Come se le nostre speranze fossero state ascoltate.349Please respect copyright.PENANAhq4YgoUU8F
Non so da chi venissero, quelle speranze. Non so chi le avesse raccolte e portate da qualche parte dove qualcuno le avesse ascoltate. Ma qualcosa cambiò. Le settimane successive la situazione andò lentamente calmandosi, con una lentezza che all'inizio non credetti, che pensai fosse un'illusione ottica della nostra stanchezza, un desiderio proiettato sulla realtà come un film su uno schermo. Ma i giorni passavano e i cambiamenti rimanevano, e lentamente, con la pazienza di chi ha smesso di aspettarsi qualcosa e si accorge che qualcosa è arrivato lo stesso, l'attività eruttiva del campo di lava rallentò fino a cessare.
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Le fontane di lava si spensero una dopo l'altra, come candele che qualcuno soffia con un respiro lungo e costante. I flussi che avevano raggiunto il mare si fermarono, si solidificarono, divennero terra nera e fumante che nessuno avrebbe più potuto muovere. Anche l'attività di Esjufjöll si fermò. Non gradualmente. Di colpo. Come un cuore che dopo aver battuto all'impazzata decide di fermarsi e riposare. Le cortine di fuoco che avevamo visto dalla strada quella sera scomparvero. I boati si diradarono. I bagliori rossastri nel cielo notturno si spensero come luci che qualcuno spegne da un interruttore lontano.
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Le scosse di terremoto di tanto in tanto si ripetevano, ma la loro frequenza era diminuita parecchio rispetto a durante l'eruzione. Da diverse al giorno a una ogni tanto, da una ogni tanto a una ogni tanto meno, come un tamburo che rallenta il suo ritmo fino a diventare un battito quasi impercettibile.
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Le strade che erano state danneggiate dai lahar e dai flussi di lava furono restaurate con l'aiuto di ruspe e camion che portavano via il materiale lavico solidificato ancora fumante in altre aree. Lavoratori con maschere e tute protettive che si muovevano come formiche su un formicaio ricostruito, ricostruendo ciò che la terra aveva distrutto, come se niente fosse, come facevano da sempre, come avrebbero fatto per sempre. La lava si era già solidificata, tuttavia era noto che i flussi lavici impiegavano diversi anni per raffreddarsi completamente, e sotto quella crosta nera c'era ancora calore, ancora fuoco, ancora qualcosa di vivo che aspettava.
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Jökulsárlón non era più isolata.
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Gradualmente le nevicate e i venti del nord avevano ripulito l'aria dallo smog delle eruzioni e finalmente la vita sembrava tornare alla normalità. La nebbia secca se ne andò come era venuta, lentamente, ritirandosi come un'onda che lascia la spiaggia scoperta e bagnata ma finalmente libera. L'odore di zolfo diminuì fino a diventare un ricordo, un fantasma olfattivo che a volte tornava nelle notti di vento ma che non era più il padrone dell'aria che respiravamo. I negozi riaprirono. Le strade si riempirono. I lampioni tornarono a essere lampioni e non fari nella nebbia.
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Venne febbraio e, fatta eccezione per il brutto ricordo del vulcano, la vita aveva ripreso il suo ritmo. Sfortunatamente non avevamo ancora accesso all'acqua potabile. I rubinetti stillavano ancora quell'acqua dal sapore di zolfo che ci aveva ammalati, e ora con l'arrivo dell'estate avremmo dovuto dipendere dall'importazione di altre nazioni vicine. Cisterne d'acqua che arrivavano via nave, bottiglie che riempivano gli scaffali dei negozi al posto di quelle che prima venivano dalla falda acquifera sotto il ghiacciaio, file di persone che aspettavano il loro turno come si aspettava il pane in tempi di guerra.
