Pochi giorni dopo Capodanno, ciò che dava forma all'Islanda con la stessa efficienza di un fabbro che modella il ferro fuso, era a pochi metri da noi. Sfrigolante. Come metallo incandescente immerso nell'acqua gelata. Un suono che non avevo mai sentito prima di quel momento e che non avevo parole per descrivere, qualcosa che stava tra il sibilo e il ruggito, tra il freddo e il caldo, come se l'acqua e il fuoco stessero litigando e quel suono fosse il rumore della loro rabbia.523Please respect copyright.PENANA8gj67hBk4M
La neve continuava a scendere, ma non più con la stessa furiosa intensità di alcuni giorni prima. Non era più un muro bianco che ti impediva di vedere oltre il proprio naso. Era una caduta più sottile, quasi elegante, come se la tempesta avesse esaurito la sua rabbia e stesse ora piovendo il suo rimpianto sotto forma di fiocchi più piccoli e più lenti. Un candido manto bianco, scricchiolante sotto i piedi, dallo spessore che variava da quattro metri nelle zone più interne a mezzo metro lungo la porzione di spiaggia non bagnata dalle onde dell'Oceano Atlantico. Quattro metri. Ci avevamo arrancato dentro per ore, dividendolo a fatica con ogni passo, e le nostre gambe lo sentivano. Ogni muscolo bruciava con un dolore sordo che la freddezza dell'aria cercava di anestetizzare senza successo.
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Eravamo riusciti a eludere i controlli e i blocchi della Protezione Civile. Non era stato difficile come avevamo immaginato, o forse eravamo stati solo fortunati. I blocchi erano concentrati lungo le strade principali e i punti di accesso più evidenti. Noi avevamo preso un percorso che non era un percorso, una linea retta attraverso la neve che seguiva una mappa scaricata sul telefono di Helena prima che la batteria cominciasse a soffrire il freddo. Arrancare per ore nella neve alta e temperature rigide, attrezzati e imbottiti di tutto il necessario per raggiungere la costa. Zaini pesanti, scarponi da neve, strati di vestiti tecnici che ci facevano sembrare due astronauti in spedizione su un pianeta ostile. E in un certo senso lo era.
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Il piano aveva funzionato. Ma il prezzo lo stavamo pagando con i nostri corpi.
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Quando finalmente raggiungemmo la costa, dove le lunghe colate di lava avevano raggiunto l'Oceano Atlantico, mi fermai. Mi fermai non perché fossi stanco, anche se lo ero. Mi fermai perché ciò che avevo davanti agli occhi non aveva spazio nella mia mente. Non c'era un posto dove metterlo. Nessun ricordo, nessuna immagine vista in televisione, nessun documentario poteva prepararti a quello. Nulla.
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Era ancora molto buio, ma sapevo che dopo il solstizio d'inverno le giornate avevano lentamente ripreso ad allungarsi. Qualche minuto in più di luce ogni giorno. Un regalo che la terra ci faceva senza che ce ne accorgessimo, un respiro in più prima del buio. Ma in quel momento il buio era ancora il padrone assoluto di quel paesaggio, interrotto solo dai bagliori dell'eruzione e dalla bianca luminescenza della neve.
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L'eruzione era ancora in corso e il suolo continuava a tremare, senza tuttavia costituire un rischio per le zone abitate, eccetto la caduta di polvere nera che negli ultimi giorni aveva ricoperto Jökulsárlón con una sottile patina scura che faceva sembrare ogni cosa sporca e malata. Erano attive almeno sedici linee di frattura tra il ghiacciaio e la terraferma, dalle quali intense fontane laviche alimentavano grandi flussi lavici, oltre che fondere un'importante parte della massa glaciale che si riversava in mare lungo il fiume diventato in quei giorni tre volte più grande del normale. Sedici ferite aperte nella terra. Sedici punti in cui il mantello terrestre si era spinto attraverso la crosta e stava vomitando il suo contenuto nel mondo dei vivi.
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Almeno quattro di questi flussi lavici, eruttati da fratture formatesi lontano dal ghiacciaio, avevano raggiunto la costa incontrando il freddo mare. Sollevavano immani bianche nuvole di vapore che a contatto con le rigide temperature dell'aria, a meno venti gradi sotto zero, si cristallizzavano in una luccicante polvere di cristalli di ghiaccio che fluttuava nell'aria come polvere di diamante. Un effetto che sarebbe stato bello se non fosse stato generato da qualcosa di così terrificante. La bellezza nata dalla distruzione. L'Islanda in una sintesi.
