Quando lessi il messaggio quasi non credevo a quello che avevo letto.
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Le lettere si imprimevano sullo schermo del cellulare come marchi a fuoco, e i miei occhi le guardavano senza riuscire a processarle, come se il cervello avesse istintivamente attivato una barriera per proteggermi da qualcosa che sapeva essere devastante prima ancora che lo capissi coscientemente. Iya. Il nome era lì, bianco su nero, inequivocabile, e non era il nome che volevo leggere. Non era il nome che avevo sperato di leggere per mesi, ogni volta che controllavo il telefono, ogni volta che cercavo un messaggio che non arrivava, ogni volta che digitavo il numero di Helena e ricevevo quella risposta vuota, gelida, meccanica: "numero inesistente."
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Risposi d'istinto.
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«Sono io, come state? Helena?»
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Mi vennero spontanee mille domande. Perché solo ora dopo tutto questo tempo? Perché Iya e non Helena o Hannah a scrivermi? Dove erano finiti per tutto questo tempo? Perché il silenzio, perché l'assenza, perché mesi di niente se non un vuoto che si allargava come la nube di cenere sopra l'Islanda?
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Poi un'intuizione che mi fece tremare le gambe. Un pugno nello stomaco che non era metaforico ma fisico, un dolore reale che mi piegò in due mentre stavo in piedi sulla soglia di casa mia, con la chiave ancora nella mano e la porta aperta e il freddo che mi entrava nei vestiti senza che me ne accorgessi.
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Helena era...
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No. Non potevo pensarla. Non potevo completare quella frase. Il mio cervello si rifiutava di farlo come si rifiuta di toccare qualcosa di bollente, non per codardia ma per istinto di sopravvivenza, perché sapeva che se avessi completato quella frase qualcosa si sarebbe spezzato dentro di me che non si sarebbe più potuto riparare.
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Iya: «Abbastanza bene, ora. Dove sei?»
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Io: «Mi hanno trasferito a Bergen, voi dove siete? Helena come sta?»
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Iya: «Noi siamo a Rovaniemi, in Finlandia, non sei molto lontano da noi. Ci possiamo incontrare uno di questi giorni? Ti dobbiamo parlare.»
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Ti dobbiamo parlare. Non "vogliamo parlare." "Dobbiamo." Il verbo che usi quando non hai scelta, quando quello che devi dire è così pesante che non può più essere rimandato, quando il silenzio è diventato un peso insopportabile e l'unica cosa che puoi fare è deporlo sulle spalle di qualcun altro perché tu non ce la fai più a portarlo.
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Questo fece salire i miei peggiori dubbi. Esitai. Le mie dita erano immobilizzate sulla tastiera del telefono come se fossero state incollate, e il freddo mi mordeva le mani e non lo sentivo, non sentivo niente tranne il battito del mio cuore che accelerava come un tamburo militare.
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Io: «Va bene. Quando?»
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Iya: «Dopo domani ti va bene?»
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Io: «Sì.»
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Iya: «Arriveremo in mattinata.»
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Io: «Va bene, vi aspetto.»
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Avevo mille domande. Ma non le feci. Perché sapevo che le risposte sarebbero arrivate solo guardandole in faccia, e perché avevo paura delle risposte, e la paura delle risposte mi impediva di fare le domande, e questa era una catena che non riuscivo a rompere.
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Trascorsi il resto della sera guardando seduto il fuoco nel caminetto che consumava i ciocchi di legno che avevo preparato in settimana. Il fuoco che crepitava e si contraeva e si allungava cercando di afferrare il legno come una mano che cerca un appiglio, e le fiamme che danzavano e proiettavano ombre mobili sulle pareti della stanza che un tempo era stata vuota e che adesso era vuota in un modo diverso, un vuoto che era stato riempito per un istante dalla possibilità di rivedere volti conosciuti e che adesso era di nuovo vuoto ma con il peso delle aspettative aggiunto al peso del nulla.
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Cos'era successo a Helena? Perché non si era fatta sentita? Da quando era successa la catastrofe di Esjufjöll tutto per me aveva perso un senso. Non un senso in particolare. Il senso. Tutto. Il motivo per alzarsi la mattina, il motivo per andare a lavoro, il motivo per mangiare, il motivo per respirare. Vivevo perché il mio corpo continuava a funzionare anche quando la mia mente aveva smesso di dare ragioni per farlo funzionare, e questa era una forma di sopravvivenza che non aveva niente di nobile e tutto di meccanico, come un orologio che continua a funzionare anche se nessuno lo guarda più.
