Quando fu ora di colazione, la madre e le sorelle di Helena furono piuttosto sorprese di vedermi scendere la scala con lei.
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Non che ci fosse nulla di scandaloso in quello che avevamo fatto, o almeno così mi dicevo. Eravamo vestiti, separati, la stanza era in ordine, il letto pieghevole era stato ripiegato e messo via prima che ci addormentassimo. Nessuna prova. Tranne il fatto che ero lì, alle sette e mezzo del mattino, in pigiama prestato, che scendevo le scale di una casa che non era la mia dietro una ragazza di diciassette anni con cui avevo passato la notte. E la mia faccia, probabilmente, che diceva tutto quello che la mia bocca non diceva.
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— Ciao Sasha, che sorpresa — mi salutò la madre. Il suo tono era neutro, né caloroso né freddo, il tono di qualcuno che registra un'informazione senza ancora decidere cosa farne. I suoi occhi mi misurarono per un istante troppo breve per essere un esame e troppo lungo per essere casuale.
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— Buongiorno — dissi leggermente imbarazzato, e mi resi conto che la mia voce era più alta del normale, come se qualcuno l'avesse accordata male al mattino.
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— L'ho invitato io ieri sera — disse Helena, con una calma che mi ammirai e che al tempo stesso mi sembrò quasi eccessiva. Troppa calma. Il tipo di calma che usi quando sai che quello che stai dicendo non è abbastanza e stai cercando di compensare con il tono.
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— Ciao Sasha — disse Iya. Era la più piccola delle tre sorelle, e il suo sguardo era diverso da quello della madre. Più curioso, meno valutativo. Gli occhi verdi che mi osservavano con una franchezza che mi mise ancora più a disagio. Non perché fosse ostile, ma perché sembrava vedere qualcosa che io non volevo mostrare.
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— Ciao — mugugnò Hanna mezza addormentata. La sorella maggiore era appena uscita dal letto, i capelli castani in disordine, gli occhi azzurri ancora semichiusi, e il suo saluto fu più un suono che una parola, un ringhio sonnolento che avrebbe potuto significare qualsiasi cosa.
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— Ciao, scusate il disturbo — le salutai sentendomi del tutto fuori posto. E lo ero. Non appartenevo a quel tavolo, a quella cucina, a quella mattina. Appartenevo a un'altra casa, a un'altra colazione, a un'altra vita che in quel momento mi sembrava lontanissima, come se fosse appartenuta a qualcun altro.
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— Vuoi fare colazione con noi? — disse la madre.
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— Certo, volentieri — dissi, e mi sedetti al tavolo con la sensazione di essere un ospite non invitato a una festa che era cominciata prima del mio arrivo.
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La cucina era calda, accogliente, e odorava di caffè e di pane tostato. Una normalità che in quel momento mi sembrava quasi irreale, come un set cinematografico costruito per farci credere che tutto fosse normale quando in realtà non lo era. Il pavimento sotto i miei piedi era solido.
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— Caffè? — mi chiese la madre di Helena, alzando una teiera.
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— Sì, in effetti era più forte degli altri — rispose poi alla figlia, versando il caffè nella mia tazza con un gesto automatico.
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— È stato un 4.0 — disse Hanna, che nel frattempo si era svegliata abbastanza da formulare frasi complete. Si era seduta all'altro lato del tavolo con una tazza tra le mani e i capelli ancora arruffati. — L'abbiamo sentito meno perché era abbastanza lontano da dove siamo noi.—
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— Sì, grazie — risposi alla madre, prendendo la tazza. Il caffè era nero, forte, amaro, e il suo calore mi fece bene alle mani intirizzite.
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— Dov'è avvenuto? — si interessò Helena, allontanandosi un momento dal tavolo per andare a prendere qualcosa in cucina.
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— Sulla cima — disse Hanna.
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Helena tornò con due tazze di caffè nero, una per lei una per me, e un piatto con qualche fetta di pane scuro, fette di formaggio, e delle aringhe che mise in mezzo al tavolo per tutti. Le aringhe erano disposte con una cura che mi sembrò quasi cerimoniale, e il loro odore si mescolò con quello del caffè creando un profumo che era tutto islandese, tutto mattina, tutto casa.
