Höfn era una cittadina lagunare poco più a nord di Jökulsárlón, circa a venti chilometri di distanza, a est della calotta glaciale di Vatnajökull. Circondata dalle montagne innevate e affacciata sull'Oceano Atlantico, con circa duemila abitanti, all'improvviso si ritrovò a dover ospitare circa la metà degli abitanti fuggiti dall'improvviso evolversi degli eventi.308Please respect copyright.PENANA4ZBqL9yW1U
Duemila persone che vivevano la loro vita normale, la loro routine di cittadina di provincia turistica, e che da un momento all'altro si erano visti arrivare sulle porte intere famiglie con valigie e occhi vuoti e bambini che non capivano perché non erano più a casa loro. La soluzione del governo islandese fu la messa a disposizione degli alloggi-container appositamente attrezzati, file di scatole metalliche allineate lungo le strade periferiche di Höfn come denti in una bocca di ferro. L'altra fu la messa a disposizione delle stanze degli hotel di cui la cittadina era famosa durante la stagione turistica, stanze che in qualsiasi altro momento sarebbero state riempite da turisti venuti a vedere i ghiacciai e che invece venivano riempite da profughi che avevano perso tutto.
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Io e mia madre fummo abbastanza fortunati con questo smistamento. Ci assegnarono una stanza in un hotel che dava sull'oceano, una stanza piccola con due letti singoli e una finestra che guardava verso est, verso le montagne, verso Jökulsárlón. Non guardavo dalla finestra. Non volevo vedere quello che c'era in quella direzione. Sapevo cosa c'era. Il bagliore che di notte si rifletteva sulle nuvole me lo ricordava anche quando chiudevo le tende.
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Tuttavia sapevamo entrambi che si trattava di una soluzione temporanea. Quello che non sapevamo ancora era cosa ne sarebbe stato del nostro futuro. E questa incertezza era peggio della certezza della perdita, perché la certezza almeno ti permetteva di elaborare, di piangere, di accettare. L'incertezza ti teneva sospeso in un limbo dove non potevi né piangere il passato né costruire il futuro, e questo limbo era un posto peggiore di qualsiasi inferno perché non aveva confini e non aveva fine.
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La terra tremava anche qui a Höfn, ma eravamo ancora piuttosto lontani dallo svolgersi degli eventi. Al contrario questo significava che a Jökulsárlón i terremoti erano molto più potenti, e ogni volta che il pavimento della nostra stanza d'hotel tremava sotto i nostri piedi pensavo a quello che stavano subendo le case che avevamo lasciato lì, le case che erano state le nostre case e che adesso erano sotto la lava o sotto la cenere o semplicemente non esistevano più.
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Di notte si poteva osservare in lontananza, in quella direzione, riflesso anche nelle nuvole, il bagliore rossastro di quanto stava succedendo oltre quelle montagne. Un bagliore che non era più bello. Non era più lo spettacolo che avevamo guardato insieme a Helena dalla spiaggia, quella notte in cui la lava aveva incontrato il mare e noi ci eravamo baciati sotto le stelle. Quello era stato fuoco. Questo era qualcosa di diverso. Questo era un morso. Un rosso che non illuminava ma che divorava, che mangiava la notte e la sputava indietro distorta, malata, con una tonalità che non apparteneva a nessun spettro conosciuto.
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La polvere nera scendeva anche in questa città formando uno strato spesso su quello nevoso e su ogni cosa. Le strade di Höfn che erano state bianche e pulite quando eravamo arrivati diventarono grigie, poi nere, come se qualcuno le avesse coperte con una vernice scura che non si poteva rimuovere. I tetti delle case, le macchine parcheggiate, le barche nel porto, tutto riceveva quella pioggia di morte che non si fermava mai, che cadeva e cadeva e cadeva come una condanna che non aveva una data di scadenza.