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Da quando era trascorsa quella notte in cui la fiamma del vulcano aveva nuovamente illuminato il cielo notturno le cose erano precipitate nell'abisso. E "abisso" non era una parola che usavo per drammaticità. Era la parola corretta, quella che descriveva esattamente quello che era successo: una caduta verso il basso senza fine, senza fondo, senza un punto in cui atterrare e dire "è finita, sono arrivato." Perché non era finita. Non era mai finita. Ogni giorno portava una nuova bruttezza, una nuova perdita, una nuova conferma che il peggio non era passato ma si era solo trasformato in qualcosa di diverso.
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Mi addormentai guardando il fuoco con pensieri colmi di angoscia e il fischio del vento dalla finestra che anticipava l'inverno venturo.
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Sognai.
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Sognai un'enorme nube di cenere che si sollevava dall'orizzonte di un deserto innevato fino al cielo stellato, fino a eclissare le stelle, allargandosi in una sorta di notte vulcanica che copriva tutto come una coperta nera che soffocava il mondo. Poi una terrificante tempesta di neve si sollevava accecandomi, il vento che urlava e la neve che mi graffiava il viso come aghi di ghiaccio. E in un istante di visibilità, un solo istante in cui la tempesta si aprì come una cortina che viene tirata, vidi sepolte tra la neve tutte le persone che avevo perso e a cui tenevo di più, con solo i volti visibili sopra la coltre bianca. Mia madre. Helena. Hannah. Iya. I loro volti immobili, congelati, gli occhi chiusi come se stessero dormendo, ma non dormivano, e la neve continuava a cadere su di loro coprendoli lentamente, cancellando i loro volti uno alla volta come se qualcuno stesse cancellando un dipinto, e io volevo gridare ma non avevo voce, volevo correre da loro ma non avevo gambe, volevo scavare nella neve per tirarli fuori ma non avevo mani, e la neve continuava a cadere e i volti continuavano a scomparire e io non potevo fare niente niente niente niente.
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Bergen era collegata con le stazioni ferroviarie di tutta la penisola scandinava. Quel mattino presto di semi-oscurità stava nevicando e il cielo nuvoloso del crepuscolo era pieno di riflessi rossastri, quelle tracce di zolfo che ancora tingevano i cieli del mondo come un ricordo che non si cancellava. La neve cadeva fitta e silenziosa, coprendo le strade, i tetti, i binari del treno con una bianchezza che sembrava pulita.
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Appena vidi Hannah e Iya andai subito loro incontro con l'ombrello. Erano sul marciapiede davanti alla stazione, due figure irrigidite dal freddo con valigie ai piedi e visi che non avevo visto da mesi, e quando i miei occhi si posarono su di loro sentii qualcosa che non avevo sentito da troppo tempo: il riconoscimento. La capacità di guardare un volto e sapere chi c'è dietro, sapere che quella persona ha una storia che si interseca con la tua, che quegli occhi hanno visto cose che anche tu hai visto, che quella bocca ha pronunciato parole che anche tu hai pronunciato.
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Avevano il viso stanco. Hannah soprattutto, con quei suoi occhi azzurri che un tempo erano brillanti come il ghiaccio del Vatnajökull e che adesso erano opachi, offuscati, come se qualcuno avesse versato acqua su due diamanti trasformandoli in vetro. Iya era leggermente cresciuta e aveva i capelli più lunghi, e in quel cambiamento fisico c'era qualcosa che mi colpì perché significava che il tempo era passato, che mesi erano passati, che cose erano successe che io non avevo visto e che avevano lasciato tracce sui loro corpi come la cenere aveva lasciato tracce sulla mia città.
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Hannah invece sembrava sempre la stessa, forse un po' segnata. Le linee del suo viso erano un po' più marcate, un po' più profonde, come solchi che l'età o il dolore avevano scavato nella roccia della sua pelle, ma la struttura era la stessa, la determinazione era la stessa, quello sguardo che diceva "so cosa sto facendo" era lo stesso.
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— È bello rivedere dei volti conosciuti, come state? Helena? — chiesi tutto d'un fiato, e la domanda mi uscì dalla bocca prima che potessi fermarla, come un riflesso incontrollabile, e appena la ebbi pronunciata sentii il peso di quella parola, "Helena", un peso che mi schiacciò il petto come un macigno.