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— Grazie — dissi.
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— Di niente — mi rispose di rimando sedendosi accanto a me. Il suo ginocchio toccò il mio sotto il tavolo e rimase lì, una presenza silenziosa che nessuno poteva vedere ma che io sentivo con una chiarezza che non aveva niente di sottile.
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— Forse è la volta buona che si calma — osservai, guardando il caffè nella mia tazza — sono settimane che le fontane di lava stanno eruttando.—
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— Questo non lo sa nessuno — commentò la madre, e il suo tono cambiò. Diventò più serio, più tecnico, come se stesse parlando non da madre ma da qualcuno che sapeva cose che noi non sapevamo. — Fino a pochi mesi fa non sapevamo niente di questo vulcano. Se è vero che non erutta da secoli o più, deve avere accumulato una grande riserva di magma.—
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Lo disse con una calma che mi colpì. Non era la calma di chi non capisce il pericolo. Era la calma di chi capisce il pericolo e ha deciso che la paura non è una strategia utile.
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— Come era il film? — chiese Iya, e il cambio di argomento fu così brusco che per un istante pensai di aver immaginato la conversazione precedente.
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— Ehm, interessante — dissi incerto.
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— Sì, davvero bello — continuò Helena con una sicurezza che non avevo.
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Sorseggiai il mio caffè scambiando uno sguardo incerto con Helena che abbozzò un mezzo sorriso. Un sorriso che diceva: so che non abbiamo capito niente del film, ma non è questo il punto, il punto è che siamo stati lì insieme, e questo è tutto quello che conta.
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— Forse lo andrò a vedere — disse Iya.
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— Te lo consiglio — risposi con finta convinzione.
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— Allora probabilmente..— Iya non terminò la frase che tutto iniziò a vibrare.
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Non fu un tremore. Fu qualcosa di diverso. Qualcosa di più organico, più profondo, come se la casa stessa avesse preso un respiro e poi lo avesse trattenuto. La sensazione che il pavimento venisse a mancare sotto di noi, che il mondo stesse per aprirsi e inghiottirci in un solo movimento. I piatti sul tavolo tremarono, le tazze oscillarono, e per un istante che durò un'eternità e contemporaneamente un battito di ciglia, sentii lo stomaco salirmi in gola come su un ascensore che cade.
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Tutto finì in pochi secondi.
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— Sbaglio o questi terremoti stanno diventando più frequenti? — disse Helena. La sua voce era ferma ma i suoi occhi no. I suoi occhi cercavano qualcosa nello sguardo della madre, una rassicurazione, una spiegazione, qualsiasi cosa che potesse trasformare quello che avevamo appena sentito in qualcosa di normale.
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— Forse l'eruzione sta cambiando — ipotizzò la madre — l'area dove la lava si sta riversare in mare è ormai un grande campo lavico.—
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In quel momento si udì uno schianto e allo stesso tempo il pavimento e la casa tremarono di nuovo. Non come prima. Peggio. Il lampadario sopra le nostre teste iniziò a oscillare come un pendolo impazzito, e alcuni oggetti di arredamento in posizione precaria caddero dai tavoli con un rumore secco che risuonò nella cucina come colpi di pistola. Un vaso si schiantò sul pavimento spargendo frammenti di ceramica in ogni direzione. Un bicchiere rotolò sul tavolo e cadde sul lato opposto frantumandosi.
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Dei gemiti. Le ragazze erano davvero spaventate. Non il tipo di paura che provi quando guardi un film horror e sai che non è reale. Il tipo di paura che ti entra nel corpo attraverso i piedi, sale attraverso le gambe, ti stringe lo stomaco e ti chiude la gola. La paura primordiale dell'animale che sente la terra tremare sotto di sé e sa che non può fare nulla, che non può scappare, che non può combattere, che può solo aspettare e sperare che smetta.
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— Sotto il tavolo, subito! — ordinò la madre.
