano come onde. Parlavano di trappole, di zone di caccia, di altri gruppi con cui scambiare merce. Discutevano su dove portarmi, chi poteva essere interessato a una ragazza giovane.
Parlavano di me come se fossi un capo di bestiame al mercato.
Il più alto, quello con la barba rossiccia che sembrava il capo, gesticolava mentre parlava.
- Ce n'è un gruppo a sud, verso le miniere, - stava dicendo - scambiano donne per munizioni e armi. Una così giovane la possono pagare bene. -
- Quanto? - chiese quello con la cicatrice.
- Abbastanza per passare l'inverno senza problemi. - disse il capo.
- E di lui cosa ne facciamo? - chiese il giovane dai capelli unti indicando Ian con un cenno del capo.
Il capo si voltò a guardarlo, masticando lentamente un pezzo di carne.
- Non serve a niente. - disse dopo un momento, pulendosi la bocca con il dorso della mano.
Sentii un brivido di terrore corrermi lungo la schiena.
Quello con la cicatrice sogghignò.
- Lascia che me ne occupi io, - disse.
Chiusi gli occhi e strinsi le ginocchia più forte al petto. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie, un rullo di tambori sordo e incessante.
Non guardavo i razziatori ma sentivo i loro sguardi su di me.
Era una sensazione viscida, come di mani invisibili che mi toccavano senza permesso. Ogni volta che alzavo gli occhi li coglievo a fissarmi, i loro occhi che mi squadravano dalla testa ai piedi con un'espressione che mi faceva accapponare la pelle.
Quello con la cicatrice era il peggiore. I suoi occhi indugiavano su di me con una lentezza che mi faceva venire da vomitare, un sorriso sottile che gli incurvava le labbra sfregiate come una ferita aperta.
Il giovane dai capelli unti invece mi guardava con una sorta di curiosità morbosa, come se fossi un animale esotico che non aveva mai visto prima.
Il capo mi guardava con occhi calcolatori, freddi, valutando come un mercante valuta la merce sul banco.
Il quarto, non mi guardava quasi per niente. Era il più silenzioso del gruppo, ma questo lo rendeva ancora più inquietante. I silenziosi sono sempre i più pericolosi.
Sophie Ogden, diciassette anni, esile, capelli biondo scuro, occhi castano chiaro. Vali qualcosa.
Mi venne da piangere ma mi trattenni. Non gli avrei dato quella soddisfazione.
Mia madre una volta mi aveva detto che le lacrime sono un lusso che ci si può permettere solo quando si è al sicuro. Non era quello il momento.
Inspirai aria fredda dal naso ed espirai lentamente, cercando di controllare il tremore che mi scuoteva il corpo.
Dormire al freddo in quel camion in confronto era stato niente. Quello era disagio, scomodità, ma ero libera, avevo una via d'uscita, avevo un cavallo e un compagno di viaggio.
Ora non avevo niente.
Ero legata in un angolo di un casolare puzzolente in mezzo a una foresta sconosciuta, alla mercé di quattro uomini che mi guardavano come un pezzo di carne.
La mia fortuna era davvero finita?
Per anni ero sopravvissuta ai Giorni Oscuri a Fossil, protetta dall'isolamento della mia piccola comunità, dalla presenza dei miei genitori, dalla ronda notturna di Sasha. Avevo corso lungo quella strada abbandonata ogni giorno sentendomi viva, libera, al sicuro.
Sicura.
Che parola ridicola.
La sicurezza era un'illusione che ci eravamo raccontati a vicenda per non impazzire.
La verità era che il mondo là fuori era sempre stato così, brutale, spietato, affamato. Noi a Fossil ce ne eravamo semplicemente dimenticati, rintanati nel nostro piccolo guscio di normalità mentre fuori il mondo continuava a sbriciolarsi.
E ora io mi ritrovavo in quel mondo, nuda e cruda, senza niente a proteggermi.
Guardai Ian, piegato in due dal dolore, il respiro che gli raspava in gola come carta vetrata. Aveva resistito durante l'interrogatorio, non aveva detto niente di utile. Lo avevano massacrato di botte e lui non aveva parlato.
Perché?
Per proteggermi? Per proteggere Fossil?
Non lo sapevo. Non sapevo nemmeno se avrei fatto lo stesso al suo posto.
Probabilmente no.
Probabilmente avrei parlato subito, raccontato tutto, supplicato, implorato.
E probabilmente mi avrebbero uccisa lo stesso.
I razziatori continuarono a bere e parlare, le loro voci che diventavano sempre più grosse e ubriache. La bottiglia di liquore passava di mano in mano, i loro movimenti si facevano più lenti, più pesanti.
Poi vidi qualcosa che mi fece gelare il sangue.
Quello con la cicatrice si alzò dal fuoco, si pulì le mani sui pantaloni luridi e si avvicinò a un tavolo improvvisato con assi di legno e mattoni. Prese una pistola dal tavolo, una rivoltella a canna corta, controllò che fosse carica ruotando il tamburo con il pollice, e se la infilò nella fondina di cuoio consumato che aveva alla cintura.
Poi si voltò a guardare Ian.
Il suo sguardo era freddo, calcolatore, privo di qualsiasi umanità. Lo stesso sguardo che un macellaio potrebbe riservare a un pezzo di carne appeso al gancio.
Il terrore che provai in quel momento era qualcosa che non avevo mai sperimentato prima, nemmeno quando mi avevano rapita la prima volta, nemmeno quando avevo visto i cadaveri nella baita.
Era un terrore freddo, profondo, che mi attanagliava lo stomaco e mi rendeva impossibile respirare.
Lo avrebbero ucciso.
Quella notte.
Lo avevano massacrato di botte, gli avevano estorto tutto ciò che potevano, e ora non serviva più a niente. Lo avrebbero portato fuori nel bosco, nella neve, e gli avrebbero sparato alla testa. Oppure gli avrebbero tagliato la gola. Oppure peggio.
E poi sarebbe stato il mio turno.
Non di morire.
Di qualcos'altro.
Qualcosa che il terrore non mi permetteva nemmeno di formulare nella mia mente.
Chiusi gli occhi e pregai che non fosse vero, che fosse solo un incubo dal quale mi sarei presto svegliata nel mio letto a Fossil, con il suono del vento che batteva contro la finestra e l'odore del legno bruciato nel camino.
Ma non mi svegliai.
Il freddo del muro contro la schiena, il bruciore delle corde ai polsi, l'odore di carne e fumo, tutto era reale, terribilmente reale.
Aprii gli occhi e guardai Ian.
Il suo respiro era diventato più debole, il suo corpo una sagoma scura rannicchiata contro il muro. Non potevo fare niente per lui. Non potevo fare niente per me stessa.
Ero completamente, assolutamente impotente.
Il razziatore con la cicatrice si avvicinò a Ian, si fermò davanti a lui e lo guardò dall'alto al basso con un'espressione di disgusto.
Poi si voltò verso di me.
I suoi occhi incontrarono i miei.
E in quello sguardo vidi tutto ciò che avevo temuto.
Tutto ciò che avevo sperato di non vedere mai.
Il mio futuro.9Please respect copyright.PENANAPh0FYdNPz5


