Nel corso della serata il film trascorse per la maggior parte piacevole e per lunghi tratti soprattutto inosservato.467Please respect copyright.PENANAgJF62K6kaN
"Toba" raccontava di un'eruzione vulcanica avvenuta decine di migliaia di anni prima sull'isola di Sumatra che si ripeteva nella nostra epoca, un evento che aveva quasi cancellato l'umanità dalla faccia della terra riducendo la popolazione mondiale a poche migliaia di individui. Una storia che in qualsiasi altro momento avrebbe dovuto impressionarmi, dato quello che stava succedendo a pochi chilometri da dove vivevo. E invece non impressione niente. O meglio, non impressionò la parte di me che era seduta in quella sala. La parte di me che era seduta in quella sala era occupata in altro.
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La sala del cinema era quasi vuota. Qualche sparuto spettatore disseminato tra le file come residui di una battaglia che non era mai iniziata, tutti concentrati sullo schermo dove il vulcano immaginario di Toba eruttava ceneri e distruzione in un'altra epoca, in un altro continente, in un mondo che non era il nostro. Noi tra le ultime file, nell'angolo più buio della sala, con la mano dietro la schiena di lei, io ed Helena ci perdemmo più di una volta in un lungo e silenzioso bacio indisturbato. I baci arrivavano senza preavviso, come i tremori, e duravano più di quanto avessi pianificato, se mai avevo pianificato qualcosa. Le sue labbra erano calde e morbide e sapevano di qualcosa che non riuscivo a identificare, forse il sapore della cioccolata che avevamo bevuto prima, forse qualcosa di più interno, qualcosa che non aveva niente a che fare con il cibo e tutto a che fare con lei.
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Sicuramente non capendo del tutto la trama del film. Ne coglievo frammenti, tra un bacio e l'altro: scene di panico, scienziati che discutevano, paesaggi coperti di cenere. Ma ogni volta che cercavo di seguire il filo della storia, le labbra di Helena tornavano a cercare le mie e il film diventava uno sfondo insignificante, un rumore bianco visivo che non aveva alcun peso rispetto a ciò che stavo vivendo in quel momento.
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Le raccontai della volpe polare che avevo visto il pomeriggio prima, sussurrandole all'orecchio durante una scena del film che non stavo guardando, e lei parve sorpresa dal momento che a suo dire non ne aveva mai vista una. I suoi occhi si spalancarono leggermente nella semi-oscurità della sala, e in quel momento mi resi conto di quanto poco sapevo ancora di lei. Di quanti anni di vita, di esperienze, di ricordi ci separavano e che non avevamo ancora avuto il tempo di esplorare.
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— Cosa facciamo dopo il film? — le chiesi quando i titoli di coda iniziarono a scorrere sullo schermo, illuminando la sala vuota con una luce bianca e fredda.
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— Non saprei, è quasi mezzanotte — disse lei, e io mi voltai a guardare l'orologio sul telefono con una sorpresa che non dovetti fingere.
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— Non me ne ero accorto.—
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— Intanto facciamo due passi, poi vediamo.—
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— D'accordo.—
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Poco dopo stavamo uscendo dal cinema, ormai in fase di chiusura dopo la tarda ora. Jökulsárlón non era una cittadina particolarmente grande, quindi questo era l'unico cinema presente. Un cinema piccolo, con una sola sala, che durante l'inverno sopravviveva grazie alla proiezione serale e al fatto che non c'era molto altro da fare in una città dove per metà dell'anno faceva buio alle quattro del pomeriggio e le temperature scoraggiavano qualsiasi attività all'aperto che non fosse strettamente necessaria.
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Quando uscimmo e ci separammo dal gruppo di poche persone presenti, la prima cosa che si notò fu l'aria gelida. Un muro di freddo che ti colpiva il viso come un pugno bagnato, facendoti lacrimare gli occhi e stringere i denti in un riflesso involontario. E poi l'odore. Il tipico odore di uova marce che ormai aveva stufato tutti. Dava l'impressione di camminare in una fogna a cielo aperto, una fogna che invece di acqua portava aria gelida e zolfo e il ricordo costante che sotto i tuoi piedi c'era un vulcano che non aveva nessuna intenzione di smettere.