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La sua voce era tagliente, precisa, la voce di qualcuno che sapeva cosa fare perché l'aveva fatto altre volte, perché l'aveva imparato da bambina come noi avevamo imparato tutti. Tutti e cinque ci stringemmo sotto il tavolo mentre il terremoto rallentava. I nostri corpi ammassati in uno spazio troppo piccolo, le ginocchia che si toccavano, le teste che si sfioravano, il respiro di tutti che si mescolava in un unico respiro collettivo e affannoso. Helena era accanto a me, e sentivo la sua mano che cercava la mia nel buio sotto il tavolo, che la trovava, che la stringeva con una forza che non le avevo mai sentito prima.
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— Questa era forte — disse la madre quando tutto fu finito. E il fatto che non avesse detto "era forte" ma "questa era forte", con quell'aggettivo dimostrativo che la rendeva specifica, unica, diversa dalle altre, mi disse più di qualsiasi notiziario.
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Contattai mia madre per sapere se era tutto apposto. Uscii sul retro della casa per poter parlare in privato, e il freddo mi colpì come un promemoria che il mondo fuori da quelle mura era ancora lì, gelido e indifferente alla nostra paura.
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Come al solito lei minimizzò. Si era trattato solo di un terremoto più forte del solito. Niente di preoccupante. Come i giapponesi anche noi islandesi avevamo imparato a convivere con questo genere di eventi in modo più razionale rispetto al resto del mondo. Le stesse case islandesi, Jökulsárlón compresa, erano progettate e costruite con materiali e criteri tali da renderle resistenti anche a un terremoto di magnitudo 8.0. Strutture flessibili, fondamenta ammortizzate, pareti che potevano oscillare senza rompersi. Ciononostante l'istinto di mettersi a riparo sotto un tavolo o sotto l'arco della porta era ancora nella cultura locale, veniva persino ancora insegnato per precauzione nelle scuole islandesi. Non perché servisse. Ma perché non si sa mai.
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— Se ti va bene ti ricontatto questo pomeriggio per dirti a che ora arrivo — dissi perché la madre di Helena, che prima mi aveva chiesto se mi fermavo a pranzo. Avevo accettato, anche se adesso l'idea di mangiare come se nulla fosse mi sembrava quasi offensiva verso qualcosa che non sapevo nominare.
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Qualche secondo di attesa. Il respiro bianco che mi usciva dalla bocca e si dissolveva nell'aria fredda.
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— Va bene, a dopo, ciao.—
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Spinsi il pannello trasparente del cellulare per chiudere la chiamata. Mi trovavo di fuori, davanti alla casa di Helena. Continuava a nevicare sporadicamente, fiocchi sottili e intermittenti che cadevano come se il cielo avesse quasi finito la sua scorta e stesse usando gli ultimi residui.
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In quel momento un'altra lieve vibrazione scosse il suolo. Così lieve che se fossi stato dentro casa non l'avrei sentita. Ma lì, con i piedi sulla neve e niente tra me e la terra, la sentii chiaramente. Una vibrazione che saliva dai piedi alle caviglie e poi si dissolveva, come un'onda che si ritira sulla spiaggia.
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Guardai in lontananza, in direzione di Vatnajökull. Ma non vidi nulla di strano nell'area del vulcano. Eccetto qualche nuvola. Nuvole che potevano essere nuvole di qualunque cosa, nuvole di neve, nuvole di tempesta, nuvole normalissime. Ma che in quel momento non mi sembravano normalissime. Mi sembravano nuvole che stavano nascondendo qualcosa.
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Rientrai per finire la colazione.
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— Era un terremoto di magnitudo quattro punto cinque — mi informò Helena appena misi piede in cucina — tutto bene tua madre?—
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— Per lei è tutto normale — dissi, sedendomi. — Hai detto quattro punto cinque?—
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— Sì, sulla sommità del vulcano — disse Helena, e il modo in cui pronunciò "sommità" mi colpì. Non era una parola geografica. Era una parola minacciosa. — La Protezione Civile Islandese sta valutando un'evacuazione, nel caso la situazione dovesse diventare pericolosa. Almeno così riferisce il notiziario di Reykjavík — aggiunse la madre di Helena.
