La polvere nera ora cadeva come una sottile pioggia costante.490Please respect copyright.PENANAAvljR8A32L
Non cadeva. Scendeva. Non c'era un altro verbo per descriverlo. La pioggia cade con un ritmo, con un suono, con una logica che il cervello umano comprende. Questa no. Questa scendeva in un silenzio totale, invisibile se non la guardavi contro la luce, una sottile pioggia di fuliggine che si depositava su ogni cosa con la pazienza di qualcosa che ha tutto il tempo del mondo. Un sottile strato di fine sabbia nera che si posava sui tetti, sulle strade, sulle auto abbandonate, sulle siepi, sui lampioni, sui davanzali, sulle ringhiere, come uno strato di pelle morta che il mondo si stava togliendo per rivelare qualcosa di diverso sotto.
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Con quella orrenda nebbia secca invece l'odore di zolfo era diventato penetrante. Non più quel vago sentore di uova marce che nei primi giorni avevi imparato a tollerare come un fastidio passeggero. Qualcosa di diverso. Qualcosa che si attaccava direttamente ai vestiti, che entrava nelle fibre del tessuto e non ne usciva più, che si depositava sulla pelle come un secondo profumo che non avevi scelto e che non potevi lavare via. Lo sentivo sulla sciarpa che mi ero avvolto attorno a naso e bocca, lo sentivo sul piumino, lo sentivo sui guanti, lo sentivo nei capelli. Era ovunque. Era diventato parte di noi.
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Stavo intabarrato con tanto di sciarpa per proteggere naso e bocca, percorrendo le semi-deserte strade di Jökulsárlón mentre mi avviavo verso il cinema dove ci eravamo dati appuntamento. Ogni respiro attraverso la stoffa della sciarpa era un atto di volontà, l'aria che filtrava attraverso i fili di lana era calda e umida dal mio stesso respiro ma portava con sé tracce di quell'odore che non riuscivo a cancellare.
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In lontananza Esjufjöll, se questo era il nome del vulcano, tuonava emettendo bagliori infuocati a tratti celati dalle nubi di cenere. Non un tuono singolo ma un brontolio continuo, basso, costante, come il respiro pesante di un animale enorme che dorme male. Le fontane di lava continuavano a salire per un centinaio di metri prima di ricadere, e anche da quella distanza, anche attraverso la nebbia e la cenere, riuscivo a percepire la loro presenza come una ferita aperta nel paesaggio, un arancio che pulsava nel grigio come un cuore scoperto.
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In quel momento mi bruciavano leggermente gli occhi e la gola. Non potevo farci niente. La nebbia secca non era più così intensa come nei giorni precedenti, probabilmente si trattava di una schiarita temporanea, ma il danno era già stato fatto. Le palpebre mi prudevano, la gola mi faceva male quando deglutivo, come se avessi ingoiato qualcosa di abrasivo, e ogni tanto tossivo senza volere, un colpo di tosse secco che mi usciva dal petto come un rimprovero del corpo per averlo esposto a quell'aria.
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Mi guardai in giro. Jökulsárlón sembrava letteralmente una città fantasma.
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Le strade e la neve erano ricoperte di pulviscolo scuro e di quelli che sembravano strani lunghi capelli dorati. Capelli di vetro vulcanico, frammenti di fibra di vetro che il vulcano emetteva insieme alla cenere e che cadevano come filamenti sottili e dorati sulla neve, creando un effetto surreale che in qualsiasi altro contesto avrebbe potuto essere bello e che invece in quello era solo inquietante. Non mi soffermai a indagare su cosa fossero. Avevo fretta.
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Accelerai il passo sentendo la neve ghiacciata scricchiolare sotto le mie scarpe. Le temperature erano ancora piuttosto al di sotto dello zero e in serata le previsioni davano abbondanti nevicate. Come se non bastasse la polvere e la nebbia, stasera sarebbe arrivata anche la neve. Un'altra dose di bianco sopra il nero, un altro strato che avrebbe coperto la cenere per qualche ora prima che una nuova caduta di polvere la ricoprisse a sua volta, in un ciclo infinito di copertura e scopertura che sembrava la metafora della nostra vita in quei giorni.