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La vita era cambiata come le nostre abitudini, ma questo era il prezzo da pagare per la riacquistata tranquillità. E lo pagavamo volentieri, perché dopo quello che avevamo vissuto, qualsiasi prezzo sembrava basso.
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Le scuole riaprirono e quando io ed Helena ricominciammo a frequentare le lezioni fu strano. Dopo tutto quello che era successo, rivedere i vecchi amici tra cui Ástmar, Ögri e gli altri, sedersi nelle stesse aule, guardare gli stessi banchi, gli stessi corridoi, le stesso cortile, come se l'avessimo lasciato il giorno prima e non dopo settimane che avevano cambiato qualcosa dentro di noi che non sapevamo nominare. Ástmar fece il suo solito commento ironico quando ci vide arrivare insieme. Ögri ci sorrise con quel suo mezzo sorriso silenzioso che diceva più di mille parole. Gli altri ci guardarono con quell'espressione che era a metà tra la curiosità e il "lo sapevo".
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La notizia che io e lei stavamo insieme si diffuse a macchia d'olio, soprattutto per chi ci vedeva frequentarci in giro. Tanto prima o poi si sarebbe venuto a sapere, ma rispetto a tutto quello che era successo i pettegolezzi erano parte dell'esistenza quotidiana di tutti, un rumore di fondo che non aveva più peso, come il ronzio di un frigorifero o il ticchettio di un orologio.
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Ciò che tuttavia contribuiva a mantenere l'umore generale monotono della popolazione era, come ogni anno dopotutto, il lungo inverno islandese. Nonostante il Crepuscolo Polare fosse terminato e il pallido sole avesse ricominiciato a sorgere, il clima restava generalmente assai rigido, e almeno una volta o due a settimana la neve continuava ad accumularsi, dando lavoro agli spazzaneve. Il sole sorgeva ma non scaldava. Illuminava senza riscaldare, come una lampada che ti mostra il freddo ma non te lo toglie.
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Un pomeriggio, dopo la scuola, io ed Helena ci incontrammo al palaghiaccio della città dove trascorremmo buona parte della giornata divertendoci per conto nostro. Ci eravamo quasi dimenticati cosa significasse tutto ciò. Il suono delle lame sul ghiaccio, il freddo che ti pungeva le guance, la sensazione di scivolare su una superficie che era allo stesso tempo solida e liquida, il riso che ti usciva dalla bocca e si cristallizzava nell'aria prima di arrivare alle orecchie di chi stava accanto a te.
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Dal momento che non ero abituato a usare i pattini sul ghiaccio, alla fine della giornata avevo le natiche doloranti per il gran numero di cadute. Ogni volta che perdevo l'equilibrio andavo a sbattere sul ghiaccio con un tonfo che mi faceva ridere e allo stesso tempo mi faceva male, e Helena ogni volta mi tendeva la mano per rialzarmi con un sorriso che era a metà tra la compassione e la divertita sopportazione. Al contrario Helena se la cavava piuttosto egregiamente, muovendosi sul ghiaccio con una grazia che avevo già visto sul tatami, quella stessa combinazione di equilibrio e forza che la faceva sembrare più grande di quella che era.
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— Ci vengo spesso con gli amici dopo la scuola.— mi spiegò più tardi, mentre ci dirigevamo verso casa sua.
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Il sole era tramontato e il cielo aveva assunto una tonalità rossa-blu, uno di quei tramonti islandesi che sembravano dipinti da qualcuno che avesse usato solo tre colori ma li avesse usati con una maestria che ti toglieva il fiato. Le temperature stavano scendendo e il freddo della sera si insinuava sotto i vestiti come un ospite indesiderato.
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Dopo la giornata passata al palaghiaccio sentivo le guance che sfogavano, un calore che contrastava con il freddo dell'aria in modo quasi piacevole, come se il mio corpo stesse ricordando cosa significava essere vivo in un modo che non riusciva a fare quando era chiuso in casa.