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Dopotutto erano i primi volti conosciuti da parecchi mesi di silenzio. I primi volti che non appartenevano a estranei, ai colleghi del ristorante, agli psicologi dei centri rifugiati, ai vicini di casa che mi salutavano con un cenno del capo senza fermarsi. Volti che avevano una storia condivisa con me, una geografia emotiva in comune, un terreno su cui potevamo camminare insieme senza bisogno di mappe.
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Hannah mi si avvicinò. Il suo sguardo era serio, quegli occhi di ghiaccio che non brillavano più ma che erano ancora capaci di penetrare, di scavare, di trovare il punto debole in qualsiasi armatura.
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— Possiamo andare in un posto tranquillo? — disse.
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Compresi immediatamente che voleva dirmi qualcosa di serio. Non dal tono, che era controllato, ma da quello che c'era sotto il tono, da quello sforzo di controllo che riconobbi perché l'avevo visto in altre situazioni, sul tatami, quando Helena si preparava per un combattimento e concentrava tutta la sua energia nel mantenersi calma prima dell'impatto.
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Ci ritrovammo in tre a casa mia davanti al fuoco del caminetto seduti su poltrona e divano. In silenzio. Il fuoco crepitava, le fiamme si muovevano, le ombre danzavano, e nessuno parlava. Il silenzio era così denso che potevo sentirlo, pesava sull'aria come un'umidità, riempiva la stanza fino al soffitto, e ogni secondo che passava lo rendeva più pesante, più difficile da sopportare, più urgente da rompere.
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Durante l'evacuazione la famiglia di Helena era stata trasferita con qualche ritardo a Rovaniemi, in un appartamento locale. Poi le cose erano precipitate.
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I loro genitori ed Helena si erano ammalati.
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Hannah e Iya avevano perso sia Helena che i genitori.
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Fu un duro pugno nello stomaco per me. Non un colpo. Un pugno. Qualcosa di fisico, di brutale, che mi fece piegare in avanti sul divano come se qualcuno mi avesse colpito davvero, e per un istante non riuscii a respirare, come se l'aria fosse stata risucchiata dalla stanza e sostituita con qualcosa di denso e di scuro che non riuscivo a ingoiare.
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Helena era morta.
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La frase non fu detta. Non ebbe bisogno di essere detta. Era lì, sospesa tra noi tre come un fantasma, e tutti la vedevamo e nessuno la nominava, come si fa con i morti quando si è così vicini alla loro assenza che nominarli significherebbe confermare che non ci sono più, e confermarlo significa ammettere che il mondo è cambiato in modo irreversibile.
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Io stesso dissi loro che avevo perso mia madre durante l'evacuazione. Le parole mi uscirono dalla bocca in modo meccanico, come se le avessi già dette tante volte, come se fossero state ripetute così tante volte nel mio silenzio che avevano perso il loro peso e adesso erano solo informazioni, dati, fatti privati di emotività.
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— Quando ci siamo rese conto di quello che stava succedendo era troppo tardi — spiegò Hannah, e la sua voce era piatta, controllata, ma sotto la superficie sentivo qualcosa che tremava, come un filo d'acqua sotto una lastra di ghiaccio — la fluorosi aveva colpito metà della popolazione islandese. Non solo i nostri genitori ed Helena.—
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— Perché si è manifestata solo dopo l'evacuazione? — chiesi perplesso, e la domanda era reale ma era anche un modo per non pensare, per spostare il dolore dalla zona emotiva a quella razionale, per analizzare invece di sentire.
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— Non lo sappiamo — disse Hannah — sembra che impieghi del tempo prima di manifestarsi. Fatto sta che la nube e le polveri che cadevano in tutta l'Islanda durante l'ultima eruzione hanno contaminato le falde acquifere, e la popolazione adulta è quella che ne ha principalmente risentito.—
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Fluorosi. Eccesso di fluoro nelle ossa. Causa gravi deformazioni ossee, rende le ossa estremamente fragili e rapido deterioramento dei tessuti. Le parole di Hannah entrarono nella mia mente come proiettili che non facevano rumore ma che lasciavano buchi, e io immaginai Helena in un letto di ospedale con le ossa che si spezzavano, con il corpo che si deformava, con il dolore che le mangiava dall'interno mentre lei cercava di non farmi preoccupare, e questa immagine era così orribile che il mio cervello la rifiutò e la nascose in un posto da cui sapevo che sarebbe riemersa di notte, nei sogni, quando non potevo controllare cosa pensavo.
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— Perché noi no, allora? — chiesi.