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In giro c'erano altre persone intabarrate come me, intente nella loro vita quotidiana che seppur alterata da Esjufjöll continuava con un ritmo leggermente diverso. Il panico non era nella natura degli islandesi. Lo sapevo, lo avevo sempre saputo. Era scritto nel nostro DNA, scolpito nella nostra storia, impresso in generazioni di persone che avevano vissuto su questo pezzo di roccia vulcanica in mezzo all'oceano senza che la paura le inducesse a fuggire. La paura di essere costretti a lasciare le proprie dimore di sempre c'era sicuramente, la sentivo nell'aria come sentivo lo zolfo, ma il vulcano sembrava più un'emergenza temporanea, anche se sicuramente rendeva le persone più irritabili per colpa dei continui terremoti e le conseguenti notti insonni.
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Finalmente raggiunsi la zona del cinema. Sulla porta era affisso un cartello che segnalava la propria chiusura a causa di personale indisposto. Sicuramente a causa della nuova situazione. Il cinema chiuso. Quello stesso cinema dove meno di una settimana prima avevamo guardato un film che non avevamo visto, dove ci eravamo baciati nelle ultime file, dove avevamo riso e parlato e fatto progetti per la serata come se il mondo fosse stato un posto normale. Adesso era chiuso, con un cartello che diceva "personale indisposto" ma che avrebbe dovuto dire "il mondo si sta sgretolando e noi non possiamo più far finta di niente".
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Mi guardai intorno senza vedere traccia di Helena.
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Attesi.
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Perso nei miei pensieri mi resi resi conto di come tutto fosse cambiato. Era tutto stranamente silenzioso, molto lontano dalla movimentata vita di Jökulsárlón che conoscevo. I negozi chiusi. Le strade vuote. Le case con le luci accese ma le persiane chiuse. Eccetto i lontani boati che venivano dal lontano Vatnajökull e da qualche auto in transito c'era una strana quiete, il tipo di quiete che non è pace ma sospensione, come il silenzio che c'è in una stanza subito dopo che qualcuno ha urlato e prima che qualcuno risponda.
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— Hey.—
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La voce di Helena mi fece voltare. Mi raggiunse con un passo rapido, quasi correndo, e la prima cosa che notai furono i suoi occhi. Arrossati. Non dal freddo, non dal vento. Arrossati come se avesse pianto.
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— Ciao — ci abbassammo provvisoriamente la sciarpa in un breve bacio. Il contatto delle sue labbra fu breve, quasi furtivo, e in quel bacio c'era qualcosa di diverso da prima. Qualcosa di più disperato.
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— Tutto bene? — le chiesi d'istinto.
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— A parte gli occhi che mi bruciano e un leggero pizzicare alla gola direi di sì.— fece lei, e il suo tono era quello di qualcuno che sta recitando una parte che non le è stata assegnata ma che ha deciso di recitare comunque.
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— Credo sia un problema di tutti in questi giorni — dissi — vuoi che ci fermiamo da qualche parte oppure...—
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— Andiamo a casa tua — disse lei subito. Non c'era esitazione nella sua voce. C'era urgenza. — Non ho voglia di rimanere sotto questo smog a lungo.—
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— Sono d'accordo. Andiamo.—
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Mano nella mano, dopo essere scesi dal pulman automatico che portava a una fermata vicina, stavamo percorrendo la strada che portava a casa mia. Lei non c'era mai stata e suo padre non era ancora rientrato a Jökulsárlón a causa del provvisorio isolamento della città. Il jökulhlaup aveva spazzato via strade e ponti alcuni chilometri a sud quando erano iniziate le nuove eruzioni, e suo padre era rimasto bloccato dall'altra parte della frattura, in una parte di Islanda che adesso sembrava un altro pianeta.
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In città c'era un certo nervosismo perché si aveva la vaga sensazione di essere sempre più isolati. Non era panico, non ancora. Era qualcosa di più sottile, più insidioso. Era la sensazione che le vie d'uscita si stessero chiudendo una dopo l'altra, come porte che si chiudono in un corridoio, e che un giorno ti saresti voltato e avresti scoperto che non ce n'era più nessuna aperta.
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Al momento la città non era considerata in pericolo in quanto era a ben quindici chilometri da dove stavano avvenendo le nuove eruzioni. Quindici chilometri. Il numero mi sembrava sia rassicurante che ridicolo. Rassicurante perché quindici chilometri sono una distanza.
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Ciò nonostante alcuni chilometri più a nord di Jökulsárlón le prime eruzioni erano riuscite a creare delle fratture dalla quale si era formato un grande campo lavico che aveva raggiunto il mare. Un promemoria che la geologia non rispettava le distanze di sicurezza che i umani si assegnavano per sentirsi tranquilli.