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Da questa distanza potevo vedere la parte visibile dell'Oceano Atlantico ricoperta da bianche lastre di ghiaccio. Lastre irregolari che si muovevano lentamente sulle onde, candido sulla superficie, scure sotto, come occhi senza pupille che guardavano il cielo.
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Ad almeno quaranta metri di distanza, il flusso di lava si muoveva attraverso quel paesaggio innevato come un incandescente fiume di roccia fusa, rosso e semi-nero, alimentato a un chilometro di distanza da una di quelle linee di frattura dalla quale eruttava un'intensa fontana di lava dalla lunghezza di un centinaio di metri. Cento metri. Un getto di roccia fusa a oltre mille gradi che veniva sparato verso il cielo e poi ricadeva come pioggia infuocata, innalzando colonne di vapore e gas che si mescolavano con la neve in un balletto che non aveva niente di poetico e tutto di primordiale.
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Era incredibile come in un ambiente così gelido potesse coesistere un simile fenomeno. La lava non sembrava preoccupata dal freddo. Non sembrava notare la neve che cercava di soffocarla. Avanzava con una lentezza che nascondeva una determinazione assoluta, come un esercito che non ha fretta perché sa che vincerà.
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Lungo i bordi del flusso lavico si sollevavano deboli nuvole di vapore, nei punti in cui l'acqua della neve disciolta entrava in contatto con la roccia surriscaldata. Sopra di esso invece l'aria tremolava con una consistenza vetrosa a causa del calore intenso che si sprigionava dalla lava in movimento. Un'illusione ottica che faceva sembrare il paesaggio dietro il flusso liquido, instabile, come se la realtà stessa si stesse sciogliendo.
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Nonostante la neve continuasse a scendere ininterrottamente, lungo la costa lo spessore del manto nevoso non superava il mezzo metro, forse a causa della mitigazione marina. L'oceano, con la sua enorme massa di acqua relativamente più calda, ammorbidiva il clima lungo la fascia costiera creando un gradiente termico che sentivamo sulla pelle come un leggero, quasi impercettibile sollievo rispetto al freddo atroce delle zone interne.
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Ciò permise a me ed Helena di arrancare con meno difficoltà nella neve, fino alla linea di costa che incontrava il mare. I nostri passi divennero più fluidi, il respiro si fece leggermente meno affannoso, e fu in quel momento che alzai lo sguardo e vidi davvero cosa avevamo davanti.
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— Spettacolare, non trovi — ammirò Helena.
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La sua voce era sottile, quasi soffocata dal paesaggio, e quando la guardai vidi che il suo viso era illuminato dal bagliore rosso della lava. Le sue guance, la punta del suo naso, i suoi occhi scuri che riflettevano il fuoco come due piccoli specchi. Per un istante sembrò una creatura nata da quel paesaggio, non una persona arrivata fin lì camminando nella neve, ma qualcosa di più antico. Qualcosa che apparteneva a questo luogo di fuoco e ghiaccio in un modo che io non sarei mai potuto appartenere.
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Le gelide onde dell'oceano si infrangevano scrosciando sulla superficie della lava in movimento, raffreddandone istantaneamente la superficie in uno sfrigolio di vapore impressionante. Un suono che non era un suono ma una vibrazione, qualcosa che sentivi nello stomaco prima che nelle orecchie. La superficie solidificata si fratturava in un bagliore rossastro che trasudava lava incandescente, continuando ad avanzare prima dell'infrangersi di una nuova gelida ondata, per poi ricominciare. Un ciclo. Una respirazione. Il fuoco che spingeva, l'acqua che respingeva, e in mezzo quello sfrigolio continuo che era il suono della terra che si ricostruiva se stessa pezzo dopo pezzo, minuto dopo minuto, in un lavoro che era cominciato milioni di anni prima e che non si sarebbe mai fermato.
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— Impressionante, direi — risposi, osservando metri e metri di costa costellati da bagliori rossastri tra gli strati di lava nera fumante in lento movimento. Ogni metro quadrato di quella nuova costa era una battaglia tra elementi opposti, e guardandola ti rendevi conto che non stavi assistendo a un evento. Stavi assistendo a un processo. Qualcosa di così grande e così lento da superare la comprensione umana.