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Quella sera Helena indossava una giacca color verde-marrone scuro, la tipica sciarpa bianca che le avevo visto addosso già altre volte e che ormai associavo a lei come un'estensione del suo corpo, e un berretto invernale che le copriva la fronte e i capelli. Io avevo optato per il solito giaccone più un paio di guanti. Niente di elegante. Niente di curato. Ma non sembrava che a lei importasse, e questo era già qualcosa.
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Le strade erano deserte, eccetto quelle poche persone appena uscite dal cinema che si stavano allontanando in direzioni diverse come particelle in una soluzione che si sta disperdendo. I loro passi scricchiolavano sulla neve ghiacciata e le loro voci si perdevano nel silenzio della notte artica dopo pochi metri, inghiottite dal freddo e dalla vastità del paesaggio.
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Optammo per andare a berci qualcosa in un locale prima di andare a dormire a casa nostra. Dopotutto non c'erano molte alternative. A mezzanotte passata a Jökulsárlón le opzioni si riducevano a: casa, bar, o passeggiata nella neve al freddo. Avevamo già fatto la passeggiata nella neve al freddo. Non eravamo ancora pronti per casa.
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Nei pochi minuti che trascorremmo in quel locale semi-deserto discutemmo molto poco del film ma più di noi. L'argomento emerse quando dal film al cinema iniziai a parlarle dei film che guardavo quando avevo dieci anni. Da lì il discorso evolse naturalmente, come un fiume che trova la sua pendenza, in un discorso sulla nostra infanzia.
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— Io da bambina non guardavo molto la tv — mi confidò Helena, stringendo tra le mani la tazza di cioccolata che aveva ordinato, come se il calore della tazza fosse un ricordo delle mani di qualcuno. — Al contrario stavo fuori a giocare con le mie amiche, o spesso mio padre mi portava in escursione sui fiordi. Credo volesse insegnarmi ad apprezzare la natura.—
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Lo disse con un tono che era tra la nostalgia e la consapevolezza, come chi guarda una foto di sé bambino e riconosce un terreno che ha attraversato ma che non può più calpestare.
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— Io invece amavo l'inverno — le raccontai — non mi sono allontanato spesso da Jökulsárlón. Quando ero un bambino io e i miei amici d'infanzia andavamo in collina o sul Vatnajökull, poi con la slitta scendevamo a tutta velocità facendo a gara a chi arrivava prima al traguardo. Poi aspettavo la notte e prima che i miei andassero in camera a dormire guardavo dalla finestra il cielo stellato con il binocolo.
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— Direi che sei un appassionato del cielo — disse Helena.
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— Direi di sì. Non sono così rozzo come sembro — le feci una linguaccia, e mi sentii immediatamente stupido per averlo fatto. Ma lei rise, e quel riso bastò a cancellare la stupidità del gesto.
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— Se è così, perché non mi insegni qualcosa, visto che fuori non ci sono nuvole? — disse, e il suo tono aveva una qualità che riconobbi. Era il tono che usava quando aveva deciso qualcosa e stava solo aspettando che io accettassi.
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— Adesso?—
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— Sì, adesso. Hai bisogno di un'autorizzazione scritta? — ironizzò Helena bevendo l'ultimo sorso di cioccolata.
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— Va bene, ma ci ghiacceremo.—
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— Poverino.—
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Poco al di fuori di Jökulsárlón, nonostante i lontani bagliori del vulcano che pulsavano all'orizzonte come un battito di un cuore infernale, la luna quasi piena illuminava la gelata bianca distesa di neve. Una distesa che non finiva, che si estendeva in ogni direzione come un oceano solidificato, e che sotto la luce della luna brillava con una luminosità così intensa da sembrare artificiale. In contrasto con essa, la nera eternità stellata del cielo invernale lasciava intravedere diverse costellazioni e stelle particolarmente luminose. Un contrasto che non era solo visivo ma quasi fisico, come se il bianco sotto e il nero sopra stessero cercando di schiacciarti in mezzo, e tu fossi l'unico punto di colore in un mondo fatto di due soli colori opposti.
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Dopo aver camminato per un po' sulla neve dura, Helena si fermò.
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— Quella stella sarebbe? — mi chiese indicandomi una stella tra le più luminose a sinistra della costellazione di Orione che emanava una luce blu. Una luce che non era bianca né azzurra ma qualcosa di tra i due, un blu che sembrava appartenere a un'altra dimensione.
