Mi svegliai nel mio letto all'ora di andare a scuola.512Please respect copyright.PENANAEXx1GDrVNi
Per un istante, un solo istante che durò meno di un battito di ciglia, il mondo fu normale. Il sole era alto, la giornata era cominciata, c'era un posto dove dovevo essere e un orario che dovevo rispettare. Poi il cervello si accese completamente e i ricordi della notte e dei giorni precedenti tornarono come un'onda che si ritira portando con sé la sabbia della normalità e lasciando solo la roccia nuda della realtà.
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Le scuole erano state chiuse.
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Non per una festa. Non per neve. Ma perché la terra su cui erano costruite tremava troppo spesso e troppo forte perché qualcuno ritenesse sicuro tenerci dentro dei bambini e dei ragazzi per sette ore al giorno. Chiusure che all'inizio erano sembrate eccezionali, eventi straordinari che avrebbero durato pochi giorni. Adesso non sembravano più eccezionali. Sembravano la nuova regola.
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Mi riaddormentai.
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Verso quasi mezzogiorno mi svegliai di nuovo. Il mio corpo era un blocco di stanchezza e indolenzimento, come se durante il sonno avessi fatto un lavoro pesante invece di semplicemente giacere immobile. Mi alzai e mi stirai, sentendo le articolazioni scricchiolare come legno vecchio, i muscoli che protestavano per il movimento dopo ore di inattività. La stanza era immersa in quella luce grigia e innaturale che era diventata la norma da quando le nuove eruzioni avevano cominciato. Non era la luce del giorno. Non era la luce della notte. Era qualcosa di intermedio, di malato, di sbagliato, come se il sole si fosse dimenticato come si fa a brillare.
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Erano passati alcuni giorni da quando erano iniziate le nuove eruzioni su nuove linee di frattura, e a Jökulsárlón le cose erano cambiate.
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Non cambiamento come quando cambia una stagione, gradualmente, con transizioni che ti permettono di adattarti. Cambiamento come quando qualcuno ti volta le spalle all'improvviso. Come quando il treno su cui sei salito prende una direzione diversa da quella che avevi comprato il biglietto.
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Le scosse di terremoto di magnitudo quattro erano diventate più frequenti. Non più una ogni tanto, non più un evento che ti faceva alzare lo sguardo dal libro o dal piatto. Quasi continue. Una sequenza di vibrazioni che si susseguivano con una regolarità che era peggio della casualità, perché la regolarità significava che qualcosa di sistematico stava succedendo sotto di noi, qualcosa di organizzato, di meccanico, di implacabile. Il pavimento della mia camera tremava così spesso che avevo smesso di notarlo quando succedeva e iniziato a notarlo quando non succedeva, quando c'era silenzio, quando la terra sotto i miei piedi era immobile, e quel silenzio mi sembrava più inquietante del tremore.
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E come se non bastasse, una strana foschia dal forte odore di uova marce era scesa dalla direzione del Vatnajökull e aveva invaso ogni cosa. Non una nebbia normale. Non il tipo di nebbia che conosci, quella umida e fredda che si alza dai fiumi al mattino e che si dissolve quando il sole si fa più alto. Questa era una nebbia secca. Una foschia che non bagnava ma che bruciava. Che causava bruciore agli occhi e alla gola, una sensazione di graffio ogni volta che respiravi, come se l'aria stessa fosse diventata un aggressivo chimico che non ti voleva nei polmoni. A tratti più densa, a tratti più leggera, ma persistente. Sempre lì. Sempre presente. Come un ospite sgradito che si siede sul tuo divano e si rifiuta di andarsene.
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Durante la notte, e durante la crescente luce del Crepuscolo Polare, si vedevano intensi bagliori rossastri in direzione del Vatnajökull. Bagliori che non erano più puntiformi come le fontane di lava dei primi giorni, ma diffusi, estesi, come se qualcuno avesse acceso un incendio enorme dietro l'orizzonte e le nuvole lo riflettessero in ogni direzione. E quando si usciva di casa si udiva come un lontano scrosciare, presumibilmente il rumore delle lontane fontane di lava, a tratti alternato a forti boati che arrivavano non dalle orecchie ma dal petto, dallo stomaco, dal pavimento sotto i piedi. Boati che non erano suoni ma vibrazioni, che ti facevano sentire come se stessi stando dentro un tamburo che qualcuno stava colpendo dall'esterno.
