Sul caare del tardo pomeriggio, le ombre che si allungavano lunghe sul pavimento del salotto, la luce che diventava dorata poi arancio poi grigia, Anastasia rientrò in casa facendo scricchiolare la porta d'ingresso e lanciandomi quasi senza preambolo una borsa di tela pesante piena di indumenti civili.
-L'abbigliamento militare puoi togliertelo disse, già dirigendosi verso l'attaccapanni vicino alla porta, quella è la roba che ti ho preso.-
Appese una giacca marrone chiaro di taglia corretta, notai con sorpresa al gancio libero, poi si voltò verso di me con espressione neutra.
-Sono andata ad occhio, quindi scusami se non ho preso le misure esatte di tutto quanto.-
La generosità di questa ragazza con la pistola stava iniziando a sorprendermi sempre di più. Prima il caffè, ora abiti civili che sicuramente le erano costati qualcosa, non importava se di seconda mano come probabilmente avrebbe detto. In tempo di guerra, in tempo di carestia, ogni risorsa contava. E lei ne stava usando parte sue per uno sconosciuto che aveva trovato nel suo salotto.
La vidi andare in corridoio, probabilmente a cambiarsi in camera sua, e approfittai del momento per agire.
-Grazie.- dissi alla sua schiena che si allontanava.
Non ricevetti risposta, ma non me n'aspettavo una.
Mi levai rapido gli indumenti militari, giacca, maglione tattico, camicia sotto il quale la pelle era incollata di sudore secco, e li buttai in un mucchio disordinato ai piedi del divano restando scalzo sul parquet freddo. L'aria contro la pelle nuda fu un sollievo quasi doloroso dopo ore trascorse in quel sudicio uniforme.
Rapido presi i jeans dalla benda li infilai gambe, e proprio mentre li tiravo su fino alle anche nel salotto la vidi rientrare in abbigliamento casalingo, pantaloni di felpa grigi, un maglione fuori taglia di colore scuro che le arrivava quasi alle cosce e quando mi vide a petto nudo rallentò un istante prima di dirigersi verso la cucina come se nulla fosse.
Un istante. Niente più.
Ma in quell'istante i suoi occhi avevano fatto qualcosa che non sapevo identificare. Valutazione? Sorpresa? Qualcos'altro? Prima di distogliere lo sguardo con una naturalezza troppo calcolata per essere spontanea.
Probabilmente non era abituata a vedere la muscolatura di chi è abituto a fare esercitazioni militari e portare il peso di un fucile tutto il giorno. Non era il fisico da palestra estetica, quello liscio, curato, costruito per l'apparenza, ma qualcosa di più funzionale, più ruvido. Spalle larghe da trasportare zaini pesanti. Addominali definiti non per bellezza ma perché il core training faceva parte dell'addestramento quotidiano. Cicatrici sparse, ginocchia, fianchi, avambracci, ciascuna con la sua storia di cadute, urti, addestramenti spinti oltre il limite.
-Esiste anche il bagno.- disse lei senza voltarsi, già sparita dietro l'angolo del corridoio.
-Scusami, non ci avevo pensato. Vado subito.-
-Ti vanno bene?- mi chiese riemergendo dalla cucina qualche minuto dopo, mentre ero ancora intento a chiudere l'ultimo bottone della camicia, un flanella blu di buona qualità, morbida contro la pelle ancora sensibile.
-Alla grande. Ti ringrazio, dopo ti rendo i soldi.-
-Non ce n'è bisogno. Ho preso roba di seconda mano che costava meno.- rispose lei con una mezza smorfia che voleva dire non farne un problema.
-Come preferisci, anche se avrei insistito.- Presi il maglione di lana in stile estone, lavorazione tradizionale, pattern geometrici sui bordi, caldo al tatto, e iniziai a infilarlo sopra la camicia. -Le misure comunque erano giuste.-
-Bene.- fece Anastasia allontanandosi nuovamente, e in quel movimento notai sotto il suo maglione scuro la forma inequivocabile della pistola, ancora lì, ancora addosso, impossibile da non riconoscere per chi ha passato gli ultimi anni ad addestrarsi nell'esercito a notare queste cose.