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— Quella è Sirius — dissi — è una nana bianca, ed è a otto anni luce da noi.—
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— E quella in alto? — spostò il dito più in su, verso una stella rossastra, più grande delle altre, che brillava con una luce che sembrava pulsare.
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— Betelgeuse.—
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— E quale è il nome di quella costellazione accanto a quella di Orione? — fece poi curiosa come una bambina, e in quel momento vidi qualcosa nei suoi occhi che mi colpì. Non era solo curiosità astronomica. Era qualcosa di più profondo. Era il desiderio di sapere, di comprendere, di riempire il buio sopra le nostre teste con nomi e storie che lo rendessero meno spaventoso.
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— Gemelli.—
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— E il mio? — chiese lei.
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Mi voltai per guardarla perplesso, non capendo la domanda, e lei colse l'occasione. Ora che aveva la mia attenzione, ora che il mio viso era rivolto verso il suo e la mia guardia era abbassata, mi lanciò una palla di neve in pieno viso. Un colpo preciso, freddo, che mi esplose sul naso e sulle guance in una nuvola di cristalli di ghiaccio.
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Feci un passo indietro, abbassando le mani dal viso.
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— Quanto sei simpatica — dissi, ma stavo già sorridendo. Mi pulii il viso con i guanti, sentendo la neve sciogliersi sulla pelle calda delle guance e gocciolare lungo il collo, dopodiché mi lanciai su di lei facendola cadere insieme a me sul manto nevoso. La crosta ghiacciata si ruppe sotto il nostro peso e affondammo insieme nella neve più fresca e soffice che era sotto, un soffice freddo che ci avvolse come un lenzuolo di ghiaccio granuloso.
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Afferrai una manciata di neve fresca.
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— Dicono che sia buona, perché non ne assaggi un po'? — le dissi, e gliela spalmai in viso prima che potesse reagire.
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— Brutto stronzo — mugugnò Helena togliendosela con i guanti, i movimenti rapidi e arrabbiati che non nascondevano il sorriso che le stava nascendo agli angoli della bocca. Dopodiché afferrò anche lei una manciata di neve lanciandomela in faccia. Un po' mi finì sotto i vestiti a contatto con la pelle, e il freddo improvviso sulla schiena nuda mi fece sussultare con un'imprecazione che si perse nel rumore della nostra lotta.
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Lottammo per qualche istante nella neve. Corpi che si contorcevano, mani che afferravano, risate che si disperdevano nel silenzio della notte. Poi le nostre mani si bloccarono. Si trovarono. Si intrecciarono. E bagnati fradici, con la neve nei capelli e nei vestiti e sulle guance, ci perdemmo in un bacio, l'uno tra le labbra aperte dell'altra. Un bacio che sapeva di neve e di freddo e di qualcosa di caldo che veniva da sotto, qualcosa che non aveva niente a che fare con la temperatura e tutto a che fare con il fatto che in quel momento, in quel punto esatto della terra, due persone avevano smesso di lottare e avevano scelto di tenersi.
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Quando ci staccammo restammo distesi l'uno accanto all'altra, una mano che stringeva l'altra, a guardare il cielo stellato. Il respiro affannoso si stava calmando, e il freddo della neve sotto di noi iniziava a farsi sentire attraverso i vestiti bagnati, ma non mi movevo. Non volevo muovermi. Volevo che quel momento durasse più a lungo possibile, anche se sapevo che non sarebbe durato abbastanza.
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— Secondo te potrebbe esserci qualcuno lassù? — chiese Helena, la voce che usciva come un respiro verso il cielo.
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— Noi abbiamo il Sole. Conta le stelle e scoprirai quante possibilità ci sono. Secondo me sì.—
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— E se ci odiassero?—
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— Dubito che questo sia il primo pensiero che ti tiene sveglia la notte.—
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— Io a volte faccio fatica ad addormentarmi. Tu a cosa pensi?—
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— Prima di dormire?—
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— Dormire al caldo fingendo di essere sotto il ghiaccio. Poi ci sei tu.—
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— Originale.—
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— Con me funziona. Provaci anche tu, magari funziona anche per te.
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— Mi hai incuriosito.—
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Un lungo istante di silenzio. Il cielo sopra di noi era così pieno di stelle che sembrava croccante, come se potessi allungare la mano e toccarlo e sentirebbe come carta vetrata. La luna quasi piena proiettava la nostra ombra sulla neve, due forme allungate e immobili che sembravano appartenere a un'altra storia.