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— Cosa gli ha fatto cambiare idea, dopo un mese che il vulcano sta eruttando? — chiesi perplesso. Perché un mese di fontane di lava e flussi che raggiungevano il mare non avevano provocato alcuna evacuazione, e adesso un terremoto di quattro punto cinque sulla sommità sì? Qualcosa non tornava.
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— A quanto dicono, in base ai sorvoli con i droni, qualcosa sta cambiando sulla sommità — disse la madre, e il suo tono era cambiato di nuovo. Non era più il tono della madre che fa colazione con i figli. Era il tono di qualcuno che sta elaborando informazioni tecniche e cercando di tradurle in un linguaggio comprensibile. — Ci sono grandi fratture attraverso il ghiacciaio nella parte centrale della caldera. Il ghiacciaio lì è sprofondato verso il basso in una depressione circolare e sta continuando a farlo.—
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— Non era una delle aree dell'eruzione? — chiese Helena.
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— No, l'eruzione avviene da una serie di nuove fratture tra il ghiacciaio e la terraferma — spiegò la madre — la caldera finora è sempre stata tranquilla.—
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— Continuo a non capire il perché di tutta questa preoccupazione — dissi — insomma, potrebbe semplicemente formarsi un nuovo sfogo eruttivo.—
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La madre posò la tazza sul tavolo e mi guardò. Non con fastidio, ma con la pazienza di chi sta per spiegare qualcosa a qualcuno che non vuole capire perché capire significa avere paura.
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— Te lo sintetizzo in poche parole — iniziò, rivolgendosi a me con una calma che era quasi clinica — la caldera ha dieci chilometri di diametro. È molto antica ed è coperta da una coltre di ghiaccio e neve di quattrocento metri di spessore, parte del Vatnajökull. In sintesi, la parte centrale di questa caldera sta sprofondando con tutto quel ghiaccio, e non ne conosciamo gli effetti. Potrebbe formarsi un'eruzione più grande e causare inondazioni catastrofiche.—
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Quattrocento metri di ghiaccio. Dieci chilometri di diametro. Cercai di visualizzare quei numeri e non ci riuscii. Erano numeri troppo grandi per la mia immaginazione, numeri che appartenevano alla geologia, non alla vita umana.
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— Capito — dissi — quindi significa che ci saranno terremoti molto forti.—
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— Esattamente. In ogni caso la situazione è ancora ampiamente sotto controllo — disse lei, e l'aggiunta finale suonò come una formula di rito, qualcosa che si dice non perché sia vero ma perché senza di essa la frase precedente sarebbe troppo spaventosa da sopportare.
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Iya, che finora si era limitata ad ascoltare, facendo colazione in silenzio come Hanna, intervenne. — Ci saranno altri terremoti quindi?—
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— Sì — borbottò Hannah, poi aggiunse — mamma, tra quanto partiamo?—
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— Il tempo di finire colazione con calma poi andiamo — disse lei.
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— Dovete uscire? — chiese Helena.
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— Io, Hannah e Iya dobbiamo andare a fare la spesa, poi torniamo. Tu e Sasha preparate la tavola.—
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— Ricevuto — disse Helena — comunque, Hannah, cos'hai che sembri cupa?—
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— Ho dormito poco stanotte — disse lei.
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— Allora ci hai sentiti arrivare.—
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— Sì, ma non mi avete svegliato voi.—
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Il significato di quella frase ci arrivò tutti nello stesso momento, e nessuno lo disse ad alta voce. Non eravamo stati noi a svegliarla. Erano stati i terremoti. La terra che tremava nel sonno, che la tirava fuori dal letto non con un suono ma con una vibrazione, con un movimento, con la sensazione che il mondo sotto di lei stesse cedendo.
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In quel momento l'ennesima vibrazione attraversò la stanza. Più lieve delle precedenti, ma presente, come un promemoria che non aveva bisogno di essere forte per essere efficace.