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La Guardia Nazionale Islandese aveva avvisato dell'inizio di una grande eruzione sul vulcano Esjufjöll di una scala che non si vedeva da secoli. Non da decenni. Da secoli. La parola mi si piantò nella mente come un chiodo arrugginito. Secoli. L'ultima volta che Esjufjöll aveva eruttato con questa violenza, nessuno dei miei antenati era ancora nato. Nessuno. Le case in cui ero cresciuto non esistevano ancora. La lingua che parlavo non esisteva ancora. E adesso quel mostro si era svegliato e aveva cancellato tutto quello che era stato costruito in quei secoli di silenzio in pochi giorni.
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Il calo della pressione sul bacino magmatico sotto la caldera sommitale ne stava causando lo sprofondamento di diversi metri al giorno. Questa era la causa principale dei forti terremoti. Non più vibrazioni. Non più scosse. Sprofondamento. La terra stessa che si affondava sotto il suo stesso peso, come un corpo che cede alle ginocchia, portando con sé centinaia di metri di ghiaccio e di roccia e di acqua che sarebbero finiti chissà dove. Ciò significava che l'acqua disciolta da centinaia di metri di ghiaccio che coprivano la caldera, con l'aumento progressivo del calore geotermico, sarebbero entrati in contatto attraverso le fratture con il magma sottostante, causando eruzioni più esplosive sommitali in una sorta di reazione a catena. Acqua e magma. Il binomio più letale che esista in vulcanologia. L'acqua che diventa vapore in un istante, che si espande di mille volte il suo volume, che fa da propellente per la roccia fusa, che la spinge fuori dalla terra con una violenza che nessuna forza umana può immaginare.
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Non si sapeva quanto sarebbero durati gli eventi. Ma le immagini dei droni avevano mostrato che le grandi fontane di lava dalla linea di frattura in prossimità di Esjufjöll continuavano a eruttare con grande vigore.
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E con grande tristezza dove prima esisteva la cittadina di Jökulsárlón ora c'era solo un grande campo lavico nero con chiazze rosse incandescenti, attraversato a sua volta da due grandi canali incandescenti di lava color oro fuso e rame che si riversavano direttamente nelle gelide acque dell'Oceano Atlantico.
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Letto questa notizia, chiusi gli occhi e sentii qualcosa che si spezzò dentro di me. Non il cuore. Qualcosa di più profondo del cuore. Qualcosa che non aveva un nome anatomico, che non poteva essere curato da un medico o consolato da un amico. La città dove ero nato non esisteva più. La scuola dove avevo imparato a leggere non esisteva più. Il palaghiaccio dove avevo pattinato con Helena non esisteva più. Il cinema dove avevamo guardato il film che non avevamo visto non esisteva più. La strada dove avevo visto la volpe polare non esisteva più. Il bar dove avevamo bevuto cioccolata calda non esisteva più. La casa dove avevo dormito per diciannove anni non esisteva più. La stanza con i poster alle pareti e le rocce sulla scrivania e i libri sulla mensola e il letto in cui avevo fatto l'amore con Helena non esisteva più. Tutti quei luoghi che avevano costruito la mia identità, che avevano formato i miei ricordi, che erano stati lo sfondo della mia vita fino a pochi giorni prima, erano stati cancellati. Come se non fossero mai esistiti. Come se io fossi nato dal nulla, senza passato, senza radici, senza un posto al mondo che potessi chiamare "da dove vengo".
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E la cosa più devastante era che non avevo nemmeno un corpo da piangere. Non c'era una bara, non c'era una lapide, non c'era un luogo dove andare a dire addio. C'era solo un campo di lava nera dove una volta c'era la mia vita, e quella mancanza di luogo della perdita rendeva il lutto impossibile. Come fai a piangere qualcosa che non hai un posto dove piangerlo? Come fai a seppellire dei ricordi quando la tomba è un fiume di fuoco?
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Dalla mia stanza in hotel scrissi ad Helena.