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— Helena — dissi poi.
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— Sì.—
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— Ti amo.—
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Non lo avevo pianificato. Non lo avevo pensato prima di dirlo. Le parole erano uscite dalla mia bocca con la stessa naturalezza con cui respiravo, come se fossero state lì da sempre, accumulate dietro i denti come magma sotto la crosta terrestre, in attesa del momento giusto per eruttare. E il momento giusto era quello. Lì, nella neve, sotto le stelle, con il freddo che mi mordeva le guance e il calore della sua mano nella mia.
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— Ti amo anch'io — disse lei. E la sua mano sulla mia si fece più stretta, come se volesse assicurarsi che non fossi un sogno, che non fossi un'illusione creata dal freddo o dalle stelle o dalla stanchezza.
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Poco dopo essere tornati sulla strada ed essere usciti dalla prateria innevata ci avviammo verso casa tenendoci per mano. Il viso di lei era tutto arrossato per il freddo e la neve, le guance come due mele che avevano preso il colore del tramonto e si erano dimenticate di tornare normali. Sicuramente era la stessa cosa per me dal momento che sentivo il mio viso sfogare, un calore che contrastava assurdamente con il freddo dell'aria.
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Nuvole di vapore dei nostri respiri si condensavano nell'aria mentre camminando ci avviavamo nuovamente nel paesaggio innevato di Jökulsárlón. Due piccole nubi che nascevano e morivano a ogni respiro, due fantasmi effimeri che ci accompagnavano come fedeli compagni di viaggio. Sentivo l'aria gelida pungermi le guance arrossate, ma sentivo ancora una volta quel ormai comune odore di uova marce che arrivava con le folate di vento freddo, un odore che avevo smesso di notare per la maggior parte del tempo ma che tornava prepotente quando il vento cambiava direzione.
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— Che ore sono? — mi chiese Helena — ho il cellulare scarico, mi sono dimenticata di metterlo sotto carica.—
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Guardai il mio. — Accidenti, abbiamo fatto tardi. Sono le 01:15.—
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— Fortuna che domani non c'è scuola.—
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— Già.—
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— Ti andrebbe di dormire da me?—
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La domanda mi colpì con la stessa precisione della palla di neve di poco prima, ma senza il freddo. Al contrario, sentii un calore salirmi dallo stomaco al petto al viso con una velocità che mi fece ringraziare il buio della notte per nascondere quello che stavo sicuramente diventando.
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— I tuoi non ti faranno storie?—
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— Papà è a Reykjavík per incontrarsi con alcuni colleghi su un progetto geotermico, starà via alcuni giorni. Mia madre ormai ti conosce, non credo che ci saranno problemi.—
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— Sicura che domani mattina i vicini non mi vedano spiccare il volo dalla finestra?—
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Lei rise. Un riso basso, contenuto, che si sparse nella notte come il suono di un ruscello sotto il ghiaccio.
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— Ma no, stai tranquillo.—
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— Allora mando un messaggio a mia madre per dirle che dormo da te.—
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— Non è un problema per lei?—
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— No, l'importante è che le comunichi dove vado.—
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— Un po' tardi.—
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— Sicuramente domani mi dirà "Potevi scriverlo prima" ma credo che per una volta possa capire.—
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Ci fermammo. Digitai il messaggio con tanto di scuse per il ritardo e lo inviai. Le dita mi tremavano leggermente sullo schermo del telefono, e non per il freddo.
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Qualche minuto dopo ci fermammo nuovamente dopo aver sentito un "BEEP".
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«Ok.»
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Poi un altro "BEEP".
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«NON FARE TARDI DOMANI. BUONANOTTE.»
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Risposta: «BUONANOTTE.»
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— Tutto sistemato, deve essere ancora sveglia — dissi.
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— La mia sicuramente starà già dormendo — disse Helena.
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— Accidenti che puzza — borbottai, e questa volta l'odore di zolfo era particolarmente intenso, come se il vento avesse cambiato direzione portandoci direttamente dal cratere fino alle nostre narici.
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— Finché l'eruzione non finisce credo che la sentiremo ancora per un po' — disse Helena.