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La polvere nera ora cadeva quasi costantemente su ogni cosa come un velo scuro. Non più una caduta occasionale, come all'inizio dell'eruzione. Costante. Ininterrotta. Un fine pulviscolo che si posava su ogni superficie, sui tetti, sulle strade, sulle auto, sui davanzali, sui capelli, sulle palpebre, penetrava nelle case attraverso ogni fessura, ogni finestra, ogni punto di ingresso che non fosse ermeticamente sigillato. E talvolta quando nevicava formava strati misti di neve grigia, un miscuglio innaturale di bianco e nero che sembrava il paesaggio di un sogno febbroso, o di un incubo che aveva deciso di diventare reale.
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Scrissi ad Helena.
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Il pannello del cellulare si illuminò nel grigiore della stanza e vidi il suo nome apparire sullo schermo con una sensazione di sollievo che non mi aspettavo. In mezzo a tutto quello, il suo nome era ancora lì, ancora cliccabile, ancora reale. Un'ancora di normalità in un mare che si stava increspando in modo sempre più minaccioso.
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Io: «Ciao, come va?»
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Lei: «Ciao, così così... mia madre ha una leggera influenza e una forte tosse, credo sia per colpa della nebbia secca... per il resto tutto ok. Tu?»
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Io: «Appena svegliato, abbastanza bene dai. Mia madre ieri sera ha detto che in vita sua è la prima volta che le capita di assistere a una cosa del genere.»
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Lei: «Non ho dubbi. Sembra che gli ospedali di Jökulsárlón siano stipati di gente con strani malesseri, forti mal di gola e irritazioni agli occhi.»
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Io: «Ho sentito questa cosa anche io al notiziario. Pare che questa nebbia secca abbia colpito persone già vulnerabili...»
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Lei: «Quanto durerà questo casino?...»
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La sua domanda rimase sospesa sullo schermo del cellulare come un palloncino che sta perdendo aria. Non aspettava una risposta tecnica. Aspettava una rassicurazione che io non avevo da darle.
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Io: «Non lo so, ma è proprio un gran casino...»
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Lei: «Mia madre ha detto che l'autostrada e le strade alcuni chilometri a sud di Jökulsárlón sono state spazzate via dai jökulhlaup causati dal disgelo del ghiacciaio a causa delle eruzioni, sai cosa significa...»
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Le parole non cambiavano. Il loro significato sì. Si ampliavano ogni volta che le rileggevo, come cerchi nell'acqua dopo il lancio di un sasso, diventando sempre più grandi, sempre più minacciosi.
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Questo non lo sapevo.
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Le strade a sud spazzate via. Jökulhlaup. Il termine islandese per le inondazioni glaciali, quelle inondazioni improvvise e devastanti che si verificano quando un'eruzione vulcanica sotto un ghiacciaio fonde enormi quantità di ghiaccio in tempi brevissimi, creando un'onda di acqua, fango, ghiaccio e detriti che scorre a valle con la forza di un treno merci senza binari. Avevo studiato il fenomeno a scuola. Avevo visto le foto nelle lezioni di geografia. Foto di strade distrutte, ponti sradicati, paesaggi completamente trasformati in fanghiere. Ma vedere le foto e sapere che le strade a sud della tua città erano state spazzate via erano due cose completamente diverse.
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Io: «...che i soccorsi o possibili aiuti non arriveranno in tempi brevi... se calcoliamo che pochi chilometri a nord di Jökulsárlón c'è un grande campo lavico che abbiamo visto durante i primi giorni dell'eruzione, l'unica strada percorribile è dal mare. Gli elicotteri e aerei non possono volare con la polvere vulcanica.»
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Mi resi conto di quanto fosse terribile quello che stavo dicendo. Non era un'analisi geologica. Era la descrizione di una trappola. Jökulsárlón era circondata. A sud, le strade distrutte. A nord, il campo lavico. Sopra, il cielo inviolabile per via della cenere. Sotto, il vulcano. E intorno, l'oceano, con la sua banchisa di ghiaccio che d'inverno rendeva il mare imprendibile per qualsiasi imbarcazione che non fosse un rompighiaccio.
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Lei: «Se ci evacuano ci vorrà un po' prima che arrivino dal mare, tra i rompighiaccio che aprono strada ecc. Siamo circondati dalla banchisa fino alla Groenlandia.»
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La Groenlandia. Circondati dalla banchisa fino alla Groenlandia. La frase mi si piantò nello stomaco come un chiodo. Non perché fosse nuova. Lo sapevo che d'inverno il mare intorno all'Islanda gelava. Lo sapevo da sempre. Ma sapere una cosa e sentirla dire in quel contesto, con quelle parole, mentre il pavimento sotto i tuoi piedi tremava e una foschia tossica bruciava i tuoi occhi, era diverso. Era come sapere che il veleno è nel bicchiere e poi sentire qualcuno che dice "bevi".