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Alcuni bagliori rossastri di breve durata si intravedevano anche sotto la superficie del mare. La lava che continuava a scorrere sotto la crosta di ghiaccio e roccia solidificata, cercando di raggiungere il fondo dell'oceano, e in quel momento capii che sotto quei ghiacci l'acqua non era fredda. Era bollente. E sotto quella acqua c'era il fondo del mare che si stava deformando, che si stava aprendo, che stava accogliendo quella roccia fusa nel suo grembo con una fame che non aveva fine.
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— Sembra di essere alle Hawaii — disse Helena.
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— Con la differenza che ci sono venti gradi sotto zero — ironizzai.
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— Fuoco e ghiaccio — osservò lei.
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Era così semplice. Così banale, persino. Due parole che avevamo sentito mille volte nelle descrizioni turistiche dell'Islanda, nei documentari, nei libri di geologia delle scuole superiori. Ma lì, in quel momento, con quella roccia fusa a pochi metri dai nostri piedi e quella neve che ci cadeva sulle spalle e quel ghiaccio che copriva l'oceano come una pelle morta, quelle due parole non erano più una descrizione. Erano una rivelazione. Fuoco e ghiaccio. Non come concetti opposti ma come alleati. Non come nemici ma come parti della stessa forza che da sempre creava e distruggeva questa terra.
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Le presi la mano guantata nella mia. Non fu un gesto romantico, o non lo fu completamente. Fu anche un bisogno di ancorarmi a qualcosa di umano in un luogo che sembrava non avere niente di umano. Nonostante avessi i guanti spessi sentivo le dita intirizzite dal freddo, un intorpidimento che era andato peggiorando nelle ultime ore e che ora si era insinuato fino alle nocche come una sensazione di legno al posto di carne.
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Helena strinse la mia. E sentii il calore della sua mano attraverso i suoi guanti fino ai miei. Un calore debole, quasi impercettibile, ma che in quel momento era la cosa più reale che potessi sentire. Più reale della lava. Più reale del freddo. Più reale del vento.
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— Direi che fare tanta fatica per arrivare fin qui ne è valsa la pena — dissi.
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— Non ci sono dubbi — rispose lei, e la sua voce aveva una qualità che non le avevo mai sentito prima. Non era eccitazione. Non era paura. Era qualcosa di più profondo, come se stesse assistendo a qualcosa che andava oltre la meraviglia e che non riusciva a nominare.
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Un tremore scosse la terra, sicuramente attutito dal manto nevoso sotto i nostri piedi. Lo sentii salire dai piedi fino alle ginocchia e poi dissolversi, come un'onda che si rompe sulla spiaggia e poi si ritira. Un promemoria. Un avvertimento. Non siamo noi i padroni di questo luogo. Non lo siamo mai stati.
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Oltre allo sfrigolio di sottofondo della lava che entrava nell'Oceano Atlantico, in lontananza si udiva il rumore simile a quello dello scroscio delle onde ma costante, proveniente dalla fontana di lava in eruzione. Un rombo basso, continuo, che riempiva l'aria come un tappeto sonoro sopra il quale ogni altro suono galleggiava senza affondare. Per essere udito così distintamente in prossimità di esso doveva essere a dir poco assordante. Pensai a cosa doveva significare stare vicino a quella fontana, a un chilometro da dove eravamo noi, e mi venne in mente l'immagine di una persona che si avvicina a una cascata. All'inizio senti il rumore come un mormorio. Poi come un frastuono. Poi non senti più nient'altro perché il rumore ti entra nel corpo e ti sostituisce i pensieri.
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Restammo a lungo in silenzio a fissare quella natura primordiale. Poche parole. I fiocchi di neve sempre più rari cadevano tra noi e il paesaggio come testimoni silenziosi di qualcosa che nessun essere umano avrebbe dovuto vedere e che tuttavia non poteva fare a meno di guardare. C'è qualcosa nella lava che ti ipnotizza. Non è solo il colore, non è solo il calore, non è solo la scala del fenomeno. È la consapevolezza che stai guardando l'interno della terra. Che sotto i tuoi piedi, sotto ogni città, sotto ogni strada, sotto ogni letto in cui hai dormito, c'è quello. Rocca fusa. Il sangue del pianeta. E che un giorno potrebbe decidere di venire a trovare anche te.