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Le sue risposte arrivarono frammentarie, intermittentemente, come se anche lei stesse parlando attraverso un muro. E in un senso lo era. Il muro di cenere e gas e polvere che si era steso tra l'Islanda e il resto del mondo come una barriera invisibile ma insormontabile.
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Quando mi disse che a Reykjavík c'era solo una sottile foschia bluastra e che la puzza di zolfo era debole, qualcosa dentro di me si spezzò ulteriormente. Non per la foschia in sé. Ma perché significava che lei era lontana, in un posto che era quasi normale, e io ero lì, in quella stanza d'hotel che puzzava di zolfo e di disinfettante, a guardare il bagliore rosso all'orizzonte e a sapere che la mia città era morta.
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Le settimane a Höfn trascorsero immobili. Non è una parola che uso per dire che passavano lentamente. Le settimane non passavano. Stavano ferme. Il tempo si era fermato a Höfn come se qualcuno avesse premuto il tasto di pausa sulla vita e si fosse dimenticato di tornare a premerlo. Ogni giorno era uguale al precedente. Svegliati, polvere nera fuori dalla finestra, terremoto, colazione, polvere nera, niente da fare, cena, polvere nera, terremoto, dormire. Una routine di vuoto che si ripeteva all'infinito come un nastro danneggiato che riproduce sempre la stessa frase.
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Gli aiuti da Reykjavík e Grindavík attraverso le strade tardavano ad arrivare, seguendo una strada più lunga rispetto alla precedente che faceva l'intero giro del Vatnajökull, dal momento che la strada a est era completamente cancellata dalle lave di Esjufjöll. La strada che avevamo percorso in macchina con la madre di Helena. La strada che portava a casa mia. Cancellata. Non danneggiata, non interrotta. Cancellata. Come se non fosse mai esistita. Come se qualcuno avesse preso una gomma e avesse cancellato un disegno dal quaderno della geografia islandese.
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La terra continuava a tremare e la caduta di polveri accompagnata dalla nebbia secca si erano diffuse su tutta l'Islanda. Non solo a Höfn. Non solo nel sud. Su tutta l'isola. Ogni respiro che ogni islandese faceva in quel periodo portava con sé tracce di Esjufjöll, come se il vulcano avesse deciso di non limitarsi a distruggere Jökulsárlön ma di infettare ogni polmone dell'isola con il suo veleno.
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In tutta Höfn si sentivano gli abitanti tossire nonostante le mascherine e le sciarpe protettive. Un suono continuo, diffuso, che permeava la città come un sottofondo sonoro che non si spegneva mai. La mattina ti svegliavi con il suono della tosse dei vicini, mangiavi con il suono della tosse nel ristorante, tornavi a casa con il suono della tosse nei corridoi dell'hotel, e andavi a dormire con il suono della tosse che filtrava dalle pareti sottili come un lamento collettivo che non aveva fine.
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Il fatto che fossimo ancora in pieno inverno non aiutava. Respirare in pieno inverno aria satura di zolfo vulcanico certamente era un grave problema, e lo sentivo nei miei polmoni che non erano più quelli di prima, che facevano un rumore diverso quando respiravo, un sibilo leggero che non c'era prima e che adesso era lì, come un ospite indesiderato che si era installato nei miei bronchi senza chiedere permesso.
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Io stesso ero leggermente influenzato. Mia madre invece, nonostante le cure mediche, peggiorava di giorno in giorno. La tosse era diventata più profonda, più grassa, più umida, un suono che veniva dal profondo del suo petto come se qualcosa le stesse scavando una galleria dall'interno. I medici di Höfn le davano medicine che non funzionavano, le facevano inalazioni che non la aiutavano, le prescrivevano riposo che non poteva avere perché il riposo non esisteva in un posto dove la terra tremava ogni mezz'ora e l'aria ti bruciava i polmoni.