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Io: «La Protezione Civile ha detto di usare solo se necessario e usare mascherine antismog come precauzione, oltre ad essere preparati per forti terremoti.»
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Le parole della Protezione Civile mi sembrarono improvvisamente vuote. Usare mascherine. Essere preparati. Come se una mascherina potesse proteggerti da un vulcano. Come se potessi "prepararti" a qualcosa che non sapevi nemmeno cosa fosse.
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Lei: «Oggi stavo ascoltando il notiziario e le notizie non sembravano molto buone.»
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Io: «Tipo?»
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Lei: «Primo, pare che i droni abbiano ripreso la caldera sommitale del vulcano e mostrato tutta una serie di crepe lungo i bordi di questa. Ci sono pure dei calderoni dove il ghiaccio è sprofondato a causa del calore sotterraneo. Secondo, dall'attività sismica hanno fatto una stima delle dimensioni della camera magmatica di questo vulcano... beh...»
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Il messaggio finiva con quei tre puntini di sospensione che sulla tastiera del cellulare sembrano così piccoli e innocui e invece sono la cosa più ansiosa che esista. Tre puntini che dicono: quello che sto per dirti è grande e non so come dirtelo e forse non dovrei dirtelo ma lo dico lo stesso perché non dirtelo sarebbe peggio.
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Io: «Devo preoccuparmi?»
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Lei: «È enorme... un diametro di dodici chilometri, la parte cilindrica profonda di otto chilometri e un'altezza di dodici chilometri... me lo ricordo perché mi sono presa degli appunti.»
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Dodici chilometri di diametro. Otto chilometri di profondità. Dodici chilometri di altezza. Cercai di visualizzare quei numeri e il mio cervello si rifiutò. Erano numeri che non appartenevano alla scala umana. Erano numeri geologici, numeri di un mondo che esisteva sotto i nostri piedi da milioni di anni e che noi avevamo la presunzione di camminare sopra senza pensarci. Una camera magmatica grande quanto una città. Un serbatoio di roccia fusa a oltre mille gradi che stava sotto il ghiaccio, sotto la roccia, sotto le strade su cui camminavo, sotto il letto in cui dormivo, e che adesso si stava svegliando.
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Io: «Porca puttana... quindi l'eruzione potrebbe durare a lungo!»
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Lei: «Già... poi ho scoperto che il nome di questo vulcano una volta era Esjufjöll, ma sembra che dopo la guerra con la Groenlandia nel duemilacinquantasette, a causa dei danni, molte informazioni sono andate distrutte...»
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Esjufjöll. Il nome si depositò nella mia memoria come un sasso nell'acqua. Lo avevo già sentito. Lo sapevo. Ma non ricordavo dove, non ricordavo quando, e questo mi frustrava perché sentivo che quel nome era importante, che portava con sé un peso che non riuscivo a sollevare.
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Io: «Esjufjöll... l'avevo già sentito questo nome ma non so dove...»
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Lei: «Ho bisogno di uscire. Posso passare a trovarti?»
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Il cambio di argomento fu così improvviso che per un istante pensai fosse un errore di battitura. Poi capii. Non era un cambio di argomento. Era una resa. Helena aveva smesso di cercare di capire, aveva smesso di analizzare, aveva smesso di fare la studentessa diligente che prende appunti e ascolta il notiziario. Voleva uscire. Voleva aria. Voleva vedere un viso umano che non fosse quello di sua madre malata o delle sue sorelle spaventate. Voleva me.
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Io: «Certo, ti va bene se ci troviamo alle 15:30 davanti al cinema, così ti vengo incontro e ti faccio vedere dove abito.»
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Lei: «Per me va bene, per qualche ora possono pensarci le mie sorelle a mia madre...»
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Io: «Perfetto, allora ci vediamo dopo.»
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Lei: «Ok. A dopo. Un bacio.»
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Un bacio. Due parole che in qualsiasi altro momento mi avrebbero fatto sorridere e che invece, in quel momento, mi fecero qualcosa di diverso. Mi fecero sentire la mancanza di lei in modo fisico, come un buco nello stomaco che non c'era prima di leggere quel messaggio e che adesso era lì, esigente, implacabile.