Al posto suo con un nuovo inquilino estraneo in casa, specialmente uno che fino a poche ore prima indossava un'uniforme militare e era armato, avrei fatto la stessa cosa. Forse anche peggio. Forse non mi sarei nemmeno girato di spalle.
-A che ora partiamo?-
-Dopo cena. Vedi di essere preparato. La tua roba te la restituisco quando partiamo.- disse lei con voce pratica, come se stesse elencando la lista della spesa.
-E gli indumenti militari?-
-Li brucerò alla prima occasione. Dubito che mi serviranno mai.-
Mi legai gli scarponi di un nero lucido che aveva incluso comodi, usati ma in buone condizioni, suola ancora integra e mi alzai in piedi testando l'assetto. Diverso. Strano. Sentirsi "civile" dopo giorni in uniforme era come indossare una maschera che non conoscevi.
-Posso aiutarti a fare qualcosa nel frattempo?-
Anastasia mi guardò per un istante, valutandomi di nuovo, o forse cercando qualcosa nel mio viso, poi scosse la testa.
-Ti svegli a ora di cena. Più tardi accendo il fuoco nel camino. Farai bene a riposare, ne avrai bisogno per qualunque luogo tu voglia andartene.- Fece una pausa, poi aggiunse con un mezzo sorriso che non raggiunse gli occhi: -Non che francamente me ne freghi qualcosa.-
E con questo la vidi rientrare in cucina, lasciandomi solo in salotto con il rumore sommesso delle sue attività – cassetti che si aprono e chiudono, pentole che vengono spostate, l'acqua che scorre dal rubinetto.
Fantastico.
Mi tolsi nuovamente gli scarponi con un sospiro di resa.
In effetti sentivo il peso delle poche ore di sonno trascorse sotto la neve, no, dentro la neve che si accumulava sulle mie spalle come zavorra. Gli occhi bruciavano. I muscoli protestavano. E il calore della casa, dopo ore passate a lottare contro il freddo, agiva come un sedativo potente che mi scioglieva le articolazioni una dopo l'altra.
Mi lasciai cadere sul divano, un pezzo di colore blu scuro, comodo, con lo schienale abbastanza alto da appoggiarvi la testa e appoggiai il cranio contro il morbido tessuto chiudendo gli occhi solo per "qualche minuto."
I rumori della cucina iniziarono a diventare sempre più ovattati, distanti, come se provenissero da un'altra dimensione. Il crepitio immaginario del camino che avrebbe acceso più tardi. Il profumo di qualcosa che cuoceva, aglio, forse, o cipolla che filtrava debole dal corridoio.
E poi niente.
Sprofondai in quello stato di semi-coscienza dal quale quando si viene svegliati si perde completamente la cognizione del tempo, tanto che pochi minuti possono sembrare un'ora e un'ora può sembrare un secondo. Un limbo grigio dove i confini tra veglia e sonno si dissolvono come zucchero nell'acqua calda.
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I sogni-ricordi tornarono a infestare i meandri della mia memoria come spire gassose di una nebbia senza tempo. Impossibile da vedere. Impossibile da lasciare. Impossibile da dimenticare, non importa quanto provassi.
Mi ritrovai nuovamente in quel duro inverno nel periodo natalizio, quell' inverno, il vero, l'unico che contava n vacanza a Londra con la mia ex.
Con lei.
Durante quell'inverno il freddo era tale che il fiume Tamigi era ghiacciato per tutta la sua interezza, dalla sorgente alla foce, come gli altri fiumi europei che avevo visto durante il viaggio in aereo sull'Europa imbiancata dalla neve. Un continente congelato, bianco, morto sotto una coltre di neve che nessuno aveva previsto.
Quello era un periodo di riposo dal mio addestramento militare in Polonia, una licenza concessa per le vacanze, pochi giorni di libertà prima di tornare nella macchina da guerra e avevo scelto di partire con una ragazza del posto che frequentavo da un po'.
