I giorni successivi trascorsero assai lenti.461Please respect copyright.PENANAFJJD1w2t3W
Non è un'espressione che si usa alla leggera. Dire che i giorni sono lenti quando sei in attesa di qualcosa è una cosa. Dire che i giorni sono lenti quando non stai aspettando niente in particolare ma il tempo stesso sembra essersi stancato di scorrere è un'altra. I giorni dopo quel pomeriggio nella mia camera erano come sabbia in una clessidra rotta: non scendevano. Rimanevano lì, accumulati, immobili, come se qualcuno avesse premuto il pulsante di pausa sul mondo e si fosse dimenticato di tornare a premere play.
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La polvere nera non cessava di cadere. Alternandosi a intense nevicate, creava uno strato su strato di grigio e bianco e nero che ricopriva Jökulsárlón come una torta maldestra fatta da qualcuno che non sapeva cuocere. Nevicava, e la neve copriva la cenere con un manto bianco che durava poche ore prima che una nuova pioggia di polvere nera lo trasformasse in grigio. Poi nevicava ancora, e il ciclo ricominciava, indefinitamente, come un lavaggio che non riesci a completare perché ogni volta che pensi di aver finito qualcuno ti butta altra terra addosso.
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Nemmeno la nebbia secca mostrava segni di voler mollare la presa. Se prima era stata un visitatore sgradito, adesso era un residente fisso. Parte del paesaggio. Parte dell'aria che respiravamo, del cibo che mangiavamo, dei vestiti che indossavamo. Era diventata la normalità, e questa era la cosa più terrificante: non che fosse lì, ma che stessimo smettendo di notarla.
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La primavera a questa latitudine era ancora assai lontana ed eravamo ancora nel pieno dell'inverno, nonostante le giornate lentamente avessero iniziato ad allungarsi. Qualche minuto in più di luce ogni giorno, un regalo misero che il sole ci faceva come se ci stesse dando le briciole del proprio tempo, troppo poco e troppo tardi per fare alcuna differenza pratica.
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Non vidi più Helena per i giorni successivi.
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Mi scrisse il giorno dopo, il mercoledì, dicendo che era indisposta. Il giovedì mi scrisse di nuovo dicendo che stava un po' meglio ma che doveva restare a casa per badare a sua madre, la cui tosse era peggiorata. Il venerdì un messaggio breve, una mezza frase, un "ciao, tutto ok, oggi non riesco a uscire" che lessi e rilessi cercando tra le righe qualcosa che non c'era o che non volevo vedere.
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Avevo il vago sospetto che fosse, sotto sotto, pentita di ciò che avevamo fatto.
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Il sospetto non era razionale. Non si basava su niente di concreto, su nessuna parola o gesto che Helena avesse fatto. Si basava su qualcosa di più sottile e più irrazionale: sul silenzio. Sul fatto che i suoi messaggi, pur essendo gentili, erano diversi da prima. Più corti. Più superficiali. Come se avesse costruito un muro di cortesia tra noi e stesse usando la malattia come mattone.
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Ci scrivevamo ancora e sapevo che doveva ancora badare a sua madre, e questo da solo avrebbe giustificato la sua assenza. Tuttavia sentivo la sua mancanza come un dolore fisico, un'assenza che non era solo emotiva ma corporea, come se una parte del mio corpo fosse stata rimossa e mandata in un'altra casa e io dovessi imparare a vivere senza di essa.
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Esjufjöll continuava ad avvelenare l'aria con lo smog di quella strana nebbia secca e le polveri, e la terra continuava a tremare. I terremoti erano diventati così frequenti che avevo smesso di contarli. A volte uno ogni mezz'ora, a volte tre in dieci minuti, a volte una sequenza ravvicinata che faceva tremare i piatti nei mobili e oscillare le lampade come pendoli impazziti. E poi il silenzio. E poi di nuovo.
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Tuttavia di punto in bianco le cose iniziarono ad andare peggio quando anche l'acqua potabile iniziò a puzzare quanto quella strana nebbia secca.
