Sentire l'acqua calda scorrermi dalla testa in giù, davvero calda, non quella tiepida delle docce militari dove l'acqua era razionata e controllata, fu come rinascere dal nulla.
I miei muscoli si rilassarono sotto il getto uno dopo l'altro come nodi che si sciolgono, spalle, schiena, cosce, polpacci, e quando uscii dalla doccia il piccolo rifugio di fortuna allestito meno di ventiquattro ore prima sotto la neve sembrava un fatto successo anni fa in un'altra vita. Un altro Siderov. Un altro corpo. Un altro mondo.197Please respect copyright.PENANAklP1IZbJ04
Tuttavia i ricordi della mia diserzione e della mia fuga tornarono rapidi ad alimentare le mie preoccupazioni che già persistevano sotto la pelle come una febbre bassa costante. Non importava quanto fossi al caldo, quanto pulito, quanto temporaneamente al sicuro, fuori c'era ancora un esercito che mi cercava. Droni. Proiettili destinati alla mia nuca.
Rapido mi asciugai i corti capelli castani con un asciugamano che odorava di lavanda, il suo asciugamano, il suo profumo, la sua vita normale che stavo temporaneamente invadendo, passando una mano sulla carta vetrata da taglio militare che era la mia testa, poi una volta completamente asciutto mi rivestii con il mio nuovo abbigliamento: jeans, calzini, camicia e maglione di lana.
E poi le ciabatte.
Le maledette ciabatte.
Quindi spinsi l'interruttore e uscii dal bagno per poi rientrare nella camera di fronte come da indicazione, il corridoio buio che sembrava infinito sotto i miei piedi nudi.
Accesi la luce.
Era una semplice camera da letto, la sua vita privata che stavo esplorando con due armadi ambo le pareti, una finestra con tende pesanti e un letto singolo contro la parete di fondo. Biancheria scura. Cuscini ordinati. Tutto pulito, tutto in ordine, tutto lei.
La ragazza se la passava piuttosto bene, visto l'arredamento. O almeno fingeva di farla bene.
La mia roba era sulla sponda del suo letto, la pistola, il coltello, tutto quello che Anastasia aveva requisito ore prima quando ero ancora una minaccia e non... qualcos'altro.
Presi la pistola elettrica con la fondina e il coltello militare con la fodera, sentendo il peso familiare del metallo nel palmo della mano. Anastasia aveva giustamente requisito le armi ma non il resto dello zaino che si trovava ancora in salotto accanto al divano, in attesa.
-Toglimi una curiosità.-
Mi voltai e vidi Anastasia sulla soglia con le braccia incrociate sul petto, appoggiata all'ingresso come se fosse la cosa più naturale del mondo entrare nella propria camera mentre qualcuno la sta rovistando.
A quanto pare amava le entrate improvvise.
-Come funziona quell'affare con la batteria?-
Indicò la pistola che tenevo in mano.
-Dodici proiettili che mediante una scarica elettrica ne accelerano il moto- spiegai controllando meccanicamente che la camera fosse carica, gesto automatico, migliaia di volte ripetuto -vengono sparati più veloci delle pistole comuni. Sono in uso da poco esclusivamente nelle forze armate europee.-
-Interessante.- fece lei avvicinandosi, e c'era qualcosa nel suo sguardo che non riuscivo a decifrare. Curiosità? Valutazione? Qualcos'altro? -Hai mai sparato a qualcuno?-
La domanda cadde nella stanza come un sasso nell'acqua.
-Non credo tu lo voglia veramente sapere.- dissi legandomi la fondina attorno alla vita con movimenti pratici, il cuoio che stringeva sui fianchi.
-Sì, lo voglio sapere.-
Non era una richiesta. Era un comando velato da curiosità.
-In una missione in Serbia- confessai, e le parole uscirono più facili del previsto – forse perché era buio fuori, forse perché eravamo soli, forse perché non importava -a un soldato serbo che mi stava per sparare in un momento critico durante la Guerra Civile. Era una questione di vita: la mia o la sua.-
-L'hai ucciso?-
-Normalmente un buco in fronte non li fa stare meglio.- ironizzai, ma il sorriso che tentai non raggiunse gli occhi.