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Ero seriamente preoccupato per lei. La vedevo deperire giorno dopo giorno in quel letto d'hotel, il suo viso che si faceva più scavato, le sue braccia che si facevano più sottili, la sua voce che si faceva più debole, e mi sentivo impotente come non mi ero mai sentito in vita mia. Non potevo curarla. Non potevo portarla via da lì. Non potevo fermare il vulcano. Non potevo fare niente, niente di niente, se non stare lì e guardarla peggiorare e sentire il mio cuore stringersi in una morsa che non si allentava mai.
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Le notizie che iniziarono ad arrivare giorni dopo da Esjufjöll non erano buone. L'attività sismica era aumentata in tutta l'area nonostante l'eruzione in corso. Nonostante. Come se il fatto che il vulcano stesse già eruttando con violenza non fosse sufficiente e la terra decidesse di tremare ancora di più, come se volesse assicurarsi che capissimo che non era finita, che il peggio doveva ancora venire, che quello che avevamo visto fino ad allora era solo un assaggio.
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Finché in una fredda mattinata non solo io ma tutta Höfn venne svegliata da uomini vestiti da militari con divise che non avevo mai visto. Non divise islandesi. Non le divise della Guardia Nazionale che avevamo visto nei giorni dell'evacuazione. Divise diverse, con stemmi diversi, con scritte in una lingua che non era islandese, e che trasportarono me e mia madre in modo forzato, tra una protesta e l'altra, fuori e costretti a salire su un bus.
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C'erano diverse unità e molte riportavano UNF, Forze dell'Unione Nordica.
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Doveva essere successo qualcosa di grosso se l'Unione Nordica era intervenuta qui in Islanda in modo così diretto. Qualcosa che la Protezione Civile e la Guardia Nazionale islandesi non potevano affrontare da soli. L'Unione Nordica, o meglio le sue forze militari, venivano schierate solo in caso di emergenze estreme come una guerra o una catastrofe a livello nazionale. E il fatto che fossero lì, con i loro bus e le loro divise e i loro volti impassibili, significava che qualcuno, da qualche parte, aveva deciso che quello che stava succedendo in Islanda era una catastrofe a livello nazionale.
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L'unica notizia che venimmo a sapere tra una protesta e l'altra fu che eravamo diretti a Reykjavík. Mia madre protestava debolmente dal suo sedile, la sua voce che una volta era stata forte e decisa e che adesso era un filo sottile che si perdeva nel rumore del motore. La tenevo per mano e le stringe le dita, e sentivo le sue ossa sotto la pelle, sottili e fragili come rami secchi, e qualcosa dentro di me urlava che non era giusto, che non doveva finire così, che una madre non doveva morire in un bus pieno di sconosciuti mentre suo figlio le stringe la mano e non sapeva cosa fare.
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Durante il viaggio, ogni tanto, il bus veniva mosso da uno scossone. All'inizio credevo si trattasse di buche sull'asfalto, ma poi per qualche strano motivo intuii che si trattavano di scosse di terremoto.
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E poi lo vidi. Anzi, lo vedemmo.
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In lontananza, appena oltre l'orizzonte circondato dalle creste innevate, una colonna di cenere grigio scura salì verso il cielo per poi allargarsi e sfondare uno strato invisibile dell'atmosfera. Non una colonna come quelle che avevamo visto prima. Qualcosa di completamente diverso. Qualcosa di così grande che la mente si rifiutava di accettarlo come reale. La colonna saliva e saliva e continuava a salire, e quando raggiunse il punto in cui avrebbe dovuto fermarsi, non si fermò. Continuò. Attraversò lo strato di troposfera come un pugno attraversa un foglio di carta, e si allargò nello strato successivo come un fungo, come un ombrello, come un paracadute di morte che si apriva sopra l'Islanda.