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Lo scoprii una mattina, andando in cucina a bere un bicchiere d'acqua. Riempii il bicchiere dal rubinetto, lo portai alle labbra, e il primo sorso mi fermò. L'odore. Quello stesso odore di uova marce, di zolfo, di morte lenta che riempiva l'aria esterna, era nell'acqua. Nell'acqua che bevevamo, che cucinavamo, che lavavamo. L'attività vulcanica aveva contaminato l'acqua che scorreva dal Vatnajökull e probabilmente anche la falda acquifera. L'Esjufjöll non si contentava più di avvelenarci l'aria. Adesso voleva anche la nostra acqua.
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Lo dissi a mia madre, che mi guardò con un'espressione che non le avevo mai visto prima. Non paura. Qualcosa di peggio. Rassegnazione. La rassegnazione di qualcuno che ha già affrontato abbastanza nella vita e che adesso si sente dire che anche l'elemento più basicò, più semplice, più dato per scontato della sopravvivenza non è più sicuro.
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Questo iniziò a creare disagio tra gli abitanti di Jökulsárlón, ormai sempre più stressati dai continui terremoti, dalla polvere nera e dalla nebbia secca che persisteva in contemporanea con l'attività vulcanica. Lo stress era palpabile. Lo sentivi nelle conversazioni per strada, brevi e taglienti, lo sentivi nei volti delle persone che non sorridevano più, lo sentivi nell'aria stessa che sembrava vibrare di una tensione che non aveva niente a che fare con i terremoti.
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I negozi iniziarono lentamente a essere svuotati delle bottiglie di acqua naturale e frizzante. Non ci fu una corsa agli acquisti, non ci fu panico visibile, ma una lenta, metodica, silenziosa erosione delle scorte. Ogni giorno i scaffali erano più vuoti del giorno prima, come se qualcuno li stesse svuotando di notte mentre dormivamo. Fortunatamente con le scorte che facevamo per l'inverno, prima che la banchisa chiudesse il mare alle navi commerciali, la carenza di acqua non era ancora un problema critico. Ma il malcontento era dilagante e infettava come un virus, più velocemente di qualsiasi epidemia respiratoria.
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Gli ospedali erano già stipati da persone a causa di problemi respiratori e bruciore di occhi e gola a causa della nebbia secca. Ma ben presto in città iniziò una nuova epidemia: mal di stomaco, convulsioni da vomito e diarrea. L'acqua contaminata stava facendo il suo lavoro, silenziosamente, metodicamente, entrando nelle case attraverso i rubinetti come un visitatore invisibile che portava il regalo della malattia. Gli ospedali iniziarono a essere sovraccarichi oltre il necessario, e le immagini che filtravano attraverso i notiziari erano quelle di corridoi pieni di persone su barelle, di medici che correvano, di infermiere con gli occhi arrossati che lavoravano turni che non avevano fine.
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La situazione stava peggiorando e i soccorsi non potevano venire. Non in elicottero, perché la cenere di Esjufjöll rendeva impossibile il volo, le particelle di vetro vulcanico e di polvere che si inserivano nei motori come sabbia in un orologio, distruggendoli in pochi minuti. Non da sud, perché le strade erano state spazzate via dalle inondazioni del ghiacciaio causate dalle nuove eruzioni, jökulhlaup che avevano cancellato decine di chilometri di asfalto come se fossero stati disegnati con una gomma su un foglio. Non da nord, perché il campo lavico delle prime eruzioni bloccava ogni passaggio.
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Gli aiuti, se sarebbero arrivati, sarebbero arrivati via mare. Ma sarebbe stato necessario del tempo, perché l'Islanda era circondata dalla banchisa e questo necessitava di navi rompighiaccio. Navi grandi, potenti, lente. Un processo che avrebbe richiesto giorni, forse settimane, e che nel frattempo lasciava Jökulsárlón sola, isolata, circondata da ostacoli in ogni direzione come un prigioniero in una cella le cui pareti si stavano restringendo.
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Sarebbe stato necessario aspettare mentre la situazione peggiorava.
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Ero ancora convinto che la situazione in Islanda fosse migliore rispetto ad altri Paesi, che il resto del mondo avesse problemi più grandi dei nostri, che alla fine i soccorsi sarebbero arrivati e tutto sarebbe tornato normale. Mi aggrappavo a questa convinzione come a un salvagente in mezzo all'oceano, non perché credessi davvero che fosse vero ma perché senza di essa non avevo nulla a cui aggrapparmi.