-Usi il sarcasmo perché ti pesa parlarne- disse lei, e la sua voce era priva di giudizio, solo osservazione -non lo fai volentieri. Altri invece se ne vanterebbero come se fosse una cosa giusta, normale, di cui andare fieri.-
-Perché me lo hai chiesto?-
-Per vedere come mi avresti risposto.- disse lei
Sentii la pressione sotto le piante dei piedi aumentare, un cambiamento impercettibile nell'aria della stanza, e c'era una strana intesa che si stava formando, impossibile da notare a occhio nudo ma palpabile come statica prima di un temporale. Qualcosa si stava spostando. Qualcosa che non avevo permesso di formarsi da molto, da troppo tempo.
Fissai gli occhi scuri di Anastasia, un marrone così profondo da sembrare nero in questa luce, poi i suoi lunghi capelli castani fino alle spalle in un taglio regolare, semplice, funzionale. Dovevo ammettere che era davvero molto carina.
Ma perché stavo facendo questo pensiero?
-La cena è pronta. Ti aspetto.- disse poi allontanandosi.
Il tavolo era apparecchiato per due, due, l'uno di fronte all'altra con la finestra della cucina che mi dava le spalle e mi faceva guardare nel buio nero oltre il vetro dove la neve continuava a cadere silenziosa.197Please respect copyright.PENANAjHylkt8Fao
C'era un'atmosfera più distesa rispetto a prima. Decisamente più serena rispetto alle ore successive in cui mi aveva scoperto alla mattina presto dopo essere entrato dalla finestra del suo salotto.
Ora sedevamo uno di fronte all'altra come due persone normali che condividono una cena, non come un disertore e la sua carceriera temporanea. La pistola non era sulla tavola. Le mani di lei tenevano una forchetta, non un'arma. E c'era qualcosa nell'aria, qualcosa che non avevo un nome, che rendeva tutto questo simultaneamente perfetto e terribile.197Please respect copyright.PENANALkTPtI86tj
-Dove andrai adesso?- mi chiese, e la sua voce era calda, quasi casuale, come se stesse chiedendo del tempo. -Torni in Norvegia?-
-No.- Scossi la testa, tagliando un pezzo di qualsiasi cosa fosse sul piatto, carne stufata, credo, qualcosa di semplice e sostanzioso, -sarebbe il primo posto in cui mi cercherebbero. Molto probabilmente mi sposterò a sud verso l'Europa centrale. In Germania ho sentito che la necessità di manodopera è tanto alta che alcune fabbriche assumono anche senza contratto, senza domande, senza documenti.-
-I tedeschi sono gente che non mi è mai piaciuta.-
-Neanche a me.- ammisi, e c'era una specie di ironia nel fatto che due persone che non amavano i tedeschi stavano discutendo della possibilità che io andassi a vivere lì -ma è pur sempre un modo di iniziare. Un modo per sparire.-
Fece una pausa, giocando col cibo sul piatto senza mangiare davvero, poi:
-Devo ammettere che un po' mi dispiace la tua partenza.-
Le parole caddero nella stanza come pietre in uno stagno calmo, creando cerchi che si allargavano silenziosi.
-Avrei voluto conoscerti in diverse circostanze.- risposi, e la voce mi uscì più roca del previsto, come se qualcuno mi avesse stretto la gola.
Non mentivo. Era la verità più vera che avessi detto da mesi, forse anni.
La cena proseguì in modo tranquillo, o almeno apparentemente tranquillo, perché sotto la superficie c'era tutto un mondo di cose non dette, di domande non poste, di risposte che nessuno dei due voleva dare, quando guardai fuori dalla finestra notai che aveva ripreso a nevicare e indubbiamente avrebbe fatto molto freddo. I fiocchi cadevano spessi contro il vetro illuminati dalla luce della cucina, piccoli punti bianchi che scorrevano obliqui prima di scomparire nel buio.