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— Quanti anni hai Sasha? — fece Iya curiosa, e il cambio di argomento fu così brusco che mi ci vollero alcuni secondi per capire che mi stava parlando.
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— Diciannove. Perché?—
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— Curiosità.—
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— Iya, lascia in pace Sasha — borbottò Helena.
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Quando uscirono restammo in casa io ed Helena, seduti e sparecchiando la colazione. Fuori la nevicata sembrava infittirsi, i fiocchi che cadevano più fitti di prima, come se il cielo avesse deciso di riprendere in mano il lavoro che aveva interrotto.
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— Simpatica tua sorella — dissi.
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— Già — borbottò lei — ma quando ci si mette, credimi, fa mettere le mani sui capelli a tutti.—
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— Non lo metto in dubbio, sembra essere una dote di famiglia.—
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— Con questo cosa vorresti insinuare? — fece Helena guardandomi socchiudendo un occhio, intuendo l'ironia.
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— Niente, è solo che mi ricorda te — sorrisi.
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— Io sono molto diversa da mia sorella — rispose lei.
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— Tipo, non avere lo stesso nome? Helena mi fece una linguaccia.
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— Cosa facciamo intanto che aspettiamo? — chiesi.
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— Nulla, per qualche ora abbiamo la casa tutta per noi — disse lei.
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— Non credo che in tre ci metteranno molto a fare la spesa — commentai.
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— Questo vuol dire che è meglio approfittarne — disse Helena, vedendomi incontro con le braccia attorno al collo.
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Il suo corpo si premette contro il mio e le nostre labbra si trovarono in un bacio che aveva un sapore diverso da quelli della notte prima. Più urgente. Più affamato. Come se la paura dei terremoti avesse fatto qualcosa al nostro desiderio, lo avesse compresso e concentrato fino a renderlo più denso, più pesante, più impossibile da ignorare. Le sue labbra si aprirono sotto le mie e sentii il calore della sua bocca, il sapore del caffè che ancora le restava sulla lingua, la morbidezza delle sue labbra che si muovevano con una lentezza deliberata, come se avesse tutto il tempo del mondo e volesse usarlo tutto.
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Quando ci separammo sentimmo un'altra vibrazione, ma non ci facemmo caso. Non potevamo. Non in quel momento. La vibrazione era fuori. Noi eravamo dentro. E dentro, in quel momento, c'era solo il punto in cui i nostri corpi si erano toccati.
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— Non dovremmo sparecchiare la tavola? — dissi, ma la mia voce non era la voce di qualcuno che voleva sparecchiare la tavola.
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— Dopo — mi baciò di nuovo. Mi prese le mani e tirandomi mi costrinse ad alzarmi in piedi, trascinandomi verso il divano. I suoi occhi avevano quella luce che avevo visto altre volte, quella luce che non era solo desiderio ma qualcosa di più complesso, qualcosa che mescolava il desiderio alla tenerezza alla determinazione in una miscela che mi faceva sentire come se stessi per fare qualcosa di irreversibile.
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In quel momento un nuovo schianto ci fece sobbalzare. Tutto tremò di nuovo, più forte di prima, e il divano sotto di noi si mosse come se qualcuno lo avesse spinto. In un istante passammo dall'uno all'altro, dal calore alla paura, dall'intimità alla minaccia, senza transizione, senza preavviso. Ci affrettammo a metterci a riparo sotto il tavolo, e stavolta non c'erano madre e sorelle con cui condividere lo spazio. C'era solo noi due, sotto quel tavolo, con le ginocchia che si toccavano e le mani che si cercavano nel buio.
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Quando tutto si calmò uscimmo di casa, sotto la neve, nella luce del Crepuscolo Polare, a guardare in direzione del Vatnajökull. Lo facemmo per istinto, per quella curiosità animalesca che ti spinge a guardare verso il pericolo anche quando ogni parte razionale di te ti dice di girarti e correre nell'altra direzione. Guardammo con la sensazione che stesse succedendo qualcosa, e anche per istintiva curiosità, perché non sapere è peggio di sapere, e guardare è il primo passo verso il sapere.