Jasmine Kovich.
Un poco più alta di me, esile come un ramo di salice, riccioli capelli biondi che sembravano catturare la luce solare e trattenerla, occhi di ghiaccio, un azzurro così chiaro da sembrare quasi bianco con un'età prossima ai vent'anni e un sorriso che poteva fermarti il cuore.
Gli abitanti dei paesi nordici come me, e dell'est Europa come lei, tollerano molto bene il freddo dal momento che gli inverni di entrambe le regioni europee sono soggetti da centinaia di generazioni a inverni freddi e nevosi. È nel DNA. È nella storia. È nelle ossa che si sono adattate a temperature che ucciderebbero chiunque altro.
Tuttavia quando arrivammo in Inghilterra, trovare un simile inverno polare in quella regione fu un'autentica sorpresa, al quale fortunatamente, a differenza degli abitanti britannici completamente impreparati, eravamo abituati.
La cosa più memorabile del periodo natalizio almeno quella che il mio cervello aveva scelto di conservare con nitidezza cristallina fu quando nella notte di Capodanno alla Fair Frost, la Fiera del Ghiaccio messa in piedi sul ghiaccio compatto del fiume Tamigi nei pressi di Mill River Bridge, i vapori alcolici mi impedirono di stare in piedi nonostante il ghiaccio fosse stato cosparso di ghiaia.
Champagne economico, risate, musica da qualche altoparlante lontano, e il mondo che ruotava lentamente sotto i miei piedi come una giostra impazzita.
A quel punto mi ci vollero due persone, Jasmine e uno sconosciuto con barba folta e occhiali da sole nonostante fosse notte, per aiutarmi a tornare in strada, facendoli addirittura cadere lungo il tragitto in una sequenza comica che avrebbe fatto ridere se non fosse stata così patetica.
Ricordo la sua risata mentre mi reggeva. Ricordo il calore della sua mano sul mio braccio. Ricordo aver pensato questo è quello che voglio, per sempre, senza sapere che "per sempre" sarebbe durato meno di un mese.
Il sogno-ricordo successivamente continuò nella sua versione peggiore.
Due giorni dopo ero nuovamente in Polonia per essere trasferito su ordine dei superiori, quegli ordini che non ammettevano discussioni in Repubblica Ceca dove stava divampando il caos a causa di un'epidemia di Ebola che si stava rapidamente diffondendo in nuovi letali focolai in tutto il continente.
Ebola. La parola stessa bastava a far gelare il sangue.
Il panico e il caos stavano diffondendosi in tutto il Vecchio Continente, mano a mano che il ceppo del virus mutato più resistente, più contagioso, più letale si diffondeva dall'Africa all'Italia e poi ovunque mediante le arterie del turismo globale. Viaggi aerei. Sistemi ferroviari ad alta velocità. Treni che collegavano capitali in poche ore portando con sé non solo passeggeri ma anche morte.
Il virus si diffuse anche molto rapidamente in quanto aveva un'incubazione massima di due settimane, due settimane, vale a dire il tempo sufficiente per qualcuno di spostarsi da un paese all'altro senza manifestare sintomi e nel frattempo entrare in contatto con altre persone, infettandole a loro insaputa.
Un assassino invisibile che viaggiava in business class.
L'intervento militare e l'applicazione forzata della quarantena in tutti i punti strategici in Europa fu garantito solo mediante l'uso della forza, forza brutale, a volte eccessiva, spesso disperata, rallentando e quindi impedendo ulteriormente il diffondersi della malattia. Checkpoint ovunque. Strade bloccate. Aeroporti militarizzati. La libertà di movimento sacrificata sull'altare della sopravvivenza.
Jasmine fu infettata molto probabilmente quando arrivammo in aeroporto.
Non ce la fece.
La rividi come in sogno per l'ultima volta in ospedale, quella stanza bianca, sterila, che odoreva di disinfettante e disperazione – solo che stavolta non era un ricordo tranquillo. Stavolta mi urlava contro dal suo letto con gli occhi iniettati di sangue, la pelle grigia, il corpo consumato da qualcosa che la medicina non riusciva a fermare.