Erano le 23:13 quando con una giacca blu da civile nuova di zecca che pesava meno della mia vecchia uniforme quanto un segreto condiviso partimmo con il Pick Up di lei in direzione della città di Narva.
Chi l'avrebbe mai detto. Chi l'avrebbe mai immaginato, dodici ore prima.
Anastasia inserì l'impronta digitale nell'apposito schermo di riconoscimento biometrico, quel sistema che avevo temuto non avrei mai potuto superare, e una volta accesa l'auto fece retromarcia uscendo dal vialetto innevato mentre i tergicristalli automatici si attivavano battendo un ritmo costante contro la neve che si accumulava sul parabrezza.
-Come hai fatto a scappare?-
La domanda arrivò mentre guidavamo attraverso strade semideserte illuminate solo dai lampioni arancioni che creavano pozze di luce gialla nel buio.
-Ho memorizzato gli orari della sorveglianza e il cambio turno per due settimane intere- iniziai a spiegare, e le parole uscivano facili ora, forse perché sapevo che non mi avrebbe giudicato, forse perché non importava più, -studiavo sempre con attenzione persino i periodi in cui si accendevano una sigaretta a quando andavano in bagno. Ogni minima variazione nella routine. Ogni momento di distrazione.-
-...ah.-
-...poi una sera mi sono preparato uno zaino con tutto il necessario e ho fatto un tentativo di prova uscendo dal campo e nascondendolo nel bosco, sulla cima di un abete, dove era impossibile vederlo a occhio nudo. E poi sono tornato al campo stando esattamente ai tempi del cambio di guardia, come se non fossi mai uscito.-
Deglutii ripensando ai rischi che avevo corso, ogni secondo fuori dal perimetro era un secondo in cui potevo essere scoperto, ucciso, cancellato, e sentii la gola che si stringeva al ricordo.
-...fino a quando nei giorni successivi mi si è presentata l'occasione giusta per muovermi definitivamente. E non l'ho sprecata.-
-Non si sono accorti delle impronte lasciate nella neve?-
-Il terreno era per la maggior parte calpestato dalle precedenti esercitazioni di addestramento che facevamo di routine, centinaia di uomini che corrono nello stesso posto per settimane, senza contare il fatto che da queste parti nevica quasi sempre e tende a confondere le impronte fresche con quelle più vecchie. È difficile distinguere una traccia da dodici ore fa da una di tre giorni fa quando continua a nevicare sopra.-
-Avrei fatto la stessa cosa.- annuì lei, e c'era qualcosa di professionale nella sua valutazione che mi fece di nuovo chiedermi chi fosse davvero questa ragazza.
-Fai attenzione- dissi, cambiando argomento perché preferivo non pensare a quello che avevo fatto – -i militari potrebbero aver allestito dei posti di blocco per controllare o perquisire le auto. Specialmente verso sud.-
-Non mi sorprenderebbe. Comunque io conosco le strade meglio di loro dal momento che sono del posto.- Fece una pausa, poi aggiunse con un mezzo sorriso: -Abbi fiducia.-
La neve continuava a scendere abbondante, abbondante era dir poco, era una maledetta bufera che sembrava voler inghiottire tutto, e il termometro digitale sullo schermo dell'auto segnava -20°C, un numero che bruciava gli occhi ogni volta che ci guardavo.
Rimanemmo senza parlare per un bel pezzo dopo quello, il rumore degli pneumatici sull'asfalto bagnato e il battito ritmico dei tergicristalli che riempivano il silenzio come una conversazione che nessuno dei due voleva iniziare.
Poi fui di nuovo io a rompere il silenzio, dando voce ai miei pensieri che si erano accumulati come la neve sul parabrezza.