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Rispetto a settimane prima il paesaggio che percorrevo abitualmente era passato dal bianco a una tonalità più grigia, e la nebbia secca ormai quotidiana contribuiva a rendere questo paesaggio innevato in periferia di Jökulsárlón assai più inquietante, con quel tipico acre odore di zolfo che non ti abbandonava mai.
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— Stamattina quando mi sono svegliata ho visto un'ambulanza che portava via il mio vicino di casa — iniziò Helena. La sua voce era piatta, controllata, come se stesse raccontando una storia che non le apparteneva. — Era morto.—
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— Cos'è successo? — chiesi, e sentii la mia voce irrigidirsi.
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— Ha iniziato a soffrire di problemi respiratori da quando sono iniziate le eruzioni. Credo che la nebbia secca lo abbia messo a dura prova — disse lei — sono preoccupata per mia madre, che possa succederle lo stesso.—
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— Tua madre è forte, non credo possa succederle qualcosa. — cercai di rassicurarla, e odiavo me stesso per quanto quella frase suonava vuota. "Tua madre è forte." Come se la forza potesse proteggerti dall'idrogeno solforato. Come se la forza fosse un filtro per i polmoni.
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— Già, ma la paura rimane, — rispose Helena — la gente sta iniziando a morire in città e probabilmente ci vorranno anni prima che possiamo di nuovo coltivare qualcosa. È già successo in passato.—
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— Affrontiamo un problema alla volta, non ha senso fasciarci la testa prima del tempo.—
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— Spero tu abbia ragione.—
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Quando arrivammo a casa mia presentai Helena a mia madre. Una donna di mezza età, bionda, sulla cinquantina, con quel viso aperto e quell'energia pratica che era il modo in cui gli islandesi affrontavano tutto, dalle bufere di neve alle eruzioni vulcaniche. La presentazione fu più breve del previsto perché lei doveva uscire di fretta. Le chiese se avesse voluto fermarsi per cena ma Helena declinò l'invito dicendo che avrebbe rincasato presto a causa della madre che stava poco bene.
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Poco dopo salimmo scalzi in camera mia, a causa della polvere nera ovunque. Mia madre voleva evitare di spargere per la casa, e le nostre impronte nere sul pavimento chiaro sarebbero state la prova del nostro passaggio come impronte di piedi sulla neve.
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— Bella camera. — commentò Helena, facendo un giro e guardando i miei poster appesi sul muro e sull'armadio.
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Mi sentivo un po' a disagio a far vedere la mia camera a una persona nuova, cosa che facevo solo con i miei amici. La stanza era la mia stanza, con i suoi disordini e i suoi segreti, e farla entrare in quello spazio significava farla entrare in una parte di me che non avevo ancora mostrato a nessuno. I poster alle pareti, i libri sulla mensola, le rocce sulla scrivania, tutto parlava di me in un modo che le parole non avrebbero mai potuto.
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Poi Helena si soffermò sulla mia scrivania a studiare le rocce con cristalli di quarzo che collezionavo.
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— Quelli me li hanno regalati alcuni amici. — mi giustificai avvicinandomi alle sue spalle.
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— Quindi non sei solo un appassionato di stelle. — osservò lei voltandosi verso di me con un sorriso. E in quel sorriso c'era qualcosa di tenero, qualcosa che mi fece sentire come se mi stesse vedendo per la prima volta davvero, non come il ragazzo che frequentava, ma come una persona completa con i suoi interessi e le sue ossessioni e le sue collezioni di rocce sulla scrivania.
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— In effetti no, mi piace anche collezionare un po' di tutto.—
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— Mi piace. Afferrò una delle rocce e la studiò attentamente con interesse, osservandone i cristalli di quarzo e mettendoli in risalto nella luce della finestra. La luce era grigia e innaturale come sempre in quei giorni, ma i cristalli riuscivano comunque a brillare, piccole stelle intrappolate nella pietra che riflettevano qualsiasi luce gli venisse offerta.—
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Lo rimise a posto.
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Quindi si spostò a dare un'occhiata alla mia pila di libri, allineati sulla mensola sopra il mio letto, poi perse interesse e si voltò verso di me guardandomi.