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Quella sera sarei andato a casa di Helena. Ci eravamo programmati la giornata di oggi e di domani. I genitori e le sorelle di lei, eccetto Iya, erano andati a visitare parenti a Reykjavík e non sarebbero tornati prima di un paio di giorni. La casa sarebbe stata nostra. Non per il motivo per cui qualcuno potrebbe pensare che mi facesse piacere che la casa fosse nostra, ma per la semplicità di stare insieme senza dover filtrare ogni parola, ogni gesto, ogni sguardo attraverso lo schermo della presenza altrui.
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Quando arrivammo a casa di lei, come al solito ci togliemmo le scarpe e mettemmo le ciabatte. Iya era sul divano che guardava probabilmente una serie TV, il bagliore dello schermo che le illuminava il viso in una successione di colori cambianti.
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— Ciao Hel. Ciao Sash... — si limitò a dire senza staccare gli occhi dallo schermo.
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— Ciao Iya — la salutai.
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Erano le 17:30, quasi ora di cena. Fuori era calato il buio. Era bello sentire di nuovo il calore domestico, quel tepore che ti avvolgeva come un abbraccio quando entri in una casa dal freddo della sera, e che in quei giorni aveva un sapore speciale, il sapore della normalità ritrovata dopo settimane in cui la normalità era sembrata un lusso che non ci saremmo più potuti permettere.
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Aiutai Helena a preparare la cena per tutti e tre. Non fui di molto aiuto. Purtroppo non sapendo dove erano le cose e quello che serviva ero più d'impiccio che altro, aprendo armadi sbagliati, prendendo contenitori errati, cercando utensili che non esistevano. Tuttavia alla fine fui soddisfatto del risultato, soprattutto perché mi sentivo utile nei confronti di lei, anche se il mio contributo effettivo era stato probabilmente negativo.
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Quella sera per cena in tre a tavola mangiammo Plokkfiskur, un sostanzioso piatto di pesce a base di merluzzo bollito, purè di patate e cipolle. Un piatto che avevo mangiato mille volte ma che quella sera sembrava diverso, più buono, come se il sapore fosse stato amplificato dalla consapevolezza di essere seduto a quel tavolo, in quella casa, con quelle persone, in una normalità che poche settimane prima avevamo temuto di perdere per sempre.
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Ogni tanto una leggera vibrazione scuoteva ancora la cucina, ma secondo i notiziari locali questo era normale, in quanto la terra si stava ancora stabilizzando dopo l'eruzione. Un tremito leggero, appena percettibile, che faceva tremare il bicchiere d'acqua per un istante e poi scompariva. Lo notavamo e poi lo ignoravamo, come si ignora il tossire di qualcuno in un'altra stanza.
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L'inizio della cena fu un po' imbarazzante, in quanto non solo era la prima volta che cenavo con loro, ma soprattutto per il fatto che non sapevamo cosa dire. Iya mangiava in silenzio, Helena mi lanciava sguardi che dicevano "dì qualcosa", e io cercavo qualcosa da dire che non suonasse falso o forzato.
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— Dove andrete domani? — ruppe il ghiaccio Iya curiosa. Evidentemente Helena le ne aveva parlato.
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— Faremmo un giro in motoslitta prima che cominci il disgelo.— spiegai.
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— Fino a Grímsvötn? Ma non è un po'... pericoloso? — fece lei.
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Allora sapeva già dove andavamo!
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— Sicuramente meno pericoloso di Esjufjöll.— rispose Helena con un tono che non ammetteva repliche.
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— Staremo via una sola giornata. — dissi.
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— Questo non toglie che questa storia mi puzza di guai.— aggiunse Iya, e il suo tono non era di critica ma di preoccupazione, la preoccupazione di una sorella minore che guarda la sorella maggiore andare verso qualcosa che non può controllare.
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— Ci vanno centinaia di persone ogni anno, non vedo perché dobbiamo essere proprio noi ad avere qualche sfortuna.— ironizzai.