-Perché non sei qui?! PERCHÉ NON SEI QUI?!-
Mi fece sobbalzare sul divano di Anastasia con un rantolo strozzato, il cuore che batteva all'impazzata, le mani che tremavano mentre cercavo di capire dove ero, non l'ospedale, non più l'ospedale, sei al sicuro, sei vivo, e per un istante ebbi paura di aver gridato ad alta voce.
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La prima cosa che vidi quando riemersi dai resti dell'incubo fu il buio totale, il buio profondo della notte estone, poi man mano che le pupille si adeguavo misi a fuoco il caminetto che crepitava silenzioso con qualche ciocco di legna, gettando danze arancioni sulle pareti del salotto.
Poi sentii un'odore, aglio, cipolla, qualcosa di grasso che friggeva,e capii che la ragazza stava preparando la cena in cucina. Quanto tempo era passato? Ore? Minuti?
-Chi è Jasmine?-
La voce di Anastasia ruppe il silenzio cogliendomi completamente di sorpresa, e mi torsi sul divano verso la sua provenienza vedendola seduta su una sedia in un angolo accanto al caminetto, quasi invisibile nell'ombra finché non parlò.
-Mi trovi interessante mentre dormo?- mi sollevai dallo schienale del divano in parte sveglio, in parte goffo, ancora confuso dai residui del sogno, -Quanto ho dormito?-
Guardai in direzione della finestra: calata di nuovo l'oscurità completa. Notte fonda.
-Circa un paio d'ore.- disse lei alzandosi lentamente dalla sedia, e notai che teneva ancora la pistola in mano, rilassata lungo il fianco ma pronta.
-Perché stavi lì nel buio?-
-Quando un estraneo dorme e parla terrorizzato nel sonno, urlando nomi, agitandosi, facendo i movimenti di chi sta combattendo qualcosa, nel mio salotto, difficilmente resto indifferente.-
Fece una pausa, poi aggiunse con un tono più morbito:
-Hai detto 'mi dispiace'. Hai detto 'non doveva finire così'. Hai pianto, credo, anche se non ne sono sicura.-
Deglutii, sentendo la gola secca come sabbia.
-Dovrò tenerlo a mente.-
-Chi è Jasmine?- insisté, e questa volta c'era curiosità nella sua voce oltre alla diffidenza.
-Credevo che non ti interessassero i fatti miei.-
Mi alzai in piedi stirandomi gambe e braccia, le articolazioni che scattavano, i muscoli rigidi dopo ore di immobilità, forse non era la migliore delle risposte ma dopotutto quello era un ricardo abbastanza privato di chi ora non esisteva più. Di chi non avrebbe mai più esistito.
Nella luce arancione delle fiamme l'espressione di Anastasia parve cambiare, qualcosa si ammorbidì nei suoi lineamenti, o forse era solo un gioco di luci, quindi anche lei si alzò in piedi per allontanarsi in direzione della cucina.
-Hai ragione. La cena comunque è pronta tra un'ora, poi partiamo.-
Era palesemente offesa. Lo sentii nelle parole, nel modo in cui evitarlo il mio sguardo, nella rigidità con cui camminava.
-Aspetta.-
Lei si fermò davanti alla porta della cucina voltandosi, e nel riflesso della luce del camino i suoi occhi sembrarono più scuri del solito.
-La mia ragazza è scomparsa alcuni anni fa durante l'ultima epidemia di Ebola- spiegai, e le parole uscirono più faticose del previsto, come se dovessero scavarsi un passaggio attraverso qualcosa di denso dentro di me -non è una cosa che dici a molte persone. Anzi, non è una cosa che dici a nessuno, di solito.-
Silenzio.