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Avevo notato subito che il suo interesse per la mia vita privata era genuino, ma avevo anche notato che lo stava usando come una maschera per mantenere una parvenza di normalità in un momento in cui le nostre vite quotidiane iniziavano a incrinarsi, mettendo in discussione la nostra razionalità quotidiana. Guardava i miei libri non perché le interessassero ma perché guardare i miei libri era più facile che guardare ciò che stava succedendo fuori dalla finestra. Toccava le mie rocce non perché le affascinassero ma perché toccare le mie rocce la faceva sentire ancorata a qualcosa di tangibile in un mondo che stava diventando sempre meno tangibile.
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— Posso chiederti un favore? — mi chiese poi.
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— Sì.—
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— Abbracciami. Tienimi stretta più che puoi. Vorrei sentirti vicino.—
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— Così?—
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— Sì. — lei sospirò sulla mia spalla, e sentii il calore del suo respiro attraverso il tessuto della mia maglia — non ne posso più di tutta questa paura. Gente che conosco da una vita che improvvisamente viene a mancare. E soprattutto paura del futuro e per mia madre.—
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Mi portò le braccia attorno alla vita e mi tenne stretto a sé. La strinsi a mia volta, sentendo il suo corpo premuto contro il mio, il calore che passava attraverso i vestiti, il profumo dei suoi capelli che riuscivo a sentire anche attraverso l'odore di zolfo che impregnava tutto. Il suo respiro era irregolare, non stava piangendo ma era vicino, molto vicino, e ogni respiro era uno sforzo per non farlo.
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Il cuore mi pulsava forte. Era bello sentirla con me. Il suo respiro. Il battito del suo cuore che sentivo attraverso il petto, un battito rapido e irregolare che si stava scontrando con il mio cercando di sincronizzarsi.
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Poi Helena premette il suo corpo contro il mio con una decisione che non era richiesta ma che era chiara, inequivocabile, come una frase che non ha bisogno di punteggiatura per essere capita.
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Di riflesso la baciai sulle labbra. Lei voltò la testa. Per un istante pensai di aver sbagliato, di aver letto male il momento, di aver confuso il bisogno di conforto con qualcos'altro. Ma poi lei sollevò il viso e mise le mani dietro la mia testa, tenendola ferma mentre la sua bocca schiudendosi incontrava la mia, baciandomi con un trasporto che non aveva niente a che fare con i baci precedenti. Questo era diverso. Questo aveva un peso, una gravità, una direzione. Questo andava da qualche parte.
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In quel momento una vibrazione scosse la stanza. Non ci facemmo caso.
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Continuando a baciarci finimmo sul piumino del mio letto. Le nostre mani si intrecciarono incrociando le dita le une con le altre, un intreccio così stretto che non riuscivo a capire dove finivano le mie e dove cominciavano le sue. Sotto di me, Helena mi guardava negli occhi, e in quello sguardo c'era qualcosa che non avevo mai visto prima. Non era desiderio. Non era paura. Era qualcosa di più complesso, qualcosa che mescolava entrambe le cose e aggiungeva qualcos'altro, qualcosa di vulnerabile e di coraggioso allo stesso tempo, come chi si tuffa nell'acqua gelida sapendo che fa male ma decidendo di farlo lo stesso.
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Tra uno schiocco liquido e l'altro il bacio pulsava lento tra di noi. C'era qualcosa di diverso stavolta. Parole non dette. Una conversazione che si stava svolgendo attraverso le labbra, attraverso le mani, attraverso i corpi che si premevano l'uno contro l'altro, e che non aveva bisogno di lingua per essere compresa.
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Dopo un lungo momento, lentamente mi staccai da lei e ci guardammo.
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— Sì.— disse lei.
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Una parola senza aggiungere altro. La guardai per un lungo istante. Non aveva esitazioni. I suoi occhi erano lucidi ma fermi, e in quella fermezza c'era una decisione che era più grande di qualsiasi frase. Ci eravamo compresi come un'unica persona.
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Mi tolsi il maglione e slacciai la cerniera della sua felpa, un po' impacciato. Le mie mani tremavano leggermente e non per il freddo. Esitai quando le mie mani scivolarono sotto gli indumenti di Helena. La sua pelle era calda, bollente quasi, e il contrasto tra il calore della sua pelle e il freddo delle mie mani mi fece sussultare.
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— Non mordo.— rise lei, capendo il mio imbarazzo. E quel riso, quel riso piccolo e breve che spezzava la tensione come un dito che rompe la superficie dell'acqua, fu la cosa più bella che potesse darmi in quel momento.
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Lentamente le mie mani scivolarono sotto la canottiera fino a posarsi sui seni di lei. Sentii il suo respiro cambiare, accelerare appena, e le sue mani trovarono i miei fianchi stringendoli come per incoraggiarmi.