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Vedemmo solo una nuvola. Inizialmente pensai si trattasse solo di una banale nuvola di maltempo, dopotutto stava ancora nevicando e il cielo era pieno di nuvole grigie e basse. Ma poi mi resi conto che sembrava una nuvola di vapore salire da qualche parte lontana sul Vatnajökull. Non una nuvola che si muoveva con il vento, ma una nuvola che saliva, che nasceva, che cresceva, come un albero di vapore che stesse germogliando dal ghiacciaio.
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— Lassù sta chiaramente succedendo qualcosa — disse Helena — e non sembra un buon segno.—
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— Stavo pensando la stessa cosa.—
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La terra tremò di nuovo, ma in modo più lieve. Una vibrazione che sembrava un battito cardiaco, regolare e minaccioso.
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— Chiamo mia madre — dissi.
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— Io le mie sorelle.—
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Anche altre persone avevano iniziato ad uscire dalle loro case. Porte che si aprivano, volti che apparivano, sguardi che si voltavano tutti nella stessa direzione come fiori che seguono il sole. Solo che in quel caso non seguivano il sole. Seguivano qualcosa di molto diverso.
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La base della lontana nuvola di vapore sembrava allargarsi. E se non ero in torto, dove c'era vapore c'era anche calore. E dove c'era calore sotto un ghiacciaio, c'era qualcosa che nessuno di noi voleva nominare.
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La terra tremò di nuovo, più forte stavolta. Abbastanza da farmi vacillare sulle gambe, da farmi appoggiare involontariamente al muro della casa per non perdere l'equilibrio.
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Presi il cellulare. Le dita mi tremavano leggermente e non per il freddo.
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La madre di Helena stava tornando a casa.
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Le vibrazioni, o terremoti minori, stavano chiaramente aumentando di frequenza. Questo significava qualcosa. Qualcosa che non volevo ammettere ma che il mio corpo già sapeva, che il mio corpo aveva capito prima del mio cervello: poteva essere il culmine di qualcosa di importante. Qualcosa di grande.
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Avevo chiamato mia madre per informarla che sarei arrivato a casa in anticipo. Non potevo lasciarla sola con tutto quello che stava succedendo, al contrario di Helena che aveva due sorelle e sua madre ancora presenti in casa. Non era una decisione razionale. Mia madre era probabilmente più capace di gestire la situazione di me. Ma razionalità e terremoti non andavano d'accordo.
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Eravamo seduti sul divano a discutere. La paura stava prendendo forma. Non la paura acuta, il grido, il fuggire, il panico. Quella era paura da cinema. Quella vera era diversa. Era un sottile innalzamento del battito cardiaco che non calava mai del tutto. Era un'attenzione costante al pavimento sotto i piedi, come se potessi sentire attraverso i sensi delle scarpe qualcosa che stava succedendo centinaia di metri sotto di te. Era un peso sullo stomaco che non aveva niente a che fare con la colazione.
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— Cosa succederà secondo te? — mi chiese.
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— Credo stia per iniziare una nuova eruzione — dissi, e le parole mi uscirono dalla bocca con una facilità che mi spaventò, come se le avessi pensate così tante volte nelle ultime ore che avevano perso il loro peso — si sta comportando in modo simile a quando si è risvegliato un mese fa, solo più forte.—
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Lei sbuffò, ma non era uno sbuffo di incredulità. Era uno sbuffo di frustrazione, di stanchezza, di quel desiderio che le cose tornassero normali che sapevi non sarebbe stato esaudito.
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— Non vedo l'ora che tutto questo incubo finisca — disse — fino a stamattina ero felice, poi tutto inizia a.. — non trovò un aggettivo adatto. E non lo trovò perché non esisteva. Non c'era un aggettivo per descrivere quello che stava succedendo, il passaggio dalla normalità alla non-normalità, dal controllo alla non-controllo, dalla sicurezza alla consapevolezza che la sicurezza era un'illusione che avevamo costruito sopra un pavimento che poteva tremare in qualsiasi momento.