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— Da quanto ho sentito il fluoro non era presente durante le prime eruzioni — disse Hannah — inoltre dicono che i giovani hanno una maggiore resistenza e capacità di smaltire questi inquinanti rispetto agli adulti. Tuttavia alcuni sono molto più vulnerabili rispetto ad altri.—
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— Certo che è passato un po' di tempo, perché nessuno si è fatto sentire? — chiesi d'un tratto in un misto di rabbia e tristezza, e la rabbia non era diretta a loro, era diretta al mondo, a Esjufjöll, alla cenere, alla nuvola, a tutto quello che aveva tolto a me la possibilità di essere lì, di tenerle la mano, di dirle addio.
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— È stata Helena a dircelo.— fece Iya, e la sua voce si spezzò leggermente sulla parola "Helena", come se pronunciare il nome della sorella morta fosse un atto che richiedeva coraggio e che le costava qualcosa ogni volta che lo faceva.
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— Non voleva che ti preoccupassi.— fece Hannah.
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— Cazzo, stavamo insieme.— scattai furioso, e la furia uscì da me come un animale che viene liberato dalla gabbia, improvvisa e violenta e incontrollabile — avevo tutto il diritto di sapere, tutto il diritto di...—
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— Ed era anche nostra sorella! — fece Hannah, e la sua voce era ferma ma i suoi occhi si riempirono di lacrime che non cadevano, che restavano lì come pozze di ghiaccio fuso — non voleva che tu vedessi in che condizioni era. Voleva che ti ricordassi di lei come vi siete conosciuti.—
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Rimasi in silenzio e compresi. Anche loro avevano avuto necessità di riprendersi dopo aver perso i loro cari. Non era stato egoismo. Era sopravvivenza. Neppure io quasi volevo sentire nessuno dopo aver perso mia madre. Lo sapevo. Lo avevo vissuto. Avevo passato mesi senza parlare con nessuno, senza guardare nessuno negli occhi, senza permettere a nessuno di entrare nel buco che si era aperto nel mio petto quando mia madre aveva smesso di respirare.
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— Avrei voluto dirle addio.— dissi quasi apatico, e la parola "addio" mi uscì dalla bocca come una pietra, pesante e fredda e definitiva.
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— Lo so,— disse Hannah seria — ci ha detto di lasciarti questa.—
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Sentii Iya alzarsi e venire verso di me. I suoi passi erano leggeri sul pavimento di legno, quasi silenziosi, e in quel silenzio c'era qualcosa di tenero e di doloroso insieme, come i passi di qualcuno che sa che sta portando qualcosa che farà male.
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Mi voltai e la vidi avvicinarsi consegnandomi una busta. Una busta semplice, bianca, senza scritte, senza decorazioni, e in quella semplicità c'era qualcosa di definitivo, di irreversibile, come una bara senza fiori.
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Con mano esitante la sfogliai.
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La grafia di Helena. Riconobbi la sua scrittura prima ancora di leggere le parole, quei tratti che avevo visto sui suoi appunti di scuola. La sua mano che aveva toccato quelle parole, che aveva formato quelle lettere, che aveva tracciato quei segni su quel foglio di carta in un letto di ospedale dove le sue ossa si stavano spezzando.
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«Ciao Sasha,
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Spero che tu stia bene.
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Devo ammettere che la situazione non è delle migliori. Chi l'avrebbe mai detto che quelle spettacolari fontane di lava che abbiamo visto dopo Capodanno si sarebbero trasformate nella nostra sorte?
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Ti scrivo da un letto di ospedale. Ho le gambe che quasi non le sento, mi fanno male tutte le ossa, quindi ti scrivo questa lettera affinché tu capisca.
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Ho chiesto io ad Hannah ed Iya di non contattarti, ovunque tu sia. Non volevo che mi vedessi in queste condizioni. Ciò che voglio dirti è che nel nostro tempo che abbiamo passato insieme sono stata bene e ti ho amato per tutta la mia vita.
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Mi ricordo particolarmente bene quella notte in cui mi hai tenuta stretta a te quella notte di Natale e quando siamo andati in quella piccola avventura sul Vatnajökull. Non lo dimenticherò mai.
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Ovunque tu e tua madre siete, spero sinceramente che stiate bene. Avrei voluto passare ancora dei bei momenti con te, ma il destino ha deciso diversamente.
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Spero che tu abbia una vita felice, te lo meriti. E ricorda sempre quello che ti ho scritto quel giorno. Non avere fretta di avere un obiettivo, forse i tempi non sono ancora maturi. Costruisci la tua vita giorno per giorno.