-Capisco.- abbassò gli occhi, e per la prima volta sentì qualcosa di genuino nella sua voce -mi dispiace.-
-Ti va di farmi un po' di compagnia?- chiesi prima che potessi fermarmi, sorpreso dalla mia stessa franchezza -Negli ultimi tempi è una cosa piuttosto rara, specialmente negli ultimi mesi visto quello che sta succedendo. E stasera...- lasciò la frase incompiuta, ma il senso era chiaro.
Stasera potrei non esserci più domani. Stasera potrei essere morto. Stasera vorrei sentirmi umano per un'ultima volta.
Lei annuì silenziosa, dopo un istante di esitazione che sembrò durare un'eternità, per poi tornare a sedersi sulla sedia accanto al fuoco del camino. Non troppo vicina. Non troppo lontana. Una distanza di sicurezza che però non era più un muro.
-Quanti anni hai, Siderov?-
-Puoi chiamarmi Markus, se ti va.-
-Quanti anni hai, Sasha?- ripeté con una nota di sarcasmo così leggera da essere quasi affettuosa.
-Ventisette. Tu invece?-
-Te l'ho già detto oggi. Diciotto.-
-Lo so, ma mi serviva un incipit per continuare la conversazione.- sorrisi, e fu strano quanto naturale venisse dopo tutto quello che era successo -Jasmine ne aveva venti quando tornammo da Londra. Morì poco dopo, quando l'epidemia di Ebola era solo agli inizi.-
-È arrivata anche da queste parti, ma per fortuna i morti furono solo poche centinaia. In Svezia e in Germania invece ho sentito che ne sono morti a migliaia.-
-La Norvegia fortunatamente non è stata raggiunta dall'epidemia – chiusura frontiere immediata, quarantena totale, un governo che per una volta ha agito velocemente – però ho sentito che ci sono stati casi sporadici anche in Russia.-
-Ho sentito anche io. Adesso si manifesta ogni inverno anche se viene dall'Africa, ma per qualche motivo il virus è mutato presentandosi da ottobre a marzo come una comune influenza stagionale. Meno letale, ma sempre lì. Sempre presente.-
Ci fu un breve momento di silenzio, un silenzio diverso da quelli precedenti, meno carico di minaccia, più... condiviso. Due persone sedute near a un fuoco che scoppiettava, parlando di cose che fanno male, in una notte in cui uno dei due sarebbe potuto non vedere l'alba.
-Comunque- iniziò Anastasia rompendo l'incantesimo con la sua voce pratica -vestiti puliti a parte. Le ciabatte e la vasca da bagno sono in fondo al corridoio a destra.-
-In che senso?-
-Puzzi come un contadino. Sento odore di sudore fino a qui.-
-Ah.- ci rimasi un po' male, onestamente – -grazie per la schiettezza.-
-Ma figurati, non c'è di che.- fece lei con un sorriso sarcastico che finalmente raggiunse gli occhi, e per un istante sembrò una ragazza normale di diciotto anni e non qualcuno che teneva sotto tiro un disertore militare.
Mi alzai in piedi e mi avviai verso il corridoio scalzo, seguendo il suo consiglio mentre lei intanto si alzò per andare in cucina. I piedi nudi sul parretto freddo. Il silenzio della casa attorno a me. L'assurdità della situazione,un soldato in fuga che fa la doccia in casa di una sconosciuta che gli ha puntato una pistola poche ore prima – che improvvisamente sembrava quasi normale.
-Quasi dimenticavo- disse Anastasia facendomi voltare quando ero già a metà corridoio – -quando hai finito, la tua roba è in camera mia. La stanza di fronte.- Poi fece per rientrare in cucina.
-Quasi dimenticavo- la vidi sporgere la testa dalla porta per ascoltarmi – -grazie di tutto.-
Le parole uscirono semplici. Genuine. Senza secondi fini.
Lei sorrisez un sorriso vero questa volta, piccolo ma reale, e rientrò in cucina lasciandomi solo nel corridoio con il rumore del mio stesso respiro e la strana sensazione che, per la prima volta da quando aveva iniziato questa fuga, qualcuno mi avesse trattato come un essere umano e non come un bersaglio o un criminale.
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