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— Già.—
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Continuammo a discutere per un po', camminando per mezz'ora con la neve ghiacciata che scricchiolava sotto le nostre scarpe. Il suono era ritmico, costante, come un metronomo che misurava il tempo della nostra camminata in un mondo dove il tempo sembrava sospeso. Helena aveva già avvertito sua madre che l'aveva accompagnata prima al cinema e che sarebbe tornata a casa a piedi. Non abitava molto lontano, ma "molto lontano" e "poco lontano" erano concetti relativi quando camminavi nella neve a meno quindici gradi con i vestiti ancora umidi per aver fatto a palle di neve mezz'ora prima.
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Quando arrivammo il tepore della casa di Helena sembrava fin troppo eccessivo viste le differenze di temperatura tra dentro e fuori. Ventitré, venticinque gradi dentro contro i meno quindici fuori. Un salto termico di quasi quaranta gradi che ti faceva sentire come se fossi entrato in un forno, e la pelle del viso, arrossata e fredda, reagiva al calore con un prurito fastidioso che durava minuti.
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Era come la ricordavo l'ultima volta che c'ero stato. Le stesse pareti chiare, lo stesso odore di casa abitata, la stessa sensazione di essere in un luogo che non era il mio ma che mi accoglieva con una naturalezza che non mi aspettavo.
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— Ssst, mi raccomando parliamo sottovoce — bisbigliò Helena una volta entrati — mia madre e le mie sorelle sono già a dormire.—
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— Ok.—
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Helena mi portò un paio di pantofole da mettere al posto delle scarpe, quindi salimmo fino in camera sua. I gradini della scala scricchiolarono sotto i nostri piedi nonostante i nostri sforzi di essere silenziosi, e ogni scricchiolio mi sembrava un'esplosione nel silenzio della casa.
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Era come la ricordavo. Il termometro digitale sulla finestra segnava 25 gradi. Il letto singolo con la coperta blu scura. La scrivania. I libri. Il poster del Judo. Ma stavolta era diverso. Stavolta sapevo cosa significava essere in quella stanza con lei. Stavolta il letto non era solo un letto. Era il luogo in cui tutto era cominciato, e in cui tutto stava continuando.
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A turno ci cambiammo in bagno mettendoci il pigiama. Il mio me lo aveva prestato Helena, facendo attenzione a non fare rumore. Quando rientrai Helena aveva già preparato il secondo letto accanto al suo. La struttura pieghevole era già aperta, le lenzuola già stese, i cuscini già al loro posto.
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— Come hai fatto a non fare rumore? — bisbigliai.
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— È leggero ma resistente — rispose lei con un mezzo sorriso che nel buio della stanza sembrava più un'ombra che un'espressione.
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Pochi minuti dopo spense la luce e ci infilammo sotto le coperte dei rispettivi letti. Il buio fu immediato e totale, rotto solo dalla luce biancastra che filtrava dalla finestra, la luce della luna sulla neve che trasformava la stanza in una versione fantasma di se stessa.
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— Almeno questa volta non infuria una tempesta di neve — ironizzai sotto voce.
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— Però di neve ne abbiamo vista abbastanza per questa sera — disse lei.
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— Ne è valsa la pena quella passeggiata sotto le stelle, ma mi è entrata un po' di neve sotto i vestiti — dissi, e ancora sentivo quei cristalli di ghiaccio sciolti che mi scendevano lungo la schiena come dita fredde.
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— Te la sei cercata.—
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— Pure tu.—
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— Gnegnè. Io spero solo di non essermi presa l'influenza, sento ancora brividi di freddo.—
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— Non mi sembri la tipa che si ammala facilmente.—
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— Allora perché non traslochi qui con me, così mi scaldi un po'? — bisbigliò lei.
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La frase mi arrivò come un sasso in uno stagno. Cercai di leggere il suo tono nel buio, di capire se stava scherzando o no, ma il buio nascondeva tutto tranne la sua voce, e la sua voce era seria e leggera allo stesso tempo, come solo lei sapeva essere.
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— Ci stiamo in due? — lentamente uscii da sotto le coperte.
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— Sono più magra di quello che sembro, non ti preoccupare.—
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— Non intendevo questo.—
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Lei mi fece spazio sotto le coperte lasciandomi entrare nel suo letto. Il materasso si deformò leggermente sotto il mio peso e lei si spostò verso il lato opposto, ma non di molto. Il letto era piccolo per due persone e questo significava che i nostri corpi sarebbero stati vicini per necessità, non per scelta. O almeno, questa era la versione ufficiale.