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Nella prima luce del crepuscolo, nonostante il bus in movimento, l'enorme colonna di cenere grigio scura venne attraversata da lampi e folgori e a tratti da bagliori rossastri, mentre nel cielo l'enorme ombrello scuro della nube di cenere continuava ad allargarsi gettando la sua ombra scura sul paesaggio circostante. Lampi dentro una nube di cenere. Fulmini generati dalle particelle di vetro vulcanico che si scontravano nell'aria creando campi elettrici impossibili. Bagliori rossastri che erano il riflesso del fuoco sotto la cenere, il fuoco che continuava a eruttare, che non si era mai fermato, che non si sarebbe fermato per molto tempo ancora.
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Quando l'interminabile fila di autobus ebbe fatto il giro di Vatnajökull e stava imboccando la strada per Reykjavík, la notte vulcanica era calata da orizzonte a orizzonte. Fino a quel punto si era allargata la gigantesca ombra di morte della nuvola di cenere nei cieli islandesi. Non era più notte. Non era più giorno. Era qualcosa che non aveva un nome, un buio che non veniva dal sole ma dalla cenere, un'oscurità che era più fitta della notte normale perché la notte normale ha le stelle e questa no, questa era un buio totale, assoluto, che ti toglieva ogni punto di riferimento e ti lasciava fluttuare in un nulla che sembrava non avere fine.
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La polvere nera cadeva sottile ma fitta, azionando i tergicristalli automatici dei bus in un ritmo continuo e meccanico che era l'unico suono nel buio, insieme al rombo del motore e al silenzio dei passeggeri che non parlavano più. Qualsiasi cosa fosse successo era stata indubbiamente un'eruzione gigantesca, molto probabilmente innescata dal collasso della caldera. Presto tutta l'Islanda sarebbe stata avvolta da tutti quei gas e detriti che attualmente stavano salendo in cielo. Avevano fatto bene le forze dell'Unione Nordica a intervenire tempestivamente. L'unico punto di domanda ora era quale sarebbe stato il nostro destino ora che la notte islandese stava calando su tutta la nazione.
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Mia madre non sopravvisse al viaggio.
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Non morì nel bus. Morì dopo. In una stanza di un centro di smistamento a Reykjavík, su una barella che non era un letto, sotto una luce che non era la luce del sole, con me che le tenevo la mano e che sentivo le sue dita freddi diventare sempre più fredde fino a quando non furono più fredde ma semplicemente non erano più calde, e in quel momento, nel momento esatto in cui percepii la differenza tra "non calde" e "assenti", qualcosa dentro di me che non avevo mai sentito prima si aprì come un abisso e mi inghiottì.
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Fu uno shock. Non il tipo di shock che vedi nei film, dove il personaggio piange e urla e si dispera. Un altro tipo di shock. Un silenzio totale, assoluto, che mi avvolse come un manto di ghiaccio e che mi tolse la capacità di sentire qualsiasi cosa. Non sentivo dolore. Non sentivo tristezza. Non sentivo niente. Era come se qualcuno avesse staccato la spina delle mie emozioni e mi avesse lasciato solo il corpo, vuoto, meccanico, che respirava e camminava e rispondeva alle domande senza che ci fosse nessuno dietro a quelle risposte.
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Mia madre era morta. La persona che mi aveva cresciuto da solo, che mi aveva preparato la colazione ogni mattina, che mi aveva curato quando ero malato, che mi aveva insegnato a camminare sul ghiaccio, che mi aveva aspettato ogni sera che tornavo da scuola, che mi aveva detto "non preoccuparti, andrà tutto bene" quando ero spaventato, era morta in una stanza senza finestre in una città che non era la sua, lontano dalla sua casa, lontana dalla sua cucina, lontana da tutto quello che conosceva, e io non ero stato in grado di impedirlo.