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— Beh, sorella mia, devo dire che da quando hai conosciuto lui ti sei data all'avventura.— disse Iya rivolta a Helena, e c'era qualcosa nel suo sguardo che era tra l'ammirazione e l'incredulità.
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— Forse,— Helena arrossì — ma perché no? Dopotutto si vive una volta sola.—
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— Tu ce l'hai il ragazzo, Iya? — le chiesi per cambiare argomento.
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— No, diciamo che c'è un tipo che mi piace ma ancora nulla di serio.— disse lei.
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— Magari anche lui un giorno ti porterà a fare qualche avventura tra i ghiacciai.— disse Helena.
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— Sono più una ragazza di città che una pioniera.— rispose Iya.
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— Con il tempo si può sempre cambiare.— dissi.
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— Forse, ma deve essere una persona molto speciale per riuscirci con una come me.—
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— Più facile che debba essere una persona molto speciale per sopportarti.— ironizzò Helena.
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— Che carina che sei, mi sorprende che Sasha non sia ancora impazzito.— disse Iya.
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— Un po' lo sono, ma ci sta.— risi guardando Helena, e lei ricambiò il sorriso con quello che era diventato il nostro sorriso, quello che condividevamo solo noi due, quello che diceva cose che non avevamo bisogno di dire a voce alta.
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Quando la cena finì aiutai le due sorelle a sparecchiare la tavola, quindi ci fermammo tutti e tre sul divano a guardare un film horror che trovai piuttosto inquietante, al contrario di loro che sembravano immuni al terrore dopo quello che avevamo vissuto.
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Prima di andare a dormire con Helena salutai Iya e le augurai la buonanotte. Lei ci fece gli auguri di buon viaggio, e nel farlo notai che mi stava guardando in modo strano. Uno sguardo diretto negli occhi di solo un istante, forse un avvertimento, forse una raccomandazione, forse qualcosa che non riuscii a decifrare e che mi rimase addosso come una goccia d'acqua fredda sulla schiena.
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Il mattino seguente, con abbigliamento e casco protettivi, stavamo sfrecciando nel bianco e accecante riverbero delle nevi del Vatnajökull in motoslitta. Eravamo imbottiti con tanto di guanti termici e vestiario isolante, le temperature in questo deserto polare toccavano fino a meno venti gradi Celsius, e se a questo si sommava l'alta velocità e l'effetto del vento la temperatura percepita sarebbe stata ancora più bassa, abbastanza da congelare la pelle esposta in pochi minuti.
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Fortunatamente le previsioni per domenica davano bel tempo. Un cielo blu che non avevamo visto da settimane, un blu intenso e profondo che sembrava appartenere a un altro pianeta, a un'altra epoca, a una vita in cui i vulcani non eruttavano e l'acqua non puzzava e la gente non moriva per aver respirato l'aria della propria città.
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Era assai difficile muoversi in questo deserto innevato senza il GPS incorporato nella motoslitta che ti indicava la direzione in cui andare. Fortunatamente avevo un po' di pratica con questo mezzo. L'avevo acquistato l'estate scorsa con i soldi messi da parte quando lavoravo stagionalmente a Reykjavík, poteva fare al massimo quaranta chilometri orari, quindi saremmo riusciti tranquillamente a visitare l'area di Grímsvötn e a tornare al massimo con le prime luci notturne della sera.
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Il cielo sopra di noi era di un blu intenso e le basse temperature rendevano le nevi del Vatnajökull poco meno che polvere di cristalli di ghiaccio che si sollevavano in nuvole al passaggio della motoslitta. Un effetto che era allo stesso tempo bellissimo e disorientante, come se stessimo viaggiando attraverso una nuvola di diamanti polverizzati.