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Le sue gambe si scontrarono con le mie cercando e trovando una posizione più comoda mentre mi portavo faccia a faccia sul cuscino accanto a lei. I nostri nasi erano a pochi centimetri di distanza, e nel buio potevo sentire il suo respiro sulla mia pelle, caldo e dolce e leggermente irregolare.
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— In effetti hai le mani bollenti — dissi prendendo le sue mani nelle mie. Era vero. Le sue mani erano calde, quasi calde troppo, come se avessero conservato il calore della lotta nella neve e lo stessero ora restituendo.
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Tirai su le coperte fino all'orlo del nostro collo, creando un involucro di calore che ci isolava dal resto della stanza, dal resto della casa, dal resto del mondo.
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— Perché abbiamo fatto a palle di neve e ci siamo rotolati fino a poco fa — disse lei.
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— Probabile — bisbigliai. — Io l'ultima influenza che ho fatto l'ho avuta qualche anno fa quando mia madre, tornando a casa da un suo amico che ce l'aveva, me la passò senza ammalarsi. Sono rimasto a letto una settimana passando il tempo a giocare al computer.—
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— Niente scuola — ironizzò Helena.
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— Già, ma quando si ha 38 di febbre si vorrebbe il contrario, credimi.—
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— Ti credo.—
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La baciai lievemente sulle labbra. Un bacio leggero, quasi timido, che non durò più di un secondo ma che lasciò una traccia come un segno invisibile sulla pelle.
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— In ogni caso non credo ti sia presa niente.—
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— Ormai te la saresti presa anche tu.—
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— Non mi importa.- Le carezzai il viso e la baciai nuovamente.
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Lei ricambiò.
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Poi le mie labbra si aprirono tra le sue. Non fu un movimento improvviso ma un passaggio graduale, come un'onda che si alza lentamente prima di rompersi. Le sue labbra si aprirono con le mie e per un istante sentii il calore della sua bocca mescolarsi con il mio, un calore che non aveva niente a che vedere con la temperatura del corpo e tutto a che fare con qualcosa di più profondo, qualcosa che nasceva dal punto in cui i nostri corpi si toccavano e si irradiava in ogni direzione come un'onda sonora.
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Le sue braccia si allungarono dietro la mia schiena, come le mie. Più vicini. Un altro bacio, più intenso del primo. Rotolammo, prima da un lato poi dall'altro del letto mentre le mani cambiavano posizione, da dietro la sua nuca tra i lunghi capelli castani che mi scivolavano tra le dita come acqua, fino a scivolare dietro la mia schiena sotto il pigiama, sentendo la pelle calda della sua schiena sotto i polpastrelli.
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Uno sguardo che incrocia uno sguardo. Nel buio i suoi occhi erano due punti di luce riflessa, più lucidi del normale, e in quella lucidità c'era qualcosa che mi fece sentire come se stessi guardando in un posto che non avevo il permesso di vedere ma che non riuscivo a lasciare. Uno schiocco liquido. Seguito da un altro. Un costante fruscio di lenzuola e coperte che era il suono dei nostri corpi che si muovevano insieme cercando una posizione che non era solo una posizione ma una dichiarazione.
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Poi un altro schiocco liquido. Due paia di labbra socchiuse che si separano. Ansimano. Il suono del suo respiro nel buio era il suono più intimo che avessi mai sentito, più intimo di qualsiasi bacio, più intimo di qualsiasi carezza, perché era il suono di una persona che aveva abbassato ogni difesa e ti stava mostrando qualcosa di puro, di vulnerabile, di reale. Poi le labbra si uniscono di nuovo.
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Helena sollevò la coperta e nel buio totale tra i nostri respiri e fruscii, stringendoci l'uno all'altra, le sue gambe tra le mie, il respiro della sua bocca socchiusa si confuse con il mio. Non c'era più confine tra dove finivo io e dove cominciava lei. C'era solo un punto di calore nel buio, un nodo di carne e respiro e desiderio che pulsava come un cuore.
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Poi tutto rallentò. I baci divennero più lenti, più morbidi, più sonnolenti. Le mani smisero di cercare e si posarono, trovando posizioni naturali che non richiedevano sforzo. Il respiro si fece più regolare. E senza accorgercene ci addormentammo abbracciati nel calore dello stesso letto, come due anime che avevano deciso di condividere lo stesso rifugio per la notte.