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Ti amo. Tua per sempre, Helena.»
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Quando finii di leggere avevo le lacrime agli occhi, un nodo alla gola e uno allo stomaco. Non piansi subito. Il pianto arrivò dopo, come un'onda che si alza lontana e che non vedi finché non è sopra di te, e quando arrivò non fu un singhiozzo controllato ma un flusso inarrestabile, qualcosa che veniva da così in profondità che non riuscivo a fermarlo nemmeno volendo, che mi scuoteva tutto il corpo come un terremoto interiore che non aveva magnitudo misurabile perché era infinito.
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Senza dire nulla, senza indossare la giacca, mi avviai verso la porta e uscii fuori chiudendola alle mie spalle. Era calato il buio e l'aria fredda e pura dell'inverno iniziava ora a pungere la pelle. La neve cadeva leggera, silenziosa, e i fiocchi si posavano sulle mie guance e si scioglievano con il calore delle lacrime che continuavano a scendere.
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In silenzio piansi un flusso inarrestabile di lacrime mentre sentivo il nodo alla gola farmi male, un dolore fisico che era la manifestazione corporea di qualcosa che non potevo nominare, qualcosa che era più grande delle parole, più grande dei concetti, più grande di qualsiasi cosa avessi mai sentito. La ragazza che amavo era morta in un letto di ospedale in una città che non era la sua, lontana da me, lontana da tutto, e io non ero stato lì. Non ero stato lì a tenerle la mano. Non ero stato lì a dirle che la amavo. Non ero stato lì per niente.
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Non so per quanto tempo rimasi lì fuori. I minuti si confondevano con le ore e le ore con i minuti e il tempo smise di avere un significato, come smetteva di avere un significato tutto quello che aveva costruito la mia vita fino a quel momento. Quando rientrai so solo che Hannah venne da me e mi aiutò a sedermi, senza dire nulla, e il suo gesto fu così semplice e così umano che mi fece piangere ancora di più, perché significava che qualcuno era lì, che non ero completamente solo, che il mondo non era completamente vuoto.
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— Ci siamo passati tutti,— disse lei piano — abbiamo perso tutto e tutti. Ma credo che la soluzione per noi tutti sia quella di restare uniti.—
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In quel momento non avevo i pensieri molto lucidi, ma presumo che per noi fosse la soluzione migliore. Almeno adesso avevo capito tutto quello che era successo, e dopo mesi passati in solitudine volevo disperatamente anch'io qualcuno che mi facesse compagnia, soprattutto con l'arrivo dell'inverno.
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La fluorosi aveva decimato la loro famiglia e molte altre. La nebbia secca di Esjufjöll aveva portato alla mancanza di mia madre. Mi pareva fin troppo evidente che i nostri destini fossero incrociati, non per caso ma per qualcosa di più profondo, qualcosa che non riuscivo a nominare ma che sentivo come una forza che ci aveva spinti l'uno verso l'altro attraverso il dolore, attraverso la perdita, attraverso il buio.
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Quando finalmente mi ripresi abbastanza guardai le due sorelle che avevano lo sguardo basso.
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— Potete restare finché volete.— dissi infine.
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Pochi giorni dopo Hannah partì nuovamente per Rovaniemi per andare a prendere le sue ultime cose. Iya invece rimase a casa con me. Con sorpresa, quando andavo al lavoro e tornavo, iniziai a trovare la casa già in ordine, e con ulteriore sorpresa Iya aveva un certo talento per la cucina. Il profumo del cibo quando rientravo la sera era la cosa più vicina all'idea di "casa" che avevo sentito da mesi, e quel profumo riempiva le stanze vuote di qualcosa che assomigliava alla normalità, alla vita, al futuro.
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Avevamo deciso in comune accordo che loro due si trasferissero da me. Hannah doveva solo sistemare un po' di burocrazia di documenti per il trasferimento di residenza. Una burocrazia che esisteva perché esisteva uno stato, e lo stato era lì, invisibile ma presente, che ci registrava come esseri umani con un indirizzo e un nome e una residenza, e questa cosa, questa capacità dello stato di dare un indirizzo a chi non aveva più un indirizzo, mi sembrava paradossalmente confortante.
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Nel frattempo leggevo notizie dall'Europa e dal Nord America che molti raccolti erano stati decimati dalla persistente nebbia secca che era ancora presente. I prezzi alimentari della carne e di molti altri alimenti erano schizzati alle stelle e l'inverno era previsto da molti come "nero" per la società.