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Diversi metri sotto di noi sapevo che c'era un puro strato di ghiaccio dallo spessore di svariati centinaia di metri che celava un paesaggio ignoto. Rocce, crepe, caverne, fiumi sotterranei di acqua fusa, tutto nascosto sotto quella coltre di ghiaccio che sembrava infinita e che invece era solo la superficie di qualcosa di molto più complesso e molto più antico.
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Percorrendo chilometri e chilometri di neve polverosa Helena restava aggrappata stretta a me, in parte per pura sicurezza, dall'altra per avere un minimo di calore fisico che si trasmetteva dal nostro corpo. Sentivo le sue braccia attorno alla mia vita attraverso i vestiti imbottiti, una pressione costante che era insieme confortante e eccitante, come una promessa che non era stata ancora fatta ma che entrambi sentivamo.
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Rallentai un attimo.
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— Tutto bene? — le chiesi girando la testa il più possibile dentro il casco.
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— Sì, tranquillo — mi rispose lei di rimando.
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— Vuoi fare una pausa?—
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— Non serve.—
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— Tra circa mezz'ora saremmo arrivati.—
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Mi guardai attorno in quel freddo paesaggio totalmente bianco da orizzonte a orizzonte. Se non fosse stato per quel cielo azzurro si sarebbe potuto credere di essere su Enceladus, una luna di Saturno completamente bianca coperta di neve per effetto dei suoi enormi geyser provenienti da un oceano di acqua profonda che gelavano all'istante ricoprendola costantemente di neve. Lo pensai e mi sembrò appropriato, perché in quel momento mi sentivo esattamente come un astronauta su un altro mondo, lontano da tutto, solo con lei, in un paesaggio che non apparteneva alla Terra ma a qualcosa di più antico e più indifferente.
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— Quanto manca? — mi chiese Helena.
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— Pochi chilometri — risposi — però dovremmo fare qualche tratto a piedi perché ci sono delle scogliere di roccia sotto la neve e lo spessore della neve è più sottile.
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— Capito.—
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Ripartimmo. Fortunatamente quella era una motoslitta abbastanza veloce. Se fosse stato un mezzo più obsoleto saremmo tornati a casa a notte fonda, e questo non era assolutamente il caso visto che a notte fonda le temperature del Vatnajökull scendevano in modo brutale, soprattutto in pieno inverno.
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Quando arrivammo scendemmo dalla motoslitta togliendoci il casco. Helena scosse la testa facendo volteggiare i lunghi capelli castani e si stirò gambe e braccia, più o meno come me. Poco più avanti si osservava in modo piuttosto evidente un esteso bordo roccioso incrostato di neve che contrastava con il resto del paesaggio innevato, quasi pianeggiante.
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Iniziammo a dirigerci in quella direzione.
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— Quanto è grande questo affare? — chiese Helena chiaramente sorpresa.
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— Qualche chilometro. È una caldera.—
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— Me lo aspettavo più piccolo onestamente.—
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— Se vai qualche chilometro più a nord ovest scoprirai che la caldera di Bárðarbunga è molto più grande.—
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— Ma non mi dire.— ironizzò lei.
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Ci stavamo avvicinando e il paesaggio cambiava gradualmente, il bianco assoluto del ghiacciaio lasciava il posto a chiazze di roccia nera che spuntavano dalla neve come ferite nella pelle bianca della terra.
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— Come esplode questo vulcano? — chiese Helena.
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— Più o meno come Esjufjöll, ma è una caldera causata da un'antica grande eruzione che a sua volta contiene diversi crateri dove periodicamente erutta in modo più o meno violento.— spiegai.
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— Sembra che tu conosca bene l'argomento.— osservò Helena.
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— Sono sempre stato appassionato di vulcanologia, oltre che collezionare minerali.—
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— È peggio di Esjufjöll?—
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— Dipende. Sicuramente quando erutta il paesaggio qui attorno si ricopre di polvere nera, come abbiamo visto a Jökulsárlón.—
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— Meglio non essere qui quando succede.— osservò lei.