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Spinsi il pannello del cellulare per chiudere la conversazione e il buio tornò a riempire la stanza. Mi sdraiai sul letto e fissai il soffitto. Esjufjöll. Dodici chilometri. Otto chilometri. Dodici chilometri. I numeri giravano nella mia testa come trottole che non riuscivo a fermare. La camera magmatica era lì sotto. Da sempre. Da prima che ci fossero gli umani, da prima che ci fossero i vichinghi, da prima che ci fosse Jökulsárlón, da prima che ci fosse qualsiasi cosa che riconoscessi come mondo. E adesso si stava muovendo.
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Pensai a mia madre. A come aveva detto che in tutta la sua vita non aveva mai visto una cosa del genere. E se non l'aveva vista lei, che aveva vissuto l'eruzione dell'Hekla del 2053 e quella di Reykjanes del 2041, allora cosa stavamo vivendo era qualcosa che andava oltre la norma anche per una terra che della non-normalità aveva fatto la sua identità.
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Pensai alla banchisa. Circondati dalla banchisa fino alla Groenlandia. Chilometri e chilometri di ghiaccio marino che rendevano il mare una prigione bianca e fredda. Le strade a sud distrutte. Il campo lavico a nord. Il cielo pieno di cenere. La terra che tremava. E noi, in mezzo a tutto questo, come insetti in un barattolo che qualcuno sta scuotendo.
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In quel momento una vibrazione scosse la stanza. Non forte. Non debole. Un tremore intermedio, di quelli che ormai erano diventati il sottofondo della nostra vita, come il ronzio di un frigorifero o il ticchettio di un orologio. Il letto oscillò leggermente sotto di me, il comodino tremò, e poi tutto tornò immobile.
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Non mi alzai. Non corsi sotto il tavolo. Non chiamai nessuno. Rimasi sdraiato sul letto a fissare il soffitto e aspettai che passasse, come si aspetta che passi il maltempo, come si aspetta che passi il dolore, come si aspetta che passi tutto ciò che non puoi controllare.
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E passò. Come era passato il precedente. Come sarebbe passato il successivo.
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Ma la differenza, la differenza che non volevo ammettere, era che ogni volta che passava, la pausa tra un tremore e l'altro sembrava più breve. Come se qualcuno stesse girando una manopola, lentamente, con pazienza, aumentando il volume di qualcosa che non volevamo sentire.
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Mi alzai dal letto e andai alla finestra. Il vetro era coperto da una patina di polvere nera che lo rendeva opaco, e attraverso quella patina il mondo fuori sembrava un'acquaforte sbiadita. La nebbia secca era lì, come sempre, una presenza grigia e odiosa che riempiva lo spazio tra la casa e il mondo esterno come un filtro tossico. Non si vedeva lontano. Non si vedeva il Vatnajökull. Non si vedevano i bagliori. Ma si sentiva l'odore. Quel maledetto odore di uova marce che era diventato il profumo della nostra vita, che ci seguiva ovunque, che entrava nei vestiti, nei capelli, nel cibo, nei sogni.
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Misi la mano sul vetro. Era freddo. Più freddo di quanto avrebbe dovuto essere per una giornata in cui non stava nevicando. Come se il calore della casa stesse perdendo la battaglia contro il freddo di fuori, come se le pareti non fossero più una barriera ma un diaframma, e il freddo stesse lentamente filtrando attraverso ogni fessura, ogni poro, ogni punto debole della struttura.
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Esjufjöll.
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Non sapevamo cosa fosse capace di fare. Non sapevamo quanto magma contenesse, fino a quando avrebbe eruttato, con quale violenza. Non sapevamo niente di niente di questo vulcano che avevamo camminato sopra per tutta la vita senza sapere che esisteva, e adesso stavamo per scoprirlo nel modo peggiore possibile.
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Guardai l'orologio. Mancavano tre ore all'appuntamento con Helena. Tre ore in una stanza che tremava, in una casa che puzzava di zolfo, in una città che stava diventando un'isola dentro un'isola, circondata da fuoco, ghiaccio, cenere e mare gelato.
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Tre ore.
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Mi vestii lentamente, scelsi i vestiti con una cura che non avevo mai messo in quello che indossavo, come se il modo in cui mi coprivo il corpo potesse in qualche modo proteggermi da qualcosa che andava ben oltre i vestiti. Indossai la mascherina antismog che la Protezione Civile raccomandava di usare quando si usciva di casa, e il suo sapore di plastica e carta si mescolò con l'odore di zolfo che filtrava da ogni parte.
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E aspettai.
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