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La penisola scandinava al contrario sembrava essere stata risparmiata dagli effetti della nebbia secca grazie ai suoi venti sfavorevoli. L'economia di Bergen era sufficientemente sviluppata che finora gli effetti dannosi della recessione alimentare ed economica erano stati minimi. La diffusa pratica dell'acquacultura dei salmoni, senza contare la raccolta e la produzione di frutti di mare, facevano in modo che Bergen fosse praticamente autosufficiente. A tutto ciò si annoverava la diffusa pratica della caccia alla renna all'altezza, diffusa in tutta la Norvegia.
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Una sera, lo stesso giorno in cui Hannah finalmente tornò da Rovaniemi con due valigie pesanti per mano e uno zaino, decidemmo di uscire a mangiare in un ristorante. Avevamo tutti bisogno di distrarci, di lasciare il passato alle spalle e soprattutto di ricominciare qualcosa di nuovo in comune, per quanto difficile potesse essere.
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Aveva nevicato tutto il giorno, poi il cielo era diventato nuovamente sereno e la neve accumulata lungo i bordi delle strade si era indurita con il calo delle temperature, scricchiolando sotto le scarpe come la crosta di una ferita che si sta cicatrizzando.
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All'interno del ristorante mi sembrò quasi strano di ritrovarmi da solo con Hannah e Iya, una sorta di dejà vu della cena che ebbi con Iya ed Helena quando tornammo da Grímsvötn. Il ricordo mi fece male. Cercai di pensare ad altro. Ma il pensiero era lì, come un ospite sgradito che si siede al tuo tavolo senza essere stato invitato e che non se ne va finché non lo guardi in faccia.
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— Ci hai pensato anche tu, vero? — mi chiese Iya seduta accanto a me.
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— A cosa?—
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— A quella sera.—
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— Sì — ammisi — anche tu?—
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Lei annuì, poi distolse lo sguardo come se il ricordo le facesse troppo male per rievocarlo.
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— Quale sera? — fece Hannah perplessa.
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Le raccontai della piccola avventura che facemmo io ed Helena a vedere Grímsvötn e in seguito della serata trascorsa con Iya a cenare e guardare infine un film. Le parole uscivano dalla mia bocca e mentre le pronunciavo le rivivevo, le vedevo, le sentivo, e ogni ricordo era una piccola ferita che si riapriva nel momento esatto in cui la descrivevo, sanguinando qualcosa che non era sangue ma era altrettante reale.
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Lei ascoltò con attenzione tutto il racconto, studiandomi con quei suoi occhi di ghiaccio. Quando finii, la vidi sorridere. Un sorriso piccolo, breve, che non cancellava il dolore ma che lo rendeva più sopportabile, come una mano che ti tocca la spalla quando stai piangendo.
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— Lei era molto legata a te,— disse Hannah — mi parlava sempre bene di te. Sinceramente non mi sarei mai aspettata una vostra storia.—
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Passò un cameriere che ci consegnò i menù. Ringraziammo prima che si allontanasse.
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— Le circostanze dell'esistenza sono strane, — dissi — un anno fa eravamo a Jökulsárlón a fare una vita normale, ora siamo finiti ad essere una famiglia di tre persone che ha perso la loro, in un paese straniero.—
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— Non potevi essere più preciso.— commentò cupa Iya leggendo il menù.
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— Ho intenzione di cercarmi un lavoro qui in zona,— disse Hannah — forse poi potrò trovarmi un appartamento e mandare Iya a scuola.—
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— Ho sentito che dal prossimo anno l'Unione Nordica fornirà sussidi statali per i minori rifugiati dall'Islanda per l'inserimento scolastico.— dissi.
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— Non voglio tornare a scuola.— protestò Iya.
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— Lo farai,— disse Hannah decisa, ormai nel ruolo di una sorella madre — non hai ancora finito la tua istruzione.—
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— E se volessi lavorare? — la sfidò Iya.
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Decisi di darci un taglio.
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— Per il momento credo che sia meglio ricominciare da capo — dissi — tra poco calerà il buio per un po' e l'inverno si sta avvicinando. A malapena abbiamo ricominciato a vivere. Accontentiamoci di questo.
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Nessuna delle due disse nulla, sapendo a cosa alludevo. Al fuoco nel caminetto. Al cibo caldo. Al fatto di essere seduti a un tavolo insieme. Alle cose piccole. Alle uniche cose che rimanevano quando le grandi erano state cancellate dalla cenere.
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