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— In effetti no. Tra le rocce che cadono dal cielo e i gas vulcanici questo è l'ultimo posto dove essere presenti.—
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Finalmente arrivammo sul bordo della caldera.
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Eravamo sulla sommità di uno strapiombo di rocce e ghiacci di almeno duecento metri. Il vuoto sotto di noi era così profondo che guardare giù dava le vertigini, e il fondo della caldera era così lontano che sembrava un altro pianeta visto dal bordo di un cratere.
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— Incredibile, non mi aspettavo niente del genere.— commentò Helena.
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— Già, nemmeno io.—
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Il paesaggio della caldera era alternato da sfumature bianche e nere, da diverse aree lungo i bordi spaccati o coperti di neve si sollevavano dense colonne di vapore che andavano disperdendosi verso il cielo. Lungo i bordi della caldera si osservava distintamente l'alternarsi dello strato di ghiaccio del Vatnajökull e la nuda roccia sottostante, come strati di una torta geologica che qualcuno aveva tagliato a metà per mostrarne l'interno.
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L'interno della caldera non era molto differente, con nera roccia lavica spaccata ovunque e pennacchi di vapore. C'erano aree che sembravano comunque percorribili a piedi e non molto lontano da noi un grande lago turchese chiaramente di origine termale che emetteva vapore, sicuramente riscaldato dall'intenso calore che si sprigionava da sotto la superficie. Non c'erano dubbi che la maggior parte del suolo all'interno della caldera emettesse calore.
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— Che ne dici di fare due passi all'inferno? — tesi una mano ad Helena.
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Lei mi guardò sorpresa.
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— Stai scherzando spero.—
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— Non c'è pericolo, è quiescente.—
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— Ma ne sei sicuro?—
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— Il pericolo maggiore è legato ai gas, ma essendo un enorme spazio aperto ventilato dubito che la nostra presenza per qualche minuto ne risentirà.—
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— E se eruttasse?—
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— Sarebbe una bella sfortuna.—
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Una cosa era sicura: l'interno di Grímsvötn trasudava davvero calore. Non al punto da ustionare o da dare fastidio, ma la differenza dal Vatnajökull si notava. L'aria dentro la caldera era mite, alternata da improvvise raffiche di vento gelido che entravano dalle aperture nei bordi come folate di un respiro enorme.
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Eravamo scesi da un punto poco ripido sulla parete della caldera finendo all'interno di un piccolo campo di cristalli di zolfo che apparentemente trasudava dal sottosuolo. Giallo brillante contro il nero della roccia, un contrasto che sembrava appartenere a un'altra epoca geologica.
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Poco più avanti avevamo scavalcato una crepa nel suolo da cui fuoriusciva vapore, e ora ci trovavamo sul bordo del grande lago turchese. Era estremamente caldo, lo si capiva dal vapore che emetteva e dal colore dell'acqua, un turchese così intenso e così innaturale che sembrava artificiale.
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— Ci saranno dei pesci? — ironizzò Helena.
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— Al massimo qualche organismo estremofilo.— osservai.
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— Quelli cosa sono? — chiese Helena indicando dei filamenti blu acceso appesi alle rocce appena visibili sotto la superficie del lago.
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— Non lo so, ma sembrano qualcosa di vivo.— dissi, e lo pensavo davvero. In quel lago bollente e tossico, in quella caldera che era stata il teatro di eruzioni colossali, c'era qualcosa che era riuscito a vivere, a trovare un modo per esistere in condizioni che avrebbero ucciso qualsiasi altra forma di vita. E questo mi sembrava, in qualche modo, una metafora per noi.
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Ci spostammo poco più lontano, camminando tra i continui pennacchi di vapore verso un'area più centrale della caldera dove sorgeva dal suolo quella che sembrava essere una grande cupola di lava solidificata dalla cui crepa fuoriusciva ancora vapore, indice che all'interno era ancora molto calda da quando si era formata fino a fermarsi.