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Quando riaprii gli occhi era ancora notte, ma dalla finestra il cielo iniziava a mostrare un appena visibile sfumatura turchese. Non era l'alba. Era il suo annuncio, il primo respiro del giorno che ancora non era giorno, una promessa di luce che sarebbe arrivata ore dopo. Nel sonno Helena si era girata un po', il suo respiro era lento. Silenzioso. Un respiro che mi sembrava il suono più bello del mondo, più bello delle stelle, più bello della luna, più bello di qualsiasi cosa avessi mai sentito.
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Era bello guardarla dormire. I suoi capelli castani sparsi sul cuscino, le sue labbra leggermente aperte, la curva della sua guancia che la luce turchese della finestra colorava di un blu spento che la faceva sembrare un dipinto. Non mi mossi. Le sue gambe erano tra le mie, un contatto che nel sonno era diventato naturale, come se i nostri corpi avessero trovato una configurazione che era sempre stata la loro configurazione giusta e che avevano solo aspettato di essere lasciati soli per trovarla. Non era il caso di svegliarla.
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La sentii muoversi un poco.
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— Sei sveglia? — bisbigliai.
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— Mmmm.—
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— Buongiorno — un lieve bacio sulla guancia. La sua pelle era calda e morbida sotto le mie labbra, e il sapore era quello del sonno, qualcosa di dolce e di indefinibile che non avevo un nome per descrivere.
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— 'Giorno anche a te — biascicò lei — che ore sono?—
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Guardai l'ora sul vetro digitale.
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— Quasi le cinque.—
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— Rimettiamoci a dormire — mi si strinse a me, e il movimento fu naturale, automatico, come un riflesso condizionato che non richiedeva pensiero.
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— Ok, a domani.—
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— È già domani.—
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— Come ti senti? — le chiesi, riguardo alla possibilità che si fosse presa un po' di influenza dopo la nostra battaglia nella neve.
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— A dire il vero bene. Non preoccuparti — mi baciò lievemente. Un bacio sonnolento, brevissimo, che durò meno di un battito di ciglia ma che mi lasciò con il cuore che batteva più forte di prima.
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— Va bene.—
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— Chissà se su Sirius ci sarà qualcosa di interessante — mormorò lei, e la sua voce era così bassa che sembrava venire da molto lontano, come se stesse parlando da un altro letto, da un'altra stanza, da un altro mondo.
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— Mmm, in verità c'è un'altra stella che ci ruota attorno — dissi.
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— La conosco già — mormorò Helena — Sirius B, me l'hai già detto.—
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— Fantastica.—
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Un attimo di silenzio. Il tipo di silenzio che esiste solo nelle ore piccole del mattino, quando il mondo è fermo e il tempo sembra aver smesso di scorrere. Iniziai a credere si fosse addormentata. Il suo respiro era diventato più regolare, più profondo, e il suo corpo si era rilassato contro il mio con un peso che era quello del sonno, non della veglia.
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— Mi piacerebbe che tu fossi qui con me più spesso — disse allora, e la sua voce era così bassa che non ero sicuro di averla sentita davvero o di averla sognata. — Mi piace svegliarmi la mattina con te.—
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— Io non vado da nessuna parte.—
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— Bene.—
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Un fruscio sotto le lenzuola. Le sue gambe cercarono una posizione più comoda tra le mie, un movimento lento e sonnolento che mi strinse il cuore in una morsa che non faceva male ma che faceva sentire tutto più intenso, più reale, più presente.
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Lentamente, il calore del suo corpo mi fece prendere sonno, confondendosi con il profumo dei suoi capelli, un profumo che non era di shampoo o di balsamo ma qualcosa di più semplice, qualcosa che era lei e solo lei, qualcosa che se lo avessi sentito in qualsiasi altro momento della mia vita lo avrei riconosciuto immediatamente come suo.
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Sotto le coperte, sullo stesso cuscino, i nostri respiri si confusero. E dopo il torpore che sembrò senza fine venne la luce bianca del mattino accompagnata da una fine nevicata passeggera. Una luce che entrava dalla finestra come un'invadente silenziosa, che colorava la stanza di bianco e che mi costrinse, piano piano, a riaprire gli occhi.