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Finché una notte qualcosa mi svegliò.
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Non era un terremoto. Lo sapevo perché i terremoti li avevo imparati a riconoscere, avevano un loro ritmo, la loro firma, il loro modo di entrare nel sonno e tirarti fuori. Questo era diverso. Qualcosa di più sottile, più elusivo, come una luce che si accende dietro le palpebre chiuse. Aprii gli occhi e per un istante non capii cosa mi avesse svegliato. La stanza era buia. Il pavimento non tremava. Non c'era nessun suono anomalo. Eppure qualcosa mi aveva tirato fuori dal sonno con una precisione chirurgica, come un dito che ti tocca la spalla sapendo esattamente dove toccarti.
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Mi alzai e andai alla finestra, spinto da qualcosa che non era curiosità ma necessità, come se il mio corpo sapesse qualcosa che il mio cervello non sapeva ancora.
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E lì lo vidi.
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Un lontano bagliore rossastro in un avvallamento tra le colline. Non molto lontano da Jökulsárlón. Non lontano come il Vatnajökull, non lontano come le eruzioni che avevamo visto fino ad allora. Vicino. Più vicino di quanto qualsiasi eruzione fosse mai stata. Il bagliore pulsava tra le colline come un occhio aperto nel paesaggio buio, e le nubi di cenere sopra di esso si illuminavano dall'interno con un bagliore arancio che era bello e terrificante allo stesso tempo.
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Restai alla finestra per minuti che mi sembrarono ore, guardando quel bagliore che non doveva essere lì, che non poteva essere lì, che invece era lì, reale, concreto, inequivocabile. Esjufjöll si era spostato. O meglio, Esjufjöll si stava espandendo. Le fratture non seguivano più il ghiacciaio. Stavano venendo verso di noi.
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Ci vollero un paio di giorni prima che le condizioni meteo permettessero a me e ad alcuni abitanti di avventurarsi in quella zona isolata. Due giorni in cui guardai dalla finestra cercando quel bagliore e vedendolo pulsare tra le nubi come un cuore che batteva nel buio. Due giorni in cui i terremoti continuarono con la loro litania incessante, l'acqua continuò a puzzare, la polvere continuò a cadere, e la nebbia secca continuò a bruciare i nostri occhi.
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Si unì anche Helena. Nel frattempo si era ripresa dal mal di stomaco ma appariva leggermente dimagrita, il viso più scavato, gli zigomi più prominenti, gli occhi ancora arrossati ma con qualcosa di diverso nel modo in cui mi guardò quando ci trovammo. Qualcosa di più morbido. Qualcosa che mi disse che non era pentita. Che non era mai stata pentita. Che i giorni di silenzio non erano stati un muro ma un rifugio, un luogo dove aveva elaborato qualcosa che non era pronta a elaborare in mia presenza.
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Non ne parlammo. Non ne avevamo bisogno. Le presi la mano e lei la strinse, e quel gesto bastò.
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Una volta sulla sommità innevata di una di quelle colline vedemmo con i nostri occhi ciò che i droni avevano confermato il giorno prima.
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Si era formata una nuova frattura eruttiva. Non lontana. Troppo vicina. Dalla quale si era formato una sorta di camino eruttivo di lava solidificata che era rapidamente cresciuto man mano che la lava zampillante si era raffreddata sui bordi, sovrapponendosi a quella precedente in un processo che avevo visto nei documentari ma che dal vivo aveva una scala e una presenza che nessun schermo poteva trasmettere. Il diametro di questo camino lavico era circa di trenta metri e alto circa una decina di metri. Trenta metri di diametro. Dieci metri di altezza. Una torre di roccia nera e fumante che era cresciuta dal nulla in pochi giorni, come un fungo gigantesco nato dalla terra malata.