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— Questo affare sembra essersi formato durante l'ultima eruzione.— osservai.
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— Ma cos'è?— chiese Helena perplessa.
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— È una cupola di lava che si sta ancora raffreddando. Non mi sorprende che dentro sia ancora incandescente.— osservai affascinato.
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— Quando è stata l'ultima eruzione qui?—
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— Circa quindici anni fa.-
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— Ed è ancora così caldo? — fece Helena sorpresa.
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— A quanto ho sentito la lava ha una bassa conducibilità termica, quindi può restare incandescente sotto la superficie per decenni.—
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Esplorammo il resto di quel posto infernale ancora per un po', ma fatta eccezione per le numerose sorgenti termali e pozze di fango ribollenti l'interesse iniziò poco alla volta a scemare.
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— Andiamocene.—
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— Ci sto — disse Helena.
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Risalimmo il poco ripido pendio che avevamo percorso fino a tornare tra le nevi eterne del Vatnajökull con i suoi gelidi venti. Il contrasto tra il calore della caldera e il freddo del ghiacciaio fu come passare da una stanza calda alla strada gelata in pieno inverno, un contrasto che mi fece rabbrividire non per il freddo ma per la rapidità del cambiamento.
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Ci stavamo dirigendo verso la motoslitta quando mi accorsi che avevo un'andatura degli scarponi differente, come se avessi qualcosa sotto la scarpa. Sollevai il piede perplesso e con sorpresa mi accorsi che la gomma della mia scarpa sottostante era leggermente fusa. Controllai anche l'altra. Idem.
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— Helena, prova a controllare sotto le tue scarpe — dissi.
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Helena si fermò guardandomi perplessa. Quindi fece ciò che avevo già fatto io, poi mi guardò sorpresa.
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— Sono leggermente bruciati.— disse.
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— A quanto pare alcune zone del suolo di Grímsvötn sono particolarmente roventi.— dissi.
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— Dovevamo aspettarcelo.— disse lei.
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— Già. Andiamo, c'è un ultimo posto che dobbiamo vedere qui vicino.—
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— Cioè? L'importante è che non facciamo troppo tardi.— disse lei.
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— Non lo faremo.—
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Ripercorremmo l'ultimo tratto fino alla motoslitta, quindi ci mettemmo i caschi e ripartimmo. Ci dirigemmo poco più a sud della caldera di Grímsvötn fino a raggiungere un'area dove un enorme baratro divideva in due l'area del ghiacciaio fino a perdersi all'orizzonte verso sud.
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Era come se un Jötunn avesse conficcato un'immensa spada incandescente nel mezzo del ghiaccio per incidere un enorme solco come un coltello nel burro. Le pareti di ghiaccio stratificato erano alte centinaia di metri e scendevano verticali verso il fondo invisibile, e la larghezza del baratro era tale che da un lato non si vedeva l'altro.
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Ci fermammo.
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— Cos'è, un fiume quello? — chiese Helena perplessa togliendosi il casco e osservando il baratro.
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— Quasi, — dissi — questa è l'area che viene attraversata e scavata dalle inondazioni glaciali quando avvengono le eruzioni di Grímsvötn.—
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— Intendi quando il ghiacciaio si scioglie?—
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— Sì. Attraversano il ghiacciaio in parte erodendolo, in parte sciogliendolo a loro volta, e fluiscono direttamente nell'oceano.—
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Ci avvicinammo.
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— Attenta, i bordi potrebbero essere instabili.—
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Guardammo giù. Solo neve fresca, ma le pareti di ghiaccio stratificato erano alte centinaia di metri e il fondo era invisibile, perso nel buio e nella distanza.