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Nel mio silenzio successivo ciò che ricordo fu che venimmo smistati e trasferiti in diverse nazioni dell'Unione Nordica che comprendeva Svezia, Norvegia, Finlandia, Isole Færøer. La penisola di Reykjanes era l'unica parte dell'Islanda libera dalla banchisa marina, tuttavia per quanto non fosse numerosa come altre nazioni, smistare la popolazione islandese richiese uno sforzo congiunto di numerose navi da parte di diverse nazioni dell'Unione Nordica. Gli aerei non potevano volare dal momento che i cieli erano saturi di solfati e polveri di Esjufjöll. La via mare era più sicura, anche se indubbiamente c'era il rischio di imbattersi in qualche banco di ghiaccio di una certa dimensione.
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Io e qualche altro islandese venimmo smistati in Norvegia. Tuttavia nel sobborgo di Bergen in cui venni collocato non conobbi nessun altro islandese. Ero solo. Completamente, assolutamente, irrimediabilmente solo. Circondato da persone che parlavano una lingua che non era la mia, che avevano usanze che non erano le mie, che avevano vite che non avevano niente a che fare con la mia, e che mi guardavano con quella compassione rispettosa che si riserva agli stranieri che hanno perso tutto, una compassione che dovrebbe essere confortante e che invece era la cosa più solitaria del mondo perché ti ricordava in ogni momento che tu non eri uno di loro e non lo saresti mai stato.
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Mi venne data assistenza psicologica a spese dello stato, oltre che una completa revisione del mio stato di salute fisica. Seduto di fronte a uno psicologo che mi faceva domande a cui non sapevo rispondere, sentendomi come un esemplare sotto osservazione, un animale in uno zoo che gli osservatori cercavano di capire senza capire che l'animale non voleva essere capito ma voleva solo tornare a casa sua, una casa che non esisteva più.
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Successivamente, dopo aver atteso in una stanza di qualche centro rifugiati, mi venne assegnato un piccolo appartamento piuttosto vecchio dotato persino di caminetto, in periferia di Bergen. Vecchio. Odorava di legno e di umidità. Pareti sottili. Pavimenti che scricchiolavano. Una cucina minuscola. Un bagno che sembrava un armadio. E un caminetto. L'unica cosa che mi faceva sentire qualcosa, perché il fuoco era caldo e il caldo mi ricordava l'Islanda, e l'Islanda mi ricordava Helena, e Helena mi ricordava che una volta, non molto tempo fa, ero stato felice.
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Nonostante la mia giovane età, mi chiesero che mansioni avevo già fatto in precedenza, e alla fine venni collocato in un ristorante locale. Inizialmente fu difficile adattarsi a tutto ciò. Dopotutto avevo già perso tutto, compresa mia madre. Il primo giorno al ristorante mi misero davanti a una pila di piatti sporchi e un lavello e mi dissero "lavali", e io li lavai, uno dopo l'altro, in silenzio, guardando lo sporco scivolare via dalla ceramica sotto l'acqua calda come se fossi io quello che venivo lavato, come se ogni piatto pulito fosse un pezzo di me che veniva restituito al mondo, pulito ma vuoto.
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Avevo cercato di contattare Helena ma per qualche strano motivo il numero appariva inesistente. Inesistente. Non occupato, non raggiungibile, non fuori rete. Inesistente. Come se quel numero non fosse mai stato assegnato a nessuno, come se Helena non fosse mai esistita, come se tutto quello che avevamo vissuto insieme fosse stato un sogno che avevo fatto in una vita precedente e che il mondo aveva deciso di cancellare dalla memoria collettiva.
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Nel mio cupo silenzio di solitudine inizialmente cominciai a lavorare come lavapiatti. Non parlavo con nessuno, eccetto le informazioni essenziali sul lavoro. "Sì." "No." "Grazie." "Buongiorno." Quattro parole che erano il mio intero vocabolario sociale, il mio intero repertorio di interazioni umane, e fuori da quelle quattro parole c'era solo il silenzio, un silenzio che non era pace ma assenza, la mancanza di suoni umani che mi ricordava in ogni momento che non c'era nessuno lì a fare rumore per me.