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Il flusso di roccia fusa si riversava nelle gelide acque dell'Oceano Atlantico, ricoperto di lastre di ghiaccio, solidificandosi ma continuando a rimanere incandescente sotto la crosta nera. Continuando ad avanzare attraverso le fredde onde dell'oceano, andando a formare gradualmente una nuova parte di costa dell'Islanda. Nuova terra. Terra che non esisteva pochi giorni prima e che ora era lì, nera e fumante, a reclamare il suo posto nel mondo. Un giorno, tra cento anni o mille, magari qualcuno ci avrebbe costruito sopra una casa. Ci avrebbe piantato un albero. Ci avrebbe camminato senza sapere che sotto i suoi piedi c'era roccia nata dal fuoco e dal ghiaccio in una notte di qualche dicembre o gennaio di un anno lontano.
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Sopra di noi la tempesta stava lentamente schiarendo. Le nuvole si stavano aprendo come tende che venivano tirate da mani invisibili, lasciando intravedere un freddo cielo stellato tra cui ci si poteva scorgere i bagliori lontani di Orione. La costellazione era bassa sull'orizzonte, le tre stelle del cinturone brillavano con una nitidezza che solo il cielo islandese poteva offrire, lontano da qualsiasi inquinamento luminoso. Betelgeuse, rossa, sembrava un'estensione della lava che eruttava a pochi chilometri da noi, come se il cielo avesse deciso di unirsi alla terra nel suo spettacolo.
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Sottili fiocchi di neve continuavano a scendere, ma perlopiù spinti dal vento. Non cadevano più. Fluttuavano. Danzavano nell'aria come minuscole stelle che scendevano verso terra con una lentezza che non aveva niente di naturale e tutto di magico.
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Mi tolsi la sciarpa. Un gesto che feci senza pensarci, spinto da un bisogno di respirare aria pulita, aria che non fosse stata filtrata attraverso strati di lana e pile e materiali tecnici. Respirando per la prima volta aria fresca da quando ore prima eravamo partiti. L'aria mi colpì come un pugno gelido, ma era un punto pulito, chiaro, con un sapore che non sapevo descrivere. Sapeva di sale, di zolfo, di neve, di qualcosa di antico.
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Helena fece lo stesso. Sembrò prendere fiato, e vidi il vapore condensarsi ad ogni respiro in minuscoli cristalli di ghiaccio che le sfuggivano dalle labbra come piccole stelle effimere. Doveva essere lo stesso per me. I nostri respiri si sollevavano nell'aria fredda come due piccole nubi che nascevano e morivano in pochi secondi, e quel gesto semplice, quel respiro visibile, era forse la cosa più bella che avessi visto in tutta quella notte. Più bello della lava. Più bello delle stelle. Perché era umano. Perché era nostro.
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Senza dire nulla ci avvicinammo. Fu un movimento naturale, inevitabile, come la lava che scorre verso il mare non perché lo decide ma perché non potrebbe fare altro. Le nostre labbra si trovarono in un istante, e in quel momento le cristalline nuvole di vapore che salivano dai nostri respiri divennero una sola. Un'unica nuvola di cristalli di ghiaccio nata da due bocche che si erano trovate, che avevano smesso di essere due per diventare qualcosa di diverso, qualcosa che non aveva un nome ma che era più grande della somma delle sue parti.
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Ci perdemmo l'uno nell'altra. Non nel senso romantico che questa frase di solito comporta, ma in un senso più letterale, più fisico. Il mondo intorno a noi scomparve. Non c'era più la lava, non c'era più il ghiaccio, non c'era più l'oceano, non c'era più il freddo, non c'era più Orione che brillava sopra le nostre teste. C'era solo il punto di contatto tra le nostre labbra, e da quel punto partiva un'onda di calore che non aveva niente a che fare con la temperatura e tutto a che fare con qualcos'altro. Qualcosa che sentii scorrermi nel petto come un fiume sotterraneo, caldo e lento e impossibile da fermare.
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Soli. Tra i fuochi e le nevi. Sotto il cielo infinito.
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Le mani di Helena sulla mia schiena. La mia mano nei suoi capelli. I cristalli di ghiaccio dei nostri respiri che si mescolavano nell'aria fredda come polvere di stelle.
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