-Si stanno mobilitando tutti per la guerra.-
-Sono in molti a pensarlo. Non credo tuttavia che inizierà a breve.-
-Perché?-
-Entrambi gli schieramenti hanno pari vantaggi e svantaggi su quasi ogni punto di vista, prima di tutto quello nucleare. Sarebbe come tentare di spegnere un focolaio con un barile di benzina.-
-Intendi che sarebbe in ogni caso una sconfitta da ambo le parti, oppure che la ritorsione di un attacco porterebbe a più danni che tutto il resto per la parte europea?-
-Non sono così ingenua come sembro.- disse lei, e c'era una durezza nella sua voce che non avevo sentito prima – -un po' le comprendo queste cose. E in entrambi i casi sto dicendo che entrambe le parti diventerebbero polvere radioattiva in caso di guerra. Polvere. Niente più.-
-Dopo tutti quei blindati che ho visto arrivare al campo e sui treni merci- insistei, perché non riuscivo a smettere di pensarci, -e l'enorme elenco di ordinazioni che le forze armate europee hanno fatto sugli armamenti di vario tipo... non so più cosa pensare.-
La discussione proseguì a lungo, politica, strategia, paure condivise, analisi di un mondo che stava impazzendo, tanto che il tempo sembrò dimezzarsi ed eravamo quasi arrivati alla stazione dei treni ad alta velocità di Narva prima che nemmeno me ne accorgessi.
L'espressione di Anastasia sembrò farsi più cupa man mano che ci avvicinavamo, come se ogni metro che coprivamo la portasse più vicina a qualcosa che non voleva affrontare.
-Siamo quasi arrivati.-
Dopo aver percorso qualche tratto del parcheggio semivuoto, poche auto, neve accumulata sui cofani, luci spettrali che si riflettevano sul bagnato, lei svoltò e parcheggiò in uno spazio angusto vicino all'ingresso secondario, nascosto alla vista principale.
Eravamo stati davvero fortunati a non trovare alcun posto di blocco militare, ma ipotizzavo che la ragazza avesse imboccato delle scorciatoie di proposito senza che me ne accorgessi dal momento che non conoscevo la strada e mi ero affidato ciecamente a lei fin dall'inizio.
Forse era meglio così. Meno sapevo, meglio per entrambi.
Scendemmo sotto la fitta nevicata, il freddo che mi colpì il viso come una sberla, immediato, brutale, reale, caricai lo zaino sulla spalla destra sentendo il peso familiare e chiudendo la portiera mi avviai dall'altra parte del Pick Up a salutare Anastasia.
Era lì, in piedi accanto alla portiera aperta del conducente, con la neve che si accumulava sui suoi capelli e sulle sue spalle mentre mi guardava attraverso i fiocchi che cadevano sempre più fitti.
-Quindi eccoci qui...- disse lei, e c'era qualcosa nella sua voce. Imbarazzo? Tristezza? Entrambe le cose?
Soffiava un vento gelido che le scompigliava i lunghi capelli castani costringendola ad aggiustarli continuamente e portarli dietro l'orecchio con movimenti goffi che non le avevo mai visti fare. Sempre composta, sempre controllata, e invece ora...
Ora sembrava una ragazza di diciotto anni che sta salutando qualcuno che potrebbe non rivedere mai più.
-Già. Sono in debito con te e non ti ringrazierò mai abbastanza per quello che hai fatto...- dissi, e le parole mi uscirono rovesciate, imperfette, inadeguate a esprimere ciò che provavo realmente -...oltre ai rischi che hai corso. Per me. Per uno sconosciuto.-
-Credo ne sia valsa la pena.-
Ci guardammo per un lungo breve istante di silenzio, un istante che durò un secondo o un'eternità, impossibile da dire, attraverso il frastuono urbano di freni che stridevano, treni in movimento che ululavano lontano, auto che passavano con i fari accesi, e nulla di tutto ciò importava davvero.
-Fatti sentire.- mi disse, e la sua voce era appena un sussurro sopra il rumore del vento -buon viaggio.-
Ci allontanammo l'uno dall'altro, lei verso l'auto, io verso la stazione, e non osai voltarmi a guardarla andare via perché sapevo che se l'avessi fatto non sarei riuscito a continuare a camminare.
-Grazie.-
Una sola parola. Inadeguata. Insufficiente. Tutto ciò che avevo.
Quindi mi avviai verso la stazione dei treni di Narva, incurante della neve che continuava a cadere, del freddo che mi mordeva il viso, del futuro incerto che mi aspettava.
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