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Nel tempo libero lavoravo con l'accetta a spaccare ciocchi di legna tagliata dietro casa, preparando cataste contro la parete di casa mia che in seguito usavo per alimentare il fuoco nel caminetto. L'accetta che colpiva il legno era l'unico suono che mi dava qualcosa che assomigliava alla soddisfazione, il rumore della fibra che si spezzava, il legno che si divideva in due metà esatte, un atto di separazione che mi sembrava l'unica cosa che sapevo fare bene: separare, dividere, spaccare.
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Nel frattempo, nel tempo libero che avevo, cercavo informazioni su cosa stava succedendo in Islanda. E venni a sapere che centinaia di persone erano morte sull'ex nazione. L'Islanda ora era disabitata. Non evacuata. Disabitata. Non c'era nessuno. Ogni persona che era stata in Islanda quando la nube era calata era morta o se n'era andata, e quelli che se n'erano andati non potevano tornare perché non c'era nulla a cui tornare. L'eruzione si era stabilizzata su un livello più moderato, come se qualcuno avesse abbassato il volume di un amplificatore che era stato al massimo, ma il danno era fatto. Le immagini dal satellite avevano mostrato che una nuova grande caldera si era formata al posto di quella che prima era la sommità innevata di Esjufjöll, una voragine di chilometri di diametro dove prima c'era un ghiacciaio, tuttavia esisteva ancora una linea di frattura attiva dalla quale la lava continuava a eruttare e spingersi verso l'Oceano Atlantico.
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Quando il collasso della caldera aveva raggiunto il punto critico e l'acqua glaciale causata dallo scioglimento geotermico era entrata in contatto con il magma in profondità, sotto la sommità della caldera, aveva innescato una reazione a catena scatenando una serie di violente eruzioni sommitali sempre più violente che avevano generato una colonna di cenere eruttiva alta una cinquantina di chilometri nell'atmosfera. Questo era durato per settimane. Settimane in cui il cielo islandese era stato cancellato, in cui il sole non era stato visto, in cui l'aria era diventata un veleno, in cui le persone erano morte respirando il loro stesso respiro.
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Nel frattempo la cortina di roccia fusa spinta dall'enorme pressione in profondità nel bacino magmatico di Esjufjöll aveva raggiunto un'altezza di mille e ottocento metri, scavando una sorta di lunga depressione nel terreno simile a un solco circondata da cumuli di detriti vulcanici neri. Queste enormi fontane di lava a milleduecento gradi avevano non solo emesso una terrificante quantità di gas tossici di vario tipo, ma anche riscaldato una vasta area causando una colossale risalita nell'atmosfera di gas, polveri e aria surriscaldata.
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Così tra la colossale eruzione sommitale causata dal collasso della caldera e quella della linea di frattura delle fontane di lava, colossali quantità di zolfo erano finite nei cieli di tutto il mondo, spinte dai venti atmosferici, mentre a sua volta la nebbia secca si diffondeva dall'Islanda all'Europa e in Nord America.
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Passarono i mesi. Le giornate iniziarono ad allungarsi ma i tramonti e l'alba assunsero il colore rossastro del ferro battuto. Un colore che non era naturale, che non apparteneva al mondo di prima, che era il marchio di Esjufjöll sulla atmosfera del pianeta, la sua firma lasciata nel cielo come un graffito che non si poteva cancellare. Venne la primavera, e nel frattempo i prezzi dei generi alimentari aumentarono mentre l'inverno resisteva per ultimo, come se Esjufjöll avesse rubato la primavera insieme a tutto il resto.