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— Visto? Non era difficile. — rise lei slacciandomi la fibbia della cintura.
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Le sfilai il resto. La canottiera e poi il reggiseno. E quando il suo corpo fu davanti ai miei occhi, nella luce grigia della stanza, con la polvere nera che cadeva fuori dalla finestra e i boati lontani del vulcano che rompevano il silenzio, sentii qualcosa che non avevo mai provato. Non eccitazione. Non desiderio. Qualcosa di più profondo. Qualcosa che assomigliava alla sacralità, al senso di fronte a qualcosa che non potevi comprendere completamente ma che sapevi essere importante, essenziale, irripetibile.
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Ci spogliammo del tutto e dopo aver lottato brevemente per togliermi i jeans ci baciammo nuovamente. Le sue labbra si schiusero tra le mie mentre le lingue si toccavano in un lento bacio pulsante tra la sua bocca e la mia, un bacio che era diventato qualcosa di diverso da prima, qualcosa di più intimo, più profondo, come se i vestiti fossero stati una barriera non solo fisica ma emotiva e averli tolti avesse rimosso anche ogni ultimo filtro tra di noi.
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Ci stringemmo l'uno all'altra. I suoi seni premuti contro il mio petto, la sua pelle calda contro la mia, il suo respiro che si mescolava con il mio in un ritmo che era diventato il nostro ritmo, un battito unico che non apparteneva né a me né a lei ma a noi due insieme. Le baciai il collo e sentii il suo corpo tremare sotto le mie labbra, un fremito che non era di freddo. Poi scesi sempre più in basso, fino ai suoi seni, e le sue mani si conficcarono nei miei capelli mentre un suono le usciva dalla gola che non era una parola e non era un gemito ma qualcosa di tra i due, qualcosa di primitivo che mi fece sentire come se stessi toccando qualcosa di antico, di essenziale, di umano nella sua forma più pura.
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Le mie mani scivolavano come le sue sulla sua pelle liscia fino alle sue natiche nude, per poi risalire fino ai fianchi, seguendo le curve del suo corpo come se stessi leggendo una mappa di un territorio che non avevo mai esplorato ma che sembrava familiare, come se le mie mani sapessero dove andare prima che il mio cervello lo decidesse.
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Helena inspirò profondamente con quel suo respiro profondo che avevo imparato a riconoscere, un respiro che diceva più di qualsiasi parola.
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La baciai nuovamente, perdendomi in quella bocca aperta, in quella lotta di lingua contro lingua che era diventata un dialogo, una negoziazione, una dichiarazione.
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Poi tutto evolse in un susseguirsi di carezze, baci e morsi. Le mie labbra sulla sua clavicola, i suoi denti sulla mia spalla, le mie mani sui suoi fianchi, le sue mani sulla mia schiena, un turbine di sensazioni che si sovrapponevano le une alle altre come onde che si rincorrono sulla spiaggia.
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Sotto di me Helena portò le ginocchia attorno al mio corpo in una forte stretta, merito del judo, e quel gesto, quella forza contenuta in quel corpo piccolo e morbido, mi fece sorridere contro le sue labbra perché era così lei, così tipicamente lei, forte e determinata anche in un momento di vulnerabilità assoluta.
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Dopo un breve scambio di sguardi ci baciammo di nuovo mentre accogliendomi piano dentro di sé iniziammo piano, avanti e indietro, a spingerci in un intimo intreccio di sudore e passione. Il mondo fuori era sparito. Non c'era più il vulcano, non c'era più la polvere nera, non c'era più la nebbia secca, non c'era più la paura, non c'era più la morte del vicino di casa, non c'era più la madre malata, non c'era più Esjufjöll con la sua camera magmatica di dodici chilometri. C'era solo lei. Solo il calore del suo corpo sotto il mio, solo il suono del suo respiro nel mio orecchio, solo le sue mani che mi stringevano la schiena con una forza che diceva "non andare, non fermarti, non lasciarmi".
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Ci spingemmo l'uno nell'altra con una lentezza che era quasi dolorosa, che prolungava ogni sensazione fino al suo limite e poi un poco oltre, fino ad arrivare a stancarci e, finalmente, a dimenticare tutto ciò che esiste al di fuori di questo letto.
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E per un momento, per un unico momento che durò un battito di ciglia o un'eternità, non ci fu niente di male nel mondo.
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