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Le cinsi un braccio attorno alle spalle e lei si appoggiò a me. Il suo peso contro il mio fianco era reale, tangibile, e in quel momento era l'unica cosa reale in un mondo che sembrava aver smesso di essere solidale.
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— Andrà tutto bene — le baciai la fronte. La sua pelle era calda sotto le mie labbra, e il gesto mi sembrò patetico nella sua inadeguatezza. Cosa significava "andrà tutto bene" quando la terra sotto i tuoi piedi stava per aprirsi? — Vedrai.—
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— E cosa faremmo se invece tutto dovesse peggiorare? — fece lei.
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— Al momento preferisco non pensarci.—
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— Nemmeno io.—
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Sollevò la testa e guardò il mio viso in quel modo particolare, quel modo che aveva solo lei, quello che faceva sembrare che stesse guardando dentro di me invece di guardare me. Ci accostammo l'uno all'altra quando la madre di Helena girò la chiave e aprì la porta.
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— È meglio se uscite un momento.— disse.
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Non era una richiesta. Era un'istruzione. Il suo tono era piatto, privo di emozione, il tono di qualcuno che ha visto qualcosa e ha deciso che le parole non sono sufficienti e che bisogna vedere.
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La seguimmo scambiandoci uno sguardo perplesso.
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Lungo le strade di Jökulsárlón si stavano radunando delle persone. Molte senza giacca, sicuramente richiamate a loro volta dai familiari, ma avevano tutti qualcosa in comune. Guardavano tutti in un'unica direzione. Non si parlavano. Non si chiedevano cosa stesse succedendo. Non avevano bisogno di chiederselo. Sapevano che la risposta era lì, davanti a loro, e la stavano guardando.
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Io ed Helena ci unimmo alla madre e alle sorelle accanto alla macchina appena parcheggiata fuori. Stavano guardando nella stessa direzione.
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In direzione di Vatnajökull, dove prima io ed Helena avevamo visto il pennacchio di vapore che si sollevava, zampillava una cortina di fuoco giallo-arancio. Non una fontana. Una cortina. Una parete di lava che saliva dal ghiaccio con una violenza che non avevo mai visto, nemmeno nelle immagini dei documentari. Difficile da lì stimarne l'altezza, ma doveva essere almeno di un centinaio di metri, e sembrava anche piuttosto larga. Larga come un edificio. Larga come una strada. Larga come qualcosa che non avrebbe dovuto esistere in un mondo civile e abitato.
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Poi le nuvole di vapore si spostarono di lato, spinte dal vento, e nel bagliore delle lontane fontane di lava ne vidi una seconda, poco lontana dietro alla prima, prima celata dalle nuvole e dal maltempo invernale. Due cortine di fuoco. Due pareti di roccia fusa che si alzavano dal ghiaccio come braccia di un gigante che si stava svegliando.
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Sentii nuovamente la terra tremare sotto i miei piedi.
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Helena mi venne vicino, prendendomi la mano nella sua. La sua mano era fredda, forse per il freddo dell'aria, forse per la paura, e io la strinsi come per scaldarla, come se il calore della mia mano potesse passare attraverso la pelle e raggiungere qualcosa di più profondo, qualcosa che il freddo dell'aria non poteva toccare ma che la paura sì.
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Ci guardammo, intuendo il pensiero dell'altra e dell'altro di poco fa. Quel "cosa faremmo se tutto dovesse peggiorare" che avevamo deciso di non pensare. Che adesso non pensare non era più un'opzione.
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— Io comincerei seriamente a pensarci — disse lei.
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Guardai nuovamente in direzione di Vatnajökull. E tra le nuvole iniziai a scorgere una terza cortina di lava, forse era una mia impressione, ma mi sembrava anche che le prime due fossero leggermente cresciute in larghezza e fossero addirittura diventate più alte. Tre pareti di fuoco. Tre ferite nella terra. E sopra di noi, il cielo che non era più né giorno né notte ma qualcosa di intermedio, qualcosa di viola e grigio e arancione che non aveva un nome perché non era mai esistito prima.
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