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Tuttavia questo sobborgo norvegese costruito con case tradizionalmente in legno era abituato da secoli a tutto ciò. Le montagne perennemente innevate che circondavano Bergen sembravano le montagne che circondavano Jökulsárlón, e questa somiglianza era una ferita aperta che non guariva, perché ogni volta che guardavo in direzione di quelle montagne il mio cervello si aspettava di vedere il bagliore di Esjufjöll e invece vedeva solo il bianco della neve, e questo abbinamento di familiarità e diversità era più doloroso di qualsiasi cosa completamente nuova.
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Poi venne metà estate. Da lavapiatti passai a cameriere. Ormai stavo uscendo dal torpore, ma ciò che restava era la mia solitudine. Cosa ne era stato di tutti? Come stava Helena? Ero condannato a una vita di solitudine? Le domande mi giravano nella testa come trottole che non si fermano mai, e ogni notte le portavo a letto con me e le lasciavo girare finché il sonno non arrivava e le spegneva, per poi ritrovarle al mattino, identiche, intatte, irrisolte.
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Ero stanco di vivere con un perenne senso di attesa, in questa cittadina dai colori accesi e variopinti circondata dalle montagne, così simile a Jökulsárlón e nel contempo così diversa. Simile nella forma. Diversa nell'anima. Jökulsárlón aveva un'anima che era stata cancellata dalla lava, e Bergen aveva un'anima che non mi apparteneva e che non mi sarebbe mai appartenuta.
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Una sera stavo camminando lungo la costa e ripensai a Helena. Il sole era tramontato da un po', e nonostante il solstizio d'estate fosse passato, c'era ancora un debole chiarore notturno che transitava da un insolito violaceo fino al blu profondo della notte fino al nero, con delle insolite nuvole blu elettrico.
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Decisi che era il momento di cambiare pagina. Helena, se era ancora viva, non l'avrei mai più rivista. Dovevo mettermi alle spalle il passato. Avevo subito una grande perdita, questo era vero, ma l'attesa perenne non era la soluzione. Non era la soluzione a niente.
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Guardai quelle insolite nuvole blu elettrico che si increspavano come fluorescenti onde di mare nella luce del crepuscolo nell'oceano del cielo. Non le avevo mai notate prima. Erano belle. E il fatto che potessi ancora trovare qualcosa di bello mi fece sentire, per la prima volta da mesi, qualcosa che non era dolore. Qualcosa di piccolo, di fragile, di precario, come un germoglio che spunta da un campo bruciato. Non era speranza. Era qualcosa di meno di speranza. Ma era qualcosa.
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L'estate giunse al termine e l'autunno entrò nel vivo. Le giornate divennero più corte e le foglie iniziarono a ossidare, mentre le prime sfumature di neve iniziarono nuovamente a imbiancare le aspre rocce delle montagne di Bergen. Le notti sempre più lunghe iniziarono a far scendere il mio umore, e cosa ancora più terribile furono i tramonti color rame. Rame. Il colore della lava che si raffredda. Il colore del ferro fuso che diventa solido. Il colore della mia città che moriva. Ogni tramonto era un promemoria, ogni raggio di luce che si spegneva all'orizzonte era una piccola morte che si sommava a tutte le altre.
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Per distrarre la mente dai lontani ricordi ma soprattutto dai pensieri, dopo lavoro e dopo aver svolto i soliti lavori di casa, iniziai a fare qualche ora di palestra alla settimana. Non per piacere. Per stancarmi. Per sentire i muscoli bruciare invece del cuore, per sostituire il dolore che non potevo controllare con un dolore che potevo scegliere. Ripresi persino ad avere una vita sociale, superficialmente, conversazioni di pochi minuti con colleghi che non mi conoscevano e che non avrebbero mai potuto conoscermi davvero perché la parte di me che era importante era sepolta sotto una caldera di lava in Islanda.
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E nel frattempo le temperature iniziarono a scendere rapidamente.
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Fu un giorno di metà novembre che, quando uscivo dal lavoro la sera, ricevetti un messaggio da un numero sconosciuto.
<<Sasha, ci sei? Sono Iya.>>
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