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— Impressionante,— fece Helena — mi fa quasi più impressione di Esjufjöll.—
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— Già, ma per fortuna qui è tutto silenzioso.—
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Poco dopo stavamo tornando nuovamente indietro con la motoslitta tra le bianche distese di Vatnajökull. Il vento si era appena alzato, lo si notava in lontananza dalle nuvole di neve polverosa che venivano sollevate e nuovamente disperse in quella landa bianca. C'era ancora un posto che volevo mostrare a Helena, ma speravo di fare in tempo. La sentivo insolitamente stretta forte a me, forse dopotutto le piacevano queste strane avventure.
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Non avevo mai visto il vulcano Grímsvötn, ma dalle mappe non era un posto difficile da raggiungere, anche se raramente i turisti erano interessati a vedere un vulcano quiescente tra i ghiacciai. Per la maggior parte della gente il vulcano interessante era quello che eruttava, non quello che dormiva. Ma per me dormire era interessante quanto eruttare, perché il dormire era il respiro tra un'eruzione e l'altra, il silenzio tra due esplosioni, e in quel silenzio c'era più verità che in qualsiasi fontana di lava.
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Ci stavamo nuovamente dirigendo verso casa, ormai il sole si stava avvicinando al tramonto, ma non ero preoccupato. Avevamo organizzato con precisione i tempi di andata e ritorno.
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Tuttavia, prima di tornare a casa, ci fermammo in un'area del ghiacciaio poco prima di Jökulsárlón. Una sorta di caverna all'interno del ghiacciaio. Qui la base dell'enorme ghiacciaio veniva sciolta dall'attività geotermica, creando una sorta di caverna di ghiaccio blu. Ce n'erano diverse di queste aree in tutto il Vatnajökull, e questa l'avevo già visitata, ma cambiava aspetto ogni anno.
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Entrammo nella grotta blu.
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— Non ci sono mai stata qui, sinceramente non credevo potesse esistere un posto simile.— disse Helena sorpresa.
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Qui l'attività vulcanica in combinazione con il gelo e il disgelo aveva scavato una sorta di strano paesaggio sotto il ghiacciaio dalle forme aliene che con la luce del crepuscolo assumeva tonalità e sfumature cristalline che andavano dal turchese al blu profondo. Le pareti di ghiaccio erano translucenti, e la luce le attraversava come attraverso vetri colorati, proiettando riflessi blu e turchesi sul suolo e sulle nostre facce, trasformandoci in creature di un mondo subacqueo o spaziale.
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— È un gioco di gelo e disgelo,— le dissi — se torni qui il prossimo anno vedrai che avrà un aspetto del tutto diverso.—
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Studiai incuriosito la forma delle stalattiti che pendevano dal soffitto, formazioni di ghiaccio che erano nate goccia dopo goccia in un processo che durava anni e che poteva essere interrotto in qualsiasi momento dal collasso della caverna stessa, che un giorno sarebbe crollata sotto il suo stesso peso e sarebbe scomparsa come se non fosse mai esistita.
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Poi mi accorsi che Helena mi stava guardando. Non la grotta. Non le stalattiti. Me. Con quell'intensità che aveva quando voleva qualcosa e non lo diceva a parole ma lo diceva con gli occhi, con il corpo, con la distanza tra noi che si riduceva senza che nessuno dei due si muovesse.
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Condivisi la sua attenzione. Ogni altra cosa scomparve. Il blu della grotta, il freddo, il ghiaccio, il vulcano, tutto si dissolse come neve al sole e rimase solo lei, i suoi occhi scuri che brillavano nella luce blu, i suoi capelli castani che le incorniciavano il viso, le sue labbra leggermente aperte in un respiro che era più di un respiro.
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Fece un paio di passi e mi si fece più vicina prendendomi le mani guantate nelle sue.
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— Grazie per questa bella giornata.— sussurrò.
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Quindi si sollevò e condivise il respiro tra le sue labbra con il mio. Un caldo tepore tra quel freddo eterno.
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