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Mi mossi a malapena sveglio, poi esitai. Helena stava ancora dormendo. Sul vetro digitale l'orologio segnava le sette. Ancora presto. Il respiro di Helena sul mio viso era lento. Ritmico. Un metronomo vivente che misurava il tempo in un modo che nessun orologio digitale avrebbe mai potuto replicare. La guardai per qualche secondo, poi le palpebre si fecero pesanti e mi riaddormentai.
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Sognai un albero inseguito dalle stagioni. L'allungarsi delle giornate faceva crescere le foglie e fiorire la vegetazione, un'esplosione di verde e di vita che riempiva i rami come una promessa mantenuta. Poi l'arrivo dell'autunno e la riduzione della luce facevano cadere le foglie una a una, come lacrime che il cielo piangeva sulla terra, e l'albero entrava nuovamente in un limbo, in sospensione, spoglio e silenzioso sotto un cielo che si faceva sempre più buio. Eppure le radici restavano. Sotto la neve, sotto il ghiaccio, nel buio del terreno, le radici restavano vive, in attesa.
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Qualcosa mi svegliò all'improvviso.
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Helena si era rizzata a sedere, improvvisamente sveglia. I suoi occhi erano aperti e lucidi nel buio della stanza, e per un istante non capii cosa fosse successo. Poi sentii la vibrazione sotto di noi, un tremore che durò pochi secondi ma che era diverso dai precedenti. Più profondo. Più lungo. Come se qualcosa di più grande si fosse mosso sotto la terra.
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— Un altro terremoto? — chiesi.
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— Sì, ma sembrava più forte dei soliti — disse lei, tornando ad appisolarsi accanto a me con un movimento che mescolava paura e rassegnazione in una proporzione che avevo visto molte volte nelle ultime settimane.
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— Forse è la volta buona che si addormenta — dissi.
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— Lo spero.—
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— Hai dormito bene?—
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— Sì, tu? Sei stato scomodo?—
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— No, affatto. Al contrario.—
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— Che ore sono?—
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— Le sette e trentatré. Ancora molto presto.—
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Guardai fuori dalla finestra e vidi che stava ancora nevicando. Fiocchi sottili e lenti che cadevano con una Grazia che sembrava studiata, come se qualcuno li stesse posando uno a uno sulla città con una pinzetta.
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— Ti vorrei fare una domanda e vorrei una risposta sincera — disse Helena guardandomi attentamente. I suoi occhi erano aperti, vigili, e in quella vigilanza c'era qualcosa che mi mise a disagio. Non paura. Qualcosa di più vulnerabile.
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— Dimmi.—
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— Durante la giornata, quando non sei con me e sei da qualche altra parte... tu ci pensi mai a me?—
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Feci per rispondere ma lei non aveva finito. Alzò leggermente una mano, non per fermarmi ma per chiedermi di aspettare, di lasciarla finire.
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— Quando vado a dormire, e spesso anche nel corso della giornata, mi vieni in mente perché ho voglia di vederti. Volevo sapere se era lo stesso per te.—
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Ci pensai un istante. Non perché non sapessi la risposta, ma perché la risposta era così vera e così grande che avevo paura di non riuscire a dirla nel modo giusto. Helena mi guardava in attesa di una risposta, e nei suoi occhi c'era qualcosa di esposto, qualcosa di scoperto, come una ferita che non sanguinava ma che era aperta e che aspettava qualcuno che la toccasse con gentilezza.
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— Durante le lezioni a volte non so nemmeno cosa spiegano, o solo in parte, perché penso a noi — dissi, e ogni parola era vera, e la verità mi usciva dalla bocca con una facilità che mi sorprese. — Poi quando sono a letto e nel profondo della notte, quando non riesco a dormire per via dei tremori, sei nei miei pensieri. Anche dopo averti scritto la buonanotte.—
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Helena sorrise. Un sorriso piccolo, che nacque lentamente come l'alba che stavamo aspettando fuori dalla finestra, e che le illuminò il viso con una luce che non aveva niente a che fare con il sole.
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— Allora sprechiamo bene questi momenti tra di noi — si strinse a me, accostando il viso al mio, e per un istante i nostri respiri si confusero di nuovo in uno solo, come avevano fatto la notte prima, come avrebbero fatto ancora.
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