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Da una spaccatura sul bordo un flusso lavico fluiva nella vallata, sollevando una colonna di vapore man mano che entrava in contatto con lo spesso manto nevoso. Un fiume di fuoco che scendeva lentamente nella neve, divorandola, trasformandola in vapore, in acqua, in fango, in niente. Il contrasto era assurdo: il rosso della lava contro il bianco della neve, il calore contro il freddo, la distruzione contro la quiete, tutto nello stesso quadro, nello stesso istante, come se qualcuno avesse preso due opposti e li avessi costretti a coesistere nello stesso spazio.
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— Sempre meglio.— ironizzò Helena accanto a me. La sua voce era piatta, priva di umorismo reale, il tipo di ironia che usi quando non hai più lacrime da piangere e non hai più parole per dire quanto sei spaventata.
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— Finché la lava resta confinata in questa vallata non vedo alcun pericolo. — osservai, e sentii le mie parole come vuote, come parole che dicevi perché qualcuno doveva dirle, non perché ci credesti davvero.
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— E cosa succede se uno di quei cosi si forma a Jökulsárlón? — fece lei.
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— Bella domanda. — dissi. E lo era. Era la domanda che nessuno voleva farsi ma che era lì, sospesa nell'aria tra noi come la cenere che cadeva dal cielo, impossibile da ignorare e impossibile da rispondere.
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— Se l'eruzione non finisce presto ho l'impressione che saremmo costretti ad andarcene tutti prima che inizi a decimarci. — commentò Helena. E la parola "deciamarci" non la usò come metafora. La usò nel suo significato letterale, biologico, clinico. Decimare. Uccidere uno su dieci. E forse sarebbe stato di più.
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— E per andare dove?— chiesi, e la mia voce suonò più disperata di quanto volessi.
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—Reykjavík potrebbe essere un buon punto di partenza.— disse Helena.
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— Non sarebbe una cattiva idea, ma sarei felice se potessi continuare a vivere qui.— lo dissi con scarsa convinzione. Le parole mi uscirono dalla bocca come acqua da un rubinetto che gocciola, senza forza, senza direzione, senza significato.
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— Prima dobbiamo uscire da questa situazione.— disse lei.
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In quel momento una nuova vibrazione scosse il terreno sotto di noi. I nostri piedi affondarono leggermente nella neve sotto il colpo, e per un istante il camino lavico davanti a noi sembrò tremare, le sue pareti nere e fumanti che oscillavano impercettibilmente come le pareti di una casa che sta per crollare.
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La nebbia secca si era leggermente indebolita in quei giorni e si potevano vedere meglio le nubi di cenere che si alzavano da Esjufjöll. Colonne immense di grigio e nero che si innalzavano verso il cielo come alberi senza foglie, senza vita, i rami sparsi dal vento in ogni direzione. Ma tra quelle nubi si poteva anche vedere il cielo, e il fatto di poter vedere il cielo era già qualcosa. Un piccolo segno che forse, dopotutto, l'attività del vulcano avrebbe potuto calmarsi.
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Sicuramente quella primavera sarebbe stato impossibile coltivare qualcosa con tutte quelle sostanze acide eruttate contenute nella nebbia secca e nella pioggia di cenere. Il suolo sarebbe stato avvelenato, l'acqua contaminata, l'aria tossica. Ma almeno la vita sarebbe continuata. Me lo dicevo per convincermi, ripetendolo come un mantra, come una preghiera laica rivolta a un dio che non ero sicuro stesse ascoltando.
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Almeno la vita sarebbe continuata.
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Helena mi prese la mano e noi restammo lì, sulla cima di quella collina, a guardare il nuovo camino lavico che fumava nella vallata sotto di noi, così vicino che potevamo sentire il calore arrivare a onde attraverso l'aria fredda, così vicino che potevamo vedere i dettagli della roccia nera, le crepe, le spaccature, i rivoli di lava ancora incandescente che scorrevano lungo i fianchi come vene di fuoco.
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E in quel momento capii qualcosa che non avevo ancora capito. Non stavamo più guardando un evento vulcanico. Stavamo guardando il luogo in cui saremmo potuti morire. E quella consapevolezza, quella consapevolezza lucida e crudele che mi si piantò nel petto come un chiodo, era qualcosa da cui non sarei più riuscito a tornare indietro.
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La guardai. Lei mi guardò.
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Nessuno disse niente.
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Non c'era niente da dire.
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